Part 5
C’era, invece, in tutti il presentimento di grandi novità e di grandi avvenimenti, che nessuno sapeva precisare, ma di cui tutti parlavano. A un tratto si sparse intorno la notizia d’una rivoluzione scoppiata a Vienna il 13 marzo. La commozione fu grande e generale in Milano, e sebbene non si sapesse nulla di preciso, pure tutti si agitavano e si chiedevano: «E noi cosa si fa?» Ma poco dopo corse la parola d’ordine, che si dovesse fare una grande dimostrazione per chiedere le riforme, sostenendola, dicevano i più animosi, anche con le armi.
* * *
Alcune sere prima del 18 marzo, essendo andato da Correnti ci trovai qualcosa di insolito. Gli amici che vedevo a intervalli erano più numerosi, anzi ce li vidi pressochè tutti, e tutti avevano il fare misterioso, il piglio agitato, risoluto. Si scambiavano domande e informazioni, poi se ne andavano, senza trattenersi un po’ in chiacchiere, come facevano le altre sere. Pareva che ciascuno avesse fretta di recarsi ad altri convegni, e sentivo specialmente nominare due noti caffè, il caffè della _Peppina_ e il caffè della _Cecchina_. Sapevo che il caffè della Peppina, situato in via del Cappello, era un ritrovo di artisti, di professionisti e di cospiratori, che chiamerei democratici. Tra quelli che ci andavano sentivo nominare De Luigi, Maestri, Gerli, Cantoni, Tagliaferri, Pezzotti, Lazzati, Gadda, Brioschi, Finzi. Il caffè della Cecchina era una specie di Club situato in alcuni mezzanini del caffè Martini, di fronte al teatro la Scala, frequentato da molti giovani tra i più noti, come i fratelli Giovanni e Carlo d’Adda, Guido Borromeo, Cesare Giulini, Giovanni Curioni, Carlo Taverna, Alessandro Porro, i fratelli Guy, i fratelli Prinetti, i fratelli Jacini, Simonetta, Camperio, Manara, Besana, i Mainoni, giovani eleganti e dell’alta società. Questi due caffè erano, di solito, il quartiere generale delle dimostrazioni, soprattutto da quando il Casino dei Nobili, situato ove ora c’è la Società Patriottica, era stato chiuso per ordine della Polizia.
Nelle ultime sere che precedettero il 18 marzo non vidi il Correnti. Mio fratello Emilio, che allora ci andava subito dopo pranzo, quella sera aveva l’aria un po’ misteriosa anche lui. La mattina seguente essendomi imbattuto in uno degli amici più fidi del Correnti, il giovane ingegnere Angelo Tagliaferri, e avendogli domandato che novità ci fossero, egli mi rispose sotto voce: Aspettiamoci per sabato un grande avvenimento. Il sabato atteso era il 18 marzo[7].
Gli amici del Cattaneo vollero fare un nuovo tentativo presso di lui, ma inutilmente; furono respinti di nuovo. Si separarono, e decisero per la rivoluzione.
Intanto si venne a sapere che erano arrivati da Vienna dispacci al governo con decreti che abolivano la censura, annunziavano una legge sulla libertà della stampa, e convocavano pel 3 luglio gli Stati e le Congregazioni Provinciali. Si seppe ancora che il Podestà e il Delegato avevano convocato d’urgenza il Consiglio Comunale e il Consiglio Provinciale.
Abbiamo veduto fin qui quali fossero le disposizioni dei più, nelle classi dirigenti; ma che cosa ne pensava il popolo? Il popolo non aveva modo d’esprimersi; non c’erano riunioni, non c’erano giornali che ne manifestassero, anche velatamente, l’opinione. Eppure il sentimento nazionale andava gradatamente svegliandosi, e faceva strada in tutti. Gli ultimi fatti, il sangue sparso in settembre nelle dimostrazioni per l’Arcivescovo, e in quelle del 3 gennaio, le dimostrazioni continue che chiamavano il popolo ogni tanto in istrada, avevano fatto scendere fino ad esso quell’agitazione contro gli austriaci che partiva dalle classi superiori. Il terreno era buono; il governo poliziesco e gretto, la diversità del linguaggio, mantenevano la divisione, creavano l’impopolarità.
Dopo il 1815 era scomparsa quella vantata bonarietà, di cui c’era la tradizione dai tempi di Maria Teresa, di fronte all’alterigia spagnuola e alla prepotenza francese, e che aveva fatto parere ai nostri bisnonni meno odioso il governo austriaco. Ma gli austriaci ora erano in uggia a tutti, e su loro si riversavano tutti i motteggi popolari. Col nome di _tedeschi_ si chiamavano gli oppressori, dal soldato semplice a Radetzki, dal poliziotto all’Imperatore. _Abbasso i tedeschi_ voleva dire tante cose, che coi tedeschi non hanno a che fare; la distinzione venne più tardi. _Fuori i tedeschi_, voleva dire fuori il governo dell’Austria, era il grido dell’indipendenza e della libertà. Era un grido chiaro, accetto a tutti, senza distinzioni, nè discussioni; e in quel grido stava il secreto dell’umanità e della fraternità.
Dunque _fuori i tedeschi_, ossia gli _austriaci_, e con questo grido si scese in istrada.
La mattina del 18, tra le dieci e le undici, una gran folla, stipata in piazza del Duomo, si metteva in colonna per recarsi al Broletto, sede del Municipio, a chiedere al Podestà e alle autorità cittadine che si mettessero alla testa del popolo per muovere insieme al palazzo del Governatore, e chiedere le Riforme.
E la colonna, ossia un’innumerevole folla, si mosse, inondando le vie, e levando un alto rumore, come un mare in burrasca.
Con questo primo atto incomincia la rivoluzione delle _Cinque Giornate_; rivoluzione che ha i suoi episodi in ogni via della città, già narrati e descritti da testimoni oculari e dai molti che hanno scritto su quel grande avvenimento. Non è quindi la storia delle _Cinque Giornate_ che io rifarò; io mi propongo soltanto di scrivere alcuni episodi veduti da me, che, si noti, ero un giovanetto, e quello che in quei giorni sentivo dire intorno a me.
Fin dalle prime ore del mattino mio fratello Emilio, ch’era ritornato da Correnti, rientrando aveva detto alla mamma e a me che in quel giorno ci sarebbe stata una grande dimostrazione, la quale avrebbe potuto finire anche con la rivoluzione. La povera mamma raccomandò a Emilio la prudenza, e le si velaron gli occhi di lacrime. Principiò da quel giorno nel suo cuore, ch’era grande, la lotta tra l’amor di patria e l’amor infinito per i suoi figli; lotta che per tanti anni doveva essere piena di dolorosi contrasti e costarle molte ansietà e molte lacrime. Povera mamma!
All’annunzio datomi da Emilio pensai di mettermi subito anch’io in istato di guerra. Uscii di casa un po’ di soppiatto, poichè fino allora, secondo gli usi del tempo, io non avevo che una libertà limitata, e corsi a comperarmi due piccole pistole innocue, e un gran cappello alla calabrese. Poi, rientrato, tolsi da un cassetto una coccarda tricolore, alquanto vistosa, che mi aveva regalata pochi giorni prima una cuginetta, e la cucii in secreto sul davanti del cappello. Con ciò, dal canto mio, ero pronto agli avvenimenti. E gli avvenimenti non tardarono a presentarsi.
Era mezzogiorno. Un rumore, da prima cupo e lontano, ma che avvicinandosi pareva quello d’una folla in festa, che battesse le mani e gridasse degli evviva entusiastici, clamorosi, ci chiamò tutti, noi e i vicini, ai balconi e alle finestre, le quali si andavano spalancando in ogni casa. Era la _dimostrazione_ che arrivava, preceduta dalle carrozze dell’Arcivescovo, del Podestà e del Municipio, avviandosi al palazzo del Governo.
Noi abitavamo in via della Cerva, al primo piano della casa che fa angolo con quella parte di via Monforte che conduce alla chiesa di S. Babila.
Spinto dalla curiosità e dal desiderio di far qualcosa anch’io, scesi in istrada e mi avviai verso la folla che procedeva in colonna serrata.
Nell’uscire, m’ero trovato sul pianerottolo con un inquilino del secondo piano, il dottor Restelli, il quale scendeva le scale insieme ad un altro giovane medico, il dottor Angelo Tizzoni: l’uno e l’altro avevano il fucile in ispalla, e furono i due primi armati che vidi unirsi alla _dimostrazione_ così detta _pacifica_.
M’ero appena messo tra la folla, quando alcuni vedendo questo giovanetto con una così grande coccarda tricolore (nessuno ancora l’aveva al cappello), cominciarono ad attirare l’attenzione su me con qualche _bravo ragazzo!_ e con qualche _evviva la coccarda!_ Detto fatto, parecchi tra quelli che m’eran vicini mi presero tra le braccia e mi sollevarono in alto, provocando una piccola dimostrazione speciale in mio favore. Anzichè stare in alto io mi sarei sprofondato. Mi dibattevo, e pregavo mi si lasciasse andare. Ma fu inutile, e fui portato in trionfo per un centinaio di passi. Una sola faccia riconobbi in quel momento tra le moltissime che vedevo rivolte a me, ed era la faccia di Carlo Tenca, che rideva e mi ammiccava con benevolenza.
Quando, ad un tratto, a liberarmi venne il rumore d’un colpo di fucile; mi si lasciò cadere, e ruzzolai per terra. Il mio trionfo era finito; ero salito e caduto precipitosamente, come succede nelle rivoluzioni.
La folla si era arrestata. Si sentì dapprima un rumore assordante di voci, anzi di urli, che venivano dalle vicinanze del palazzo del Governo; poi la folla cominciò a retrocedere, come presa da un panico; poi quegli urli diventarono più vicini e distinti, e non s’udiva più che il grido: _all’armi! all’armi!_
Mi tirai dietro la porta d’una casa, per non farmi travolgere dalla folla. Poco dopo vidi rovesciare, presso il ponte di S. Damiano, un carro di botti vuote che vi stava fermo, e si principiò la prima barricata tra un baccano indiavolato. Poi sentii suonare a stormo le campane della vicina chiesa di S. Damiano; poi il rumore secco di alcune fucilate; poi un grido: _evviva i morti!_ alto, terribile, che parmi ancora di riudire oggi mentre scrivo, dopo tanti anni.
In breve la via Monforte rimase deserta, e rasente al muro mi diressi in fretta verso la chiesa di S. Babila, fino alla colonna da cui ha principio il corso Venezia, chiamato allora di _Porta Orientale_, e popolarmente _Porta Renza_.
Mi fermai alquanto a contemplare lo spettacolo così nuovo, e che tanto entusiasmava, delle bandiere tricolori che ornavano ogni finestra.
Erano bandiere improvvisate quella mattina, bandiere fantastiche, fatte di coperte, di scialli, di cenci, purchè fossero bianchi, rossi e verdi. E dalle finestre le signore gettavano alla folla, che applaudiva, coccarde e nastri tricolori.
Tra quella folla agitata parecchi erano già armati con fucili da caccia; alcuni avevano delle carabine o qualche fucile militare introdotto dal Piemonte. Tra quegli armati riconobbi parecchi giovani miei amici, o di mia conoscenza, tra i quali Lodovico Trotti, i fratelli Mancini, Emilio Morosini, i fratelli Dandolo, Luciano Manara, Carlo De Cristoforis, e mio cugino Minonzio, che diventò poi, quasi vent’anni dopo, colonnello e capo di stato maggiore del generale Cialdini.
Questi giovani, in unione con altri, sotto la guida di Luciano Manara, avevano fatto venir secretamente dei fucili dal Piemonte, e durante l’inverno si erano esercitati tutt’insieme e di nascosto al maneggio delle armi ed avevano preparate munizioni e cartucce[8]. Quei giovani valorosi, entusiasti d’amor patrio, ed ispirati nel tempo stesso a idee mistiche e religiose, prima di scendere in istrada armati, erano andati, circa in trenta, in una chiesa a ricevere l’assoluzione quali _morituri_ da un buon prete, il coadiutore Sacchi. Li conduceva un barnabita, il padre Piantoni, e il precettore dei Dandolo, il prof. Angelo Fava. Corsero poi alle barricate, e furono primi tra i più audaci nei principali combattimenti per cinque giorni.
Educatore ed ispiratore di alcuni di quei giovani, specialmente dei Dandolo e del Morosini, era il Fava, che diventò poi, durante il Governo Provvisorio, capo della pubblica sicurezza in Milano, e più tardi Segretario Generale al Ministero dell’Istruzione Pubblica in Torino. Quella mattina era sceso in istrada coi suoi alunni; io lo intravidi dal piazzale di S. Babila in mezzo a una folla che ad un tratto sbucò precipitosa dalla via Bagutta. Quella folla veniva dalla via Monte Napoleone sospinta dalla truppa, che poco prima aveva fatto fuoco su di essa.
Molti anni dopo, ricordando col Fava alcuni fatti delle Cinque Giornate, e dicendogli che l’avevo visto sbucare da via Bagutta dopo le fucilate di via Monte Napoleone, egli mi raccontò questo episodio: «In via Bagutta mi ero imbattuto pochi minuti prima in Carlo Cattaneo. Io ero stato tra quelli che nei giorni prima della rivoluzione avevano cercato di persuaderlo ad essere con noi. Egli mi aveva opposto un costante rifiuto. Avevo a lungo discorso con lui, rimanendo e l’uno e l’altro nelle nostre opinioni e nei nostri propositi. La rivoluzione, secondo lui, era un errore, e sopra tutto un’impresa impossibile. Ma ora la rivoluzione era scoppiata, e non c’era più da discutere. — Dove vai, Cattaneo? — gli dissi — vieni con me! — Dove vado? — mi rispose — _Quando i ragazzi hanno il sopravvento, gli uomini vanno a casa!_ — e mi voltò le spalle».
Ma a quello scatto improvviso seguì poi la riflessione: il Cattaneo aveva la mente troppo alta per ostinarsi in un rifiuto sdegnoso e inerte. Chiamato dopo tre giorni in Municipio lo vediamo a capo d’un _Comitato di difesa_ con Enrico Cernuschi, con Giorgio Clerici, con Giulio Terzaghi prender parte risoluta ed energica alla rivoluzione[9].
Intanto la rivoluzione era incominciata e da per tutto sorgevano barricate; dai portoni delle case uscivano carrozze ch’erano subito rovesciate; dalle finestre venivano gettate tavole, sedie, materasse e masserizie d’ogni sorta; il selciato e le pietre dei marciapiedi venivano messi sossopra, tutto era ammucchiato con febbrile attività, e ogni strada in pochi momenti era asserragliata da barricate che sorgevano a poca distanza l’una dall’altra.
Ero fuori di casa ormai da parecchie ore, e pensai di rientrare per non lasciare troppo a lungo in agitazione la mia buona mamma. Emilio non rientrò che a notte inoltrata ed eravamo in non poca agitazione per lui; egli era stato lungamente trattenuto con Lodovico Trotti in una delle vie che fiancheggiavano la piazza del Duomo poichè sulla Cattedrale c’erano i cacciatori tirolesi che facevano fuoco su quanti cercavano di attraversare la piazza.
Emilio ci raccontò i fatti a cui aveva preso parte, o che aveva udito da altri; ci narrò che gli austriaci avevano assalito e preso il Broletto, facendo molti prigionieri tra i nostri e conducendoli in Castello quali ostaggi; ci disse i nomi di alcuni di questi, e i nomi dei primi caduti, tra i quali il nostro antico Direttore di scuola, il Boselli, che era stato ucciso a colpi di baionetta sulla porta del Broletto.
NOTE.
[6] Ecco come il Cattaneo racconta la visita avuta da alcuni giovani la mattina del 18 marzo:
«La sera del 17 marzo, uno degli amici miei, che veniva all’istante dalla casa del conte O’ Donnel, Vice-presidente del governo, avendomi annunziato che una nuova sedizione in Vienna ci apportava l’abolizione della Censura, deliberai tosto, di pôr mano pel dì seguente alla pubblicazione d’un giornale. Parevami propizio il momento d’indirizzare i cittadini a estorcere immantinente all’attonito governo quanto più si potesse di armamenti o di libertà; e recarci sopratutto in poter nostro i nostri soldati. Conveniva metterci in grado di dar principio alla lega italica con mani guarnite, sicchè il vicino regnante, fattosi costituzionale da troppo pochi dì e solo per nostro amore, ci fosse alleato se voleva, ma non padrone. Ricordo nuovamente che l’impresa dei cittadini comprendeva il conquisto dell’indipendenza insieme e della libertà. Una indipendenza servile, una indipendenza all’austriaca o alla russa, non mi pareva cosa da farsi se non per disfarla da capo. Per siffatte mezze imprese non mi pareva lecito insanguinare la patria.
«Avevo appena finito di scrivere in fretta il mio primo foglio, quando poco dopo l’alba due amici vollero entrare da me, ragguagliandomi che il podestà Casati dopo mezzodì doveva recarsi dal Municipio al governo, per dimandare a nome del popolo alcune concessioni; volevano essi avere l’avviso mio su ciò ch’era per loro a farsi, nel quasi inevitabile evento di un conflitto. Questa smania di correre immantinente alla forza, quando nulla si era fatto per possederla e ordinarla, mi pareva troppo favorevole al nemico, che sapevamo presto e bramoso. «Il Podestà farà mitragliare i cittadini, io dissi: egli va da cieco dove lo spingono; ma voi con che forze volete assalire una massa di ventimila uomini, che si è preparata di lunga mano a fare un macello, e lo desidera? Quanti combattenti avete? — «Quei giovani non avevano a mano che qualche dozzina d’altri cacciatori.» — «Non vedete, risposi, che vi vogliono parecchie migliaia d’uomini bene armati e ben comandati?» — «Mi dissero che tutta la città si sarebbe mossa, e che si avevano pronti quarantamila fucili. — «Questi quarantamila fucili li avete visti?» — «Non li abbiamo visti; ma sappiamo che il Comitato direttore li aspettava di Piemonte.» — «Andate dunque prima a vedere se sono arrivati; andate al comitato-direttore. E siete poi certi che questo comitato vi sia» — «Senza dubbio; tutti ne parlano.» — «— Ebbene, vedrete che infine non avremo nè comitato, nè fucili. Io conosco da un pezzo codesti ciambellani; hanno una fede cieca in Carlo Alberto, e saranno corrisposti come al solito. Carlo Alberto non ama la libertà; e non può amarla. Bisogna pigliar tempo per armarci, e perchè tutta l’Italia si metta in grado d’aiutarci; non ci vuol meno che tutta l’Italia. Andiamo adagio; non cacciamo in bocca al cannone un popolo disarmato, finchè almeno non ci mettono alla assoluta necessità della difesa» — Li amici se ne andarono poco di me contenti. Ne vennero altri; e si fecero li stessi discorsi; altri m’invitarono a non so quale adunanza, a due ore, nella Galleria; io intanto portavo a uno stampatore il mio manoscritto.» _Dell’insurrezione di Milano nel 1848, e della successiva guerra, Memorie di C. Cattaneo_ (Bruxelles, Società Tipografica, 1849, pag. 29-31).
[7] La sera del venerdì 17 marzo, Cesare Correnti raccomandò agli amici di trovarsi la mattina seguente in casa del dottor Attilio De Luigi, in via Disciplini. Ci andarono Achille Maiocchi, Daverio Perroni, Guido Borromeo, Giovanni Pezzotti, Anselmo Guerrieri Gonzaga, Pietro Bonetti, Achille Griffini, Alberico Gerli, Giovanni e Gaetano Cantoni, Giuseppe Finzi, i fratelli Lazzati, ed altri. Correnti quando ebbe intorno gli amici disse loro non potersi più ormai differire lo scoppio della rivoluzione; essere ormai necessario anticiparlo, e propose perciò si facesse il giorno seguente, il 18 marzo, per le vie di Milano una dimostrazione, armata questa volta, per affrontare gli austriaci, se questi assalissero i cittadini. Alle parole del Correnti soffocammo un grido di gioia, disse il Gerli, ci stringemmo le mani, e ci separammo. La mattina seguente eravamo tutti in casa del De Luigi, all’ora fissata, e dopo breve discussione si convenne di affidare il Governo provvisorio al Municipio, con facoltà di aggregarsi chi volesse; intanto il Podestà Casati doveva chiedere a O’ Donnel, Vice Governatore in assenza dello Spaur, che la Polizia fosse affidata al Municipio, e si conchiuse di accompagnare il Podestà al palazzo di Governo per ottenere quanto si chiedeva.
(La _Rivoluzione Lombarda_ del 1848-59, di _Vittore Ottolini_, pag. 60).
[8] «Riuniti in piccola brigata, scrive Emilio Dandolo, nel suo libro sui _Volontari Lombardi_, passavamo delle ore ad imparare gli esercizi militari. La notte ci trovava raccolti in qualche cameretta remota a fondere palle e a preparare cartucce. Ogni nostro giardino, ogni nostro cortile racchiudeva, in fosse, casse di munizioni procacciate dai nostri risparmi, a quella nostra età oltremodo penosi.»
Tra quei giovani ricordiamo i fratelli Croff, i fratelli Broggi, Gerolamo e Alessandro Borgazzi, Manara, i fratelli Dandolo, Fioretti, Testa, i fratelli Mancini, Lodovico Trotti, Saule Mantegazza, Carlo De Cristoforis, Bussi, e qualche altro che non rammentiamo. Tutti furono alle barricate. — Era sempre con loro Angelo Fava. —
In via Rugabella, nel giardino di casa Valerio, i fratelli Lazzati ed altri avevano nascoste delle armi. Carlo Alberto vi mandò un carico di polveri nelle Cinque Giornate, che non fu possibile far penetrare in città.
[9] Il _Comitato di difesa_ si trasformò in un _Comitato di guerra_ di cui era presidente il conte Pompeo Litta, già capitano d’artiglieria al seguito di Napoleone I, e ne erano membri Cattaneo, Cernuschi, Clerici, Terzaghi, Carnevali, Lissoni, Cerani, Torelli.
CAPITOLO IV.
1848.
II.
_Sommario:_ Il secondo giorno della rivoluzione. — L’aspetto delle vie. — Broggi. — L’ing. Alfieri nostro casigliano prende il comando del quartiere e mi mette di guardia su un tetto. — Ospitalità nelle famiglie. — La mattina del lunedì. — Assalto alla casa del Duca Visconti. — Il figlio del mio portinaio. — Ferimento d’un ufficiale. — Don Cesare Ajroldi e la barricata di S. Babila. — Terza giornata. — Con mia madre e mio fratello passiamo in via Durini, nel Collegio Garnier. — Il Console Pontificio. — L’ing. Alfieri impazzito. — La barricata del Seminario e i palloncini dei seminaristi. — Formazione del Governo Provvisorio. — La proposta d’armistizio. — La guarnigione austriaca. — La presa della Caserma del Genio. — Note sull’armistizio e sui fratelli Borgazi.
All’alba del giorno seguente, una domenica, Emilio era uscito di casa di buon’ora, ed anch’io ero sceso, e m’ero fermato sul limitare del portone, socchiuso come tutti gli altri portoni.
Pioveva; nella via della Cerva non si vedeva nessuno; tutt’in giro era un profondo silenzio, non interrotto che dal suono continuo delle campane a storno, e da qualche colpo di cannone. Tutte le persiane eran chiuse, o socchiuse. Mi spinsi piano piano fino allo sbocco della strada, e vidi che anche la via Monforte era abbandonata e silenziosa. La barricata del ponte era stata distrutta dagli austriaci durante la notte e gettata in parte nel canale detto il _Naviglio_. Al di là del ponte, in vicinanza del palazzo del Governo, si vedevano dei soldati, che ora procedevano guardinghi, ora si ritiravano tenendosi ai lati della strada, sotto le gronde, coi fucili in direzione delle finestre, e pronti a far fuoco appena vedessero una persiana semiaperta.
A un tratto vidi venire dal piazzale di S. Babila, rasente il muro, un giovane armato di carabina; egli si fermò al vicolo Rasini, e si appostò dietro l’angolo. Questo valoroso, che doveva morire poche ore dopo, era Giuseppe Broggi. Dal punto in cui s’era messo, incominciò a far fuoco contro i soldati che erano nelle vicinanze del ponte, e ogni suo colpo ne faceva cadere uno. Così, solo, in meno di mezz’ora ricacciò fino al bastione i soldati che avanzandosi lentamente si preparavano ad occupare la via Monforte. Il Broggi, quando vide che tutta la via era sgombra, si avanzò fino al ponte, e presa la strada del _Naviglio_ si appostò di nuovo, facendo fuoco, all’angolo del Corso. Qui ebbe, sulle prime, il medesimo fortunato successo, finchè una palla di cannone, rimbalzando dallo stipite di una porta, che ne conserva ancora la traccia, gli squarciò il petto.
Per alcune ore tutto fu quiete e silenzio nelle vie Cerva e Monforte. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alle finestre, o con passo prudente usciva dalle porte, e allora si avviava in istrada un po’ di conversazione, per chiedersi e scambiarsi qualche notizia. Non tutti, naturalmente, erano eroi; chi aveva l’aria spaventata; chi sommessamente arrischiava qualche parola di prudenza o di biasimo; chi si millantava; chi, senza allontanarsi dalla porta, prudentemente, faceva progetti e propositi terribili. Tutti, anche i migliori, erano esaltati, e ben diversi del solito.