Ricordi di gioventù

Part 29

Chapter 293,664 wordsPublic domain

Se ne fecero delle chiacchiere! Si continuò fino a notte inoltrata, finchè il vino, la stanchezza, i discorsi, m’ebbero rifinito. Non ne potevo più; finalmente il mio ospite, che per suo conto avrebbe continuato a chiacchierare e a bere, mi condusse in una camera ove c’era un gran letto, e datami la buona notte mi raccomandò di non uscire prima che venisse lui a prendermi.

Quando venne, il sole era già alto e io dormivo placidamente ancora. Egli mi disse d’aver fatto intanto un giretto d’esplorazione nei dintorni, e d’aver osservato che il passaggio del Ticino era divenuto ormai quasi impossibile. Le rive del fiume erano continuamente percorse da pattuglie di ussari; i barcaiuoli, minacciati continuamente dai gendarmi, non osavano più muovere le barche; a voler passare c’era da prendersi una schioppettata.

— «Però lei passerà» conchiuse il mio ospite. «Ne ho fatti passare dei giovanotti!... e lei, sangue freddo, e faccia franca!»

Poco distante c’era un ufficio di Dogana, con un Commissario di Polizia. Il mio ospite conosceva il Commissario, gli aveva fatto visita poco prima, e gli aveva detto ch’era arrivato l’ingegnere capo d’una ferrovia progettata, di cui si parlava in quei giorni. Io, dunque, dovevo essere l’ingegnere, venuto a visitare le vicinanze della Dogana.

Eccoci dunque sulla strada che conduce all’ufficio della Dogana, ed ecco poco dopo il Commissario, che avendoci veduti mi veniva incontro a complimentarmi. In quel momento il mio cappello a tuba tornava opportunissimo, come se lo avessi preso apposta per la circostanza.

— «Dunque è vero che si sta studiando il prolungamento della ferrovia a cavalli di Tornavento?» mi chiese il Commissario.

— «Si studia, si studia,» risposi col fare circospetto di chi non vuol entrare in particolari.

Il Commissario amava discorrere, ed era molto ossequioso; io serbavo un contegno pieno di dignità.

— «Dicevo questa mattina al signor Ernesto, venuto gentilmente a salutarmi,» prese a dire il Commissario, «che sarebbe questa una bella occasione per me, se potessi impiegare mio figlio nella Società, di cui sento ch’ella è l’Ispettore... Non avrei osato raccomandarglielo, ma... il signor Ernesto Tirinanzi mi ha fatto coraggio...»

Sentivo in quel momento, per la prima volta, che il mio ospite si chiamava il signor Ernesto Tirinanzi.

Accolsi con _benevolenza_ la raccomandazione del Commissario; gli feci alcune interrogazioni sul figlio; e levato di tasca il portafogli presi degli appunti, incoraggiando il mio ossequioso interlocutore a mandarmi, col mezzo del signor Tirinanzi, un’istanza regolare e documentata.

Mentre il Commissario si profondeva in ringraziamenti, il signor Tirinanzi gli domandò se il signor Ispettore, cioè io, avrebbe potuto portarsi per una mezz’oretta sulla riva destra del Ticino per certi studi che stavo facendo.

— «Veramente,» rispose il Commissario, «in questi momenti non si potrebbe... però...»

— «Oh, ma io» soggiunsi «non ho alcuna fretta... al caso, più tardi, un’altra volta...»

— «No, signor ingegnere, cioè signor Ispettore, se vuol portarsi sull’altra riva, per darci un’occhiata, è meglio che ci vada subito, intanto che non ci sono i soldati. Lasci fare a me, signor ispettore...» e chiamò quattro guardie di finanza.

Poco dopo, colle guardie e col signor Tirinanzi, entrai in una barca della finanza; il Commissario si scusò di non poterci accompagnare, per non abbandonare il posto; e in pochi minuti toccammo la sponda piemontese.

Così io potei compiere la mia fuga, attraversando il Ticino sotto la scorta delle guardie di finanza.

Fattici i reciproci complimenti per aver bene rappresentata la nostra commedia, dissi al signor Tirinanzi: «Io sono al sicuro, ma lei deve tornare a casa... come l’accomoderà col Commissario?»

— «Il Commissario capirà che l’ho canzonato, ma gli converrà di tacere. Ora, lei dovrà andare a Oleggio, poi a Novara, ove prenderà la strada ferrata per Torino. Bisognerà però che fino a Oleggio l’accompagni io, diversamente traverso le boscaglie c’è da perdere la strada.»

Si andò insieme a piedi a Oleggio, poi da Novara mandai subito un telegramma a Milano per tranquillare mia madre e mio fratello Enrico.

A Oleggio salutai, abbracciandolo, il signor Tirinanzi, e cercai alla meglio di esprimergli tutta la mia riconoscenza. Ci scrivemmo di tanto in tanto per parecchi anni, e ci vedemmo pure qualche volta. Di lui rammenterò sempre la cordialità con cui mi ospitò, e il sentimento patriottico con cui protesse me, che gli ero sconosciuto, come se fossi un suo figlio.

NOTA.

[33] Tra gli amici intimi che avevano in passato fatte liete le serate di casa Dandolo, e che ora circondavano il povero amico che si spegneva, rammento, oltre al dottor Signoroni, i fratelli Mancini, i Carcano e i Caccianino; l’ingegnere Pirovano, Alfredo Ulrich, Costantino Garavaglia, il conte Ignazio Lana, Ignazio Crivelli, il marchese e la marchesa Crivelli, il pittore Chialiva, le famiglie Piola e Fontana.

CAPITOLO XXVII.

1859.

II.

_Sommario:_ Arrivato a Torino vi trovo mio fratello Emilio giunto quel giorno stesso. — Le circostanze che accompagnarono la sua fuga da Milano. — Una lettera di G. B. Guy. — I volontari. — La Commissione d’arrolamento e le scuole militari preparatorie. — Giuseppe Massari. — Casa Arese e casa Correnti. — Sirtori. — Il processo, a Milano, per la dimostrazione del funerale Dandolo. — L’interrogatorio della contessa Ermellina Dandolo. — Un’udienza del Conte di Cavour. — Formazione dei Cacciatori delle Alpi. — Le vie di Torino affollate da cittadini che venivano da ogni parte d’Italia. — Voci dubbiose o sconfortanti che vengono tratto tratto da Parigi. — Ansietà pubblica, e fede in Cavour. — L’arrivo dei plenipotenziari austriaci che intimano il disarmo: rifiuto del Governo Piemontese. — La seduta della Camera dei deputati in cui Cavour chiede i pieni poteri. — La dichiarazione di guerra, il proclama del Re all’esercito. — Napoleone interrompe le relazioni coll’Austria. — Il Mezzacapo destinato a prendere il comando delle forze insurrezionali in Romagna arruola alcuni giovani da condur seco, nel cui novero sono accolto io pure. — Cavour nomina una Commissione consultiva di lombardi per predisporre i primi decreti amministrativi con cui iniziare il nuovo Governo in Lombardia, e sono chiamato anch’io a prendervi parte. — L’arrivo dei primi soldati francesi e il duca di Chartres. — Accoglienza entusiastica alle truppe francesi nelle vie di Torino. — L’addio di Carlo De Cristoforis.

Da Novara a Torino mi trovai in vagone con parecchi giovani, che avevano da poco passata la frontiera, e che tutti narravano le loro peripezie di quella mattina, o del giorno innanzi. Cantavano come coscritti, e il _dagliela avanti un passo_ era il ritornello comune.

Tra quei giovani c’era un bergamasco, il Caroli, allegro e chiassoso più di tutti. Povero giovane! chi gli avrebbe allora predette le terribili vicende a cui era destinato! Dopo la campagna, implicato in una questione delicata con Garibaldi e perciò mal veduto dai garibaldini, andò in Polonia col Nullo; prese parte all’insurrezione, fu fatto prigioniero, e condannato alla fucilazione. Il nostro ambasciatore, Pepoli, gli salvò la vita; ma il Caroli fu deportato in Siberia, ove poco dopo morì.

Tra i canti e l’allegria si giunse sul far della sera a Torino. Scesi all’albergo _Europa_, ove la fortuna volle che trovassi anche mio fratello Emilio, arrivatoci quella stessa mattina. Ci raccontammo le nostre avventure, lieti d’essere giunti felicemente alla _Mecca_, come si diceva allora, e senza il menomo timore che quello potesse essere il primo giorno d’un esilio; tanta era in noi, come in tutti, la fede che presto casa nostra sarebbe stata libera per sempre.

Quali erano state le peripezie di mio fratello Emilio, dopo che ci eravamo salutati al caffè Cova? Come mai era riuscito a lasciar Milano e a giungere a Torino? Emilio era stato aiutato da un amico, G. B. Guy, al quale, mentre scrivevo questi ricordi, mi rivolsi per farmi ripetere i particolari della fuga di Emilio, temendo dopo tanti anni di averne scordati parecchi. Ecco ciò che l’amico Guy mi rispose:

«_Mio buon amico_,

«Poichè me ne mostri il desiderio, eccoti quanto raccolgo da alcune note, e da quanto ritrovo nella mia memoria.

«Nel 1859 io abitavo nella via Rovello, in casa Cagnola. Il 26 febbraio, fui interpellato dal mio padrone di casa, Battista Cagnola, il quale sapeva ch’io avevo una villa e un podere presso Belgiojoso, se mi sentivo in grado di condurre in salvo un _pesce grosso_.

«Presi consiglio da mio padre e da mio zio, vecchi ed esperti cacciatori delle boscaglie del Po; risposi che me ne assumevo l’incarico, e diedi parola di far tutto il possibile di riuscire.

«Allora mi si disse il nome del _pesce grosso_, ed ebbi la compiacenza di udire il nome di Emilio, mio amico, come sai, e già mio compagno di scuola, quando si andava allo stabilimento Boselli. Misi per condizione che mi si fornissero i cavalli e la carrozza, per non dare nell’occhio coll’usato _equipaggio_ del mio fittabile noto _urbi et pago_.

«Il 27 si partì alle 4 pom. Si giunse a notte, dopo trenta chilometri di strada, a Filighera, a casa mia, chiamata, in luogo, il _Palazzo_, con sorpresa, e bocche aperte, della famiglia del custode.

«Condussi Emilio nella camera terrena, la più lontana dall’entrata; e, snocciolata al custode la frottola predisposta per uso del paese, feci preparare quel po’ di _pappatoria_ che a quell’ora si poteva racimolare in un povero paesello. Per conto mio posso dire che più che il timore patii il digiuno. Poi andai subito a Belgiojoso, che dista un chilometro. Mi recai dai fratelli Strambio, già capitani garibaldini, e miei commilitoni a Roma nel 1849 al _Vascello_, e chiesi loro il modo più sicuro per contrabbandare l’amico. Essi mi dissero che la faccenda era seria assai, perchè i Croati del così detto _Cordone militare_ avevano la consegna di tirar fucilate su tutti i battelli che tentassero la traversata del Po. Il solo ripiego che poteva offrirsi era quello di tentare il tragitto, nascosto sotto un carico di fascine che dai boschi del Po venivano giornalmente recate alla sponda piemontese.

«La proposta non m’andava. Emilio non era gran che robusto, ed era miope per giunta.

«Dopo altre proposte, le più disparate, si concluse che era meglio tentare la via diretta.

«In onta ai rigori austriaci, gli scambi di vino, di legna, e del così detto _parmigiano_, erano continui tra le due sponde.

«La mattina del 28 febbraio, saliti io ed Emilio su una vecchia carrettella da caccia, ci avviammo, per Belgiojoso e Sostegno verso il Po. Giunti alla piarda, ch’è la discesa dall’argine al fiume, un caporale croato ci si fece vicino e ci domandò dove andavamo.

«— _Noi star mercanti, risposi, vendere formaggio mercato Stradella, tornare stassera._ —

«Il caporale ci volse le spalle. Fu un terno al lotto! L’ufficiale di picchetto non si volle scomodare. Le chiatte per tragittare erano alla sponda opposta; lasciato il legnetto stemmo ad aspettare. A un tratto si sente da lontano un rombo del cannone. Che cos’è? Che mai sarà?... Emilio salta in piedi, ed esclama:

«Tuona il cannone a Milano, e io devo fuggire? Ah, io ritorno!

«Non è possibile che qui s’oda il cannone di Milano» rispondo io. Ma lui insisteva; alla fine dissi risolutamente. «Ho data la mia parola, io devo condurti, ad ogni costo a Stradella. Di là potrai ritornare se ti garberà.»

«Ma Emilio fremeva. Per buona sorte capitò un boscaiolo che, interrogato, ci disse ch’era il cannone di Piacenza ove ogni giorno c’eran degli esercizi di tiro.

«Giunta la chiatta, vi salimmo, e toccata la sponda opposta, mezz’ora dopo eravamo a Stradella.

«Giubilante per la buona riuscita, baciai l’amico. Non dovevo rivederlo che alla fine di maggio, a Como, dopo la giornata di San Fermo, quand’ero nei Cacciatori delle Alpi.

«Rifeci la strada senza fastidii; rividi lo stesso caporale, che forse pensava alla sua Croazia, e intanto non mi chiese conto dell’altro mercante.

«A sera tarda, appena giunto a Milano, mi presentai a tua madre, quell’ottima Signora che io avevo conosciuto da giovanetto, e le dissi soltanto: «Emilio alle tre partiva per Torino!»

«Essa, poveretta, mi strinse tra le braccia, e mi baciò!

«Amichevolmente ti saluta il tuo

«B. GUY.»

Torino in quei giorni presentava un’insolita animazione. Sotto i portici si udivano già tutti i dialetti d’Italia. I dialetti lombardi spiccavano chiassosamente, ed era un continuo rallegrarsi tra comitive di giovani, che incontrandosi si raccontavano le vicende delle loro fughe e del loro arrivo in Piemonte. Già si vedevano molti di questi giovani girare impettiti e gloriosi nella loro uniforme di soldato semplice. In poco più d’una decina di giorni rividi quasi tutti i miei amici di Milano, e le persone più note della società milanese.

Nelle vie di Torino si incontravano in quei giorni i rappresentanti delle più illustri famiglie di Lombardia e del Veneto, venuti a chiedere il loro posto d’onore nelle file dell’esercito piemontese. Quelli che vi avevano servito nel 1848 e nel 1849 riebbero facilmente i loro gradi; i nuovi entravano come semplici soldati nella cavalleria o nei corpi da essi indicati; altri, erano arrolati nelle compagnie di volontarii che venivano a mano a mano formate; le prime furono quelle chiamate i _Cacciatori delle Alpi_, di cui ebbe il comando Garibaldi.

Della loro prima formazione fu incaricato il generale Cialdini, e Cosenz ebbe il comando, quale colonnello, del primo deposito che se ne fece a Cuneo.

L’affluenza dei volontari aumentava ogni giorno: era un torrente; e nello spazio di poco più d’un mese ne accorsero in Piemonte come dicemmo, circa dieci mila.

Il Governo aveva istituita una Commissione di arrolamento, incaricata d’accogliere tutti questi giovani, vagliandoli e mandandoli, a seconda dei casi, nei corpi dell’esercito regolare, o nelle compagnie dei volontari. La Commissione era composta di militari, di qualche cittadino torinese e di qualche lombardo. Tra questi ci fui anch’io[34].

Pei giovani laureati, o che avevano diplomi e titoli equivalenti, fu istituita a Ivrea una scuola preparatoria per farne in breve degli ufficiali. Feci anch’io subito la mia domanda per esservi ammesso; fui dichiarato abile, e in attesa d’esser chiamato, mi misi a studiare i regolamenti militari. Rammento che quando, tutto giulivo, informai mio fratello Emilio della mia determinazione, egli se ne congratulò con me, e mi abbracciò cogli occhi pieni di lacrime.

Ma, presto, altri fatti dovevano decidere diversamente di me.

In quei giorni conobbi presto un nugolo di gente, d’ogni parte della Penisola, che affluivano a Torino, ove si può dire che battesse il cuore d’Italia. Emilio mi presentò a Giuseppe Massari, che alla sua volta conosceva tutti, ed era una fonte copiosa e sicura di notizie, di cui saziava in confidenza gli amici.

Il Massari vedeva di frequente Cavour, il quale in alcune occasioni si serviva di lui; era pure amico di alcuni ministri, e di parecchi ch’erano nella loro intimità: dunque, per le notizie, era un uomo prezioso, e nei momenti di ansietà, di dubbî e di notizie contradditorie, si correva da lui.

Passavo le sere di solito nei caffè, ove mi trovavo con gli amici emigrati, e passavo anche frequentemente qualche ora in casa Arese, o in casa del Correnti. Avevo conosciuto allora il conte Francesco Arese, emigrato del 1848, e diventammo amici. Presso di lui si radunava lo Stato Maggiore, direi, dell’emigrazione e i principali uomini politici, senatori e deputati, del Piemonte: la conversazione in casa Arese aveva un tono altamente patriottico sempre, ma circospetta nell’accogliere le notizie, e nel fare troppo a fidanza colle nostre fantasie. L’Arese a cui tanto deve la causa d’Italia, conosceva meglio di noi tutti le difficoltà in mezzo alle quali doveva procedere Napoleone, che nella questione italiana era sospettato in Europa e isolato in Francia.

Più in accordo coll’intonazione entusiastica e speranzosa di noi emigrati, era la conversazione in casa Correnti. Là si riunivano dei giovani, e dei vecchi _quarantottisti_, emigrati nuovi ed emigrati d’un tempo, _albertisti_ del quarantotto, e mazziniani convertiti. A mano a mano vi capitavano parecchi dell’emigrazione di Parigi, che venivano essi pure a Torino, convinti ch’era il Cavour ormai che conduceva la politica europea. In quei giorni conobbi molti tra i più valorosi nelle campagne del 1848 e 49, che venivano dall’estero e da ogni parte d’Italia a riprendere i loro posti militari nei corpi dei volontari.

Conobbi il Sirtori. Le speranze d’Italia, che ogni giorno si facevano più incalzanti, più sicure, avevano ridata alla mente di lui la calma, l’equilibrio, la lucidità. Il patriottismo e l’onestà della coscienza avevano mutata in lui l’antica fede politica; l’ardente repubblicano altamente proclamava che l’Italia doveva ormai riporre la sua fede nella monarchia, in Vittorio Emanuele e Napoleone. A differenza d’altri capi militari del _quarantotto_, egli non volle subito entrare nei corpi volontari; poichè a quel tempo, non so per quali motivi, egli non era in buon accordo con Garibaldi, e lo diceva apertamente: più tardi si rappattumò con lui, e partì coi _Mille_.

Il suo aspetto, i suoi modi, la sua voce, mi colpirono subito grandemente: alto, magro, coi capelli lunghi alla nazzarena, modesto, gentile, con l’aria inspirata, quando parlava pareva un missionario. Di lui si narravano con ammirazione le prove di valore date durante l’assedio di Venezia; si parlava dell’altezza del suo carattere e della purità de’ suoi costumi. Sebbene avesse abbandonato il sacerdozio, conservava illibati i suoi voti sacerdotali; e tale fu, anche in seguito, la regola della sua vita.

In quell’atmosfera d’entusiasmo, di tanto in tanto soffiava qualche brezza fredda di dubbî o di scoraggiamenti, che diffondevano ad intervalli il malumore e l’ansietà: erano note di governi, articoli di giornali forestieri, o notizie private che circolavano, e ch’eran l’eco dell’ostilità delle Potenze, o dell’avversione della Francia stessa per una guerra in favore dell’Italia.

Cavour conosceva meglio di tutti in quali acque perigliose navigasse, ma procedeva impavido nel suo lavoro di preparazione, come se già tenesse in mano la vittoria. Si andava a vederlo quando usciva dal Parlamento; la folla si apriva dinanzi a lui, e tutti lo salutavano. Egli rispondeva ilare, e con una fregatina di mano. La gente cercava di scrutare le notizie su quel suo faccione sereno e fine, e negli occhi che scintillavano e scrutavano alla loro volta traverso gli occhiali. Eppure in quei giorni quanta ansietà angosciosa, quanti dubbi, erano in tempesta dietro quella fronte serena!

Che cosa era accaduto intanto degli amici, che erano stati arrestati quella notte in cui ero riuscito a sgattaiolare di casa?

Ne erano stati arrestati quattro: Costantino Garavaglia, Costanza Carcano, il dott. Scipione Signoroni, e il moro Latif.

Rimasero in prigione tre mesi, accusati di _complotto_ per la dimostrazione avvenuta in occasione del funerale del Dandolo. Il giudice istruttore del processo fu un tedesco, che chiamavasi Flük. Gli arrestati corsero per un momento un grave pericolo, poichè il Comando militare voleva che fossero condotti in Castello per essere sottoposti a un Consiglio di guerra; ma il Presidente del tribunale Lanfranchi si oppose energicamente, e ricorse a Vienna al Ministero, che gli diede ragione. Il processo fu chiuso in fretta, pochi giorni prima della battaglia di Magenta, e gli accusati vennero prosciolti per mancanza di prove.

Tra i molti che furono chiamati e interrogati, durante il processo, dal giudice istruttore, ci fu pure la contessa Ermellina Dandolo. Avendole chiesto i particolari che la riguardarono nel processo, essa mi diede i seguenti appunti:

«Dopo la mezzanotte del 24 febbraio venne in casa mia un tale, che non conoscevo, che poi seppi chiamarsi Meyer, e che mi disse: Avvisi il conte Ignazio Lana, i Visconti, i Carcano, i Caccianino, Garavaglia, Ulrich, Signoroni, la marchesa Carolina Crivelli, i suoi amici insomma; dica loro che questa notte saranno arrestati. Cercai alla meglio, a quell’ora tarda, di farli avvisare, ma non ci riuscii con tutti. Poi, verso l’alba, capitò il Commissario di Polizia Galimberti, a quei tempi famoso, con alcuni poliziotti; chiese di mio marito, che per fortuna era a Torino, frugò per tutta la casa, e arrestò il moretto Latiff.

«Durante la perquisizione potei distruggere un plico di carte, affidatemi dal povero Emilio, e che tenevo nascoste. Quella mattina stessa mi recai al Tribunale criminale, accompagnatavi da Carlo d’Adda, per chieder conto del mio buon moretto Latif. Fui ricevuta da un consigliere, che chiamavasi Flük, e che mi condusse a vedere il Latif traverso una grossa inferiata d’una gran prigione. Gli feci coraggio, e lo raccomandai caldamente al consigliere perchè, almeno, non lo lasciassero mancar di nulla.

«Il giorno dopo fui chiamata al Criminale, e sottoposta dal Flük a un lungo interrogatorio, sul funerale, e sulla corona. Negai tutto ciò che potevo negare. — E ora dove è questa corona — mi chiese il consigliere. — La raccolsi io nella fossa, la nascosi sotto il mantello, e la tengo in casa come una sacra memoria.

«— Signora, lei mi consegnerà quella corona.

«— E io non ve la voglio dare! —

«— Ebbene, gliela renderemo dopo il processo. Ma siccome lei intanto deve rimaner qui, scriva un biglietto a casa, e mando a prenderla. —

«Poco dopo la corona era sulla scrivania del consigliere. Allora cominciò una discussione comica sul colore delle camelie.

«— _Bianche, rosse e verdi_, diceva il consigliere.

«— Scusi son gialle! — Infatti le bianche erano ingiallite, essendo state sottoterra.

«— Delle camelie gialle non ne conosco, insisteva il consigliere.

«— Ci son queste — replicavo io.

«— Ebbene, scriva _camelie gialle_! — disse alla fine il consigliere, rivolgendosi allo scrivano, impazientito.

«Il giorno dopo ci fu una nuova chiamata per me e per mio marito.

«— E suo marito? —

«Mio marito è a Torino, andatoci per assistere a un funerale pel mio povero Emilio, promosso da Cavour.

«— Lo sappiamo... Ma non sa lei, signora contessa, ch’io potrei farla mettere in prigione! —

«— So che loro possono fare quello che vogliono, ma non temo i fuochi di paglia! —

«— Basta così. Sia prudente, signora — conchiuse sorridendo il consigliere, il quale doveva essere un buon uomo. Poi mi ingiunse di non lasciar Milano; pochi giorni dopo mi permise di andare in Svizzera a vedere mia madre ch’era ammalata, e mi rimandò a casa il moretto. Il quale era stato lui pure sottoposto parecchi interrogatori, ma non gliene avevano cavato nulla. O non apriva bocca, o tutt’al più rispondeva al giudice tedesco: _Mi so nient_. Molte altre persone, amici nostri, erano state chiamate e interrogate, inutilmente. La corona era rimasta appesa in un armadio del consigliere, il quale presto lasciava Milano. Dopo la battaglia di Magenta ricevetti a casa la corona con un biglietto, senza firma, che diceva: _Mi son permesso di levarne due foglie che conserverò per memoria di quell’avvenimento_. Ora la corona si trova al Museo del Risorgimento, insieme ai ritratti e alle uniformi dei miei cari, Emilio ed Enrico.

«ERMELLINA DANDOLO.»

Ora riprendo il filo della mia narrazione, e ritorno a Torino.