Part 1
[Illustrazione: Giovanni Visconti Venosta]
GIOVANNI VISCONTI VENOSTA
RICORDI DI GIOVENTÙ
COSE VEDUTE O SAPUTE
1847-1860
QUINTA EDIZIONE
MILANO CASA EDIT. L. F. COGLIATI 1925.
G. MAGGIONI. 1925
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Industrie Grafiche A. NICOLA & C. — Milano-Varese.
CAPITOLO I
_Sommario:_ Lettera ai miei nipoti. — Primi anni infantili. — Mio padre e mia madre. — Il bisnonno e il nonno. — Moti in Valtellina alla fine del secolo XVIII. — Prima annessione della Valtellina alla Lombardia, decretata da Napoleone. — L’invasione Austro-russa e il brigantaggio. — Il Governo Napoleonico. — La ristaurazione del Governo Grigione dinanzi al Congresso di Vienna. — La Valtellina definitivamente riunita alla Lombardia nel 1815. — Usi e costumi a Milano nel 1848. — Il colera in Lombardia nel 1836. — La venuta nel Lombardo-Veneto dell’Imperatore d’Austria Ferdinando I successo a Francesco I. — Primi insegnamenti politici. — Un accidente pericoloso. — Divertimenti e feste in casa Trotti, episodi. — L’Istituto Boselli. — Il maestro Pozzi. — Mio fratello Enrico. — I miei primi compagni di scuola nell’Istituto Boselli e nel Ginnasio Pubblico. — Il direttore Boselli e una scappatella di Emilio. — La morte del direttore Boselli. — Le lezioni che ci dà nostro padre. — Giuseppe Revere. — Le vacanze a Tirano. — I miei parenti di Valtellina. — Il congresso scientifico di Milano. — La monografia di mio padre sulla Valtellina. — La Società d’Incoraggiamento. — Il conte Carlo Porro. — La signora Anna Tinelli. — Caso disgraziato avvenuto a mio padre in viaggio. — Mio padre ci toglie dall’Istituto Boselli. — Si va in Valtellina per le vacanze. — Mio padre, colto da grave malore, muore in tre giorni. — Con mia madre, e coi fratelli, si va in casa del cugino don Luigi Quadrio. — Tutta la popolazione di Grosio accompagna la salma di mio padre. — Note storiche.
AI MIEI NIPOTI
CARLO, ENRICO, GIOVANNI.
_Tirano, agosto 1900._
Nel leggere i libri di storia ho avuto più volte la curiosità di sapere che cosa facesse, che cosa dicesse, durante i principali avvenimenti, tutta quella parte di pubblico che non ha l’onore di essere ricordata nei libri.
Nel leggere poi qualche libro di storia patria, e specialmente di storia valtellinese, ho avuto anche un’altra curiosità, tutta domestica. Conoscendo la parte presa, da parecchi della nostra famiglia, negli avvenimenti della loro valle nativa, ero tanto più curioso di sapere quali intendimenti avessero guidato quei nostri antenati, quale fosse stato l’animo loro, quali le loro costumanze, e quali vicende avessero attraversato, essi e le loro famiglie.
Quando mi venivano questi pensieri, se mi trovavo a Tirano, passavo delle ore nello studio, che conoscete, a frugare tra le vecchie carte d’archivio; e parecchie volte ho potuto rivivere in mezzo ai nostri buoni vecchi, leggendo dei fasci di lettere, o qualche loro scritto, e riuscendo così a sapere, con mio grande interesse, quello ch’essi avessero pensato, o avessero fatto, durante certi tempi fortunosi in cui erano vissuti.
Se voi avete ereditato questa mia stessa curiosità, avrete di certo anche quella di sapere che cosa pensassero, e che cosa facessero, vostro padre e i vostri zii in quegli anni, che resteranno famosi nella storia italiana; gli anni che corsero tra il 1848 e la proclamazione del nuovo Regno d’Italia.
Ho pensato perciò di riandare nella memoria i miei ricordi di gioventù, e di narrarveli, dolente di non averci pensato prima tenendone nota giorno per giorno. Non è una storia completa di quei tempi che io vi scriverò; molte ne furono già scritte, altre se ne scriveranno, e non arriverete a leggerle tutte. Io m’accontenterò d’esporvi quegli avvenimenti in mezzo ai quali mi sono trovato, o ai quali presi una qualche parte. Vi dirò quello che ne ho veduto io, e quello che ne ho sentito dire, e le impressioni che me ne sono rimaste; vi condurrò in mezzo ad alcuni fatti grandi e a molti fatterelli; vi farò conoscere qualcuna delle persone che ho conosciute allora, gente d’importanza e gente oscura, qualche parente, qualche amico; insomma cercherò di darvi un’idea dell’_ambiente_ in cui sono vissuto a quei tempi.
Ho pensato anche a condurvi con me a dare una breve occhiata agli anni che precedettero il 1848, gli anni della mia prima giovinezza, per dirvi qualcosa di mio padre, di mia madre, di mio nonno, e delle nonne, conducendovi in seno della nostra famiglia d’allora. Saranno poche pagine intime, che scriverò soprattutto per voi; e così, se qualcuno all’infuori di voi leggerà questo libro, può saltare il primo capitolo.
Se poi, tra questi lettori, qualcuno che fosse di quei tempi scoprisse che nel libro ho commesso delle dimenticanze, cosa probabilissima, spero che mi vorrà essere indulgente, pensando che quei nostri tempi sono assai lontani, e che è già molto se la mia memoria non siasi affievolita di più.
Ho fiducia che scrivendo queste pagine non avrò sprecato del tutto la fatica. Forse vi interesseranno, e un poco me ne divertirò anch’io, perchè è sempre piacevole il riandare i tempi della propria gioventù, che, s’ha un bel dire, sono quasi sempre anche i più belli della vita.
Nei miei, poi, ce ne furono di veramente belli, e di veramente grandi.
Nascere in una patria schiava e divisa, avere in cuore l’ideale della sua libertà, e vederne raggiunta la meta, è una di quelle fortune che hanno rari esempi nella storia.
Ed ora, ai giovani l’ideale di renderla grande e felice! Il compito non sarà meno glorioso, perchè non sarà meno grande, nè meno arduo.
Lo zio GINO.
* * *
Incominciando queste pagine proprio dagli anni della mia prima giovinezza, dico subito che furono anni per me sereni e felici; quando ci ritorno col pensiero non so staccarmene, e ne ritrovo ancora vivi nell’animo i ricordi dolcissimi.
C’era nella mia famiglia un’atmosfera di amorevolezza e di confidenza tra genitori e figliuoli, che non era comune a quei tempi. Fra le pareti domestiche non sentivo che massime virtuose, non vedevo che buoni esempi, resi tanto più persuasivi e tanto più attraenti perchè accompagnati da una bontà indulgente e serena.
Certe massime, pur buonissime, che sentivo da qualche mio parente, da qualche maestro, o da padri di altri fanciulli, pronunziate con quel tono burbero e severo col quale alcuni credono di far impressione sui fanciulli, a me sembravano precetti disgustosi, o per lo meno noiosi. Quanto mi parevano diverse dalle massime e dai consigli dei miei buoni genitori, i cui avvertimenti erano sempre pronunziati con tanta dolcezza! erano così ragionati, e tanto persuasivi!
Quando, più tardi, coi compagni del Ginnasio o del Liceo, tutti dal più al meno birichini, si evocavano certe massime domestiche severe, e parecchi le mettevano in ridicolo, il mio pensiero correndo ai miei buoni genitori, trovava un freno, o per lo meno un rimorso.
Oh, nel giudizio finale non potrò davvero accampare la mancata educazione quale circostanza attenuante!
Mi vedo ancora dinanzi agli occhi, dopo tanti anni, vive e parlanti le figure di mio padre e di mia madre, quando erano nel fior degli anni, e mi pare ancora di sentire la loro voce e i loro discorsi; i discorsi che facevano con le persone grandi e con noi ragazzi.
Eravamo tre fratelli; Emilio che aveva tre anni più di me, ed Enrico che ne aveva tre di meno. Un fratellino maggiore di tutti, Nicoletto, era morto ancor bambino, prima ch’io nascessi.
Mio padre aveva la persona alta ed elegante; aveva il contegno distinto e riservato. Sul suo viso, una certa mestizia che sovente lo adombrava, quasi fosse il presagio d’una fine immatura, si mutava facilmente in un sorriso pieno di dolcezza e di bontà. Aveva l’animo retto e calmo, in lui era altissimo il sentimento della giustizia e dell’equanimità. La sua intelligenza era forte e serena; amava gli studi, ed aveva molta coltura, specialmente in materie giuridiche, economiche e letterarie. Conosceva bene anche le matematiche.
Mia madre, Paola Borgazzi, era una donnina bella, piacente, elegante, piena di brio e di spirito. Aveva una religiosità convinta e profonda; rigida per sè, ma indulgente e amabile, direi, verso gli altri. Soleva dire che anche tra i santi preferiva quelli miti e indulgenti a quelli accigliati e severi. Era una sua massima, che se una persona aveva commesso un fallo non bisognava sfuggirla, ma cercarla, per rialzarne l’animo, e facilitarle la redenzione. Voleva che anche la virtù fosse attraente, e ci diceva sempre che tra le virtù la _carità_ è la più bella.
Con noi figliuoli era affettuosissima, e come metodo d’educazione non conosceva che la mitezza e l’indulgenza.
Quando noi tre fratelli facevamo troppo chiasso, cosa che succedeva di frequente, essa andava a rinchiudersi nel suo gabinetto; per cui il babbo soleva dire che, quando eravamo cattivi, la mamma invece di castigar noi castigava se stessa. Eppure anche quello era per noi un castigo, perchè allora ci mettevamo dietro l’uscio a piangere e a supplicare finchè la porta si aprisse. Emilio, ch’era molto tenero, si metteva a capo di tutti a piangere. Coi lunghi capelli biondi inanellati che gli scendevano sulle spalle, e cogli occhi celesti, pareva l’angelo del dolore.
Dunque, figliuoli, immaginatevelo così vostro padre, quand’era bambino. All’occorrenza però era un bel diavoletto anche lui.
Mia madre aveva lo spirito pronto e arguto, e per di più un talento d’imitazione quale non vidi mai in nessuno. Essa alle volte si metteva a rifare un’intera conversazione, a ripetere un colloquio, una discussione tra parecchi, imitando le voci, e rispecchiando le persone, con una tale verità d’osservazione e in un modo così perfetto, da dar proprio l’illusione d’udire quelle persone stesse.
Accanto a queste qualità piacevoli e brillanti dello spirito, c’erano in mia madre anche delle solide e profonde virtù, che in lei vivevano nascoste, ma che nei giorni del dolore furono la sua guida e la sua forza.
In casa nostra, poi, dagli amici e dai nostri vecchi contadini sentivo spesso parlare del bisnonno e del nonno, che avevano lasciato lunga e grata memoria di sè.
Il mio bisnonno, Francesco, lo vedevo dipinto su un quadro, in un salotto della nostra casa di Tirano, con una bella giubba rossa, e con delle carte in mano, che indicavano il tempo del Governo Grigione in Valtellina e di quand’egli era Gran Cancelliere della Valle. Di lui era rimasta la fama d’uomo di molta rettitudine e di alta autorità.
Del nonno, Nicola, le memorie, naturalmente più recenti, parlavano come d’un personaggio che in Valtellina aveva avuto una parte importante durante gli avvenimenti fortunosi della Rivoluzione francese.
Mio nonno aveva fatto gli studi a Roma, in un Collegio di Gesuiti, e c’era rimasto parecchi anni, pur ritornando in famiglia ogni anno per le vacanze. Il viaggio dalla Valtellina a Roma, a quei tempi, e cioè intorno al 1770, non era un affare da poco. Si faceva la Valtellina a cavallo ed il lago di Como in barca; poi a Milano c’era un vetturale all’albergo dei Tre Re, che con un legno a quattro cavalli conduceva a Roma, impiegandoci circa due settimane.
Il nonno, durante gli anni del collegio, era stato molto attorniato perchè entrasse nella Compagnia di Gesù, e s’avviasse alle Prelature. Da principio si era dimostrato non alieno, giovanetto qual era, e lusingato dai superiori, che ne apprezzavano il forte ingegno. Egli era poi amantissimo degli studi di cultura classica ed archeologica, che gli rendevano seducente il soggiorno di Roma. Ma i suoi genitori, di cui era l’unico figlio maschio, si mostrarono vivamente contrari a quella sua idea giovanile; e forse l’avrebbe smessa egli stesso. Ma a troncare ogni incertezza venne la Bolla di Clemente XIV, che sopprimeva la Compagnia di Gesù.
Allora lasciò Roma, e ritornò in famiglia. I Padri del Collegio, sparsi con altri Gesuiti per tutta Europa, continuarono per qualche tempo a tenere con lui una corrispondenza, nella quale parlano della ferma fiducia che la _Compagnia_ (alcuno di loro la chiama _la Madre_), risorgerà infallibilmente, e riferiscono gli affidamenti che ricevono da personaggi e da Governi.
Pare che il mio nonno a questa risurrezione non ci credesse molto, e che intanto abbandonasse il pensiero di ritornare a Roma. Passano circa dieci anni, e la corrispondenza langue; poi mio nonno, nel 1783, si marita a Milano con donna Francesca, figlia del conte Fabio Castiglioni, che morì in età ancor fresca. Qualcuno dei Padri sopravissuti si lamentò con mio nonno del suo matrimonio, meno un certo Padre Mezzi di Bergamo, che gli scrive una lettera scherzosa, la quale finisce col dirgli: «Se non te ne è venuta la vocazione, compensa la Compagnia col mettere al mondo molti gesuitini, futuri Padri».
Le raccomandazioni del Padre Mezzi non ebbero fortuna.
Mio nonno, appena ritornato in famiglia, riprese i suoi studi storici, avviando in Valtellina e nella Valle Venosta profonde ricerche sulla traccia di un albero di famiglia che andava documentando. Raccolse documenti e numerose pergamene, che conserviamo, illustrando con indagini, non prima fatte, molti punti della storia valtellinese, riguardanti specialmente i secoli XII e XIV.
Poi dal 1786 al 1815 lo vediamo rivolgere tutta la sua attività agli avvenimenti politici di cui fu teatro la sua valle nativa.
La cospirazione contro il Governo Grigione[1], l’invasione francese[2], l’annessione della Valtellina alla Lombardia, la reazione austro-russa, il Regno italico, la restaurazione coi trattati del 1815, avvenimenti ricchi d’episodi anche in Valtellina, lo ebbero attore attivissimo in servizio della patria[3].
Dopo questi avvenimenti, di cui vi do un cenno sommario nelle note in fine di questo capitolo, mio nonno si ritirò da ogni pubblico uffizio; più tardi fu eletto dai Comuni Deputato Nobile alla Congregazione Centrale in Milano.
Osservando le carte e i documenti di quell’epoca, che dimostrano l’integrità e l’energia del suo carattere, e la sua vasta cultura, è a deplorarsi che i casi non abbiano condotto mio nonno a spiegare tante doti in un campo più vasto.
Egli venne a stabilirsi a Milano nel 1823, quando si maritò suo figlio; morì l’anno 1828.
* * *
Se spingo il mio pensiero, lontano, nei tempi, della mia infanzia a cercarvi qualche fatterello, o piuttosto qualche impressione, mi si affacciano dei vaghi ricordi, che mi dicono quanto fossero diverse le abitudini e la vita di quei tempi. La prima e massima linea di separazione tra quei tempi e i tempi nuovi fu segnata dal 1848.
Da allora tutto mutò rapidamente, nelle abitudini domestiche, nella vita cittadina, nelle usanze, nelle menti, direi quasi come se fosse passato un secolo, non un breve tempo. Ripensando ai tempi di prima, tutto mi si affaccia come in un mondo diverso; un mondo più semplice, più rispettoso, e più uniformemente tranquillo, come uno stagno. Noi ragazzi, nella nostra famiglia, come dissi, eravamo educati con una grande dolcezza, ma nelle famiglie degli altri fanciulli, nostri amici, l’educazione era più severa; si ragionava poco, e si ubbidiva molto. In una famiglia di quel tempo non si sarebbe mai udito «si fa tal cosa, o non si fa, perchè nostro figlio, od anche solo la nostra bambina, vogliono o non vogliono!» Una simile pretesa avrebbe fatto ridere come una incredibile stranezza. I balocchi, i divertimenti, erano pochi e semplici. Nelle famiglie signorili si pranzava tra le quattro e le cinque del pomeriggio, e dopo pranzo si andava in carrozza al Corso, che si svolgeva tra la Porta Orientale, ora Porta Venezia, e i bastioni vicini, sotto la direzione d’un Commissario di polizia a cavallo, seguìto da due ussari. Le carrozze che vi intervenivano erano molte, e tutte a due cavalli. Una signora non sarebbe andata mai in un legno a un sol cavallo, e non usciva a piedi che seguita da un domestico in livrea.
Non c’erano vetture pubbliche, come ora; c’erano solo dei fiacres a due cavalli in alcune piazze della città, e servivano specialmente pei forestieri. I così detti _broughams_ non comparvero che dopo il 1850, e gli _omnibus_ assai più tardi.
La prima signora che a Milano sfoggiò un elegante _brougham_, a un cavallo, venuto da Parigi, fu la marchesa Ippolita d’Adda Salvaterra Pallavicino. Di questo fatto allora si parlò molto a Milano.
Alle ville, in campagna, ci si andava coi cavalli proprî, perchè non c’erano ferrovie, all’infuori del breve tronco di dodici chilometri tra Milano e Monza, aperto nel 1842. Noi andavamo nelle nostre case in Valtellina, distanti da Milano da 160 a 170 chilometri, col nostro legno e coi nostri cavalli, impiegandoci tre giorni. L’illuminazione a gaz per le vie di Milano non principiò che nel 1845.
Alle volte il babbo e la mamma ci conducevano al teatro _alla Scala_, ove si diceva che c’erano dei grandi maestri e de’ grandi cantanti; ma ciò che m’interessava soprattutto era il _balletto comico_, che chiudeva lo spettacolo dopo il _ballo grande_[4].
Qualche volta poi nostro padre ci conduceva a sentire il Modena, e, ci diceva: «Quando sarete grandi, vi farà piacere ricordarvi di questo attore.»
Una delle impressioni, che mi rimase viva per parecchi anni, fu lo spavento che aveva messo in tutti la prima invasione del colera in Lombardia. Mio padre si conservava calmo, come di solito, ma mia madre era spaventata, e volle lasciare Milano. Si andò a Torino, ma prima di passare il Ticino si dovette fare una quarantena di parecchi giorni in una villa, che mise a nostra disposizione il conte Francesco Annoni, amico e parente di mio padre. Alcune stampe di quel tempo raffiguravano il colera in forma d’un diavolo, anche più brutto del solito, che percorreva i paesi spargendo un veleno. Per me dunque il colera non era altro che quel diavolo, e mi guardavo sempre in giro per scansarlo, caso mai comparisse.
Dopo il colera, ci fu nel 1838 l’ingresso solenne in Milano di Ferdinando I, il nuovo Imperatore d’Austria, ch’era successo al padre. Fui condotto anch’io su un terrazzino del corso di Porta Orientale a vedere lo spettacolo della fastosa sfilata di cavalieri in ricchi costumi, di araldi, e di cocchi dorati. Quando arrivò la carrozza, tutta oro e cristalli, nella quale c’erano l’Imperatore e l’Imperatrice, parecchi lungo la strada incominciarono ad applaudire ed a sventolare i fazzoletti. Io guardavo con tanto d’occhi e bisogna dire che in quel momento avessi levato di tasca il fazzoletto anch’io, perchè a un tratto mi sentii prendere fortemente pel braccio da un giovinetto più alto di me, che mi era vicino, e che mi disse bruscamente: «Guardati bene dall’applaudire quando l’Imperatore passerà qui sotto!»
Fissai quel giovane stupefatto, e senza capire nulla, ma mi guardai bene dall’applaudire. Poco dopo domandai alla mamma la spiegazione di quel comando; essa mi rispose che quel giovanotto aveva avuto ragione, ma che certe cose le avrei capite più tardi. Era questa una risposta che sentivo sovente, e non chiesi altro. Quel giovanotto si chiamava Guido Susani, che rividi molti anni dopo, e col quale entrai in amicizia; un’amicizia che fu spesso attraversata da nuvole e da temporali, poichè quell’arroganza, sotto i cui auspici avevo fatto la sua prima conoscenza, lo accompagnava sempre, sia che avesse torto, sia che avesse ragione, come in quel giorno dell’entrata dell’Imperatore.
Ma siccome i bambini molte volte vanno ruminando tra sè nel pensiero sulle cose udite e non capite, soprattutto quando si dice loro che son cose che capiranno più tardi, così ho poi ruminato anch’io sulle parole del Susani, e a poco a poco, pigliando a volo una parola qua, una parola là, sentendo parlare da mia madre della storia pietosa di Teresa Confalonieri, e del Pellico da mio padre, imparai che gli austriaci erano una cosa detestabile. In casa nostra non erano mai venuti nè uffiziali, nè alti funzionari austriaci.
Bisogna dire che la parola _diplomatico_ avesse colpito, a quei tempi, la fantasia di mio fratello Emilio, poichè ricordo che quando gli domandavano, come si fa coi bambini «Che cosa vuoi fare quando sarai grande?» rispondeva: «Voglio fare il _diplomatico_!» e si rideva. Una volta però, quando fu più grandicello, il babbo gli disse: «Sta bene, se tu dici ciò come un proposito di studiare seriamente; ma ricordati che nel nostro paese c’è un governo che non dobbiamo servire!»
L’anno dopo la venuta dell’Imperatore fui mandato a scuola per far la prima classe elementare, ma un caso disgraziato, che poteva essermi fatale, mi fece interrompere le lezioni per alcuni mesi. Un giorno fui preso dalla curiosità di sapere cosa ci fosse nell’armadio di una stanza di servizio, che vedevo sempre chiuso: l’apersi, e in mezzo a molte bottigliette ne trovai una sulla quale era scritto _Malaga vecchio_: ne tracannai un sorso; mi sentii come una fiamma in bocca, e caddi a terra. Era acido solforico.
Fui in grave pericolo per parecchi giorni, soffrendo molto; guarii lentamente, e ne risentii per un pezzo.
Mio fratello Emilio, che andava a scuola già da tre anni, aveva i suoi piccoli amici, ch’eran parecchi, ma i tre intimi erano i figli del marchese Antonio Trotti, Lodovico e Lorenzo, che poi morì giovane, e Saule Mantegazza. Queste amicizie erano naturalmente accompagnate da quelle dei rispettivi parenti; in casa Trotti poi ci andavano altri ragazzi, e di carnevale c’erano delle lezioni di ballo, delle belle festicciuole anche in costume, e delle recite. Era un grande divertimento, e i miei genitori conducevano anche me. Una sera però Emilio ebbe un dispiacere, ed uno lo ebbi anch’io. Emilio ballava con una bambina d’Azeglio, vestita alla Bernese con una gran cuffia; urtati nel ballare, caddero tutt’e due; fecero per rialzarsi, ma in grazia del cuffione della bambina e delle maglie strette che aveva Emilio, non ci riuscirono; ruzzolarono sotto una tavola, e ci volle un po’ di tempo per levarneli.
Emilio, da quel giorno, non volle ballar più.
Il mio dispiacere l’ebbi alcune sere dopo. Mia madre aveva combinato con la marchesa Fanny d’Adda De Capitanei ch’io ballassi una quadriglia con la sua bambina, Lauretta. La quadriglia andò disastrosamente, e non seppi più neanche dove fosse andata a finire la mia ballerina. Per un pezzo, anche dopo quella sera, io continuai a incolparne quella bambina, mentre essa continuò a prendersela con me.
Chi mi avrebbe detto allora che quella bambina sarebbe un giorno diventata mia moglie! Eppure la nostra prima conoscenza è datata da quella sera, e cominciò con un disaccordo che doveva essere il primo e l’ultimo.
Da bambini, noi tre fratelli eravamo gracili, nervosi, vivacissimi. Perciò nostro padre non volle mandarci a scuola, e neanche farci insegnar l’alfabeto, che dopo i sette anni compiuti. Così, fino a quell’età, non si fece che giocare, saltare e passeggiare, accompagnati dal babbo, ch’era sempre con noi, e prendeva occasione da ogni piccola cosa per interessarci a tutto ciò che si vedeva.
Allora non c’erano scuole di ginnastica, ed in casa nostra non c’era un giardino; perciò nostro padre ne aveva preso uno in affitto, dove ci conduceva ogni giorno a far il chiasso, mentre lui se ne stava sotto una pianta con un libro in mano.
Le scuole pubbliche elementari a quei tempi erano scarse, e non buone. Nei Ginnasi e nei Licei c’era qualche bravo professore, e anche celebre, ma si studiava poco, e superficialmente. A Milano c’erano diversi Istituti d’insegnamento privato, e tra questi il _Boselli_ e il _Racheli_ erano i due più importanti, che accoglievano i figliuoli di molte tra le migliori famiglie.
Noi fummo mandati all’Istituto Boselli, ove c’erano alcuni tra i migliori professori d’allora, tra i quali Achille Mauri, noto letterato, e che più tardi nella Camera Piemontese, nel Senato italiano e nel Ministero della Pubblica Istruzione, lasciò un nome caro ed onorato.