Roma antica, Vol. 1/3

Part 6

Chapter 63,775 wordsPublic domain

Questa guerra era, dopo la conquista di Veio, la più felice impresa compiuta dalla repubblica. Dopo averla compiuta, Roma poteva affrontare il paragone con gli anni più felici della monarchia. Al trattato di Spurio Cassio con la lega latina, essa ha sostituito una forte egemonia. Il territorio romano si stende ormai, comprese le colonie del Lazio e della Campania, dai monti Cimini fin quasi al Vesuvio, per circa 6000 kmq.; a cui occorre aggiungere i 5000 kmq. degli alleati e delle colonie latine; in tutto, più di 10.000 kmq., di cui la parte propriamente romana doveva contare oltre mezzo milione di abitanti, e poco meno il paese indirettamente soggetto. Non è quindi arbitrario argomentare che Roma potesse mettere in campo 50.000 uomini: gran forza, per quei tempi, se si pensa che, in questi stessi anni, Alessandro il Grande moveva dalla Grecia a fondare il suo impero con 30.000 uomini. Infine Roma è ormai in contatto con l’ellenismo. Nella prima metà del IV secolo, la repubblica incominciò dunque a raccogliere i frutti del suo lungo, ostinato e un po’ confuso lavoro. Che i primi frutti siano maturati a un tratto, come per una specie di miracolo, non è da stupire; perchè tutti i grandi mutamenti della storia si preparano nel silenzio. È invece singolare che i Sanniti abbiano lasciato Roma allargarsi e rafforzarsi a questo modo. Che i due grandi Stati abbiano vissuto in pace, sinchè Roma aveva adocchiato le coste del Lazio e l’Etruria meridionale, si capisce. Ma è più difficile di spiegare come il Sannio lasciasse Roma insediarsi tranquillamente nella Campania, che esso aveva ora conquistata, ora perduta e sempre ambita. Eppure non solo dopo la guerra coi Latini Roma si impadronisce definitivamente di Capua, di Formia, di Fondi; ma negli anni seguenti deduce due colonie a Cales (Calvi) e a Fregellae (Ceprano): sentinelle avanzate sui confini del Sannio. E la confederazione non muove un dito....

22. =La guerra tra Roma e Napoli (327).= — Non c’è che un modo di spiegar questa inerzia, se non si vuole — e non par che si possa — apporla alla torpida lentezza della confederazione sannitica, più valorosa che avveduta. Proprio in questi anni i Sanniti erano alle prese con un altro nemico, apparso dal mare: Alessandro il Molosso, zio di Alessandro il Grande, re di Epiro, che i Tarantini avevano assoldato per combattere i Lucani ed i Bruzzi. Anche nell’estrema Italia meridionale le città greche della costa guerreggiavano con le popolazioni indigene dell’interno. I Sanniti, che avevano sempre combattuto l’elemento greco e difeso l’elemento indigeno, furono involti in questa guerra, che durò parecchi anni con diverse vicende e che fu terminata dalla morte di Alessandro. Sembra che questa guerra abbia costretto i Sanniti a lasciar mano libera a Roma. Ma, morto Alessandro e ristabilita la pace nell’Italia del sud, alla prima occasione, il torpido colosso montano dell’Italia centrale e l’agile atleta del Lazio vennero alle mani. L’ellenismo — che sin dal principio aveva cercato di prosperare in Italia sulle discordie degli elementi indigeni — accese la grande guerra tra Roma e il Sannio.

Quel che sia accaduto tra Roma e Napoli non è chiaro[24]. Ma Napoli era città greca, e perciò sempre ostile all’elemento italico che prevalesse in Campania: a Roma dunque, l’ultima venuta, la più intraprendente e fattiva. Che ci fosse a Napoli un partito avverso a Roma è quindi cosa naturale. Ma come si venne ad una rottura tra Roma e Napoli non si sa. Per un movimento spontaneo di tutta la popolazione greca contro l’egemonia romana? Per accordi segreti coi Sanniti? Per un rivolgimento politico interno?

Non siamo in grado di sciogliere questi quesiti. Certo è che, nel 327, la guerra tra Napoli e Roma scoppiava; e Roma incaricava il console Q. Publilio Filone di muovere all’assedio di Napoli. Ma quando il console giunse sotto le sue mura Napoli aveva ricevuto notevoli rinforzi sanniti. A Napoli Roma trovava dunque il Sannio, alleato dell’ellenismo. Per quale scopo? Per disputargli forse le conquiste campane? Roma, fatta ardita dalla vittoria sui Latini, non esitò a voler chiarita la faccenda, a rischio di una nuova guerra; e, mentre incominciava l’assedio di Napoli, mandò ambasciatori a chiedere che i presidi fossero ritirati da Napoli. La confederazione cercò di eludere la dimanda, allegando che i Sanniti accorsi alla difesa di Napoli erano dei privati, arruolatisi per proprio conto. Roma allora ruppe gli indugi e dichiarò la guerra al Sannio.

23. =I principî della seconda guerra sannitica (327-326).= — Il dado era tratto. Incominciava il duello tra Roma e il Sannio per il dominio dell’Italia meridionale; quel duello interminabile, che è uno dei tanti indovinelli della più antica storia di Roma. Anche per questa guerra bisogna cercar di leggere nelle lacune e nelle oscurità della tradizione antica. Da principio i due avversari tentarono di spaventarsi a vicenda con mosse diplomatiche e militari, ma senza venire a un cimento decisivo. Roma occupò tre cittadine sulla linea del Volturno — Aflife, Callife e Rufrio — e ne fece tre avamposti romani, destinati a proteggere la Campania in pieno territorio sannita; poi cercò alleati nell’Italia meridionale, e riuscì a indurre i Lucani e gli Apuli a stringere con lei un patto e a promettere armi ed uomini per la guerra, prendendo a rovescio i Sanniti; ciò fatto, si restrinse a continuare l’assedio di Napoli. Alla loro volta i Sanniti fanno scorrerie nei territori romani, cercano alleati tra i Tarantini e si sforzano di staccare gli Apuli e i Lucani dall’alleanza romana; ma non sembrano compiere alcuna seria operazione militare e non muovono un braccio per soccorrere Napoli. Cosicchè in quell’anno non si combattè che intorno a Napoli. E fidando nel soccorso sannita, Napoli resistette per tutto il 327. La bella città, gemma d’Italia e occhio della Campania, una delle pochissime della Magna Grecia, non ancora sommerse dal flutto tempestoso degli elementi indigeni, che conservava, come conserverà per secoli, tutti i caratteri di metropoli ellenica; la bella città, le cui lunghe mura ricordavano al viaggiatore quelle, ancor più gloriose, che congiungevano Atene alla marina, per un intero anno costrinse la sua fiorente gioventù ad abbandonare le opere della pace per far la guardia delle mura e delle porte; per un anno prodigò le sue ricchezze per stipendiare migliaia di mercenari sanniti, e vide di giorno in giorno diradarsi le navi in partenza e in arrivo nel suo bel golfo. Gli opifici cittadini ammutolirono, insieme con le liete feste cittadine e rionali, celebrate dalle fratrie urbane. Non più le belle donne napolitane si incoronarono di fiori al ricorrere di ogni maggio o assistettero agli spettacoli e alle gare periodiche del teatro, dell’Odeon, dello Stadio. Non più schiere di forestieri d’ogni foggia e d’ogni paese convennero nella grande città, a commerciare, a sollazzarsi, ad oziare mollemente, sotto il suo bel cielo. I ginnasi, palestre dello spirito e del corpo, ove il pubblico in folla veniva ad ammirare gli atleti più famosi, o ad ascoltare gli oratori più illustri e più brillanti; ove, fino a pochi mesi prima, ferveva l’ardore di migliaia di giovani, bramosi di tutte le cose belle, si erano vuotati. E l’alba del primo giorno del 326 vide Napoli ancora in armi, inviolata: cosicchè Roma, sorpresa da questa resistenza, fu costretta ad adottare un provvedimento, che doveva essere padre di molte conseguenze nell’avvenire: a prorogare il comando al console che faceva l’assedio e a creare il primo _proconsolato_ romano.

Senonchè la lentezza e le incertezze della confederazione sannitica resero vana questa tenacia. Sia che non volesse, sia che non potesse, la confederazione sannitica non mosse al soccorso di Napoli, non assalì le comunicazioni dell’esercito assediante, non tentò diversioni sul territorio nemico. Napoli si stancò; il partito della guerra perdette terreno; la popolazione, rovinata dal lungo assedio, prese in odio i Sanniti, come alleati malfidi e impotenti. Un bel giorno, i più cospicui cittadini e gli stessi magistrati intavolarono trattative per la resa. Il proconsole impose loro, come prima condizione, di licenziare le milizie mercenarie e di accogliere un presidio romano; poi stipulò un trattato, che lasciava alla ricca città tutto il suo territorio, e ne rispettava l’autonomia, salvo l’obbligo di un’alleanza offensiva e difensiva[25].

24. =L’abolizione del «nexum» (326) e le «forche caudine» (321).= — Non le armi sole, ma le armi ed il senno fondano gli imperi. Concedendo condizioni così generose, Roma dava un bell’esempio di senno politico. Nell’Italia meridionale le alleanze erano mobili come la terra, sempre percossa dai terremoti. I Sanniti, infatti, eran già riusciti a staccar dall’alleanza di Roma i Lucani; e a stringere un patto con i Vestini. Era dunque miglior consiglio amicarsi i Napoletani, che vendicarsene. Dopo la caduta di Napoli, la guerra languì. Da quel poco che gli antichi ci raccontano, si ricava che i Sanniti e i Romani continuarono negli anni seguenti a molestarsi con incursioni, scorrerie, saccheggi, senza mai venire alla decisione. Senonchè dovunque la milizia è un dovere civico di tutti i cittadini ricchi e poveri, i poveri preferiscono le guerre violente ma brevi, alle caute ma lunghe. La plebe non tardò a lagnarsi di queste lungaggini; e le classi alte se ne impensierirono tanto, che in questi anni, nel 326, una legge abolì finalmente il _nexum_. La legge era un compenso dei sacrifici, che la lunga guerra contro i Sanniti imponeva al popolo. E difatti per un po’ la plebe, pur lagnandosi, ebbe pazienza; poi, come di solito avviene, si stancò, non fu più paga dei compensi; e incominciò a chiedere guerra più risoluta e più corta; sinchè nel 322 il partito della guerra ad oltranza soverchiò nei comizi il partito della prudenza. Consoli per il 321 furono due uomini nuovi, Sp. Postumio Albino e T. Veturio Calvino, i quali avevano promesso nei comizi elettorali di passare all’offensiva, invadendo il paese nemico. Ben tre o quattro legioni entrarono in quell’anno nel paese nemico dal confine orientale della Campania, per quello stesso territorio, ove più tardi doveva passare la via Appia. Ma la via Appia non era ancora stata tracciata. La difficoltà delle comunicazioni, la precipitazione, la ignoranza dei luoghi, forse anche la incapacità del comando furono cagione di una calamitosa disfatta. Nella gola di Caudio, tra le attuali borgate di Arienzo e Montesarchio[26], in un passo, che gli annalisti avrebbero descritto coi colori più paurosi, l’esercito romano si trovò d’ogni parte accerchiato dai Sanniti. Invano gli impeti di un valore disperato tentarono spezzare quel cerchio di uomini e di ferro. Dopo alcuni giorni, stremati di forze, scoraggiati, affamati i Romani vennero a patti col nemico. I Sanniti non vollero trucidare i Romani, provocando quella guerra mortale, di cui avevano paura: par che qualcuno proponesse di rimandarli liberi, senza impegni di sorta, sperando che questo atto generoso li riconcilierebbe durevolmente con Roma. Prevalse alla fine un partito di mezzo. Il generale supremo, Caio Ponzio Telesino, stipulò con l’esercito vinto un trattato di pace, con cui Roma si impegnava a lasciar tranquillo il Sannio e a sgombrare tutti i territori sanniti occupati e in particolar modo quello di Fregelle; fece passare sotto il giogo l’esercito e lo rimandò libero, trattenendo soltanto poche centinaia di ostaggi.

Ma quando l’esercito vinto ritornò a Roma con questo trattato, Roma lo rinnegò. Il senato — come era suo diritto, del resto — rifiutò di ratificare la pace accettata dai suoi generali. Esasperati, i Sanniti si gettano, l’anno seguente, nel 320, su Fregelle e la prendono: a loro volta i Romani fanno una spedizione in Apulia, assediano Lucera presidiata dai Sanniti, l’occupano e ci mettono guarnigione, tentando prendere il Sannio alle spalle e tagliare le comunicazioni con l’Adriatico. Per un momento pare che i due popoli vogliano cercare una decisione.... Quand’ecco una nuova sorpresa: la tregua di due anni, che essi conchiudono nell’anno seguente. Per quale ragione? Perchè i due avversari desideravano prepararsi meglio? È probabile. Certo è invece che della tregua l’uno e l’altro approfittarono per affilare le armi. Fino a quel momento Roma aveva combattuto in aperta pianura, nel Lazio o in Campania; e perciò aveva potuto servirsi di una unità tattica numerosa, compatta e armata pesantemente, paragonabile in una certa misura alla falange ellenica, quale era allora la legione. Per combattere i Sanniti nelle montagne, occorrevano eserciti mobili e rapidi. La legione fu dunque sciolta in 45 manipoli, ciascuno dei quali doveva porsi nella battaglia ad una certa distanza dall’altro, pur procurando in genere che gli intervalli della prima linea fossero coperti dai manipoli della seconda; e quelli della seconda dai manipoli della terza. La distanza fra un soldato e l’altro fu accresciuta; l’antica e pesante lancia abolita o quasi, e distribuito in sua vece ai soldati il _pilum_ o giavellotto, che era un’arma doppia, da punta e da getto. Finalmente, in luogo del pesante e piccolo scudo di bronzo, di cui sin allora erano state armate solo le prime 98 centurie, tutto l’esercito imbracciò il grande scudo quadrato di cuoio della seconda e della terza classe. Anche la cavalleria e la istruzione furono riformate. Nel tempo stesso Roma cerca di rinnovare gli accordi con gli Apuli; occupa Teano, Canusio e Ferento, riesce a conchiudere alla fine un accordo con tutta l’Apulia; cerca di far violenza ai Lucani, che respingono gli accordi, occupando Nerula. I Sanniti a loro volta cercano di seminare la ribellione nelle città campane e nelle vicine colonie, vacillanti dopo la rotta di Caudio; e si preparano ad assaltare il Lazio, apprestando una specie di leva universale.

25. =Gli effetti politici della guerra e la censura di Appio Claudio (315-308).= — Nel 315 la guerra divampò di nuovo. I Sanniti approfittarono di un attacco fatto dai Romani alla cittadina di Saticula (S. Agata dei Goti), per tentare la offensiva contro il Lazio dal confine meridionale, tagliare le comunicazioni con la Campania e impedire che l’esercito romano, operante sul confine sannitico-campano, tornasse indietro a impedire l’invasione. Di là, sollevando le contrade che avrebbero attraversate, i Sanniti sarebbero mossi verso il cuore del territorio romano. I due eserciti cozzarono a Lautule, sul confine del Lazio. Non è dubbio che l’esercito romano, se non fu annientato, ebbe però la peggio e dovè ritirarsi. I Sanniti poterono così porre l’assedio a Terracina (315); il Lazio meridionale e la Campania romana, Capua non esclusa, vacillarono; Lucera scacciò la guarnigione romana.

Ma Roma non si perdè d’animo. I Sanniti, così impetuosi nel primo slancio, non osarono arrischiarsi fra la fitta selva delle città e delle colonie latine, nè riuscirono facilmente ad espugnare Terracina assediata. Roma ebbe dunque il tempo di approntare nuove difese. L’anno dopo, due eserciti romani erano già in campo ad operare contro i Sanniti, l’uno, nel Lazio, di fronte a Terracina; l’altro, in Apulia, contro Lucera. La battaglia di Terracina segnò la prima riscossa. La valle del Liri, ancora in tumulto, ritornò in potere dei Romani, e la Campania, grazie a un colpo di spalla della fedele aristocrazia capuana, si sottomise di nuovo (314). Lucera fu ripresa; e assicurata questa volta con una forte colonia di 2500 cittadini. I prosperi eventi sembrano toglier animo ai Sanniti e ridarlo ai Romani. Questi nel 313 pigliano Nola e ripigliano Fregelle; deducono una colonia a Interamna sul Liri (Teramo) ed un’altra nelle isole Pontine di faccia al golfo di Gaeta; nel 312 fanno una spedizione contro i Marrucini. I Sanniti invece sembrano essersi di nuovo rinchiusi nelle loro montagne e aver prestato un debole aiuto alle città e ai popoli assaliti da Roma.

Così questa guerra di spossamento si protraeva e si ampliava, alterando a poco a poco all’interno la composizione e lo spirito della società romana. Durante la guerra sannitica maturò la conciliazione delle leggi Licinie-Sestie. Lo spirito esclusivo delle antiche famiglie patrizie cede finalmente alla forza dei tempi; un numero considerevole di ricche famiglie plebee occupano le magistrature e il consolato, entrano a far parte del senato, e nel senato cominciano a mischiarsi con le antiche famiglie patrizie, formando quell’aristocrazia patrizio-plebea che governerà la repubblica, per molti secoli. Senonchè anche altri effetti, meno felici di questo, generava la lunga guerra. Non è improbabile che con le guerre sannitiche — e per effetto loro — incominci quella crisi della agricoltura italica, che travaglierà per più di due secoli la repubblica romana; e proprio il lento logorio della piccola possidenza e il dilatarsi della grande proprietà a schiavi.

I soldati romani erano, in questo tempo, quasi tutti piccoli possidenti, che alla chiamata del console lasciavano la vanga per la spada, affidando le terre alle donne, ai vecchi, ai fanciulli. Le guerre lunghe toglievano alla agricoltura, e proprio nelle stagioni in cui la terra ne ha più bisogno, le braccia più vigorose: con quanto danno della piccola possidenza è facile imaginare. Il soldo del legionario era un bel magro compenso. A questo danno si aggiungevano le morti; poichè ogni colpo nemico, che non andava a vuoto, orbava una famiglia di un agricoltore nel pieno vigore delle forze, mentre le bocche inutili non diminuivano. Non è dunque da meravigliare se in questi anni crebbe il numero dei possidenti rovinati, che andavano a cercare un pane a Roma, nelle colonie romane o latine; se ai ricchi fu facile di unire in latifondi e di far coltivare da schiavi molti campicelli, che erano stati coltivati sin allora da famiglie libere. In quei tempi di guerre continue gli schiavi dovevano abbondare; nè il nuovo padrone si curava che la terra, coltivata dagli schiavi, producesse minor quantità di derrate, se egli ricavava, avendola acquistata a vil prezzo, un buon profitto.

Ma la guerra, anche in quei tempi, se impoveriva gli uni, arricchiva gli altri. Un soldato, che partecipasse a una spedizione fortunata in un territorio ricco, sotto un console generoso, poteva portare a casa un bel gruzzolo, come parte sua del bottino. Inoltre la guerra, anche allora, faceva correre il denaro, promoveva certi commerci e certe industrie, sia pur prendendo agli uni quello che dava agli altri. Ai trentamila uomini, che quasi ogni anno Roma dovè mettere in campo in questi anni, occorrevano molte cose: armi, viveri, vestiti. Tra qualche anno, la guerra sannitica richiederà anche una armata navale. Come squilleranno allora le incudini degli improvvisati cantieri sulla costa del Lazio e della Campania! Quanto si affaticheranno sui colli selvosi del Lazio, nuovo ed antico, le braccia e le accette degli improvvisati legnaiuoli, per abbattere e spaccare le querci, gli abeti e i pini della regione, i più belli d’Italia![27]. È questo infatti il momento, in cui, nel territorio romano, incomincia a circolare la moneta d’argento; perchè quella di bronzo non basta più ai cresciuti bisogni.

Roma insomma incomincia ad affrontare compiti più vasti, a misurarsi con difficoltà più grandi, a meglio conoscere l’ellenismo. Anche le sue idee si allargano. Ne è prova una singolare figura di questo tempo, che apparisce proprio in mezzo alla aristocrazia romana, sino allora così ligia alle sue tradizioni, così sollecita dei suoi immediati interessi: Appio Claudio Cieco, che fu censore appunto tra il 312 e il 308. In mezzo alle inquietudini, alle spese, alle turbolenze della guerra sannitica, Appio Claudio inizia due costose opere pubbliche: un grande acquedotto e una grande strada da Roma a Capua, il primo tronco della futura e famosissima Via Appia. Nel senato la maggioranza si spaventa. Roma, per lunghi anni, aveva bevuto l’acqua del Tevere, delle cisterne o dei pozzi scavati nella città, e nessuno aveva trovato a ridire. Le vecchie strade del Lazio avevan pur servito alle legioni, che avevano conquistato prima, difeso poi la Campania. Era quello il momento, quando lo Stato era stremato dalle spese della guerra con il Sannio, di porre mano a opere così grandiose e dispendiose? Ma Appio Claudio è, come sono e saranno tutti i Claudi, un uomo orgoglioso, risoluto e testardo: egli sa che i tempi cambiano e che Roma non è più la piccola città di un tempo; capisce che non si può e non si deve lasciare inoperose tante braccia, che non dissodano più la terra; e non ostante l’opposizione del senato e le difficoltà dell’erario, rinnova la grande tradizione edilizia della monarchia, interrotta da due secoli. Nè basta: vuole anche ringiovanire la costituzione. Tra le famiglie, che le guerre arricchivano, ce ne erano talune, che avrebbero potuto servire utilmente lo Stato, rinforzando la nuova aristocrazia patrizio-plebea. Questi arricchiti di fresco non erano dello stesso sangue e della stessa carne di quei plebei, che da mezzo secolo, dopo le leggi Licinie-Sestie, toccavano così agevolmente i fastigi del potere, e sedevano sugli stalli del senato? Appio Claudio volle affrettare e allargare quel rinnovamento dell’aristocrazia governante, che da una generazione o due procedeva abbastanza rapido; e nel compilar l’albo dei senatori inscrisse nel senato molti plebei ricchi e attivi, e non esitò ad aggiungere nella lista, perfino qualcuno di quei liberti, che cominciavano a formare il nerbo del nuovo ceto commerciale romano. Nè, mentre pensava ai plebei ricchi, Appio Claudio dimenticò la turba degli artigiani. Esclusa dalle centurie, perchè non possedeva il censo richiesto ed iscritta tutta nelle quattro tribù urbane, non poteva prender parte ai comizi centuriati e contava poco o nulla nei comizi tributi: non aveva dunque diritti; ma aveva dei doveri; perchè a dispetto delle disposizioni della costituzione serviana, ancora in vigore in teoria, si ricorreva spesso anche a questi proletari, che non avrebbero dovuto prestare il servizio militare, quando c’era bisogno di soldati. Appio Claudio, concedendo che ognuno potesse scegliersi la tribù, in cui essere ascritto senza riguardo alla sua residenza, li distribuì in tutte le tribù rustiche, così da accrescerne l’influenza politica[28].

Ma queste ardite riforme non passeranno lisce. L’aristocrazia romana gridò allo scandalo contro l’audace novatore, che sconvolgeva l’ordine civile e politico della repubblica. E come i consoli dell’anno successivo si ricusarono di convocare il nuovo senato, gli storiografi dell’aristocrazia condanneranno Appio Claudio e l’opera sua, e chiameranno a confermare il proprio giudizio il suffragio della divinità, la quale non avrebbe esitato a punire il grande censore, privandolo della vista. Ma l’apparizione di questo censore rivoluzionario, proprio nel bel mezzo della prima grande guerra che Roma ebbe a combattere per la conquista del suo impero, è un lampo di luce, che ci lascia intravedere quel che accadeva, per effetto delle guerre esterne, nella società romana. La forza delle tradizioni veniva meno; nuove idee e nuovi bisogni nascevano; gli ordini politici e sociali si aprivano alla gente nuova e al nuovo spirito; le classi si ravvicinavano, pur odiandosi ed ingiuriandosi, nella fraternità delle armi. Due leggi che furono proposte nel 311 da tre tribuni della plebe e approvate, ce lo confermano. La prima disponeva che sedici dei ventiquattro tribuni militari fossero ogni anno nominati non dal console o dal dittatore, ma dal popolo. La seconda, che il popolo eleggesse pure i _duoviri navales classis ornandae reficiendaeque_. Si incominciava a sentire bisogno di un’armata più forte, e si disponeva che i magistrati incaricati di approntarla, e di distribuire il lavoro e le commissioni, fossero eletti dal popolo. Cresceva l’autorità dei comizi, anche nelle cose militari.