Ricordi di gioventù

Part 4

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L’autunno del 1847 fu lieto e festoso in tutta la Lombardia. In ogni paese si cantavano continuamente gli inni a Pio IX, da per tutto si vedevano archi a Pio IX, e su ogni muro c’era scritto _viva Pio IX_. C’era in tutti una grande animazione, una festività, una fiducia sicura, una speranza che non discuteva, e il vago presentimento di grandi avvenimenti.

Anch’io e i miei fratelli quell’autunno si fece un gran cantare gl’inni a Pio IX; mio fratello Emilio, e i nostri compagni di Tirano, studenti e maggiori di me, li avevano imparati nelle scuole e li avevano diffusi tra gli altri amici del paese.

Si cantava specialmente la sera, tenendoci al largo dai gendarmi. Mi pare ancora di sentirle quelle stonature patriottiche; mi pare ancora di vederli quegli amici, che a braccetto e pieni di entusiasmo vociavano per le strade a squarciagola.

Tra quelli che ricordo di più c’erano i fratelli Ulisse e Giovanni Salis, un Zanetti e un Ricetti, studente di medicina, che vedremo più innanzi; due fratelli Della Croce, di cui uno, Benedetto, diventò poi un valoroso colonnello d’artiglieria; un Carlo Visconti Venosta nostro parente, che morì in fresca età; e un giovane rimpatriato da poco, e che si faceva notare pel suo camminare impalato, per le sue cravatte dure di crine, e pel suo accento italo-austriaco.

Questo giovane, di famiglia tiranese, si chiamava Giacomo Merizzi, e veniva dal collegio Teresiano di Vienna, dove aveva passato molti anni facendovi i suoi studi. Il Governo austriaco concedeva facilmente ai giovani di famiglie nobili italiane dei posti gratuiti nel _Teresiano_, ove si imparavano la lingua dell’Impero, la legislazione austriaca e il diritto amministrativo. Poi, persuaso di averne fatto dei buoni e fedeli funzionari, appena usciti dal collegio dava loro un buon impiego negli ufizî governativi.

Così era avvenuto del Merizzi, il quale aveva avuto bensì l’anno prima l’impiego a Milano, e aveva l’aria d’un perfetto austriaco, ma era uscito dal collegio con la testa piena di astruserie filosofiche-sociali, ed era un rivoluzionario. Ecco perchè ora, in attesa di meglio, stonava con noi gli inni a Pio IX.

Venuto il 1848, il Merizzi lasciò l’impiego, fu nei volontari, poi si ritirò a Tirano, e vi esercitò l’avvocatura. Visse sempre ritirato, anzi solitario; e amava vegliare le notti lavorando, e dormire di giorno. Durante il decennio della resistenza, delle cospirazioni, e nei giorni della riscossa, non partecipò molto agli entusiasmi dei giovani d’allora, forse perchè i suoi ideali si libravano in altre sfere. Ebbe qualche ammirazione per Mazzini e per Garibaldi, ma nessuna per Cavour. Odiò gli altri uomini principali del risorgimento, e dava in escandescenze a nominargli il Sella, come a pestargli un piede.

Era d’animo buono e gentile, e parlava con molta mitezza; ma poi, di tanto in tanto, usciva dalla sua solitudine, andava in qualche pubblica riunione, e allora teneva dei discorsi d’una incredibile violenza.

I radicali, e i malcontenti valtellinesi fecero di lui, naturalmente, un candidato alla deputazione, e lo opponevano di solito a mio fratello Emilio; finchè, andata la sinistra al potere nel 1876, e fatte le elezioni dal Nicotera, vinsero.

Fu eletto un paio di volte, andò all’estrema sinistra, pronunziò un paio di discorsi a frecciate repubblicane e violenti, ma non trovò molto favore, nemmeno fra i suoi vicini. La Sinistra era da poco al potere, voleva rimanerci, voleva essere un partito di governo, e non amava amici compromettenti e guastamestieri.

Si ritirò prestissimo dalla vita politica, e rientrò nella sua solitudine taciturna.

Morì sui cinquant’anni, e sebbene la mia casa e la sua a Tirano fossero vicine, non ci vedevamo che ad intervalli, e di parecchi anni. Allora, siccome il tema dei nostri discorsi era, come doveva essere, limitato, così ricordavamo qualche volta i tempi in cui si cantavano insieme gl’inni a Pio IX.

* * *

Finito l’autunno, e ritornati a Milano per riprendere gli studi, le nostre visite al Correnti diventarono anche più frequenti e interessanti. Ci si andava la sera, poichè di giorno egli era occupato nel suo ufizio del Debito Pubblico, ove era impiegato. I discorsi vi si andavano sempre più accalorando, e l’argomento principale era quello delle dimostrazioni che si volevano promuovere con atti, o con scritti, prendendo ogni occasione che si presentasse opportuna.

Tra i molti progetti messi innanzi dal Correnti ci fu quello di pubblicare un almanacco popolare, per l’anno nuovo, nel quale si parlasse molto dell’Italia, in quei modi velati, s’intende, che fossero conciliabili con la Censura e con la Polizia.

Il progetto piacque a tutti, tutti ci si mise di buona volontà, e in poche settimane l’almanacco fu pronto alla meglio. Anche il nome fu presto trovato. C’era un vecchio almanacco, che dava le previsioni del tempo e i numeri del lotto; era nelle mani di tutto il popolino di Lombardia, e si chiamava il _Vesta Verde_. Il nuovo almanacco fu chiamato dunque il Nipote del Vesta Verde, il nome fece fortuna.

Ci scrissero il Correnti, Pietro Maestri, Romolo Griffini, Giovanni Cantoni, mio fratello Emilio, ed altri giovani studenti. Tra le cose scrittevi da Emilio ci fu anche una certa canzone dello _Spazzacamino_ che, messa in musica, ebbe i suoi giorni di voga e di popolarità.

Il _Nipote del Vesta Verde_ uscì col finire dell’anno, ed ebbe uno straordinario successo; successo che ora non si comprenderebbe. Ma tutti ci lessero quello che c’era e quello che non c’era, e parve quasi una parola d’ordine, un grido di guerra. La sua grande popolarità indusse poi il Correnti, e l’editore Vallardi, a continuare la pubblicazione per molti anni ancora.

Esso attraversò i dieci anni terribili che corsero dal 1849 al 1859; ci scrissero press’a poco i medesimi, parecchi dei quali erano emigrati, ed altri, tra cui Enrico Fano.

La parola del _Nipote del Vesta Verde_, dignitosa sempre, non era più pronunziata che con quel filo di voce ch’era consentito dalla durezza dei tempi; esso s’accontentava di tener vivo col suo nome la memoria dei giorni in cui era nato.

Il grand’affare di tutti, nello scorcio del 1847, e sul principio del 1848, furono quelle dimostrazioni, che mano mano andarono crescendo fino al giorno della rivoluzione. Alla rivoluzione però non ci si pensava ancora.

Alle dimostrazioni tutto serviva di pretesto. Ogni giorno c’era una parola d’ordine: _Tutti a Porta Romana!_ in omaggio alle riforme di Pio IX; e il corso di Porta Romana diventava, fino a nuovo ordine, il passeggio pubblico affollato, elegante, della città. Su quel corso c’era, e c’è ancora, una vecchia casa, sul cui portone si vede scolpito in caratteri antichi e rozzi: _tempo e pacentia_; la gente vi si affollava dinanzi come a leggere una _parola d’ordine_. (Casa Noseda, 9).

Giungeva la notizia di moti rivoluzionari in Calabria; e la parola d’ordine era che si portasse il _cappello alla calabrese_; e tutti lo portavano, col dovuto pennacchio. La Polizia lo proibiva; e allora si cercava di imitarlo, portando un cappello a tuba, che aveva una fibbietta sul davanti e il pelo arrovesciato da una parte per fingere il pennacchio. Poi venne la volta dei vestiti di velluto di fabbrica lombarda, in odio al panno austriaco. Insomma ogni giorno ce n’era una; e la Polizia, che il pubblico si divertiva a schernire in mille modi, montava sulle furie, ed era sempre in grandi faccende, alla ricerca del _Comitato_, poichè s’era messa in mente che tutto fosse misteriosamente decretato da un Comitato segreto.

La dimostrazione più importante, che superò l’aspettativa di quelli stessi che l’avevano pensata, e che doveva condurre a luttuosi avvenimenti, fu quella del non fumare. Asteniamoci, si disse, dalle contribuzioni volontarie; dunque col principio dell’anno nessuno fumi. E al primo di gennaio non si fumò più. Non si fumò più nè per le strade, nè in casa, per quanto il sacrifizio riuscisse duro a moltissimi. I nostri nemici sulle prime ne risero, e la cosa parve loro puerile; ma essa riuscì una così forte dimostrazione di disciplina, che non tardò a impensierirli, a irritarli, come vedremo presto, e a far loro perdere la testa.

Da Vienna intanto si mandavano nuove truppe nel Lombardo Veneto, e si rafforzavano in ogni città le guarnigioni. Ma il Governo Centrale non capiva che l’aria era mutata, e che i tempi cominciavano a farsi minacciosi; colla pedanteria, che gli era abituale, non sapeva staccarsi in nulla da quei sistemi e da quei metodi ch’erano il suo dogma politico.

Il podestà Casati aveva fatto molte esplicite e coraggiose rimostranze, ma gli era stato risposto con dei sermoni e con dei consigli agro-dolci. Metternich aveva mandato a Milano nell’ottobre un suo diplomatico, il conte di Ficquelmont, con la missione di osservare, di persuadere i sudditi che avevan torto di lagnarsi, di distrarli, e di riferire.

Alla fine Metternich, quando cominciò a impensierirsi per gli affari d’Italia, nominava a Milano una speciale Commissione, chiamata _Conferenza_, allo scopo di mantenere unità d’azione tra le autorità politiche e militari. Appartenevano a questa _Conferenza_ il Vicerè Raineri, il Governatore di Lombardia conte Spaur, il maresciallo Radetzki, comandante supremo delle truppe del Lombardo Veneto, e il conte di Ficquelmont per la parte diplomatica, soprattutto pei rapporti coi diversi Stati italiani, in quei giorni pressochè tutti in fermento.

Ma il conte di Ficquelmont rimase poco a Milano. Richiamato a Vienna sulla fine del febbraio 1848, gli succedette ai primi di marzo il barone Hübner, il quale poi rimase prigioniero a Milano dopo le Cinque Giornate, ed è quel medesimo che si trovò a Parigi nel 1859 ambasciatore d’Austria, a sentire le famose parole di Napoleone III che furono il primo squillo di guerra.

Il conte di Ficquelmont, nel breve tempo in cui fu a Milano, aveva fatto allestire un bell’appartamento nel palazzo Marino, ove ora risiede il Municipio, e si preparava a tenervi dei ricevimenti e a dare dei pranzi, per incominciare a risolvere la questione italiana. Aveva con sè la moglie e una figlia, la contessa Clary, una bella e simpatica signora, la quale doveva, circa vent’anni dopo, diventare la suocera del conte di Robilant, ambasciatore d’Italia a Vienna. In quei vent’anni quanti avvenimenti!

Il conte di Ficquelmont, la moglie e la figlia, prodigavano gentilezze a quanti riuscivano a conoscere, ma questi eran pochi; andarono a far visita a moltissime signore dell’aristocrazia milanese, ma queste non si fecero mai trovare in casa. I ricevimenti e i pranzi non accoglievano, e malinconicamente, che poche famiglie di austriaci e di impiegati; e così anche questa parte della missione andò fallita.

Intanto le acque ingrossavano, e salivano ogni giorno più.

Nel 1815, quando era stato creato il Regno Lombardo-Veneto, venne istituito un Corpo amministrativo, chiamato la Congregazione Centrale, in cui erano rappresentate tutte le Provincie, simulacro d’una autonomia che non esistette mai. Questa Congregazione avrebbe dovuto essere l’interprete dei bisogni del paese. Essa però era stata sempre tenuta in nessun conto, e quindi era placidamente rimasta in un lungo sopore. Ma in quei giorni il rappresentante di Bergamo, l’avvocato G. B. Nazari, sorse a un tratto a proporre che la Congregazione si facesse interprete del pubblico malcontento, ne studiasse le cause, e ne proponesse i rimedi.

Una tale proposta, che usciva da un corpo sempre umile e silenzioso, mise il campo a rumore. I consigli delle Provincie vi fecero eco, e la seguirono; alcuni persino misero innanzi chiaramente il concetto dell’autonomia amministrativa. Il consigliere Nazari ricevette congratulazioni e festeggiamenti da ogni parte; e intanto il Vicerè Raineri, il Governatore conte Spaur, l’inviato straordinario di Ficquelmont, il maresciallo Radetzki, il direttore della polizia barone Torresani, e tutte le autorità austriache grandi e piccole, montavano sulle furie, strepitavano, si affaccendavano, e cercavano invano il bandolo di quella matassa che ogni giorno si ingarbugliava loro di più nelle mani. E cercavano il _Comitato_ secreto, quello che, secondo loro, dirigeva tutto.

Così finiva a Milano l’anno 1847.

Il Governo austriaco, pedantescamente fedele alle sue tradizioni, non sapeva prendere nessuna di quelle grandi risoluzioni che sole possono mutare il corso degli avvenimenti. E i suoi sudditi Lombardo-Veneti, pieni di entusiasmo e di fede, avevano preso la rincorsa giù per una china, in fondo alla quale c’era il precipizio o la salvezza.

La fortuna volle che i nostri nemici nulla capissero, e nulla prevedessero.

CAPITOLO III.

1848.

I.

_Sommario:_ La dimostrazione del non fumare. — La sera del 1.º gennaio. — In casa di mia nonna. — Provocazioni militari. — Feriti e morti. — Le riunioni continue in casa Correnti. — Il caffè della _Peppina_ e quello della _Cecchina_. — Carlo Cattaneo contrario alla rivoluzione. — L’attitudine dell’aristocrazia. — La rivoluzione di Parigi del 24 febbraio. — La rivoluzione di Vienna del 13 marzo. — Grande dimostrazione a Milano per chiedere le riforme. — Il 18 marzo incomincia la rivoluzione. — Ciò che vedo in via Monforte e presso la colonna di S. Babila. — Giovani armati. — Luciano Manara e i suoi amici. — Angelo Fava e Carlo Cattaneo.

Il Governo, le Autorità militari e la Polizia di Milano cominciavano a perdere la bussola, e la pazienza. Da Vienna venivano alle Autorità locali ordini rigorosi ingiungenti la resistenza e la forza; i militari e la Polizia anelavano a menar le mani.

La prima occasione, o, meglio, il primo pretesto, l’ebbero dalla dimostrazione del non fumare. Questa cominciò, come ho detto, il primo gennaio. La prima giornata passò lietamente. La gente scendeva in strada, passeggiava, per vedere la dimostrazione, e i cittadini incontrandosi, si ammiccavano anche senza conoscersi, per congratularsi reciprocamente che nessuno, proprio nessuno, avesse il sigaro o la pipa in bocca. La sera, in tutte le case, in tutti i caffè non si parlò d’altro; e non si fumò.

Ma il giorno dopo, ch’era una domenica, la faccenda cominciò a farsi seria. Le strade erano percorse da ufficiali e da soldati in gran numero, che fumavano, fin con due sigari in bocca per ciascuno, per aver l’aria ancor più provocatrice; e una folla, che andava crescendo, li seguiva, e tratto tratto li fischiava.

Un ufficiale, il conte Neipperg, figlio di Maria Luigia Duchessa di Parma, il quale con aria provocante se ne stava fumando sulla porta del caffè Martini, di fronte al Teatro la Scala, dopo una colluttazione con alcuni aveva ricevuto uno schiaffo. Il Podestà Casati, che si dava d’attorno per raccomandare ai cittadini la prudenza, e alle guardie di Polizia la moderazione, s’era trovato in mezzo a un gran tafferuglio, e sulle prime era stato arrestato anch’esso.

Quelle prime avvisaglie non dovevano essere che il preludio dei fatti ben più gravi che seguirono poi.

La sera del 3 gennaio mi trovavo in casa della nonna, con mia madre. Vi si discorreva del fumare, e delle dimostrazioni della giornata. Nè i miei zii, nè altri, in casa della nonna, avevano mai fumato; la nonna, che si avvicinava ai novant’anni, diceva di credere che due de’ suoi figli avessero fumato quand’erano ufficiali nell’armata Napoleonica, ma ne parlava come d’una scappata giovanile, scusabile tra gli orrori della campagna di Russia: approvava quindi la dimostrazione del non fumare, ma non capiva perchè mai il Governo non fosse dello stesso parere. Quando entra mio fratello Emilio, col fare concitato, e con gravi notizie. Veniva dal centro della città per avvisare la mamma, e per tranquillarla, sul proprio conto, nel tempo stesso.

Bande di soldati si erano sparse per la città, ubbriachi, fumando e provocando quanti incontravano. Qua e là la folla li circondava, ed essi sfoderavano le sciabole, gettandosi sui cittadini inermi. C’erano già stati parecchi feriti, e vicino alla Galleria De Cristoforis era stato ucciso, con un colpo di sciabola sulla testa, il vecchio Consigliere d’Appello Manganini. In ogni punto della città accadevano atti di violenze soldatesche, e fatti di sangue; si parlava già di parecchi morti, e d’un centinaio di feriti tra i cittadini.

Il giorno dopo si seppe che quella sera stessa, un gruppo di cittadini, tra i quali c’erano Carlo d’Adda, Cesare Giulini, Enrico Besana, Manfredo Camperio e il Podestà Casati, erano entrati nel Palazzo Marino, dove alloggiava il Ficquelmont, per esporre lo stato della città, e protestare con vive parole contro l’eccidio che vi accadeva. Il Governatore, alla sua volta, ne incolpava le provocazioni, e il d’Adda gli aveva risposto: «Forse che il cuoco del conte di Ficquelmont, ch’è tra gli uccisi, era d’accordo con noi per provocare gli austriaci?».

La città rimase sdegnata, ma non atterrita. Le proteste d’ogni ordine di cittadini, e le dimostrazioni si succedettero con maggiore insistenza e con maggiore entusiasmo, fino a che il 22 febbraio il Governatore Spaur pubblicò la legge marziale, che iniziava un periodo di severe repressioni e legalizzava le violenze militari.

Giovanetto qual ero, e di solito non uscendo di casa solo, avevo però veduta qualcuna delle dimostrazioni, e m’ero trovato anche in mezzo a qualche tafferuglio; ma poi tornavo a casa, per non tenere in agitazione mia madre. Mio fratello Emilio ci prendeva invece una parte attivissima. Egli faceva il primo anno degli studi legali universitari privatamente in Milano; i suoi professori però solevano dire a mia madre, e al nostro tutore, lo zio don Giovanni Borgazzi, che questo loro scolare era un giovane di molto ingegno, ma che non aveva la testa a casa, e che pensava molto più alla rivoluzione che alla filosofia del diritto.

Le notizie di quei giorni, e i propositi pei giorni seguenti, le discussioni sulle idee e sui fatti che si andavano svolgendo, li sentivo in casa Correnti, dove andavo con mio fratello quasi ogni sera. Ricordo ancora vivamente quelle serate interessanti, talora commoventi, piene di entusiasmo e di fede, che furono la mia prima scuola di patriottismo e di politica.

Nello studio del Correnti, in via della Spiga, ch’era tutto un disordine di libri ammucchiati e di carte sparse, c’era ogni sera un andirivieni di molte persone, che venivano a portar notizie, a riceverne, a discutere sui fatti d’ogni giorno, a preparare le dimostrazioni, e a raccogliere la parola d’ordine per gli altri crocchi d’amici, che si radunavano in altre case o in altri ritrovi. In mezzo a tutti Cesare Correnti era, come già dissi, un vero capo di Stato Maggiore; era, nel gruppo de’ suoi amici, la mente direttiva, ed aveva su tutti un assoluto predominio. Egli lo esercitava nello spingere all’azione e nel mantenere la concordia tra le diverse correnti d’opinioni che si agitavano intorno a lui. Occorreva che un’alta idealità patriottica predominasse in tutti alle singole opinioni ed ai partiti; e verso questa idealità il Correnti infiammava gli animi costantemente.

In questo suo lavoro di propaganda e di disciplina, che possiamo dire rivoluzionarie, aveva trovato un forte contradditore in Carlo Cattaneo.

Il Cattaneo era certamente, a quei tempi, uno dei cittadini più cospicui di Milano. I suoi studi economici, studi non coltivati allora da molti a Milano, e il suo _Politecnico_, gli davano notorietà ed autorità; la sua casa era un centro di studiosi, filosofi, economisti, giuristi, della scuola del Romagnosi. Aveva il carattere altero e sdegnoso, e, per un certo orgoglio d’intelletto, si teneva lontano dalle opinioni dei più. Pregato più volte di prender parte alle manifestazioni patriottiche che si andavano apparecchiando nei primi mesi del 1848, egli vi si era sempre rifiutato, considerandole quasi come ragazzate. Le sue opinioni lo conducevano per una strada affatto diversa, sulla quale, a dir vero, era pressochè solo.

Era repubblicano, federalista. Sognava un’Italia divisa in varie repubbliche, per arrivare alle quali era disposto ad intendersi coi Principi italiani, e anche forestieri, salvo a strappar poi loro a una a una tutte le libertà. Credeva possibile di accomodarsi a questo modo anche con l’Austria pel Lombardo-Veneto, e sognava un’autonomia, amministrativa e in parte militare, come esiste oggi in Ungheria. Seguendo questa utopia, egli aborriva soprattutto dall’idea di chiamare Carlo Alberto a farsi condottiero della guerra per l’indipendenza italiana, la cui conseguenza sarebbe stata la formazione di un forte stato monarchico nell’alta Italia. Repubblicano e democratico, non vedeva in tale concetto che una cospirazione di nobili e di conservatori.

Udii dire in casa Correnti che Alessandro Manzoni, interrogato su questo disparere, rispose: «Oggi tutto è utopia, ma tra l’utopia bella dell’unità e quella della federazione, sto per l’utopia _bella_.»

Più volte il Correnti, col mezzo di amici comuni, aveva cercato di persuadere il Cattaneo, e di smoverlo; ma sempre inutilmente. Egli guardava d’alto in basso i giovani cospiratori, e questi, naturalmente, se ne lagnavano, e non lo amavano. Molti anzi lo criticavano aspramente, e il Cattaneo li chiamava _ragazzi_.

Le intelligenze colla parte aristocratica il Correnti le coltivava col mezzo di amici suoi, ch’erano Cesare Giulini, Carlo Porro, Carlo d’Adda, Anselmo Guerrieri. Vedeva di frequente il Podestà Casati, essendo professore d’uno dei figli; l’altro figlio era all’Accademia militare di Torino. Le adesioni erano larghe, e risolute. Le famiglie aristocratiche milanesi, che nel 1815 avevano accolto con qualche favore il governo austriaco, sia per la poca simpatia verso il regime napoleonico, sia pei buoni ricordi tradizionali lasciati in Lombardia dal governo di Maria Teresa, ora, disilluse ed irritate, se ne staccavano sempre più, si schieravano risolute nell’opposizione, e guardavano al Piemonte.

La rivoluzione di Parigi del 24 febbraio, e il movimento liberale che andava manifestandosi in ogni punto d’Europa, spingevano anche Milano alla rivoluzione.

L’eccitazione degli animi cresceva ogni giorno, e parecchie famiglie di impiegati e di ufficiali austriaci, sbigottite, si disponevano alla partenza.

Primi a partire, sul principio del marzo, furono il de Ficquelmont e il Vicerè, colle famiglie, diretti a Bolzano. Ficquelmont, mandato come un fine diplomatico, aveva scoperto che i Milanesi si annoiavano. Era vero, ma non era tutto. Il Vicerè Raineri, zio dell’Imperatore Ferdinando, aveva due figlie, di cui una era andata sposa al Principe di Piemonte Vittorio Emanuele, e cinque figli maschi. Noi giovanetti quando s’incontravano a passeggio i cinque arciduchi, impalati, seri, con una gran tuba, e con un gran precettore, si rideva, e ci parevano anche molto brutti.

In compenso era molto bella la madre, l’arciduchessa Elisabetta, sorella di Carlo Alberto. Sulla bella Viceregina, e sul brutto Vicerè, correvano vari pettegolezzi di Corte, di cui giungeva l’eco fino a noi ragazzi.

Anche il Governatore Spaur, dopo aver proclamato la legge marziale, se n’era andato.

«_Fanno fagotto, fanno fagotto_», diceva la gente, tutta ilare, e fregandosi le mani. Ma rimanevano Radetzki, con l’Hübner, col Vice Governatore O’Donnel e col barone Torresani, direttore della Polizia. — Non avevano quindi fatto _fagotto_ i personaggi più importanti. A Radetzky, che da parecchio tempo aveva dato l’allarme a Vienna, erano stati a mano a mano rinforzati i presidi in Italia fino a 80.000 uomini, e con lui c’erano i generali Walmoden, Carlo Schwarzenberg, Clam Gallas, Wohlgemuth, Wöcher, Schönhals. La guarnigione di Milano era stata portata a diciottomila uomini.

C’era da riflettere, ma per fortuna nessuno rifletteva. Non rifletteva che Carlo Cattaneo, il quale ad alcuni amici che s’erano recati ancora da lui la sera prima della rivoluzione perchè si unisse a loro, aveva dato un reciso rifiuto[6]. Egli si disponeva invece a pubblicare un giornale, il _Cisalpino_; nel nome c’era il programma.