Ricordi di gioventù

Part 2

Chapter 23,775 wordsPublic domain

Nell’istituto Boselli la prima classe elementare era tenuta da un certo maestro Pozzi, uomo di moltissimo ingegno, il quale, dopo aver fatto il professore di matematica in un Liceo, aveva voluto dedicarsi ai fanciulli, per esperimentare certi suoi metodi che dovevano condurli a imparare rapidamente il leggere, lo scrivere, un po’ d’aritmetica, ed altre belle cose.

I metodi del maestro Pozzi, davvero ingegnosissimi, consistevano in una serie continua di giochi traverso i quali si imparava in fretta, senza fatica, anzi divertendoci moltissimo. De’ suoi sistemi alcuni sono rimasti, e sono in uso, senza che alcuno rammenti chi primo li introdusse. Tra i suoi scolaretti il Pozzi poi ne sceglieva alcuni, e, sempre a furia di giochi, insegnava loro cose che facevano sbalordire i buoni genitori, quando presentava i suoi piccoli allievi agli esami, come cagnolini ammaestrati.

Ma non c’erano solo i giochetti, c’era di serio nella scuola del Pozzi che l’insegnamento diventava facile, attraente, rapido, senza stancare mai la mente tenera dei bambini, e senza far nascere quelle ripugnanze precoci che ispiravano molte volte le vecchie scuole.

Il maestro Pozzi lasciò la scuola pochi anni dopo, e morì giovane. Tra gli ultimi suoi scolari ci fu mio fratello Enrico, a cui prodigò cure affettuose e pazienti, che non dimenticherò mai.

Mio fratello Enrico, a cagione d’una malattia cerebrale avuta da bambino, era giunto fino agli otto anni senza quasi poter profferire le parole. Si temette da principio che fosse muto; ma non era sordo, e dava segni d’intelligenza svegliata. Mio padre s’intese col maestro Pozzi, il quale a poco a poco, in un paio d’anni, riuscì a snodar la lingua ad Enrico, e a farlo parlare, con un seguito di espedienti ingegnosi e amorevoli.

Mio fratello Enrico diventò un uomo di mente svegliata e acuta; ebbe l’animo buono e giocondo, lo spirito pronto e arguto.

Tutto amore pei suoi fratelli, le sue preoccupazioni, i suoi pensieri, eran tutti, e sempre, rivolti a loro, con un affetto quasi figliale. Finchè visse, le abitudini mie furono le sue; eravamo sempre insieme, in casa, in campagna, nelle conversazioni, nei divertimenti; non ci lasciavamo mai.

Il suo carattere aperto e leale, la grande bontà del suo animo lo rendevano caro ai molti che lo conobbero e che ne cercavano con premura l’amicizia. Morì a 46 anni, nel 1881, e la sua perdita, che rimpiango ogni giorno, mi lasciò privo quasi d’una parte di me stesso.

Il maestro Pozzi aveva per assistente un chiericotto, che pareva avviato a divenir prete; ma quel chierico abbandonò presto il collare e l’insegnamento dell’alfabeto. Più tardi lo ritrovai, quando fui alla Università; si chiamava l’avv. Antonio Mosca e fu mio professore di legge. Dopo il 1859 diventò deputato, e fu un’illustrazione del Foro Lombardo.

Il direttore, Antonio Boselli, aveva dato molta riputazione al suo Istituto circondandosi sempre di ottimi professori. Quanto valesse lui non lo so, ma ne’ suoi alunni non destò l’impressione simpatica lasciataci dai suoi maestri e professori. Ne avevamo paura; era duro, severo, e distribuiva con grande facilità ingiurie e scappellotti, specialmente a quelli che teneva in pensione.

Le prime confidenze su queste abitudini manesche del Boselli le ebbi da alcuni condiscepoli della prima classe ginnasiale. Eravamo in tre sul medesimo banco, e io ero nel mezzo. Fin dal primo giorno feci una grande amicizia coi miei due compagni, e incominciarono le confidenze, mentre si mangiavano i due panini concessi nella mezz’ora della ricreazione. Due panini, nulla di più; i regolamenti scolastici, allora, non permettevano altro, e la concessione d’un po’ di companatico era un affare non facile. Il mio vicino di sinistra era un giovanetto magruccio, pallido, timido; aveva due gran mani, gonfie, rosse pei geloni, e sanguinolenti. Era un convittore, e mi raccontava che il Boselli li faceva alzare col lume nell’inverno prima di scuola, e li metteva a studiare in camerotti freddi, distribuendo poi con facilità fior di ceffoni senza economia; e mi diceva che quando i convittori erano irrequieti, il Boselli, chiamando _morbosa_ l’irrequietudine, somministrava loro dei purganti.

Non so dei purganti, ma dei ceffoni ne pigliava parecchi anche il mio povero compagno. Poverino! e infatti aveva l’aria intimidita e malinconica. Ma non lo era di natura, poichè quando più tardi, divenuto io amico in casa sua, ci ritrovammo, in mezzo ai suoi fratelli, lo rividi vispo, allegro, e tutt’altro che timido. Ma allora mi faceva tanta compassione! Solo mi pareva che un giovinetto così mingherlino, così timido, avesse un nome troppo solenne, troppo da uomo grande; si chiamava Malachia De Cristoforis.

Il mio compagno di destra era molto diverso; aveva dodici anni, era tarchiato, aveva il fare risoluto, e lanciava anche qualche bestemmia, specialmente contro il latino. Suo padre l’aveva messo nella _Pensione Boselli_ solo per alcuni mesi, cioè mentre era assente con parte della famiglia, lasciata in Spagna. Però, diceva questo mio compagno, se nel frattempo il signor Boselli mi somministrasse un qualche ceffone, allora farei una «_conspiracion_ in collegio, e poi un _pronunciamento_, e occorrendo una _revolucion_, come si fa in Spagna.»

«Sei spagnuolo?» gli domandai.

«No, sono di Val Seriana, ma mio padre è cittadino onorario di Saragozza, ove è chiamato _el Dio del do di petto!_»

Io non capivo niente. Ma il mio amico mi raccontò che suo padre in tre _piazze_ dove fece tre _stagioni_, in Spagna, era ricevuto come un _Rey_.

Basti dire che a Toledo gli studenti gli staccarono i cavalli e trascinarono essi la carrozza; a Valladolid illuminarono la città per lui. Quando poi c’era la sua serata, allora fioccavano inviti, poesie, serenate, regali, e si lanciavano pel teatro dei canarini: e il mio amico non la finiva più nel raccontare cose meravigliose, intanto che si sbocconcellavano que’ due panini. Io e gli altri compagni lo ascoltavamo pieni di meraviglia e quasi d’invidia; ci pareva proprio il figlio d’un Re.

Due mesi dopo venne a prenderlo un bell’uomo, senza barba, che cantarellava, intanto che il signor Boselli gli faceva vedere l’Istituto.

Era il cittadino di Saragozza, che veniva a prendere suo figlio per ricondurlo in Spagna. Tutti salutammo affettuosamente il nostro amico, facendo mille propositi per l’anno dopo. Ma l’amico non ritornò più, e non seppi più nulla di lui.

Si andava alla fine d’ogni mese al Ginnasio di S. Alessandro (ora Beccaria) a fare un breve esame, chiamato _esperimento_, su qualcuna delle materie della classe, insieme agli alunni del Ginnasio pubblico. Ci trovavo press’a poco sempre gli stessi scolari, ch’erano molto biricchini e insolenti, soprattutto con noi delle scuole private; per cui correvano spesso delle busse. Parecchi mi canzonavano perchè avevo i capelli rossi, e mi lanciavano dei proverbi popolari poco lusinghieri. Per un po’ fingevo di non badarci; poi ne pigliavo qualcuno, e gli davo una buona strigliatina. Mi dicevano in milanese: _Guardet de la toss e di cavei ross; Qui ross in difficil de conoss_.

Tra questi scolari ne avevo notato specialmente due, che stavano sempre tra loro, col fare brusco e con la faccia accigliata. D’uno seppi più tardi ch’era il figlio d’un Commissario di Polizia; l’altro; ch’era anche il più altezzoso dei due, per un pezzo non sapemmo chi fosse; ma qualcuno tra noi disse che doveva essere il figlio d’un generale, perchè una volta venne a prenderlo suo padre con in capo una feluca.

Un giorno, nell’uscir di scuola, gli domandammo: «E tu chi sei? Chi è tuo padre?» — «Mio padre» rispose in tono fiero il ragazzo «è Commissario di Sanità del Municipio.»

Ma siccome noi avevamo l’aria di non aver capito, e si rideva, il ragazzo replicò, con fare d’importanza e di compassione per la nostra ignoranza: «Mio padre è il Capo che sta al di sopra di chi accalappia i cani!»

Rammento ancora un grosso guaio ch’ebbe una volta mio fratello Emilio nella scuola Boselli. Non so per qual ragione, la sua classe era stata un giorno messa tutta in castigo e privata della ricreazione. Che fecero allora gli scolari? C’era su una stufa grande, e fatta a colonna, un busto in gesso dorato, ch’era il ritratto dell’Imperatore d’Austria; gli scolari, approfittando d’un momento in cui il professore era uscito dalla classe, buttarono una corda al collo del busto, e con una forte tirata lo rovesciarono a terra, mandando tutto in frantumi l’infelice Imperatore[5].

Apriti cielo! I sospetti più gravi caddero su mio fratello Emilio, come ispiratore e principale esecutore del delitto. Boselli, a buon conto, gli diede una terribile lavata di capo, accompagnata da parole ingiuriose; mio fratello allora mise i suoi libri sotto il braccio, e se ne andò a casa. Il giorno dopo, mio padre accomodò la faccenda alla meglio.

Boselli, quando ci strapazzava, soleva dedurre dalle nostre scappatelle le più terribili conseguenze: «Si incomincia colla disobbedienza, poi di questo passo si finisce sulla forca!»

Molti anni dopo, nel 1853, vennero i processi di Mantova, le forche furono rizzate davvero, e mio fratello Emilio corse un grave pericolo. «Che Boselli l’avesse indovinata?» mi disse un giorno Emilio. Infatti c’era mancato poco.

Ma i vecchi alunni del signor Boselli dovevano presto perdonargli le strapazzate, gli scappellotti, i purganti, e i suoi pronostici, poichè venute le _Cinque Giornate_, egli fu tra i primi ad accorrere al Broletto, che fu uno dei punti di ritrovo dell’insurrezione, e vi rimase ucciso.

Devo però dire che, a quei tempi, il migliore dei miei maestri è stato mio padre. Egli ci faceva, dopo la scuola, delle ripetizioni, ch’erano vere lezioni, e con grande amorevolezza e chiarezza c’insegnava ben più di quanto avevamo sentito, e talvolta non capito a scuola.

Con mio fratello Emilio, maggiore di me, come dissi, e che era dotato di molta precocità d’ingegno e di molta volontà di studiare, le lezioni eran lunghe, ed erano seguite poi da discorsi istruttivi durante le passeggiate che si facevano dopo le lezioni. Molte volte ci accompagnava nelle passeggiate il poeta Giuseppe Rèvere, anzi ricordo che parecchi de’ suoi bei sonetti li scrisse in casa nostra.

Uno dei modi di educazione di mio padre era quello di stare co’ suoi figli più che poteva, di esigere da noi una confidenza illimitata, ricambiandocene molta, e di considerarci come persone un po’ superiori alla nostra età; così ispirava in noi il sentimento della responsabilità e del dovere. Eravamo trattati da piccoli uomini, cosa che ci lusingava assai; per cui era grande il nostro impegno per tenerci a quel livello.

In Valtellina, ove passavamo le vacanze, mio padre alle volte interrompeva i miei spassi, non di rado un po’ sfrenati, coll’affidarmi qualche incombenza campestre, in cui ci volesse dell’assiduità e dell’attenzione. Non è a dire come ne fossi superbo, e con quanta serietà mi ci mettessi. Ciò avveniva specialmente nel tempo delle vendemmie, che mio padre, buon agricoltore e buon enologo, dirigeva in casa sua diligentemente, introducendo metodi allora nuovi, e prendendo Emilio e me come suoi aiutanti.

Mio padre amava i contadini e ne era fortemente riamato; volontieri s’intratteneva con loro, s’occupava dei loro affarucci, e il suo studio era sempre frequentato da contadini che venivano a chiedergli aiuti e consigli. Specialmente affezionata gli era l’intera popolazione di Grosio, colla quale la nostra famiglia aveva avuto da parecchi secoli, tradizionali legami di interessi e di affetti.

Sentimenti riaccesi anche più vivamente da non lontane memorie: quelle che si riannodavano al mio avo, don Nicola, il quale, anche in mezzo alle gravi occupazioni della sua vita operosa, non aveva mai dimenticato i suoi Grosini, ed era stato in ogni occasione difensore e consigliere amorevole degli affari loro e del Comune.

C’erano in quel tempo in Tirano parecchie buone e distinte famiglie, ora in parte scomparse; e noi ci avevamo anche dei parenti, poichè mio padre aveva tre sorelle che si maritarono in Valtellina, nelle famiglie Cattani, Quadrio e Merizzi. Tra i parenti voglio ricordare specialmente due, che lasciarono nel mio animo una cara e indelebile memoria; e questi furono un cognato di mio padre, don Antonio Merizzi; e un suo cugino germano, don Luigi Quadrio, prete e parroco nel paesello di Bianzone.

Don Luigi Quadrio era un sacerdote severo nella condotta, dignitoso nella persona; aveva ingegno, coltura, idee larghe e liberali, come molti a quel tempo nel clero lombardo. Modestissimo, nemico di ogni rumore mondano, non volle cariche, che lo avrebbero condotto a diventar Vescovo, e passò la maggior parte della sua vita nei paeselli di Bianzone e di Mazzo in Valtellina, amatissimo dal popolo, venerato dal clero, dedito ai suoi studi e alle cure intelligenti e solerti della sua piccola parrocchia; spendendo tutto il suo in beneficenza. Tra lui e mio padre c’era un grande accordo di sentimenti e di pensieri; c’era un legame d’affetto quasi fraterno, che il buon sacerdote continuò con noi pure, fin che visse.

Dopo il 1840, una prima e lieve aura di risveglio nazionale aveva cominciato a spirare in Italia coi Congressi scientifici, ch’erano stati avviati in alcune città.

Al Congresso, che si doveva tenere in Milano nel 1844, si voleva dare una speciale importanza, e perciò se ne cominciarono i preparativi fin dall’anno prima. Vi prendevano parte le persone più notevoli e più colte di Milano; si preparavano temi e studi di argomenti patrî e cittadini. C’era in tutti un ridestarsi di attività, di intendimenti patriottici, e di vaghi presentimenti.

Il Cattaneo, che preparava il suo libro sulle _Condizioni morali e civili della Lombardia_, s’era rivolto a parecchi studiosi per avere delle notizie economiche, statistiche, morali, riguardanti le diverse provincie lombarde. Si rivolse a mio padre per aver quelle della provincia di Sondrio.

Mio padre si mise al lavoro, e fece una completa monografia della Valtellina, che per la sua importanza non fu trasfusa nel libro del Cattaneo, ma fu per intero pubblicata negli _Annali di statistica_. Presentata al Congresso, ne ebbe grandissime lodi, e mise allora in vista mio padre, che viveva di solito in un modesto riserbo, e gli diede molta notorietà. Fu allora che entrò in relazione più intima con quel gruppo di studiosi, fra i quali Cesare Correnti, che poco dopo dovevano diventare uno dei nuclei più importanti dell’azione e della lotta politica.

Mio padre era socio, e assiduo frequentatore, della Società d’Incoraggiamento delle scienze, lettere ed arti, che aveva una ricca biblioteca, ed era un ritrovo di studiosi, ma che, per la natura dei tempi, limitavasi ad essere poco più d’un casino di lettura. Nell’occasione del Congresso si pensò di risollevarla e di farne un centro di studi attivi e fecondi. Si nominò una Commissione incaricata di stendere il programma; mio padre ne fu il presidente, e lesse una prima relazione sull’argomento. Io allora ero un giovanetto, e non saprei dire quali fossero gli intenti di mio padre e della Commissione; solo ricordo ch’egli ne discorreva calorosamente col Correnti, col Rèvere, e col conte Carlo Porro, in un locale municipale ove il Porro si occupava dei primi ordinamenti del nascente Museo di storia naturale. Vi si radunavano parecchi, che non conoscevo, e mio padre, che ci aveva sempre con sè, vi conduceva Emilio e me. Più volte vi sentii parlare della Società Palatina, onore in passato di Milano, e augurio di speranza per l’avvenire.

Il conte Porro doveva morire subito dopo le Cinque Giornate, come vedremo, ucciso da un soldato, mentre era condotto prigioniero ed ostaggio. E ben presto doveva morire mio padre.

Mio padre era pure tra i frequentatori della casa di donna Anna Tinelli, signora colta, e nota a Milano pel suo talento artistico e per le sue belle miniature. Nel suo salotto conveniva un piccolo mondo politico, quale era compatibile coi tempi, ed erano avanzi di gente complicata nei movimenti del 1831. Il marito di lei era stato processato e condannato in contumacia, e s’era riparato in America. Anche donna Anna era stata inquisita dallo Zaiotti, e se n’era liberata con fermezza e con presenza di spirito. Durante il processo Paride Zaiotti soleva interrompersi con qualche storiella, poi ripigliava il filo, per confondere gli inquisiti. Una volta avendo ricevuto una lettera, s’interruppe ridendo: «Ecco uno che mi scrive — al Signor Adone Zaiotti; — le pare che io sia un Adone Zaiotti; — le pare che io sia un Adone?» E donna Anna prontamente: «Non è un Adone, ma non è neanche un Paride!» Zaiotti riprese il fare brusco.

Da donna Anna andavano pure assiduamente Arese, Belcredi, il marchese Gaspare Rosales, i genitori miei e di mia moglie, e parecchie altre persone appartenenti a famiglie cospicue, liberali ed anti-austriache.

Ai primi di settembre del 1846, finite le scuole, che allora duravano tutto il mese d’agosto, si partì per Tirano.

Le vacanze di quell’anno incominciarono con auspici che si sarebbero detti più lieti del solito. Mio padre aveva incominciato uno studio economico sulla Beneficenza religiosa e la Beneficenza civile, e correggeva le bozze d’una seconda edizione, di molto ampliata, del suo libro sulla Valtellina. Queste occupazioni, le sue nuove amicizie, il nuovo campo d’attività intellettuale che presentiva, erano argomento in quei giorni d’una viva soddisfazione nell’animo suo, e lo distraevano da una preoccupazione malinconica che lo turbava da parecchio tempo in seguito a un caso disgraziato che gli era avvenuto.

Il caso era stato che nel ritornare dalla Valtellina, una notte, la _Diligenza_ in cui si trovava era ribaltata da un’alta ripa, tra Sondrio e Morbegno. Un certo Scala, di Grosotto, che si trovava nella Diligenza, era rimasto morto; e a mio padre, in seguito alla scossa avuta, era andata mano mano indebolendosi la vista d’un occhio, fino ad offuscarsi completamente. Questo fatto lo impensieriva assai, e gli aveva lasciato dei presentimenti dubbiosi e mesti.

Ora, il mutamento improvviso delle sue abitudini solite veniva con molta opportunità a sviarlo dai pensieri molesti, e a ridargli la calma serena dell’animo e l’attività geniale della mente.

Mia madre, che lo adorava, ne gioiva ed era in vena di vivacità e di spirito più che mai.

Io poi avevo dentro di me una secreta gioia, che mi faceva parere quell’autunno il più bello di tutti. Mio padre, per non so quale disgusto che aveva avuto col direttore Boselli, aveva fissato di farci continuare gli studi in casa, alla ripresa delle scuole.

S’era fatto intanto un programma di escursioni sui monti e di scarrozzate, e si principiò con una gita a Poschiavo in una numerosa compagnia. A Poschiavo allora s’andava per una strada appena carreggiabile, a cavallo o su carrette. La brigata non poteva essere più allegra; e ricordo che mia madre fu in quel giorno (e doveva esserlo per l’ultima volta nella sua vita), della più gioconda festività.

Nel ritornare, sulla sera, fummo sorpresi da un temporale e da un forte acquazzone. Per un tratto di strada non breve non trovammo ove ripararci, e intanto soffiava un vento gelato che veniva dalle gole del monte Bernina.

Nella notte mio padre si sentì male; gli si sviluppò un violento malore, e tre giorni dopo spirava, ai 24 settembre del 1846.

Presente a sè fino agli ultimi momenti, volle salutarci tutti, raccomandando i suoi figli a quanti erano accorsi in casa nostra. A me disse: «Sii d’aiuto in ogni cosa alla mamma, e seguine sempre i consigli... te ne troverai contento per tutta la vita».

I ricordi di mio padre e i consigli di mia madre dovevano essere infatti una delle fortune della mia esistenza.

Mia madre era caduta in terra svenuta, e fu in delirio per parecchi giorni. Io e i miei fratelli fummo condotti quella sera in casa di mio zio Merizzi; il giorno dopo venne a prenderci il cugino don Luigi Quadrio e ci volle presso di sè nel suo paesello di Bianzone, ove fu condotta poi anche mia madre.

Saputasi a Grosio la morte di mio padre, tutta la popolazione in massa scese a Tirano, che dista dodici chilometri, e volle averne la salma per accompagnarla là, dove riposavano tanti della nostra famiglia.

Mio padre aveva da poco compiuti i 48 anni. Egli ebbe la sventura di passare la maggior parte della sua vita nel periodo di quella morta gora in cui visse l’Italia tra il 1815 e il 1848. La sua mente, i suoi studi, la riputazione che s’era acquistata gli avrebbero certamente riservata una parte politica importante nei grandi avvenimenti che seguirono da poco la sua morte; ma questa immaturamente lo tolse alle speranze del paese, e all’affetto di quanti lo conobbero. Di questi sentimenti si rese interprete Cesare Correnti in una Commemorazione che lesse alla _Società d’Incoraggiamento_, e che fu uno de’ suoi scritti più ispirati e gentili.

NOTE.

[1] Prima ancora che cominciassero i tempi fortunosi della Rivoluzione Francese, mio nonno, unitamente alle persone più cospicue della Valle, prese parte attiva ad una agitazione legale contro il mal governo del Ducato di Milano, ossia all’Austria, quale garante dei patti che esistevano tra i Valtellinesi e i Grigioni; patti che poi il Governo dominante aveva continuamente violati. Il Governo Grigione, cominciato in Valtellina dopo la caduta del Ducato di Milano, nel 1512, era stato interrotto durante la guerra dei trent’anni, dalla rivoluzione del 1620, nota sotto il nome di _sacro macello_, seguìta da una lunga guerra, e poi ristabilito dalle Potenze nel 1639. Il Governo, detto delle Tre Leghe, risiedeva a Coira, ed era formato da una gerarchia, che dava le cariche pubbliche, specialmente in Valtellina, in appalto ai maggiori offerenti, i quali poi se ne compensavano facendo traffico della giustizia e dell’amministrazione nei paesi soggetti. Si comprende quanto fosse aborrito, e quanti odiosi ricordi avesse lasciato in Valtellina quel Governo.

[2] Avvenuta nel 1706 l’invasione dei Francesi in Lombardia, la Valtellina poco dopo insorse contro i suoi dominatori Grigioni, e ottenne che il generale Bonaparte l’aggregasse alle provincia lombarde, con un decreto pubblicato il 7 brumaio anno VI (28 ottobre 1797). In principio la Valtellina attraversò anni tristissimi, prima col governo giacobino, poi coll’invasione austro-russa; e allora si vide un tal Simeone Paravicini mettersi a capo della reazione e della guerra civile. Gli Austriaci entrarono nella valle, arrestando e mandando a Innsbruck quali ostaggi parecchie tra le persone più note, che erano alla testa del movimento liberale. Mio nonno, specialmente ricercato, riuscì a fuggire, traverso gravi pericoli. I paesi dell’alta Valtellina allora furono invasi da bande di disertori, di fuggiaschi dai paesi limitrofi, e di malviventi d’ogni specie, che inaugurarono un periodo di assassinii e di ladroneggi, chiamato poi il tempo dei _briganti_. Mio nonno, ritornato in paese dopo la battaglia di Marengo, e dopo il ritorno dei francesi, fu chiamato a diverse cariche pubbliche; e fu anche più volte preso di mira, lui e le sue case, dai briganti. Nell’esercizio dei suoi uffizi andava sempre armato, e seguìto da qualche famigliare parimenti armato. I fatti di brigantaggio si ripeterono poi in Valtellina nel 1809 in seguito a moti avvenuti in alcuni paesi, al riaprirsi della guerra tra la Francia e l’Austria. Le gesta dei briganti formarono poi una leggenda durata un pezzo, che sentivo raccontare dai vecchi quand’ero ragazzo; e nella leggenda i nomi di mio nonno e della sua famiglia erano frequentemente ripetuti.