Part 30
Un giorno, nella seconda metà di marzo, chiesi un’udienza al conte di Cavour per non so quale incarico della Commissione d’arrolamento. In quei momenti, di tutto ciò che riguardava i volontari egli si occupava direttamente. L’udienza mi fu fissata pel giorno seguente alle cinque del mattino. Cavour, vegliando, o riposando, passava allora tutte le notti al Ministero. Un usciere mi condusse in una sala d’aspetto, semibuia, e osservai che in un angolo se ne stava uno con un gran cappellaccio tirato sugli occhi, e ravvolto in un mantello. Poco dopo venne un cameriere, e direttosi subito all’uomo del cappellaccio, lo condusse nel gabinetto del ministro. Ci stette quasi una mezz’ora, e quando ne uscì il cameriere mi disse piano e in tono misterioso: «È Garibaldi!» Di solito Cavour riceveva Garibaldi in casa sua.
Alcuni giorni dopo, cioè il 17 marzo, un decreto istituiva il corpo dei volontari, chiamato i _Cacciatori delle Alpi_. Dieci giorni dopo veniva formato a Savigliano un secondo _deposito_ di volontari sotto il comando di Giacomo Medici col grado di tenente colonnello; e il 7 aprile se ne formava un terzo comandato dal tenente colonnello N. Arduino.
Il 27 aprile, Garibaldi fu nominato maggior generale, e prese il comando dei Cacciatori delle Alpi.
Il movimento, la vita di Torino, andavano crescendo sempre più; ed era veramente uno spettacolo che sorprendeva ed entusiasmava vedere quella folla mossa da un medesimo pensiero, animata da una medesima speranza. I discorsi di tutti erano su per giù eguali: nessuno dubitava; tutti erano animati da un sentimento di serietà, di concordia e di disciplina che meravigliava, tanto più quelli che ricordavano il _quarantotto_. I piemontesi accoglievano con fraterna ospitalità quanti venivano dalle altre provincie italiane, ed attendevano calmi, e con l’animo saldo, gli avvenimenti che si preparavano, e di cui essi avrebbero dovuto sostenere il primo urto e il peso più forte. Nelle vie di Torino si faceva in quei giorni l’unità morale d’Italia, e gli italiani parevano fatti maturi dalle passate sventure.
I pochi ch’erano addentro alle cose secrete, e qualche volta lo fui di riverbero un pochino anch’io, si trovavano in certi momenti un po’ turbati nella loro sicurezza, e nella loro felicità.
A momenti, mentre il Cavour spingeva, Napoleone rallentava. In cuor suo Napoleone voleva risolutamente la guerra, ma da ogni parte era sconsigliato e trattenuto. Le pubblicazioni diplomatiche avvenute più tardi hanno dimostrato quali ostacoli e quante opposizioni gli venivano dai Ministri, dai Corpi ufficiali, dalla pubblica opinione di quasi tutta la Francia, e come l’isolamento ostile in cui era lasciato da tutta l’Europa lo trattenesse in quei giorni.
Il Massari mi disse un giorno: «Napoleone ha voluto col mezzo della Gendarmeria conoscere quale sia in tutta la Francia l’opinione del pubblico, sulla eventualità d’una guerra contro l’Austria: ebbene... non ci fu neppure un solo rapporto favorevole; si accennava a simpatie per l’Italia, ma tutti erano contrari alla guerra.»
Il Massari aveva saputo ciò da Cavour, il quale passava intanto dei giorni di febbre e di angoscia; ma nulla mai traspariva dal suo linguaggio e dal suo volto, fuorchè nell’intimità di pochissimi. Con questi alle volte manifestava i suoi timori, e aveva degli sfoghi impetuosi: «Camminerò colla Francia e colla diplomazia fin che potrò! — esclamava un giorno — ma poi metterò il fuoco in ogni angolo d’Italia, in Ungheria, dappertutto! e allora la guerra ci sarà!
Intanto, anche nei momenti più dubbiosi e sconfortati, Cavour non si arrestava nel suo lavoro palese e secreto, e infondeva in tutti quell’attività, quell’audacia, quella fiducia ch’erano in lui. Talchè, quando correva qualche voce, che non tutto fosse color di rosa dietro le scene, o quando dall’estero, e sopratutto da Parigi, arrivavano informazioni autorevoli poco buone, nessuno si scoraggiava, tanta era la fiducia in colui che allora capitanava ogni cosa.
Rammento che in quel giorni il Massari mi condusse al Ministero degli Esteri, dovendo dare non so quale risposta a Cavour. Trovammo in un’antisala l’Artom, ch’era il segretario particolare di Cavour, con lui si diede una capatina nel gabinetto del ministro. Si entrò un momento, perchè erano attese altre persone, e si fece qualche osservazione sulla piccolezza del gabinetto. «Eppure è di qui,» saltò su Cavour, ch’era nel gabinetto, sorridendo e fregandosi le mani, «è di qui che si fa muovere l’Europa!»
Ed era vero.
Non è mio compito ricordare in questi cenni ciò che intanto si andava svolgendo nei gabinetti dei Governi europei, e ciò che avveniva dietro le scene. Lo saprete, nipoti miei, dalla storia e dai copiosi documenti che vengono via via già in luce, e che narrano ampiamente i fatti di allora. Io non ero, e non sono, che un modesto cittadino, che ho vedute alcune cose dalla platea, e le racconto.
La notizia del Congresso proposto dall’Inghilterra era vera, ed era vero che Napoleone l’aveva accettato e che un suo telegramma a Cavour aveva detto: _accettate_. Più tardi fu noto che Napoleone aveva saputo, che nei Consigli dell’Impero d’Austria, all’ultima ora, era stata decisa la guerra.
Era stato in quel punto che Napoleone aveva risoluto d’accettare la proposta dell’Inghilterra e aveva telegrafato a Cavour di fare altrettanto perchè sull’Austria pesasse in faccia all’Europa la responsabilità della guerra; era nei calcoli, e nelle necessità, di Napoleone, che l’iniziativa della guerra venisse dall’Austria.
Ricordo che una mattina si parlò con grande sgomento di Congresso e di disarmo; ma nessuno ci credeva.
Finalmente a rompere gli indugi ci pensò l’Austria. Quanto non ha contribuito l’Austria a ridarci l’indipendenza dopo avercela tolta! A un tratto corse la voce che il Ministero imperiale mandava al Governo del Re un _ultimatum_ chiedente il disarmo.
A conferma di quella voce, Cavour il giorno 23 aprile convocava il Parlamento per esporre gli avvenimenti e per chiedere i _pieni poteri_, prima che arrivassero i due inviati austriaci; i quali erano il barone Kellesperg, vice presidente della Luogotenenza austriaca, e il conte Ceschi di Santa Croce. In principio della seduta giunse a Cavour un dispaccio che gli annunziava la partenza da Milano dei due inviati austriaci.
Io ebbi la fortuna di poter assistere a quella memorabile seduta, che ancora dopo tanti anni, se ci ripenso, mi risuscita nell’animo tutta la commozione di quell’ora. Cavour, raggiante e colla calma del trionfatore, disse delle ultime trattative colle grandi potenze per un Congresso e pel disarmo; espose l’attitudine dell’Austria, e chiese i _pieni poteri_. I deputati si riunirono subito negli uffici; elessero la Commissione e il relatore della legge, che fu l’avv. Chiaves, e rientrarono nell’aula due ore dopo, con la Commissione che proponeva unanime l’approvazione della proposta. Fu un’acclamazione generale; tutti i deputati sorsero in piedi, nell’attitudine solenne di gente forte e risoluta; il pubblico dalle tribune acclamava, sventolava i fazzoletti, si gridava, si piangeva; era un delirio, una febbre.
Cavour, avvisato che gli inviati austriaci erano giunti, uscì subito dall’aula. A un amico che incontrò, disse: «Esco dall’ultima riunione della Camera piemontese; la prossima riunione sarà quella della Camera italiana.» E si recò al Ministero, ove poco dopo giungevano gli inviati condotti dal conte Brassier de Saint-Simon, ministro di Prussia.
Essi recavano una lettera del ministro Buol. Era l’_ultimatum_ dell’Austria; era quell’ingiunzione del disarmo che Cavour, colla fatidica intuizione del genio, aveva presagita dieci mesi prima, parlando col conte Cesare Giulini.
Tre giorni dopo Cavour consegnava agli inviati austriaci la risposta pel ministro Buol, colla quale veniva respinta l’intimazione; il giorno 29 Vittorio Emanuele dirigeva al suo popolo e al suo esercito un nobile e vigoroso proclama col quale annunziava la guerra; e subito dopo Napoleone rompeva le relazioni coll’Austria.
In mezzo a tanta commozione, in mezzo a tante notizie che si succedevano d’ora in ora, in cui le speranze si alternavano coi timori, e i sogni di fortuna e di gloria erano spesso turbati dallo spettro d’un disastro, il contegno della popolazione di Torino era veramente ammirevole. Tutti erano seri e calmi, tutti si mostravano compresi del sentimento del dovere, disciplinati e fiduciosi nel Governo e nel Re. È così che i popoli si rendono padroni della fortuna, e raggiungono alti destini: le popolazioni nervose e turbolente sono destinate alla decadenza.
Una mossa d’un corpo nemico, verso Biella, lasciò supporre un giorno che gli austriaci volessero muovere rapidamente su Torino, prima che giungessero i francesi. L’esercito sardo era concentrato tra Alessandria e Casale; Torino era affidato alla sola Guardia Nazionale. Questa, volonterosa e risoluta, si preparò subito a difendere la città, e avrebbe fatto nobilmente il suo dovere, se gli austriaci, che durante quella campagna furono sempre lenti e incerti, non si fossero ricreduti presto di quella breve audacia, con cui avevano dichiarata la guerra.
Il Correnti, nella cui casa avevo conosciuto tra gli altri Luigi Mezzacapo, mi accennò una sera, un po’ misteriosamente, ai progetti che aveva Cavour per far insorgere i paesi dell’Emilia, appena l’esercito nostro avesse passato il Ticino. Mi disse che il Mezzacapo era destinato a recarsi nascostamente a Bologna, ove avrebbe preso il comando di corpi volontari che dovevano prontamente formarsi. Mi soggiunse che il Mezzacapo avrebbe condotto alcuni giovani con sè, e mi chiese se volessi essere tra questi. Accettai con entusiasmo. Il giorno seguente andai da Mezzacapo, e si rimase intesi: egli partiva per Genova, ove avrei dovuto raggiungerlo più tardi dopo suo avviso: intanto dovevo ritirare la domanda che avevo fatta per essere ammesso alla scuola d’Ivrea, e dovevo darmi con maggior lena allo studio dei regolamenti militari.
Quei giovani, di cui dovevo essere un commilitone, e che poi raggiunsero Mezzacapo quindici giorni dopo, seguirono quasi tutti la carriera militare; e così sarebbe avvenuto di me, per qualche tempo almeno, poichè ne avevo allora molto desiderio. Marte però non fu di questo parere: non mi volle, e così rimasi in borghese, come vedremo.
Cavour aveva intanto nominata, verso la metà di maggio, una Commissione consultiva di lombardi per predisporre i primi decreti amministrativi che il Governo, entrando in Lombardia, avrebbe emanati in forza dei pieni poteri. Dovevano essere decreti provvisorî che, pur lasciando in parte l’amministrazione vigente, la mettessero in armonia cogli ordinamenti liberi del Piemonte. Fummo chiamati a far parte di questa Commissione il conte Cesare Giulini, che ne fu il presidente, Correnti, mio fratello Emilio, Allievi, il conte Oldofredi, Luigi Torelli, Enrico Guicciardi, qualche altro delle diverse provincie lombarde, ed io, che essendo il più giovane ne divenni il secretario.
La Commissione si radunava ogni giorno per parecchie ore, e dopo una settimana fu in grado di presentare i suoi studi al conte di Cavour; il quale ne trasse poi quei decreti che furono pubblicati a Milano, quando Vigliani assunse il Governo della Lombardia quale Commissario generale straordinario.
In quelle lunghe sedute imparavo molte cose, da chi ne sapeva più di me, ma con la febbre addosso che s’aveva in quei giorni, mi annoiavo e m’impazientivo. Per cui, appena potevo, ritornavo ai portici, ai caffè, in cerca di amici e di notizie; correvo dietro a ogni drappello di soldati o di volontari che andavano al campo per raggiungere i loro corpi, o facevo delle lunghe soste a porta Susa, aspettando che arrivasse qualche drappello francese. Non ero solo in queste mie soste a porta Susa, e tra i molti che ci vedevo ogni giorno avevo notato un giovane ufficiale di cavalleria, che pareva specialmente preoccupato e impaziente. Ma ecco finalmente un mattino, non un drappello, ma un intero reggimento. Fu un delirio; evviva ed abbracci che non finivan più. Tra la folla ancora rividi il mio giovane uffiziale, il quale, pur tenendosi un poco in disparte, guardava fissamente il reggimento francese che sfilava, e i suoi occhi erano inondati di lacrime. La sera rividi quell’uffiziale in un caffè, e seppi ch’era il duca di Chartres. Egli aveva riveduti i soldati di Francia, quel mattino, per la prima volta dopo il 24 febbraio del 1848, quando, bambino, tenuto per mano dalla madre, atterrito e ignaro, veniva con essa e il fratello condotto alla Camera dei deputati per poi andare in esilio.
Dopo quel reggimento ne vennero altri ed ogni giorno c’era l’ingresso di altre truppe francesi, che la popolazione accoglieva entusiasticamente. Aveva ragione quel fantaccino che udii una volta dire a un compagno: _Veux tu des sigares, un absinthe, un grog? Crie vive l’Italie et tu auras tout ce que tu voudras_.
Tra i varii amici venuti da Milano e dall’esilio, in cui m’imbattevo per le vie di Torino, m’ebbi la grata sorpresa, in quegli ultimi giorni, d’incontrare Carlo De Cristoforis. Erano sei anni che non ci vedevamo: ci eravamo stretta la mano l’ultima volta la sera del 6 febbraio 1853. Quante peripezie, quanto s’era tremato per lui! Era in uniforme di capitano dei Cacciatori delle Alpi, e mi disse ch’era venuto a Torino da poche ore per sbrigare alcune faccende del suo reggimento al Ministero della guerra, per incarico del colonnello Medici, e che sarebbe ripartito quella sera stessa; aveva veduti alcuni amici comuni, e voleva che si pranzasse insieme.
Carletto, durante il pranzo, ritrovò tutta la sua antica allegria, il suo spirito, la sua festività. Ci raccontò molti episodi della sua vita d’emigrato: era stato allievo della scuola di Stato Maggiore a Parigi; professore di fortificazioni in un collegio militare di Londra; istruttore di reggimento e capitano nella Legione Anglo-Italiana formata a Malta durante la guerra di Crimea. S’era costantemente occupato di studî militari, che riunì in quel suo libro: _Che cosa sia la guerra_, che è tuttora altamente apprezzato tra gli studiosi di scienze militari.
Alla fine ci parlò del reggimento e della compagnia a cui era stato assegnato, e ch’erano in marcia verso il confine; e al pensiero che tra pochi giorni si sarebbe venuti alle mani cogli austriaci gongolava di gioia.
Quando l’allegra brigata si sciolse, Carletto volle che l’accompagnassi alla stazione. In attesa del momento della partenza, passeggiavamo per la stazione, e Carletto continuava a tenermi allegro con mille coserelle buffe. Ma quando le guardie annunziarono la partenza, Carletto a un tratto si fece serio, mi abbracciò, e mi disse: «Ti saluto per l’ultima volta!... Sì, caro Gino, noi non ci vedremo più! La mia vita fu una sequela di avventure, e ne uscii sempre salvo; essa ebbe una grande aspirazione, combattere per l’Italia, e poi servirla nell’esercizio nazionale. Ora che il mio sogno si avvera... io morirò! Sì, caro Gino, lo sento, ne ho il presentimento... questa volta _ci lascio la pelle_...» Sorrise, poi esclamò «Addio, addio, ricordati di me!»
Entrò nel vagone, il treno partì, e io rimasi mesto, quasi atterrito. Pochi giorni dopo, ossia il 27 maggio, egli moriva all’assalto di San Fermo, alla testa della sua compagnia. Povero e generoso Carletto!
NOTA.
[34] Rammento ancora qualche nome dei giovani che s’arruolavano, e che rivedevo, con una grande commozione, presentarsi alla Commissione di arruolamento. C’erano tra questi moltissimi miei amici. Chissà quanti ne dimentico, ma mi si perdonino, dopo tanti anni, gli errori della memoria. Prego quelli che avessi dimenticati a ricordarmi i loro nomi. Tra i molti ricordo Rinaldo Taverna e Luchino Dal Verme, ora generali, Lodovico Trotti, che s’arruolava di nuovo dopo aver fatta la campagna del ’48 come ufficiale d’artiglieria, e sebbene padre di tre bambine; tre fratelli Visconti di Modrone figli del Duca, Gerolamo e Giacomo Sala, Luigi Esengrini, il conte Pietro Cicogna, il Conte Alfonso di Saliceto, il principe Gian Giacomo Trivulzio, il conte Arconati, i conti Alfonso e Annibale Sanseverino, Giacomo Battaglia, Malachia De Cristoforis, i fratelli Mancini, Emilio Guicciardi, Alfonso Carcano, i fratelli Caccianino, Augusto Verga, Gerolamo Fadini, Cartellieri, Galbiati, Eleuterio Pagliano, Giulio Vigoni, Michele Redaelli, De Albertis, i fratelli conti Belgioioso, tra i quali Carlo ora generale, i fratelli Emilio e Giuseppe Rapazzini, i fratelli nob. Steno e Luigi Majnoni, che divennero generali, Cesare Cavallotti, ora colonnello, nob. Carlo Porta, avv. Ercole Torri, nob. Carlo Dall’Acqua, nobile Andrea Della Porta, fratello dell’ucciso in duello, Gustavo Viola, da me citato pel duello, Silvio Della Torre, ispettore alla Banca Popolare, i fratelli Achille ed Edoardo Frigerio, l’uno ora colonnello e l’altro generale, Paolo Frigerio, che nel 1866 ebbe l’onore di combattere nello storico quadrato di Villafranca quale capitano, il conte Camillo Dal Verme ed Armando Vitali, ambedue valorosamente morti nel 1866 a Custoza, nob. Lavelli De Capitani, Alberto Corbetta, ferito a Custoza, nob. Cristoforo Manzi, nipote di Luciano Manara, i fratelli Luigi e Carlo Biffi, nob. Carlo Manzoli, ferito in quella guerra, nob. Lorenzo Greppi, Riccardo Gavazzi, Giulio Adamoli, nob. Diego Melzi, Senatore Giuseppe Robecchi, superstite dei valorosi combattenti di Roma 1849, D’Adda march. Luigi, Francesco Ponti, Gerolamo e Gian Luca Padulli, Del Mayno Luchino, Cesare Finzi, Antonio Greppi, Medici di Marignano Lorenzo, Gaetano e Carlo, Melzi Diego, Pullè Leopoldo, Robaglia Gaetano, Cesare Stucchi, Arconati march. Gian Martino, Carlo Baldironi, Franco Fadini, Alfredo Ulrich, Carlo Calvi Patroni, Enrico Borromeo, Filippo Castelbarco, Luigi Mainoni, Norberto e Francesco Del Mayno, Ernesto Turati, Adalberto Barbò, Luigi Biffi, Cesare Cavi, Alessandro Piola, Brambilla Giulio, fratelli Averoldi e fratelli Martinengo di Brescia, Cesare Menghini di Mantova, Carlo Marocco, Prinetti, morto in guerra. Arici di Brescia, Gigi Caroli, Max Fadini, Mazzoni, Pavia, Bolchesi, Bianchi d’Adda.... e mi perdonino i molti altri che non rammento. Li prego di nuovo di ricordarmi i loro nomi.
CAPITOLO XXVIII.
1859.
III.
_Sommario:_ Mio fratello Emilio è nominato Commissario Regio al campo di Garibaldi. — Le istruzioni dategli da Cavour. — Due giorni dopo Emilio mi telegrafa di seguirlo. — Parto per Vercelli e per Arona. — Attraverso di notte il lago Maggiore con Nievo e Griziotti, scortando quattro obici. — Giungiamo a Varese. — Vedo Garibaldi che ritorna da Como. — Ordini nei paesi comaschi e nella Valtellina per insorgere. — Contrordini dal quartier generale. — Giungono tardi. — Una Commissione di cittadini Sondriesi si presenta a Garibaldi per chiedere soccorsi. — Sono _incaricato_ del Commissariato Regio per la Valtellina. — Accoglienze festose, patriottiche. — Condizioni della Valtellina in quei giorni.
La sera del 22 maggio 1859 mi trovavo, con alcuni amici, seduto a un tavolino del caffè Fiorio, quando a un tratto entrò un usciere del Ministero e andò al banco a confabulare col padrone. Il padrone, poco dopo, accostandosi al nostro tavolino e mostrandoci una lettera, ci domandò se qualcuno di noi conoscesse la persona alla quale era indirizzata.
La lettera era indirizzata a mio fratello Emilio; e poco mancò che quell’usciere non mi buttasse le braccia al collo per la consolazione. Aveva girato inutilmente parecchi alberghi e parecchi caffè, e aveva l’ordine di girar tutta Torino, con una carrozza finchè avesse trovato quel signore a cui la lettera era diretta.
Erano le 10, e sapevo che a quell’ora avrei trovato Emilio o in casa Correnti o in un caffè che frequentava con alcuni suoi amici; e qui infatti lo trovai. Mezz’ora dopo Emilio, ed io, con l’usciere ch’era raggiante, salivamo le scale del Ministero degli Esteri. La lettera non conteneva che poche parole con le quali Luigi Farini, in nome di Cavour, pregava Emilio di recarsi subito al Ministero. Un invito simile, in quei momenti, a quell’ora, non era cosa da poco, sicchè non solo con curiosità, ma con ansietà accompagnai Emilio, fermandomi in una antisala del Ministero ad aspettarlo. Dopo poco più di mezz’ora, lo vidi uscire da un salotto, accompagnato e salutato con molta espansione da Cavour e dal Farini.
«Dunque?» domandai a Emilio appena fummo sulla scala.
«Dunque, si parte,» mi rispose con la solita calma. «Accompagnami subito all’albergo, perchè ho appena il tempo per fare la valigia.»
«E dove vai?»
«Vado a raggiungere Garibaldi che domattina passerà il Ticino, e io devo essere con lui per assumere l’uffizio di Commissario Regio nei paesi ove si entrerà.»
Sul dialogo avuto col Cavour, sulla missione che gli era affidata, sulle istruzioni ricevute, potè dirmi in quel momento ben poco. Si andò subito all’albergo, poi alla stazione, ove si stava intanto apparecchiando una macchina, e una carrozza che dovevano condurre Emilio a Vercelli, punto estremo occupato dalle nostre truppe. Alla Stazione trovammo un impiegato del Ministero con varie lettere per Emilio, una delle quali era diretta al Cialdini che doveva far scortare Emilio oltre gli avamposti.
La locomotiva fischiò; un po’ commossi ci abbracciammo, e Emilio mi disse: «Starai a vedere quello che succederà, per un paio di giorni, poi sarà forse bene che tu mi raggiunga.»
Solo parecchi mesi dopo seppi dal Farini stesso come era avvenuta la chiamata di Emilio e quale era stato il dialogo di quella sera nel salotto del conte di Cavour.
Garibaldi in Lombardia doveva assalire ai fianchi l’esercito austriaco e far sollevare i paesi alle spalle di questo. Cavour voleva, e lo disse anche ad Emilio quella sera, che i Francesi entrassero in un paese già tutto insorto, e non apparissero essi i liberatori d’un paese sottomesso e tranquillo. Ma nel tempo stesso che voleva accendere la rivoluzione, Cavour voleva all’occorrenza dominarla e dirigerla: bisognava quindi mettere accanto a Garibaldi un uomo politico per dirigerne l’azione rivoluzionaria, e tenerla in quei confini politici, che erano negli intendimenti del ministro; compito certamente non facile.
Cavour da due giorni andava cercando la persona a cui affidare quella missione; s’era rivolto a parecchi uomini politici ma a nessuno era sembrato accettabile un simile incarico, che doveva svolgersi fra tante difficoltà e tanti pericoli.
Così era venuta la sera del 22; Garibaldi avrebbe tra poche ore passata la frontiera, e il Commissario Regio ancora non c’era. Cavour era furioso, e usciva in parole vivacissime contro quanti aveva interrogati, come soleva quando imbattevasi in gente che gli sollevassero delle difficoltà.
A un tratto il Farini ebbe un’idea.
«E se si cercasse qualcuno, disse, tra gli emigrati più notevoli...»
«Ben più a ragione mi diranno di no!»
«Eh, chi sa. Per esempio... se chiamaste Emilio Visconti? È un giovane assai popolare in Lombardia, e per molte ragioni potrebbe essere adattatissimo.»
«È vero, ma come potrei io fargli una simile offerta? Ma pensate che, se per disgrazia fosse fatto prigioniero, gli austriaci lo tratterebbero come un suddito ribelle e me lo fucilerebbero!»
«Il tempo incalza, conchiuse Farini, provate, chiamatelo, e sentite che cosa vi dirà lui.»
Cavour, quando Emilio entrò nel suo gabinetto, gli espose in poche parole di che cosa si trattasse, soggiungendo che non avrebbe osato insistere di fronte a considerazioni, che nel caso di lui avevano una speciale gravità.