Part 7
26. =La fine della guerra (311-304).= — Ma in quei tempi, tutti pieni di armi e di guerre, le riforme di Appio non potevano essere che un episodio della storia civile. Proprio nel 311, mentre Appio Claudio stava ringiovanendo la costituzione, un nuovo pericolo nasceva nel settentrione. Da molto tempo la confederazione etrusca si era rassegnata alla perdita dei territori meridionali. Neppure la guerra sannitico-romana sembrò scuotere da principio l’accidia di quel popolo; forse perchè, se i Romani gli avevano preso l’Etruria meridionale, i Sanniti lo avevano spogliato della Campania: perdita anche più dolorosa! Tuttavia, prolungandosi, la guerra tra Romani e Sanniti mosse alla fine anche la confederazione etrusca. Alleati con i Sanniti, gli Etruschi posero nel 311 l’assedio a Sutri, una città posta fra i laghi Cimino (Lago di Vico) e Sabatino (Lago di Bracciano), che Roma aveva conquistata al tempo della guerra di Veio, e che era una delle più fedeli colonie latine.
L’Etruria era tuttavia uno dei maggiori potentati dell’Italia; e se avesse conchiuso l’alleanza con i Sanniti più presto, allorchè la fortuna delle armi era ancora favorevole a questi, avrebbe potuto porre in serio pericolo la nascente potenza di Roma. Prendeva invece le armi un po’ tardi, quando Roma incominciava a temprarsi al nuovo cimento. Tuttavia, anche se tardivo, l’intervento dell’Etruria non era un pericolo piccolo. I Romani furono costretti ad assottigliare gli eserciti operanti contro il Sannio, ad armare nuove milizie e ad accorrere alla difesa della città pericolante. Ma sloggiare i nemici dai loro accampamenti apparve ben presto impresa difficile. Invano ci si provarono gli eserciti romani: onde l’anno seguente il console Q. Fabio Rulliano, rimasto in Etruria, deliberò di lasciar da parte Sutri e gli Etruschi assedianti; e, mentre il suo collega andrebbe in Apulia per trattenere i Sanniti, egli si getterebbe nel cuore della stessa Etruria, cercando di costringere l’esercito etrusco di Sutri ad accorrere in difesa della patria minacciata. Mossa arditissima, che, riuscendo, poteva terminare in poco tempo la guerra, come, fallendo, condurre a perdizione l’esercito. Ma la mossa riuscì: gli Etruschi, raccozzatisi in fretta e furia d’ogni parte, furono sconfitti in un luogo, che è diversamente indicato dagli antichi; le città dell’Etruria centrale (Arezzo, Cortona, Perugia) si affrettarono a concludere la pace col vincitore; e poco dopo, liberata Sutri dall’assedio, l’esempio fu seguito da tutte le città dell’Etruria meridionale (310).
Invece le cose non andarono altrettanto bene nel Sannio, dove l’altro console, Caio Marcio Rutilo, sembra essere stato in quell’anno sconfitto. Certo ci fu a Roma un panico e si nominò dittatore Papirio Cursore, il più provetto tra i generali che avevano combattuto contro il Sannio. Nel 309 Papirio sembra aver restituito ai Sanniti il colpo da questi inferto l’anno prima ai Romani; e Rulliano avere vinto definitivamente, in una seconda battaglia presso Perugia, gli Etruschi, che ancora non avevano fatto pace. Ma, pacificata l’Etruria, ecco, nel 308, parecchie popolazioni dell’Italia centrale, alleate più per forza che per amore, gli Umbri, i Marsi, i Peligni, e una parte degli Ernici, approfittare delle strettezze, in cui Roma si dibatteva, per ricuperare la indipendenza. Roma dovette affrontare anche questi nuovi nemici, fra cui primeggiava la confederazione umbra. E li affrontò non senza fortuna, nel tempo stesso in cui Nocera, l’altra città della Campania ancora in possesso dei Sanniti, cadeva. Ormai il Sannio era esausto e Roma vicina ad esaurirsi. Si avvicinava il momento dello spossamento supremo, in cui quello dei due belligeranti, che avesse conservato l’ultima riserva per l’ultimo sforzo, potrebbe debellare il rivale. I consoli del 306, alla testa di quattro legioni, ritentarono l’invasione del Sannio, fallita nel 321 con la disfatta di Caudio. Il Sannio era proprio sfinito; e fu invaso, percorso e devastato, senza seria resistenza. Non si arrese tuttavia ancora; raccolse anch’esso le sue forze; e l’anno seguente, nel 305, tentò una incursione in Campania. L’esercito fu vinto; il territorio di nuovo invaso; Boviano, uno dei principali centri del Sannio, e lo stesso generale supremo, Stazio Gellio, caddero nelle mani dei Romani.
La guerra era finita e la pace, tanto desiderata ed attesa dalle due parti, era conchiusa l’anno successivo. Le condizioni sono mal note; ma da quel poco che se ne sa, non sembrano adeguate, per il vincitore, alla lunghezza della guerra. L’antica alleanza romano-sannitica dovette essere ristabilita con qualche clausola, forse, più favorevole a Roma, ma senza subire alterazioni sostanziali. Neanche un palmo del Sannio propriamente detto fu ceduto dai Sanniti. Essi perdettero solo le loro conquiste migliori e tra queste la Campania tutta, che del resto, al principio della guerra, già non era più nelle loro mani.
Ma non ostante le poco dure condizioni di pace, la potenza sannitica fu distrutta da questa guerra. Non solo i Sanniti furono ridotti entro i confini del loro antico territorio; ma, separati dal Tirreno per la perdita della Campania, non potevano ormai più evitare di essere esclusi tra poco anche dall’Adriatico. Da questa parte, essi comunicavano ancora con il mare per il territorio dei Frentani, amici o soggetti: ma la loro debolezza e le arti romane chiuderanno tra poco, per sempre, anche quella via. Altrettanto invece era cresciuta la potenza politica e militare dei Romani. Non così forse per le vittorie campali, come per la prova che avevano fatta della forza loro, e per i nuovi territori acquistati. Roma era ormai, alla fine della prima guerra sannitica, il più temuto e il più vasto degli Stati italici, poichè il suo territorio aveva quasi raggiunto gli 8000 kmq. e, contando anche i territori degli alleati, 28.000 kmq.
NOTE AL CAPITOLO QUARTO.
[21] Cfr. POLYB., 3, 24; LIV., 7, 27; DIOD., 16, 69, 1. Diodoro menziona per quest’anno (348) un trattato romano-cartaginese, che, per errore, dice primo.
[22] Sulla Campania in questo tempo e sui rapporti tra Osci, Etruschi, Greci e Sanniti, cfr. A. SOGLIANO, _Sanniti ed Osci_, in _Rendiconti della R. Accademia dei Lincei_, 1912, pp. 208 sgg.
[23] Questa prima guerra sannitica, la cui realtà storica è stata revocata in dubbio da taluni moderni, ci è attestata da DIONYS., 15, 3, 2; da APP., _Samn._, 1; da LIV., 7, 29 sgg.
[24] Secondo la tradizione, raccolta e diffusa dagli annalisti romani, la guerra, non si sarebbe combattuta fra Napoli e Roma, ma tra Palepoli e Roma. È forse più accettabile la versione di DIONYS., 15, 5 sgg., che parla solo di una guerra contro Napoli.
[25] Su questo trattato, cfr. gli accenni sparsi che si ricavano da STRAB., 5, 4, 7; POLYB., 6, 14, 8.
[26] Cfr. E. COCCHIA, _I Romani alle Forche Caudine: questione di topografia storica_, in _Studî filologici_, Napoli, III, 378 sgg.
[27] Cfr. THEOPHR., _H. Pl._, 5, 8, 1.
[28] DIOD., 20, 36, 3; LIV., 9, 46.
CAPITOLO QUINTO
LA GUERRA CON TARANTO E LA CONQUISTA DELL’ITALIA
27. =La coalizione degli Umbri, dei Galli, degli Etruschi e dei Sanniti (299-290).= — La pace del 304 non fu duratura. I Sanniti erano stati vinti, non distrutti. Roma aveva vinto, ma non aveva ancora riputazione di invincibile. I Sanniti si accinsero a preparare la riscossa; e Roma cercò alleanze e fondò colonie. Due di queste, Alba e Carseoli, furono dedotte nel territorio degli Equi; una, Sora, nel territorio dei Volsci; una, Narni, nel territorio degli Umbri. Ma queste cautele, accrescendo i sospetti e le paure, affrettarono la nuova guerra. Nel 299 i Sanniti assalirono i Lucani per costringerli all’alleanza; i Lucani ricorsero a Roma; Roma accordò il chiesto aiuto e dichiarò di nuovo guerra al Sannio.
Sin dal principio era corsa voce che i Sanniti intendessero fare alleanza con gli Etruschi, da qualche tempo inquieti. Tuttavia nei primi due anni i Romani non ebbero da combattere che i Sanniti, i quali parvero difendere, e mollemente, il territorio.... Ma doveva essere una finta; perchè nel 296, all’imprevista, un esercito, comandato da Gellio Egnazio, uscì dal Sannio; si congiunse in Etruria con l’esercito etrusco ed avviò trattative con i Galli, mentre gli Umbri aderivano, e i Lucani, per i quali Roma aveva preso le armi, abbandonavano l’alleanza e si univano ai Sanniti. La coalizione, preparata di lunga mano e in segreto, si manifestava ad un tratto e formidabile: a settentrione, con il grosso esercito di Sanniti, di Etruschi, di Galli e di Umbri, che si addensava; a mezzogiorno, con un altro esercito sannitico, che si gettava nella Campania e nel Lazio, devastandoli.
Roma fu sorpresa, ma non sgomenta. Già nel 296 un energico contrattacco respingeva le forze sannitiche, che avevano invaso la Campania ed il Lazio. È probabile non fossero ingenti. Ma grandi apparecchi furon fatti per il 295, ed il tempo ad approntarli non mancò a Roma, perchè anche Gellio Egnazio e la coalizione avevano bisogno di tempo per affilare le armi. Rieletti per il 295, a dispetto della legge, i due consoli del 297, Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure, non vollero ricominciare la interminabile guerra di spossamento, ma tentar di rompere con un colpo solo ed ardito la coalizione. Nè si scoraggiarono, perchè una legione di avanguardia, sorpresa dai Galli e dai Sanniti a Camerino, fu accerchiata e annientata; ma dall’Etruria tentarono di entrare in Umbria; e presso Sentino incontrarono l’esercito della coalizione, comandato da Gellio Egnazio. Si favoleggiò in seguito di 350.000 tra Galli, Sanniti, Umbri ed Etruschi che avrebbero combattuto, dei quali 100.000 sarebbero morti: certo è che la battaglia fu sanguinosissima; che uno dei due consoli, P. Decio Mure, e Gellio Egnazio perdettero la vita; e che i collegati furono disfatti. Pronto, il console superstite invase il territorio gallico, staccando i Galli dalla coalizione; e l’anno seguente anche l’Etruria deponeva le armi, le città etrusche essendosi arrese, le più a condizioni non dure.
Roma non poteva incrudelire, perchè, se la coalizione era disfatta, il Sannio non era vinto. Cinque anni ancora Roma dovè combattere nel Sannio, con alterna vicenda; e non potè conchiudere la pace che nel 290; dopochè nel 291 era riuscita a fondare a _Venusia_, in Apulia, una colonia latina, forte, pare, di ben 20.000 coloni, la più numerosa che sino ad allora fosse stata dedotta in Italia. Quando una così forte colonia latina fu stabilita in Apulia, le sorti dei Sanniti furono decise. Ma la nuova pace fu mite, poichè fu paga di rinnovare l’antica alleanza con qualche piccolo ritaglio di territorio e rispettando l’indipendenza della confederazione sannitica. È vero però che questa era ormai circuita da ogni parte e tagliata fuori dal mare.
28. =La «Lex Hortensia» (287).= — Insomma Roma aveva vinto una potente coalizione e rivinto il Sannio; ma non aveva punto ingrandito, con questa sanguinosissima guerra, il suo territorio. Questa vittoria sterile non sembra aver rallegrato molto il popolo, se, nell’anno medesimo, in cui la repubblica faceva la pace con i Sanniti, il console Manio Curio Dentato, forse prendendo il pretesto che i Sabini avevano aiutato i Sanniti, conquistava, a sud dell’Umbria, quasi tutto il loro territorio; quindi entrava nel Piceno meridionale — il così detto paese dei _Praetutii_ — lo conquistava e ci fondava _Hadria_ (Atri), giungendo per tal guisa fino al Mare Adriatico. A questo modo i Sabini e i _Praetutii_ facevano le spese della vittoria, riportata da Roma sulla coalizione e sul Sannio. Il territorio romano fu grandemente ampliato, da circa 8000 a circa 20.000 kmq. Ma il beneficio di questi ampliamenti non poteva farsi sentire che con il tempo. Alla pace con i Sanniti segue in Roma una viva agitazione della plebe per l’eterna questione dei debiti: prova manifesta che la seconda guerra sannitica, come la prima, aveva impoverito molte famiglie di possidenti. Quale sollievo i debitori chiedessero non appare: sappiamo solo che l’agitazione generò _graves et longas seditiones_; che fu necessario nominare un dittatore nella persona di Q. Ortensio; e che a questo dittatore è attribuita una legge, per la quale i plebisciti, ossia le deliberazioni dei comizi tributi, avrebbero d’ora innanzi forza di leggi generali, obbligatorie per patrizi e plebei[29]. I comizi tributi erano insomma eguagliati ai comizi centuriati. A ben collocare questo fatto staccato nella storia dei tempi, occorre congetturare che i sollievi chiesti dalla plebe fossero risolutamente avversati dalla nobiltà e dai ricchi, dominanti nei comizi centuriati; che i tribuni della plebe, disperando di far approvare da questi le loro proposte, le portassero innanzi ai comizi tributi, chiedendo nel tempo stesso che i comizi tributi, la cui competenza era già stata allargata da leggi precedenti, come la Valeria Horatia del 444 e la Publilia del 334, potessero, come i comizi centuriati, legiferare per l’universale. Non è meraviglia che la proposta sia stata occasione di una secessione, addirittura: perchè i comizi tributi potevano essere convocati senza il consenso del senato e senza alcuna formalità religiosa, e non erano, come i comizi centuriati, dominati dal denaro, ma, come gli antichi comizi curiati, dal numero. Approvandola, si snaturava profondamente la costituzione timocratica di Servio Tullio. Questa volta però la plebe vinse; e non è difficile argomentare il perchè. Si poteva negar questa soddisfazione ai vincitori di Sentino e del Sannio, ai conquistatori della Sabina e del Piceno, con tanti nemici intorno, non ancora rassegnati alla vittoria di Roma? La _Lex Hortensia_, prova quel che già la censura di Appio aveva dimostrato: che le lunghe guerre indebolivano le tradizioni mescolando le classi, suscitavano nuove idee, facevano più popolari le istituzioni.
29. =La riscossa Gallo-Etrusca (285-280).= — Ortensio aveva appena sedato quella grave turbolenza, che Roma dovè misurarsi con tutta, si può dire, l’Italia. Le difficoltà incominciarono nell’Italia meridionale, dove i Lucani, forse imbaldanziti dalla alleanza con Roma, si erano guastati con le città greche della costa. Una di queste _Thurii_ (Turio), assalita dai Lucani, ricorse a Roma; e Roma, forse per equilibrane anche nell’Italia meridionale le forze, ingiunse ai Lucani di rispettare Turio. I Lucani fecero i sordi; e Roma stava per snudare la spada a difesa dell’ellenismo nell’Italia meridionale, quando un pericolo molto più grave nacque nel nord. Nel 285, una parte delle città etrusche aiutate da un esercito di Galli Senoni, tentarono la riscossa e posero l’assedio ad Arezzo, perchè fedele a Roma. Arezzo chiese aiuto a Roma, la quale non poteva lasciar che la città cadesse in potere del nemico, perchè la via del Lazio sarebbe stata aperta al nemico, proprio mentre l’insurrezione si propagava a mezzogiorno lungo la via Cassia sino a Volsinio. Roma, dunque, accorse. Ma presso Arezzo ben 13.000 Romani, tra cui il console Cecilio Metello, morsero la polvere e gran numero di legionari caddero prigionieri nelle mani dei nemici (285). Sentino pareva vendicata; e di nuovo l’insurrezione divampò in Etruria, nel Sannio, nell’Italia meridionale. I Lucani colsero l’occasione per vendicarsi di Roma e di Turio e trascinarono i Bruzzi; i Senoni osarono perfino trucidare gli ambasciatori, mandati a chieder ragione dell’aiuto che essi, alleati di Roma, avevano prestato agli Etruschi. Ma Roma non si perdette d’animo. Apprestò due forti eserciti; ne mandò uno a tenere in rispetto i nemici sotto Arezzo, l’altro nel paese dei Senoni, a vendicare la strage degli ambasciatori, trucidando e saccheggiando. Vendetta esemplare, che però mosse i Galli Boi ad allearsi con gli Etruschi, e a tentare, nel 283, una mossa su Roma. Ma Roma parò anche questo nuovo colpo. L’orda fu assalita per via, presso il _lago Vadimone_, lungo la linea del Tevere e totalmente distrutta (283). La battaglia del lago Vadimone decise le sorti della guerra e della coalizione, sebbene le armi non fossero ringuainate fino al 280. I Sanniti, chiusi da ogni parte, poco poterono fare; i Galli Boi prima, e poi ad una ad una le città etrusche, conchiusero pace; i Lucani e i Bruzzi, ormai soli, non avrebbero potuto resistere a lungo. Roma guadagnava una nuova striscia di paese: il territorio dei Senoni dall’Esino sino al Rubicone, sul quale fondava la colonia di _Sena Gallica_ (Sinigaglia). Ma i Lucani assediavano ancora Turio.... Roma volle approfittare del momento propizio; e mandò nel 282 un forte esercito al soccorso di Turio. Ma allora una nuova guerra divampò, e molto più grave: un vero e proprio conflitto con l’ellenismo.
30. =Origini ed occasioni della guerra con Taranto (282-281).= — Sui primi del secolo III a. C. le città greche della Magna Grecia non erano più, come due o tre secoli prima, le incontrastate dominatrici della regione. Indebolite, cercavano alleanze a Roma, in Sicilia, nella Grecia, per difendersi alla meglio contro gli elementi indigeni, che si ribellavano con fortuna crescente. Ma gli Stati, a cui le forze non bastavano più per difendersi da soli, non possono salvarsi che scegliendo le alleanze con molta accortezza e praticandole con molta fermezza. Invece quelle città erano meno costanti del mare, su cui la maggior parte si specchiava. I partiti si avvicendavano, si incalzavano, precipitavano, scrosciando come marosi; sfruttando ognuno la passione popolare del momento, e scherzando temerariamente con il pericolo, che minacciava l’ellenismo in quella penisola, in cui esso era, non ostante le sue molte virtù, forestiero e avventizio.
Questa mobilità dei partiti e dello spirito pubblico spiega come l’ellenismo non sapesse approfittare della forza di Roma, anzi spensieratamente se la inimicasse. Roma doveva essere più avversa all’ellenismo, che amica. I Romani erano degli italici come i Lucani, come i Bruzzi. Ma le invasioni galliche, le guerre etrusche, la guerra latina, e le guerre sannitiche non avevano fin ora consentito a Roma di prendere partito nella lotta tra gli Italici e i Greci, di cui l’Italia meridionale era campo. Si aggiunga il rispetto di un potentato recente, favorito dalla fortuna, e voglioso di nobilitarsi, per i Greci, maestri di tutte le arti e di tutte le scienze. I Greci dell’Italia meridionale avrebbero insomma potuto ripararsi per qualche tempo dietro lo scudo di Roma. Turio lo aveva capito; lo avevano capito Locri e Reggio, che imitarono l’esempio di Turio. Ma l’orgoglio e l’egoismo di Taranto impedirono all’ellenismo di approfittare di queste discordie indigene. Taranto era la più ricca e la più potente tra le città elleniche dell’Italia meridionale; e da un pezzo s’era arrogato di parlare da sola in nome di tutte, aspirando, a rinforzo del suo commercio, a una specie di egemonia politica. Per questa ragione Turio e le altre città greche avevano preferito chiamare in aiuto contro Lucani e Bruzzi Roma, anzichè Taranto. Ma anche per questo Taranto considerò il loro passo come un tentativo di alterare l’equilibrio delle forze in quella remota plaga della penisola. Taranto era governata da una democrazia che, come tutte le democrazie, si studiava di lusingare le passioni più veementi delle masse; e tra queste l’orgoglio, rinfocolato dal confronto delle proprie ricchezze e della propria civiltà con la povertà, la rozzezza e l’ignoranza delle popolazioni italiche. Anche i Romani erano, per i Tarantini, dei barbari insolenti e prepotenti, i quali volevano intromettersi nelle faccende dei popoli, che avrebbero dovuto venerare come maestri. L’intervento dei Romani a Turio esasperò questa rabbia; e bastò un incidente a far scoppiare la guerra.
L’incidente fu una operazione militare, compiuta durante la guerra di Turio. Un vecchio trattato vietava alle navi romane di oltrepassare il promontorio _Lacinium_[30], in cui la punta della penisola si sporge più innanzi nell’Ionio. Anche la ragione di questa clausola, come delle clausole consimili inserite nei trattati tra Roma e Cartagine, doveva essere piuttosto commerciale che militare. Ma per soccorrere Turio, era troppo comodo a Roma servirsi del mare, sia pur violando i patti di un così antico trattato. Pare dunque che convogli di truppe e di viveri fossero spediti da Roma a Turio per mare. I Lucani furono respinti; Turio, liberata e presidiata con una guarnigione romana: ma la vittoria dei Romani esasperò i Tarantini, che aspettavano l’esito della guerra, sperando la sconfitta delle armi romane; e che per vendicarsi, fecero appiglio al vecchio trattato. Un giorno, quando una flottiglia romana comparve all’imboccatura dell’ampio golfo tarantino, la squadra della grande città greca, che incrociava in quei paraggi, dopo avere tentato invano di richiamare gli ammiragli romani all’osservanza del trattato, attaccò le navi nemiche, e parte le colò a fondo, parte le catturò. Subito dopo un esercito tarantino mosse su Turio, occupò la città, costrinse alla resa il presidio romano, e rimise il governo al partito filelleno, ossia ai democratici.
La provocazione era grave. Ma Roma non distoglieva gli occhi dal pericolo etrusco e gallico, minacciante da settentrione. Non era difficile prevedere che Taranto avrebbe fatta lega con i Sanniti e con gli altri popoli italici; e Roma non voleva esser presa in mezzo tra una coalizione gallo-etrusca a settentrione, ed una coalizione italo-greca a mezzogiorno. Cercò quindi di intendersi e di ottenere una amichevole soddisfazione diplomatica. Ma l’orgogliosa democrazia tarantina non intendeva ragione. Fu mestieri allora ribadire con la forza le inutili proposte di conciliazione. Il console Q. Emilio Barbula, che campeggiava nel Sannio, ebbe ordine di marciare senz’altro alla volta di Taranto e di fare sotto le mura della città una vera e propria dimostrazione militare: non per incominciare una guerra, ma per strappare, pur che si fosse, una soddisfazione non disonorevole. Anche questa mossa fallì; anzi ottenne l’effetto opposto. Taranto rispose, chiamando in suo aiuto un principe greco: Pirro, re dell’Epiro.