Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 2

Chapter 23,908 wordsPublic domain

Qui poi l'uditorio poteva dar ragione ai parlatori, e in piena cognizione di causa. Un tal miracolo di donna non si era visto mai, neanche dai più vecchi, che pure avevano veduta entrare in casa Fieschi madonna Bianchinetta, nel primo fiore della sua gioventù. Che splendore di sposa, quella regina delle Indie! Per lei si era scomodata, e con ragione, tutta la casata dei Fieschi; ed anche gli altri rami minori dei conti di Lavagna, come gli Scorza, i Bianchi, i Della Torre, i Levaggi, i Leivi, gli Zerli, i Cogorno, i Cavaronchi, i Ravaschieri, i Penelli. Il capo dei Fieschi, in persona, l'eccelso conte Gian Aloise, aveva lasciato Genova e la sua reggia di Vialata, per assistere alla cerimonia, per condurre egli stesso quella regina del nuovo Mondo all'altare. E bella come il sole, poichè non si poteva trovare un paragone più alto; e buona come il pan di Natale, e dotta come un libro stampato. Come parlava l'italiano! come il genovese, che è poi la madre lingua d'ogni buon Ligure, e certamente quella del Paradiso terrestre; specie colla giunta di quella sonora e dolce cantilena chiavarese! Difatti, anche queste finezze aveva imparate in pochi mesi la regina delle Indie. E si andava a sentirla, ma più ancora a vederla, senza stancarsene mai, nelle domeniche, quando la bellissima donna, ritornata dai divini uffizi, scendeva alla porta del castello per distribuire il pane ai poveri dei dintorni. Quei poveri si moltiplicavano come i pani e i pesci dell'Evangelio. C'erano molti che si facevano poveri a bella posta: ma erano riconosciuti, e tenuti lontani. Solo alle donne, che usavano di questo sotterfugio per avvicinarsi alla signora contessa, non si faceva il torto di cacciarle; per rispetto al loro sesso si lasciavano accostar tanto, che la signora le riconoscesse da sè.

--E voi, che cosa chiedete?--diceva ella, ridendo d'un risolino malizioso.--Non siete già povere, voi!

--Oh, signora, siamo bisognose la parte nostra;--rispondevano le più ardite.--E siamo venute, perdonateci.... siamo venute a prenderci un'occhiata di sole.--

Sorrideva, la bellissima donna, arrossendo; e dava un ceffone, con la sua morbida mano; ma tanto leggero, che pareva una carezza, ed era ricevuto con divozione, come la guanciata del vescovo alla cresima.

--Qui non voglio altri che poveri, avete capito?--

Così conchiudeva, volendo parere sdegnata. Ma c'era tanta soavità d'accento nel rimprovero, e tanto sorriso nello sfolgorìo di quegli occhi scorrucciati, che le buone valligiane di Carasco, di Graveglia e di Paggi levavano le mani in atto di adorazione, come se avessero veduta la Madonna, e in cuor loro promettevano di ritornarci la domenica vegnente.

Gioiosa Guardia, davvero, sotto la benefica luce di quegli occhi celestiali. Ma qualche volta su quei begli occhi si stendeva un velo di mestizia. Passavano allora le immagini di un altro popolo, assai più numeroso, amante anche quello e devoto, ma che aveva la sua quiete, la sua sicurezza da lei, e non era avvezzo a provare più gran gioia nella vita, di quando si raccoglieva estatico ad ascoltarla, rapito ai suoni del _maguey_, agli accenti soavi dell'areìto Povero popolo d'Itiba! come lo avevano ridotto allo stremo quei feroci conquistatori spagnuoli, deludendo i nobili disegni del Giocomina, del venerando condottiero dei Figli del Cielo! Ma se il ricordo d'Itiba era triste, la bella ed infelice regina di Xaragua aveva imparato molte cose nella terra di Azatlan. Era disceso su questa terra un altr'uomo dolce, buono, compassionevole ai mesti, un uomo divino, e avevano voluto sperimentarne la virtù infinita mettendolo in croce come un malfattore; poi si erano pentiti, lo avevano riconosciuto in ispirito e verità, gli avevano eretto altari, e lo adoravano, e lo mettevano in croce ogni giorno, disconoscendolo, bestemmiandolo, negandolo nei giorni della spensierata allegrezza, per invocarlo nell'ora della paurosa avversità, superbi a vicenda e codardi, sopra tutto eternamente fanciulli.

Perciò qualche volta accadeva anche a lei d'esser mesta. Ma quelle erano le nubi passeggere, candidi fiocchi vaganti, che macchiavano all'orizzonte un bel cielo d'estate, senza turbarne il sereno. Ed era felice, oramai, quanto è dato a creatura umana sulla terra; felice per quell'uomo che viveva adorandola, e non si muoveva di là, dove l'aveva condotta a rifugio. Che amasse la sua rocca e il suo poetico Entella, non si poteva dubitare, poichè tante volte lo diceva egli stesso. Ma non così aveva amato quel fiume e quelle mura negli anni della adolescenza, quando animoso cacciatore batteva le macchie, ed era sull'Antola o sul Penna più spesso e più volentieri che in casa. In quel castello era nato; su quelle rive beate era cresciuto, ricco, orgoglioso del nome e della potenza che confortava quel nome; e giovane si era mescolato in Genova alle zuffe micidiali del tempo, avendone presto la sazietà. Curioso di dottrina, o più vago di novità, aveva atteso agli studi nella università di Pavia, riportandone come un fastidio d'anni sciupati; ond'egli non aveva cercato nella quiete della sua terra il rimedio alle pene del cuore, ma si era buttato per morto alle imprese del mare. E quali imprese! Non già per diventarci padron di galere, e da fortunati scontri aver lustro e potenza come tanti altri suoi pari e consorti, per vantaggio di una casata che omai ridiventata padrona dell'antico dominio, lo aveva allargato quasi a reame, dall'Appennino al mare e dalla Scrivia alla Magra; bensì per tentare un cammino ignoto, col rischio di giungere ad un punto donde il naviglio si sprofondasse nel vuoto. Orribile chiusa, e creduta allora certissima! Il guaio non gli era occorso; aveva potuto ritornare, e con la sua parte di gloria. Pure, ricondottosi a casa, non aveva potuto star fermo; viaggi su viaggi, fortunali e vitacce da cani; spesso in pericolo d'andar pastura ai pesci, più spesso di buscarsi un colpo di freccia avvelenata; prigionia tra i selvaggi, condanna a morte, agonia a fuoco lento, nulla aveva potuto corregger l'umore vagabondo del gentiluomo marinaio, di quell'argento vivo. Ed ecco, di punto in bianco, il gran cambiamento: quell'umor vagabondo, quell'argento vivo, s'era chetato ad un tratto: lui tutto casa, lui tutto "fiumana bella", lui tutto moglie, e innamorato per giunta, come un ragazzo di vent'anni. Ma ecco, il segreto del mutamento era qui.

--Come sei buono, Damiano!--gli bisbigliava Fior d'oro.

--Sfido io!--rispondeva egli, con quel suo piglio che volentieri girava al comico.--Son buono, perchè sono felice. E sono felice....

--Perchè?--domandava lei, con accento di cara malizia.

--Perchè....--ripigliava Damiano, girando un po' largo, per voglia di ridere.--Perchè ci ho la mia Gioiosa Guardia che amo tanto....

--Giustissimo; e la tua "fiumana bella"--suggeriva lei, prestandosi al giuoco assai volentieri.--Con queste due cose....

--Con queste due cose ci sarebbe anche da morir di noia;--proruppe Damiano.--Le avevo, e non mi sono bastate. Diciamo dunque, per essere nel vero, che ci ho te, cara donna adorata. La più bella donna, nel verde più vivo, sotto il più dolce azzurro del mondo, ecco la felicità vera ed unica. Ed ecco quello che io volevo dire, contessa Juana, se voi mi aveste lasciata fare la mia progressione ascendente.

--E non ve l'ho lasciata fare, da quella gran cattiva che sono! Ma voi me ne punite tanto severamente, che avrei voglia di rifarmi da capo. Per altro,--soggiunse ella, mettendosi sul grave,--dicono che un bene posseduto non sia più un bene.

--Vedete che logici da strapazzo!--replicò Damiano, ridendo.--Il bene è il bene, di qui non si esce. Se si mutasse, sarebbe un'altra cosa, ne convengo. Ma come potrei volerlo mutato? In più no, perchè io ho tutto quello che desideravo. In meno, neanche, perchè quello che desideravo lo desidero ancora: e questo è il fatto, la condizione su cui possiamo fondare il nostro ragionamento. Ho io studiata bene la mia logica?

--Eh, non voglio dire di no. Il mio signore ha sempre ragione. Ed era il bel sogno, questo,--diss'ella traendo un sospiro,--il bel sogno che ho sognato con te. Il bel sogno si è finalmente avverato; o Dio, tra quanti pericoli, tra quante angosce mortali! Se c'è giustizia in terra, il bel sogno non dovrebbe finire.

--Così dico io;--conchiuse Damiano.--Non dovrebbe, non deve, non dovrà. Dimmi, Fior d'oro; sei tu sicura di te?

--Oh sì, di me....--gridò ella, levando gli occhi al cielo.--Ed anche di te,--soggiunse tosto,--anche di te, conte Fiesco, che sei così nobile spirito e così candido cuore. Ma non presumi troppo delle tue forze.... e della natura umana? È della donna amare, e saperlo far bene, non sapendo far altro: è dell'uomo l'operare, il faticare in qualche utile impresa, per deludere la sazietà.... per vincer la noia.... E per questo, me lo lasci dire?.... per questo, bisognerebbe forse mettersi a far qualche cosa.--

Tremava un pochino, parlando così, e mendicava le parole. Ma ebbe il pronto conforto di sentirsi dar ragione da lui.

--Sicuramente;--diss'egli.--Ci pensavo appunto stanotte, mentre tu riposavi, Fior d'oro. Bisognerà far qualche cosa. Ed ho trovato.

--Ah sì? E che sarà?

--Continuare ad amarti;--rispose gravemente Damiano, facendo cadere dall'alto, l'una dopo l'altra, le sillabe.--Vi ho lungamente contemplata, amica mia; vi ho pure abbracciata, ma guardingo, sapete, con mano leggera leggera, per non rompervi il sonno, che era così dolce; ed ho pregato Dio che non mutasse niente, che lasciasse tutto così, come ha tanto saviamente disposto, nella sua misericordia infinita.--

E voleva dare in una risata; ma non n'ebbe il tempo. La contessa Juana rideva già più di lui, non senza lagrime; quelle care lagrime che tanto abbelliscono ogni profonda allegrezza. E un po' tardi, ma in tempo, gli ricambiava l'abbraccio.

CAPITOLO II.

Ambasciator non porta pena.

Ma ritorniamo una seconda volta, e sia la buona, al nostro don Garcìa, che con tanta attenzione seguiva le vicende di un bellissimo giuoco. Proprio si arriva al punto che la piacevole occupazione gli era interrotta dall'avvicinarsi d'un famiglio, le cui prime parole ebbero virtù di farlo balzar subito in piedi. Molestie dell'ufficio, naturalmente; e la Guardia non poteva esser sempre gioiosa, pel suo degno custode.

--Ci abbandonate?--gli chiese frate Alessandro, che per fortuna di giuoco veniva ad essergli più vicino, e lo vedeva muoversi di scatto dalla panca.

--Per forza;--rispose don Garcìa.--Ed anche, diciamolo pure, con un certo piacere. Arriva il nostro Giovanni Passano.--

La nuova si sparse fra gli altri giuocatori, e la partita fu subito interrotta, come la piacevole occupazione di don Garcìa. Il Passano aveva amici da tutt'e due le parti; e se si contentavano di piantar lì la giuocata quei che avevano il disopra, con "quaranta e la caccia", era naturale che non si dolessero quelli che s'avviavano a perdere, non avendo che un "quindici".

Giovanni Passano, al suo smontar da cavallo nel cortile della Gioiosa Guardia, fu accolto a festa dai suoi vecchi compagni d'Haiti e della Giamaica.

--Che buon vento vi porta?--gridavano a gara, stringendogli la mano.--Finalmente! Bisognerà metterci il segno per ricordo, stamparla, toccarsene un occhio. Sapete che ci mancate da un mese?

--Eh, si fa come si può;--rispondeva il Passano, commosso da tutte quelle dimostrazioni d'amicizia.--Appena levati i piedi dagli impicci, eccomi qua. Pietro Gentile! Guglielmo! Battista! frate Alessandro, che per riverenza alla tonaca dovevo metter primo di lista!... Quantunque,--soggiunse ridendo, al vedere tutti quei grembi e sboffi fuor dal cordone di san Francesco,--mi pare che la portiate sempre alla diavola. Giuocate al pallone, vedo. È un bel giuoco; ma non da frati.

--Chi ve l'ha detto, messer Giovanni? Nessun testo lo proibisce; e ce n'è uno che forse li permette tutti. Ma sì. _Servite Domino in laetitia_; lo raccomanda il Salmista. Volete giuocare anche voi?

--Eh! se non fossero quattr'ore che mangio polvere, e che mi fiacco le reni col cavallo più indiavolato della cristianità.... A proposito, mi fareste un gran piacere ad esorcizzarlo coll'acqua santa.

--O voi col vino di Vernazza, piuttosto.

--Il vino di Vernazza fa bene all'uomo;--conchiuse gravemente il Passano, mentre si avviava colla brigata verso l'ingresso della seconda cinta.--Qui, infatti, ci ho un testo sacro ancor io; _vinum bonum laetificat cor hominis_. E il signor conte?--ripigliò, con accento mutato, parlando a don Garcìa.--E la signora contessa?

--Benissimo;--rispose lo Spagnuolo.--E vi direi che sono là bene accostati sul medesimo ramo, come due tortore innamorate, se fosse almeno ora di giardino. Saranno invece nella caminata, lei col suo tombolo a far merletti, lui a metter del nero sul bianco.

--Ma anche a far merletti e a scrivere si può star molto vicini, non è vero?

--Oh questo poi sì; alla medesima tavola, per non perdersi d'occhio. Vi faccio annunziare, mentre bevete un bicchiere?

--No, non occorre;--rispose pronto il Passano.--Non dico per il bere, intendiamoci; dico per il farmi annunziare. Non c'è premura; è una visita senza impegno, la mia. A presentarmi, ci sarà sempre tempo per la cena.

--Ah, mi levate una spina dal cuore;--disse quell'altro, mentre lo faceva entrare nel tinello, al pianterreno della rocca.--Avrei giurato a tutta prima che veniste per portarci via il padrone. Che ci volete fare? Presentimenti; e fortuna che qualche volta ingannano! L'altro giorno, passando di qua messer Filippino, che, sia detto con la debita reverenza al casato, ha sempre la lingua un po' amara, si lasciò sfuggire certe parole! "Che Gioiosa Guardia! diceva; che Gioiosa Guardia! Dormigliosa, dovreste chiamarla. Con Ercole che fila ai piedi di Onfale". Io, per dirvi la verità, non conoscevo questa signora, ed ho dovuto farmi spiegare l'arcano da frate Alessandro. Ne sapeva poco più di me, quel bravo figliuolo; ma tanto da capire che si trattasse d'una donna, la quale faceva perdere il tempo al dio della forza. Il nostro conte, veramente non fila, e nemmeno la contessa; quantunque, se filasse, vi so dir io che con quelle sue dita darebbe dei punti alle fate. Ma io ho bene inteso, dopo la spiegazione di frate Alessandro, che cosa volesse dire messer Filippino. Il padrone non si occupa se non della padrona, e lascia che gli altri della casata facciano e disfacciano a modo loro le cose della Repubblica. Ma di che si lagnano, se mai? Egli tira le mani e i piedi fuori del giuoco; li lascia dunque padroni; non vi pare?

--Giudicando alla grossa, sì;--rispose il Passano, mentre con diligenza amorosa osservava il liquido topazio delle Cinque Terre attraverso la lucida parete del bicchiere.--Ma possono aver ragione i suoi nobili parenti, a desiderare che un tal uomo non si ritiri dal giuoco. Sapete bene; dove bastano undici, il dodicesimo aiuta.--

Don Garcìa rizzò l'orecchio a quelle parole dell'amico.

--C'è dunque da aiutare a qualche impresa?--diss'egli.

--No, ch'io sappia;--replicò il Passano.--Ma c'è una condizione di cose che parla abbastanza chiaro da sè. Noi del Gatto, o del Basilisco, anzi diciamo pure di tutti e due questi graziosi animali, siamo per Francia; e sta bene, tenuto conto delle buone ragioni che ci abbiamo: ma siccome tutto questo, messo in ispiccioli, significa avere un presidio straniero in città, non si può neanche sostenere alla faccia del popolo che sia la più bella cosa del mondo. D'altra parte, i popolari, cioè a dire i nostri signori d'origine popolana, chiamati altrimenti del portico di San Pietro, vorrebbero aver mani in pasta, allontanando dalla madia quei del portico di San Luca; e questi, capirete, spalleggiati come sono dal gatto e dal basilisco, antiche insegne dei Fieschi, non ci pensano neanche a ceder d'un passo. Si guardano dunque in cagnesco, e come possa andare a finire Dio solo lo sa. Speriamo, nondimeno; Dio misericordioso potrebbe appigliarsi al buon partito di accomodar la testa a tutti. Dei miracoli se ne son visti, in altri tempi: perchè non ne accadrebbe uno nel nostro? Parlo così,--soggiunse il giovanotto,--perchè conosco il padrone, chè non se ne fa nè di qua nè di là. Ma guai a parlar di pace in Violata!

--Gian Aloise è sempre il più forte?--entrò a dire don Garcìa.--E sempre bene coi francesi?

--E come!--rispose il Passano.--Non si muove foglia che Gian Aloise non voglia. Quasi si direbbe che in Genova sia lui il padrone, com'è il capitano generale di tutta la Riviera di Levante. Ci sono i francesi nel Castelletto. Ma quelli si possono magari considerare stipendiati, come se fossero svizzeri, o tedeschi; zuppa o pan molle.

--Sia contento, allora,--disse don Garcìa,--e lasci quieti noi in Gioiosa Guardia, dove si sta così bene.

--Felice mortale! L'avete trovata, la nicchia? E badate, ci verrei tanto volentieri ancor io.

--Con donna Higuamota, non è vero? Ma olà!--ripigliò don Garcìa, come per darsi sulla voce.--Non dimentichiamo che l'ha tenuta a battesimo la madre del padrone, e che bisogna dire donna Bianchina.

--Già,--disse ridendo il Passano,--quantunque sia bruna. Tien più di Caonabo che di Anacoana, la mia dolce metà. Fortuna che amo le brune!

--O perchè non l'avete condotta con voi, amico Passano?

--Che, vi pare? dovendo fare una visita di poche ore....--

Don Garcìa inarcò le ciglia, ma non aggiunse parola.

In quel mentre si faceva udire un gran rumore dalla scala vicina, donde qualcheduno scendeva a precipizio, saltando ad ogni tanto e tonfando, alla guisa dei ragazzi. E subito dopo si vide balzar dentro un adolescente, dai capegli biondi e dalla faccia birichina. Pareva, a vederlo, che il mondo fosse suo, o che lo credesse da vendere, e da poter comprare coi quattro soldi che a lui ballavano in tasca. Polidamante (era questo il suo nome) poteva dirsi l'imagine, il simbolo, il genio della Gioiosa Guardia, ove del resto era nato. Se gli altri ci avevano pochi fastidii, egli non ne aveva nessuno. Tutto di primo impeto, correva sempre, quando c'era da muoversi; quando poi doveva star fermo, si addormentava. Non faceva mai niente con misura; e forse per ciò era molto caro al padrone.

--Che c'è?--chiese don Garcìa.

--Presto, le acque;--gridò quell'altro, senza fermarsi a rispondere in tono.--Dove sono le acque?

--Nei fiumi;--disse il Passano;--e neanche ne han tutti.

--Ah, siete voi, messer Giovanni? Bene arrivato! Dicevo le acque acconce, le acque cedrate, i siroppi per la signora.--

I famigli, che non avevano bisogno di tutte quelle spiegazioni, avevano già levato da una credenza il vassoio con le bocce di cristallo, e si preparavano a seguire con quello il messaggero Polidamante.

--Quando si dice nascer vestiti!--esclamò don Garcìa, volgendosi al Passano.--I padroni hanno anticipata l'ora di uscire in giardino. Potete salire dietro a Polidamante, e presentarvi, e far le vostre ambasciate, senza interrompere i commentarii di Cesare.

--I commentarii.... Che dite voi, don Garcìa?

--Eh, sì, i commentarii di Cesare, come li chiama frate Alessandro.

--Sta bene, avevo inteso;--riprese il Passano.--Domandavo che diavolo è.

--Una storia, amico, una storia di laggiù, mi capite? Il capitano ci ha fatto l'onore di chiamarci nella caminata, per cinque sere alla fila, e ce ne ha letti già cinque capitoli. In quello scritto racconta tutto quello che s'è fatto alle Indie.

--Ah, bene! capisco, ora. Ci avrà molto da raccontare, perchè molto si è fatto. E parla di voi?

--No, non ci siamo ancora, a quel punto;--rispose don Garcìa, rannicchiandosi.--Penso, del resto, che quando saremo a quel punto, egli mi dovrà passare sotto silenzio. Del che non mi lagnerò,--soggiunse egli umilmente;--che anzi, dovrò sapergliene grado. Beati gli uomini di cui non avrà da occuparsi la storia.

--Bravo! siete filosofo?

--Alle mie ore, amico Passano.--

L'amico Passano strinse la destra di quell'altro Seneca; e vuotato il suo calice fino all'ultima goccia, che non era d'aceto, si avviò verso la scala.

--Va, bello mio, va, che non la conti giusta;--borbottò tra i denti il bravo don Garcìa, uscendo alla sua volta di là.--Questa visita di poche ore, a spron battuto, mi sa di chiamata a Genova lontano un miglio. C'è la mano di messer Filippino, qui sotto; scommetterei. Quello là non vuol dare nè lasciar pace a nessuno.--

Il giardino di Gioiosa Guardia, anzi i giardini, perchè erano quattro, bisognava andarli a cercare in alto, come gli orti pensili di Semiramide. Si stendevano essi sui bastioni della rocca, per tutta la lunghezza delle cortine, fiancheggiati e conterminati dalle torri, che, per conseguenza logica quanto architettonica, erano appunto quattro, senza contare il battifredo, gran torre più alta, dalla parte dell'ingresso, colla campana al sommo e con l'orologio nel mezzo. Forte arnese per guerre medievali, la Gioiosa Guardia non poteva più dirsi tale in un tempo che le artiglierie mobili e di grande gittata potevano batterla da parecchie eminenze circostanti. Ma essa non s'aspettava di queste noie, e il suo padrone, amico della pace, ne lasciava il carico ad altri luoghi fortificati della sua parentela, da Montobbio a Pontremoli. In uno di quei casi di necessità, che gli amici della pace come Bartolomeo Fieschi si dovessero ricordare d'essere stati uomini di guerra, la Gioiosa Guardia poteva essere ancora un bell'inciampo a soldatesche raccogliticce, non esperte o impazienti d'assedii; e il suo signore, poi, avrebbe amato sempre meglio far impeto in aperta campagna; che infine non era neanche troppo aperta, e i suoi duecento uomini, ben comandati, potevano valere per mille. Frattanto, sui pensieri di guerra avevano il sopravvento le arti della pace, e prima fra tutte l'arte dei giardini.

Madonna Bianchinetta, la santa madre del capitano Fiesco, ne aveva preso cura da giovane; ma poi, cresciuta negli anni, se n'era via via disamorata, piacendole assai più di passar le sue ore nella cappella del castello, dedicata a san Colombano; un gran santo, quello, e quasi di casa, che era morto non troppo lontano di là, nel monastero di Bobbio, e che dava il nome, del resto, ad una terra vicina. N'era venuto nei giardini del castello un gran guaio per le varie famiglie dei fiori; i quali, si sa, per prosperare domandano amore, intristiscono nell'abbandono, e muoiono anzichè darsene pace. Per contro erano cresciuti gli alberi, gran solitarii, anche quando si ritrovino in molti, che degli uomini non si dànno un pensiero al mondo, e vorrebbero anzi che gli uomini non si dèssero tanto pensiero di loro, per tagliarli, segarli, riquadrarli, piallarli a molti usi volgari, o farne legna da ardere. E insieme con gli alberi erano venute su liberamente le rose, belle salvaticacce che bastano molto a sè stesse. Diradare quegli alberi, sfrondandoli un pochino qua e là, ravviar quelle rose, nettandole d'ogni seccume e potandole, era stata la prima cura dei nuovi arrivati; quanto ai fiori più delicati, poco c'era voluto a trarne da tutti i dintorni, a farne allignare nelle vecchie aiuole risarchiate, e lungo i viali rifatti.

Per quei viali passeggiava la coppia felice; Fior d'oro col braccio sinistro girato intorno alla vita di Damiano; Damiano col braccio destro girato intorno al collo di Fior d'oro. Erano atti, per avventura, di soverchia libertà; ma non veduti per allora se non dagli uccellini saltellanti e chioccolanti sugli alberi. Ed essi, finalmente, come quegli alberi per tanti anni avevano fatto, non si davano pensiero di nessuno. Se n'andavano a passi lenti, così mollemente abbracciati, chiacchierando a mezza voce, bisbigliando quasi, com'è l'uso degli innamorati a buono, che non han nulla da dirsi di serio, nè sopra tutto di nuovo, ma che nelle cose più naturali e più comuni debbono metter sempre un po' di mistero.

Un rumor di passi sulla ghiaia del viale fece voltar la testa a Damiano. Una sbirciata bastò al felice mortale, perchè egli spiccasse il braccio dalla dolce postura che s'era scelta con tanto buon gusto, e prendendo per mano la contessa Juana muovesse incontro al nuovo venuto.