Chapter 3
--Quello, o ch'io sogno, è il vostro genero;--gridò egli con ostentazione di allegrezza, più fatta per consolar l'ospite, che per esprimere il vero sentimento dell'animo.--Capite, Fior d'oro?--incalzò, rivolto alla contessa, mentre stendeva pure la mano al suo antico aiutante.--Vostro genero! vostro genero!
--Già,--disse a sua volta il Passano inchinandosi,--il genero d'una suocera a trent'anni. Si può ben dire l'età d'una donna, in un caso come il mio, non è vero?--
Così dicendo, prendeva la mano che la contessa gli aveva stesa in atto benevolo, e si chinava ancora accennandovi il bacio di cerimonia che la galanteria spagnuola incominciava a far prosperare sulle terre italiane. Mai suocera al mondo meritò tanto un simile omaggio, od altro assai meno cerimonioso di quello.
--Come sta madonna Bianchina?--gli domandava frattanto il Fiesco.
--Bene, benissimo; e saluta, s'intende, e abbraccia la sua bella mamma.
--Perchè non condurla con voi?--
Era la stessa domanda di don Garcìa; ed ebbe l'istessa risposta. Onde da parte del Fiesco l'istesso inarcamento di ciglia, ma con una giunta di parole che non aveva potuta fare quell'altro.
--Visita di poche ore! Mi spaventate, Giovanni mio. Faccende, dunque? e gravi?
--Oh, questo poi no. Son venuto col libro dei conti. Volevo sapere che cosa si dovrà fare della vostra parte di profitti sulla nave _Paradiso_. Siete il partenevole più grosso, e ci avete un guadagno, quest'anno, di seimila ducati larghi.--
Bartolomeo Fiesco fece una bella riverenza. Seimila ducati larghi erano una bella somma. Il ducato largo, o genovino d'oro come s'era chiamato nei tempi anteriori, con un peso di grammi 3,567, eguale del tutto al suo fino, e con un valore di due lire, due soldi, e due denari, valeva nei primi anni del Cinquecento, in moneta corrente, tre lire e due soldi. La lira genovese ne valeva allora più di tre delle nostre; sicchè, fate il conto, e troverete che il ducato largo ne valeva più di dodici delle odierne italiane. Moltiplicate per seimila, e vedrete che bel guadagno avesse fatto messer Bartolomeo delle Indie col suo _Paradiso_. Ancora qualche annetto di fortuna, e c'era da farsi foderar d'oro una bella nicchia in purgatorio.
Fece dunque una bella riverenza, come il caso meritava. Ma non gli parve altrimenti che fosse mestieri un viaggio, per sapere dove andasse collocato tant'oro.
--Per questo siete venuto!--diss'egli.--E non la ricordavate, la mia massima? San Giorgio, amico Passano; le "colonne" di san Giorgio sono le mie colonne d'Ercole. È quello il luogo, il posto, il rifugio sicuro pei ducati larghi. Ma forse avete ancora da dirmi della Santa Giovanna?
--Quella è arrivata a Bari per le lane; non si aspetta prima di giugno. Così almeno mi ha detto ier l'altro il Sauli, che aveva ricevuto lettere. Ho qui invece il fogliazzo delle spese. Se gli date un'occhiata, essendo ancora giorno....
--Volete dire che i numeri si leggono male a lume di lucerna? E sia;--soggiunse messer Bartolomeo,--contentiamo questo terribil Passano. Sedete?--diss'egli, facendo un cenno d'invito a Fior d'oro.
--Fate, fate;--rispose la contessa;--io vi lascio. Quando siete coi numeri, bisogna lasciarvi stare.
--Capirete, Juana, e perdonerete senz'altro. Son genovese; e il genovese, per vostra norma....
--Oh, non dicevo per questo;--interruppe la bella.--Che genovese, del resto? Non vi vantate, amico mio. Volevo dire piuttosto che vi c'imbrogliate parecchio.
--Ah sì, birichina? Ma ciò avviene perchè guardo voi; e allora, povero a me, smarrisco perfino il ricordo della tavola pitagorica.
--Vedete dunque....--diss'ella con aria di trionfo.--Ragione di più per lasciarvi con messer Giovanni mio genero. Farò allestir la cena un po' prima, perchè egli avrà appetito, m'immagino.
--Abbastanza, madonna;--rispose il Passano.--Ho tanto rinsaccato, su quel maledetto cavallo!--
La contessa si era ritirata; ma dal vano di un uscio, voltandosi, aveva gittato un bacio col sommo delle dita a Damiano. E Damiano, che lo colse al volo, non volle lasciarlo senza ricevuta.
--Povera tavola pitagorica!--gridò egli ridendo.--La vedo brutta.
--Che c'è?--disse il Passano, levando la fronte dai suoi scartafacci.
--Niente, niente; parlavo a mia moglie. Mia moglie!--ripetè il capitano Fiesco.--Ecco due strane parole. Sapete, Giovanni mio, che non so avvezzarmi a questo nome? e che mi par sempre un sogno?
--Restate nel sogno;--rispose quell'altro.
--Certamente, certamente, poichè il sogno è così dolce! Ma ora che siamo soli, ragazzo mio, vuoi tu dirmi che cosa significhi la tua visita? Tu non sei mica venuto per sapere dove andassero collocati i miei ducati larghi.... e neanche per rompermi la testa col fogliazzo. Tu hai una commissione per me, ed una commissione urgente.
--Avete ragione;--rispose il Passano.--Ecco qua, infatti.--
Così dicendo, traeva di sotto al giubboncello una lettera, e la porgeva al capitano Fiesco.
--Ah, volevo ben dire!--esclamò questi.--Gian Aloise?...
--Lui, in persona. Mi aveva mandato a chiamare in gran fretta, ier sera; ed ho risicato, figuratevi, di fiaccarmi tre volte il collo in quei cento scalini di Violata, non avendo altro lume nel buio se non questi due occhi. Giunto alla sua presenza, eccovi il dialogo che corse tra noi: Verrà di questi giorni a Genova il tuo principale?--No, eccelso signore; è più facile che Genova vada a Chiavari, di quello che venga a Genova lui.--Ebbene, andrà Genova a Chiavari, nella persona tua; passerai da me domattina per tempo; ti darò una lettera, che dovrai consegnargli senza fallo in giornata; a lui, mi capisci? e parlandogli a quattrocchi, che nessuno ne abbia fumo. Ritornai da messere Gian Aloise questa mane per tempo; tenevo il cavallo sellato ad aspettarmi fuori della porta di Santo Stefano. Avuta la lettera, son ridisceso dalla Montagnola; ho infilata la via dei Lanieri; son montato in arcione, e via di galoppo, che n'ho ancora le reni fiaccate.
--S'intende che ti sarai ristorato a tutte le frasche.
--Messere!...
--Eh via, non saresti genovese. Hai rinfrescato a San Martino, confessalo; e nota che ti fo grazia di San Fruttuoso. Il secondo bicchiere l'hai bevuto a Nervi; il terzo a Recco, con un rincalzo a Ruta, per ragione della faticosa salita; il quarto a Rapallo, il quinto a Zoagli. Dimmi che non è vero.
--Siete uno stregone, messere;--disse ridendo il Passano.--Per altro, non sono mai sceso d'arcione.
--Te lo credo, questo, perchè al debito non sei venuto mai meno. Quanto a rinfrescar l'ugola, non è mai stato un delitto. E dall'oste della Maddalena, poi? Dicono che ce n'abbia bevuto una mezzina anche Dante.
--Ma sempre stando in arcione;--rispose il Passano.--Furono tutti bicchieri della staffa.
Il capitano Fiesco s'indugiava in queste celie, per non leggere il foglio che gli aveva consegnato il Passano. La lettera donde si aspetta una noia si dissigilla mal volentieri; si spera sempre in un accidente improvviso che possa dispensarcene. Ma l'accidente non ci fu, e messer Bartolomeo dovette rassegnarsi. Aperse il foglio, e lo spiegò; spiegato che lo ebbe, incominciò a leggere, ed anche ad aggrottare le ciglia, a batter le labbra, a sbuffare.
--Oh Dio!--esclamò, quand'ebbe finito.--Ma son pur fastidiosi! Io consigli? E che ci ho da veder io? come ho da darne io, che non ho saputo mai domandarne? Che noia! che noia! E ancora dovrò ringraziarlo, il mio eccelso parente, che ha mandato te per messaggero, e non il suo Filippino.
--Filippino?...--balbettò il Passano, che non vedeva la ragione dell'essere messo in paragone con quel pezzo grosso.
--Già, il nostro buon cuginetto Filippino;--riprese il capitano Fiesco.--Quello là, o con un pretesto o con un altro, è sempre da queste parti; due, tre, quattro volte ogni mese. Il giovanotto non ha mai avuto tanto da fare nel capitanato di Chiavari, come dal giorno che ho preso moglie io.
--Che dite, messere? Io casco dalle nuvole.
--Ed io vorrei risalirci, con Fior d'oro tra le braccia, e non ricomparire mai più alla vista dei seccatori. Vuoi sapere? Filippino s'è messo in mente di toccare il cuore a Fior d'oro. Fa l'occhio pio, lui, ch'è una bellezza a vedere. Sospira, recita i sonetti del Petrarca, e li mette a raffronto colle rime amorose dell'Alighieri. Una sera, che ci fece la stampita più lunga, figúrati che ci sciorinò tutto il canzoniere della Bella Mano. Tu non lo conosci, il canzoniere di Giusto de' Conti da Valmontone, tutto inteso a celebrare la mano della sua bella? Lo conosco io, pur troppo, e me ne dolgono ancora gli orecchi. Maledetto biondino! Quantunque, a farlo a posta, s'è imbattuto in una che i biondi non li vuol neanche per prossimo.
--O allora, scusate....--si provò a dire il Passano.
--O allora, caro mio, m'annoia egualmente;--rispose il capitano Fiesco.--Qualche volta mi vien voglia di assestargli uno scapaccione.
--La contessa se n'è avveduta?
--E come no? Se ne avvedono gli usci e le imposte, che sono di legno, e gli arazzi e i corami delle pareti; perfino il pappagallo, ultimo avanzo dei dodici portati da San Domingo, che ha imparato a ciangottare: Filippino sciocco! Noto, per amor di giustizia, che vorrebbe dire Filippino Fiesco; ma non gli riesce, e dice sciocco tale e quale. Fior d'oro, dal canto suo, lo chiama Gunora. E potrebbe anche chiamarlo Guatigana. Ma quel poveraccio va rispettato, che almeno ha saputo morire. Quanti pretendenti, mio Dio!--esclamò il capitano Fiesco, sospirando.--Hanno avuto tutti buon gusto, non lo nego; ma ti confesso che m'hanno tutti mortalmente seccato, e mi seccano. Basta, ti ho fatto il mio sfogo, e tu chiudilo in petto, _alta mente repostum_, come direbbe Virgilio. Il giorno che avrò accoppato messer Filippino, ne capirai il perchè, senza bisogno di venirmelo a chiedere. Ma ora che ci penso.... In questa lettera dell'eccelso Gian Aloise non ci sarebbe la zampa di messer Filippino bello? Mi vogliono levare da Chiavari, è chiaro, come si leva una lepre, o un cinghiale. Vogliono tirarmi sul Bisagno, anzi peggio, sul Rivo Torbido. Una volta là, addio guardia e custodia del fatto mio: feste in Violata, festini a San Lorenzo; dovunque c'è un Fiesco, sarà un invito a ballare. E tu balla, Damiano, o lascia ballar chi ne ha voglia. Così il mio Filippino ha libertà di corteggiare Madonna, di atteggiarsi a suo "intendio" secondo l'uso della giornata. Ma io me ne intendo più di te, Filippino bello; quando il tuo diavolo nasceva, il mio andava già ritto alla panca. E per la croce di Dio.... Oh, smettiamo; ecco madonna che torna.--
Infatti, sull'uscio dond'era sparita un'ora prima, riappariva Fior d'oro.
--Avete finito di far conti?--diss'ella.
--E da un pezzo;--rispose Giovanni Passano.
--Allora, eccomi qua. Vorrete accettare un rinfresco, per aguzzar l'appetito? Polidamante, i bicchieri e il vin di Cipro.--
Polidamante, che era comparso allora nel vano dell'uscio, corse ad eseguire i comandi. Due minuti dopo, era in giardino col vin di Cipro e il vassoio.
--Dategli da bere, Juana;--disse il conte Fiesco alla moglie.--Ma in verità non lo merita. Sapete che ha vuotate tutte le cantine che ha incontrate in viaggio, da San Martino d'Albaro al ponte della Maddalena? E certo, con lo stomaco scavato da tanto bere, egli ha più fame che sete.
--È anche pronta la cena;--rispose Fior d'oro;--ed egli non avrà da penar molto. Genero,--soggiunse ella, accostando il calice a quello del Passano,--siate il benvenuto coi vostri scartafacci e colle vostre belle notizie. Beviamo ora alla salute della nostra Bianchina.--
Tutto bene, sì; ma le belle notizie il Passano non le poteva mandar giù, dopo averle portate, e conosciute molto noiose.
--Ed ora,--diceva egli tra sè, mentre mandava giù più facilmente il suo vin di Cipro,--come la prenderà Fior d'oro, quando saprà che si vuol Damiano a Genova? Basta, la cosa non mi riguarda; ambasciator non porta pena.--
CAPITOLO III.
I commentarii di Cesare.
La cena era imbandita nella gran caminata del castello, dove il nostro Giovanni Passano ebbe il piacere di far riverenza a madonna Bianchinetta Fiesca, la veneranda madre del suo capitano. Il giovinotto la chiamava madrina, per aver ella tenuta la vezzosa Higuamota al fonte battesimale. La nobil signora vide assai volentieri il marito della cara figlioccia, e lo chiamò a dirittura figliuolo. Ha di queste delicatezze la vecchiaia, e pare che le derivi dal cielo, a cui è già tanto vicina.
Si ragionò di molte cose, a mensa, mutando gli argomenti come le portate. Così venne "in tavola" l'eccelso Gian Aloise, con tutte le sue vaste ambizioni, ch'erano poi la gloria e l'onore della illustre casata dei Fieschi; una delle prime signorili d'Italia, e già considerata come principesca, tanto che non si faceva più lega o trattato di pace tra il re Cristianissimo e gli stati Italiani, che non vi fosse inclusa quella grande famiglia, alla pari con essi. Ed anche, volgendo il discorso qua e là, non fu dimenticata una più potente signoria, che per verità non era argomento da tavola; vogliamo dire la peste, oramai da tre anni vagante in Liguria, come nelle regioni contermini, ma che a Genova non aveva potuto menare gran guasto, per le buone provvisioni del governo. Strano, per altro, che ne avesse avuto a pagar le pene il provveditore, che era messer Giacomo Fouchesolts, luogotenente del regio governatore monsignor Filippo di Cleves. Ma oramai da un anno il povero luogotenente era morto, succedendogli, come sappiamo, il Roccabertino; sicchè, non c'era più molto da dirne, e neanche molto di un morbo al quale i popoli d'Europa s'erano avvezzati in que' tempi, come noi a tutte le specie di nemici invisibili, che coi nomi svariati di microbii, bacilli, micrococchi e germi patógeni, dovrebbero poi essere l'attenuata ma non estenuata discendenza dei persecutori di quattro o cinque secoli fa.
--Parliamo di cose allegre;--disse ad un certo punto il Passano.--Ne ho sentito una, che mi ha riempito di giubilo. Voi scrivete i vostri commentarii, capitano?
--Chi te lo ha detto? Sei arrivato ora, e già sai....
--Non ve ne maravigliate, principale. Per giunger quassù, naturalmente, dovevo passar di laggiù.
--Tu parli come un libro stampato;--disse Bartolomeo Fiesco.--Alla mia volta dovevo immaginare che don Garcìa e frate Alessandro non volessero aver segreti per te. Sono essi infatti i miei due pazienti uditori serali. Che vuoi? bisogna ammazzare il tempo. Io scrivo di giorno, e leggo di sera. Oggi appunto ci avevo un paio di capitoli finiti. Ma ora che sei capitato tu coi tuoi scartafacci, tanto più importanti dei miei....
--Li avete letti, i miei; letti ed approvati;--interruppe il Passano.--Non vogliate defraudarmi della parte mia. Diteglielo voi, madrina;--soggiunse il giovinotto, vedendo che il principale nicchiava;--diteglielo voi, che ha da leggere.
--Mio figlio mi fa piacere, se legge;--rispose madonna Bianchinetta.--Quando legge dei suoi viaggi, mi par di viaggiare con lui.
--E che bel viaggiare!--aggiunse il Passano.--Se scrive come parla, ha da essere un racconto gustoso.
--Voi volete lodarmi, Giovanni, e, sia detto con vostra buona pace, proferite una sciocchezza insigne;--sentenziò gravemente Bartolomeo Fiesco.--Imparate, giovinotto di poche lettere, che lo scrittore italiano si guarda bene di scrivere come parla, avendo alto il rispetto delle vergini muse, dei lettori di buon giudizio, e di sè. Quando parla, apre la bocca, e dà il volo a tutti i passerotti che gli girano per l'anima; quando scrive, li mette tutti quanti sotto chiave, indossa il lucco, tempera la sua penna d'oca, e va a cercare nel fondo del calamaio tutte le sentenze più gravi, tutti i più ornati periodi. Prosa robusta vuol essere. Noi discendiamo dai Romani, che diamine! e Cicerone, maestro in materia, vi mostrerà coll'esempio che altro è scrivere un bigliettino al suo segretario, altro è scrivere a Pomponio Attico; altro scrivere a Pomponio, ed altro assalir Catilina, o Verre, o Marc'Antonio. Ma basta; voi mi sentirete, o giovane inesperto, mi sentirete scrittore; e se non dormirete in piedi, o seduto, l'avrò per un atto di valor singolare, da mettere accanto agli altri, per cui vi ho sempre stimato ed amato. _Dixi._--
E qui, naturalmente, una bella risata, di quelle che sapeva rider Damiano. La cena era finita, e i famigli erano venuti a sparecchiare, mentre i padroni di casa e il loro ospite uscivano a far due passi in giardino. Quando rientrarono, la gran tavola era rischiarata da tre grandi lucerne d'argento; il lusso d'allora, in materia d'illuminazione. Il numero dei lumi e la preziosità del metallo compensavano la poca vivezza della luce. E non solo c'erano lumi in tavola, ma anche ciò che può far perdere il lume del raziocinio a chi non sappia usarne con discrezione; vogliamo dire certe bocce vistose di vino delle Cinque Terre, coi calici di cristallo in grandi vassoi d'argento. Furono allora mandati a chiamare i due "uditori pazienti" che per verità erano impazienti d'aspettar la chiamata, tanto furono pronti ad accorrere.
Offriva un bel quadro, la caminata di Gioiosa Guardia, in quella sera di marzo, al lume delle tre grandi lucerne d'argento, i cui dodici lucignoli, diradando le ombre senza cacciarle del tutto, lasciavano intravvedere lungo le alte pareti i ritratti di quattro o cinque generazioni dei Fieschi, soldati e marinai, ambasciatori, vescovi, cardinali e papi. Ma lo sguardo era maggiormente attratto verso il camino, onde la sala prendeva il suo nome di caminata; gran camino di pietra nera scolpita, sul cui alto stipite sorgeva lo stemma dei Fieschi, col suo elmo di fronte, carico di svolazzi e fogliami, donde apparivano affrontati il gatto sedente e il basilisco nascente. In quella mezza luce non si poteva leggere il motto: _sedens ago_, scolpito in una fascia tra l'elmo e lo scudo; e questo solamente si ricorda per amor d'esattezza. Davanti al camino, un po' lontano dal capo della tavola, sull'alto scanno comitale sedeva madonna Bianchinetta, tutta vestita d'ormesino nero, con la sua cuffiettina della medesima stoffa marezzata, donde sbucavano sulle tempie le ciocche dei capelli bianchi come neve, tanto belli a vedersi nelle case che serbano il culto della dolce famiglia. Alla destra di lei stava la contessa Juana, ma seduta più in basso, in modo da potere ad ogni tanto piegar la testa sul bracciuolo dello scanno, e i suoi capelli nerissimi alle carezze della vecchia signora. I detrattori delle suocere avrebbero dovuto ritrovarsi un po' là, per sentirsi morire l'eterna celia sul labbro.
Presso il capo della tavola, o meglio, tra questo e la contessa Juana, e avendo alla sua destra il Passano, era venuto a sedersi Bartolomeo Fiesco, pronto a squadernare i suoi gran fogli di carta. Dall'altro lato sedeva frate Alessandro, e presso a lui don Garcìa, con Polidamante; il quale per verità non si poteva dire che sedesse, avendo addosso l'argento vivo, ed ora per una cosa ora per l'altra cercando sempre di muoversi. In mezzo al semicerchio sarebbe rimasto uno spazio vuoto; ma lo colmavano già due grossi alani, Ovando e Bovadilla. Immaginate di certo chi avesse chiamata così quella coppia canina. Onore immeritato, e solamente da attribuirsi alla sua desinenza, il nome del commendatore di Calatrava era venuto a decorare la femmina. Gran matti, quei cani, essendo ancora molto giovani; più matti di Polidamante, col quale facevano a correre nei cortili e nei fossi di Gioiosa Guardia. Ma per allora, o che sentissero la gravità del momento, o che avessero abbastanza rosicchiato in cucina, si erano adagiati in quel vano, come due sfingi di basalto, colle zampe anteriori accostate e coi musi allungati sulle zampe. Facevano così per godere quanto più potevano la frescura del pavimento? o non piuttosto per prepararsi a gustare la prosa robusta d'uno scrittore italiano?
Bartolomeo Fiesco prese i suoi fogli in mano; tossì, com'era di rito, e poi disse:
--Frate Alessandro li chiama i Commentarii di Cesare; ma egli s'inganna a partito. Cesare raccontava le cose da lui medesimo operate, e con tanta fortuna; io le cose che ho viste accadere, e non liete, pur troppo. _Quæque ipse miserrima vidi...._
--_Et quorum pars magna fuisti;_--aggiunse prontamente frate Alessandro.
--Ah no; fui parte, ma piccola;--ribattè il capitano Fiesco.--Questo capitolo, poi, a farlo a posta, narra di cose avvenute quando io e voi, frate Alessandro, fummo partiti dalla Giamaica su quel guscio di noce, lasciando il nostro grand'uomo a combattere con l'ira degli elementi e con quella degli uomini sulla spiaggia di Maima. Tutta roba adunque che sapemmo poi, al ritorno, e che naturalmente ho dovuto restringere in una mezza dozzina di pagine.
--Leggete, principale, leggete!--gridò il Passano.--Non ce le fate sospirare, vi prego.
--Lo volete, e sia. Tossisco ancora una volta, e incomincio;--disse il capitano Fiesco.--Non m'interrompete; le vostre osservazioni potrete dirmele poi. Non fate rumore, che la mamma vuol sentir bene ogni cosa. A farvi bere ci penserà Polidamante, che per muoversi non ha bisogno d'inviti.--
Dopo questo preambolo il capitano Fiesco incominciò la lettura dei suoi Commentarii, al capitolo XXV: _Di quel che seguì alla Giamaica, come ne fu partito il Mendez col Fiesco_.
"Partite le canòe per l'isola di Haiti, la gente dei navigli cominciò ad ammalarsi, così pei travagli del fortunoso viaggio, come per la mutazione dei cibi, non avendo più vino, nè altra carne che d'_utia_, quando pure potevano procacciarsene dai naturali. Aspra vita; e dovevano durarla, stando colà sequestrati? Certamente ci sarebbero morti d'inedia, dicevano alcuni; perchè l'Almirante non voleva ritornare in Ispagna, dond'era stato bandito, nè all'isola di Haiti, dove alla vista di tutti il commendatore di Lares gli aveva proibito di toccar San Domingo, per quanto bisogno ne avesse. Sarebbero tornate le canòe del Mendez e del Fiesco? soggiungevano i fratelli Porras, che primeggiavano tra i mormoratori scontenti. Quei due potevano esser giunti a San Domingo, ma forse per andar di là in Castiglia, a perorare la causa dell'ammiraglio caduto in disgrazia. E che questo potesse anch'essere il vero, lo dimostrava il fatto che il Fiesco, avendo avuto oramai il tempo di andare a San Domingo e tornare, non era più ricomparso. Del resto, potevano le due canòe essersi anche perdute: si doveva per questo rimanere laggiù ad aspettare una morte sicura, chiusi in quelle due navi sdruscite, per capriccio d'un gottoso, la cui stella era tramontata da un pezzo? Essi ancor sani, e, per grande fortuna, dovevano pensare ai casi loro, e andarsene a San Domingo, per raccontare all'Ovando come fossero trattati tanti onorati Spagnuoli da quell'avventuriere italiano. L'Ovando sicuramente li avrebbe rimandati in Castiglia, dove li avrebbero ascoltati e vendicati il vescovo Fonseca e il tesoriere Morales.
"Così parlavano i Porras, uno dei quali era il capitano della arenata _Bermuda_, e l'altro il notaio capo della spedizione. E Francesco e Diego furono tanto più facilmente ascoltati, in quanto che si sapeva da tutti che d'una loro sorella era il Morales fortemente invaghito. Entrarono quarantotto nella congiura dei Porras; e il giorno 11 di gennaio del 1504 il capitano Francesco se ne andò di buon mattino colla saliva amara dal signor Almirante, che era inchiodato dalla gotta nel suo giaciglio a poppa. "Perchè restiamo qui? gli chiese. Non vi par tempo di levarci da questo cimitero?" Le parole del Porras fuor del costume arroganti, lasciarono intendere al signor Almirante che quell'uomo avesse già molti a spalleggiarlo; e più se ne persuase, quando, alle sue ragioni alzando le spalle, il capitano della _Bermuda_ gridò con piglio sdegnoso: io me ne vado in Castiglia, con coloro che vorranno seguirmi. Ed usciva così dicendo dal castello di poppa, l'insolente capitano; e a lui si univano tumultuando i seguaci della sua ribellione, mettendo mano alle scuri, e gridando all'Almirante ed ai suoi: _mueran! mueran!_ col qual grido si riscaldavano il sangue.