Part 2
Verso il tramonto di una bella giornata, Pomponio passeggiava sbadatamente in Lungarno, quando girando gli occhi sui balconi di un elegante palazzina incontrò lo sguardo di una bella signora che stava godendosi lo spettacolo della passeggiata.
— È superfluo estendersi in descrizioni, la signorina in discorso era di una rara bellezza ed aveva un paio d’occhi da ammaliare mezzo mondo. Mi affretto a dichiarare che Pomponio era un discreto giovinotto elegantemente vestito. — Arrogi quel suo pallore che lo rendeva molto interessante, talchè la signorina del balcone, arrestò per qualche tempo lo sguardo sopra di lui. Egli se ne accorse e fu assalito da tanta confusione, che arrossì fin nel bianco degli occhi, ed il suo cuore palpitò fortemente.
Il nostro giovinotto, rapito, entusiasmato da quello sguardo di fuoco, stette a guardare la signora finchè la convenienza lo permetteva, indi, sebbene a malincuore proseguì la sua strada volgendosi di tratto in tratto all’indietro. Camminando in quella guisa colla testa quasi sempre rivolta, non s’avvide di un signore dal grosso ventre che veniva verso di lui con aria molto preoccupata.
Entrambi si urtarono, e con tanta violenza che il cappello di Pomponio rotolò a molti passi lontano.
— Perdono, mormorò egli correndo dietro al suo cilindro.
— Diamine, badi ove manda le gambe! brontolò il grasso signore, ma appena il giovane rialzò la testa, il panciuto mandò una grande esclamazione.
— Pomponio, tu qui?
— Zio, siete voi!
— Oh lascia che t’abbracci, e sì dicendo lo zio senza curarsi di essere sulla pubblica strada, saltò al collo del nipote, che rimase alquanto confuso per quella eccessiva tenerezza.
— Come, birbo! tu sei a Firenze, ed io ne sapeva niente? — Oh Dio.... buono!
— Perdonatemi zio, aveva perduto l’indirizzo.
— E ci sei venuto senza accorgertene.
— Come?
— Io abito in quella palazzina.
— Là dove c’è quella signora?
— Precisamente, siamo vicini e buoni amici.
— Ah zio, conducetemi in casa vostra.
— Andiamo. E zio e nipote prendendosi a braccetto, rifecero la strada, ed entrarono nel portone non senza che però Pomponio lanciasse uno sguardo di soddisfazione alla bella signora, che era stata testimonio della scena.
— Passo di volo su taluni incidenti di nessun rimarco. È facile d’altronde supporre l’argomento della conversazione fra zio e nipote.
Pomponio dopo fatto l’elogio all’appartamento si avanzò timidamente sul balcone, e trovossi a pochi metri distante dalla signora che aveva tanto ammirato.
Arrossì a quella vista, e lo zio che era uomo di mondo, non durò fatica a comprendere.
— Bella signora, n’è vero?
— Oh molto! rispose Pomponio.
— Se ti fermi farai la sua conoscenza... è tanto amabile; in così dire lo zio fece un grand’inchino alla signora.
Pomponio per secondarlo, si scopri il capo, ma lasciò cadere il cappello sulla strada.
— Ohè! sclamò lo zio, mio caro, patisci forse di nervi? poco fa mancò poco che tu mi facessi stramazzare, ora butti il cappello giù dal verone.
— Perdonate zio, la distrazione...
La signora intanto erasi ritirata, forse per uno sfogo d’ilarità. Comunque fosse, è innegabile che Pomponio per un primo incontro aveva già guadagnato terreno.
Se io volessi dir tutto per filo e per segno non la finirei più, ma non essendo di quei cotali che scrivono a un tanto per pagina, così evito amplificazioni inutili.
A che scopo narrare tutte le vicende per le quali il povero Pomponio restò vittima inconsolabile di un amore ardentissimo? L’anima sua aveva finalmente trovato la gemella; non più solitudine, sospironi sparati al vento, non più malinconie, ma strette di mano espressive, sguardi di fuoco, urti di ginocchio, pestate di piedi... con quel che segue.
Non occorre dirlo, l’oggetto di Pomponio era la signora del balcone, la vezzosa vedovella per la quale aveva fiaccato il ventre dello zio e buttato il cappello sulla strada.
Si chiamava Allegra, aveva ventisette anni, una bella faccia, due grand’occhi bruni, una taglia provocante, un piedino d’angelo, una dote di cinquantamila lire, ed una gran voglia di rimaritarsi.
Cospettone! con tanta roba in vetrina non mancano avventori; ed Allegra ne aveva molti, e fra questi un cugino alquanto attempato, ma personaggio importante influentissimo nei circoli diplomatici.
A questo punto mi tocca far violenza alla mia verecondia per vincerla su certi scrupoli che mi inceppano la penna; già si sa che la coscienza non deve far pressione sull’animo dello scrittore, ma io poveraccio non ho ancora quel coraggio civile che è necessario in questi casi.
Mi dà una gran pena questo dover ad ogni tratto sollevare il velo di qualche mistero, ma mio Dio! quelle buon’anime di lettori sono così curiosi! Tant’è, prima dello scrittore il mondo ha già menato la lingua; prima della maldicenza scritta c’è la maldicenza parlata che vola sommessamente di bocca in bocca, ed alla fine scoppia come il colpo di cannone di Don Basilio.
Questa volta però non si tratta di calunnia, ma sibbene d’un fatto che se non si può giurare, si può per altro credere.
La _buona gente_ di Firenze aveva già scagliato la pietra sulla vedovella che si lasciava troppo proteggere dall’influente cugino. Si diceva che costui dalla morte del marito aveva spiegato un’assiduità rimarchevole colla moglie. Furono veduti parecchie volte a spasso nei dintorni della città, fuori di porta, ed infine una cameriera di madama avrebbe confidato al suo damo che il cugino aveva libero accesso nella stanza da letto della signora.
Ci credete voi signori?
Questo scellerato mondo è tanto perfido, che davvero non so come regolarmi, quando lo sento mormorare.
Notisi inoltre che se la vedova si lasciava consolare, era nel suo pieno diritto di farlo. Oh che! perchè il marito muore, dovrà la consorte vestire il lutto eterno? dovrà essa legare la sua gioventù e sacrificarla alle magre reminiscenze di un passato che è passato? No certo. Si piange per un anno, qualche visita al cimitero colla serva, e forti sospiramenti quando si parla del defunto; intanto la vedova ingrassa, e poco dopo passata la furia del dolore di circostanza, si riaprono le sale agli amici del defunto marito, i quali si credono tutti in diritto di dar dei consigli alla vedova.
Oh! l’amicizia. Gli scettici la dicono una parola vana, ed è ancor poco se non la chiamano addirittura un’ipocrisia.
Consolare gli afflitti è uno dei doveri del buon cristiano, ed in fede mia, non saprei trovare opera più generosa e piacevole di quella di asciugare le lagrime ad una giovane vedovella.
Ma andate mo’ a far sfoggio di questi buoni sentimenti, vi rideranno sul muso. Mi ricordo d’aver visto i funerali di un povero marito accompagnato da un corteo di pietosi amici tutti in lagrime, e ricordo ancora che mi sentii profondamente commosso. Uno poi fra gli altri tanti che accompagnavano il feretro, aveva un’aria così addolorata che era una pietà il vederlo. Ebbene, mentre me ne stava pensoso ad osservare, sentii dietro di me il seguente dialogo:
— Veh! il signor B.... che aria afflitta.
— Ah! che ridicolo!
— Che impostore. Figurati che colui fa una corte spietata alla vedova; è l’ombra del suo corpo, e giurerei che presto farà le veci del defunto.
È una birbonata, non è vero? — eppure se io non fossi più che ottimista, ora, dopo passato qualche tempo, sarei tentato di credere che quel briccone avesse ragione.
La signora Allegra, dunque versò le sue lagrime d’obbligo sulla memoria del marito, gli pose in Camposanto una lapide col solito epitaffio: _la vedova inconsolabile e desolata vivrà nel lutto eterno..._ con quel che segue, eppoi fece come fanno tutte le altre.
Cercò di distrarsi, e ridiventò civetta, voglio dire una dama del bel mondo.
Tutto passa quaggiù, tutto finisce in questo basso mondo, e la vedovella riprese ben tosto le sue abitudini, anzi ne contrasse delle altre, frutto del suo stato libero.
Non ci mancava la _réclame_ sulla sua disponibilità; la signora Allegra andava sempre vestita a lutto, ma la gente che mormora trovava in quelle gramaglie più un richiamo che non l’espressione di un dolore. Fin qui io sto col mondo, giacchè il lutto delle signore mi fa sempre l’effetto della quarta pagina d’un giornale.
È facile immaginare che Pomponio fissò la sua dimora in casa dello zio. L’amore aveva operato un vero prodigio, e dopo pochi giorni l’ipocondriaco giovinotto non era più riconoscibile.
— Passava tutta la giornata alla finestra per spiare le mosse della vedova, e quando lo zio gli disse che l’avrebbe presentato a quella signora non seppe trattenersi di dare un calcio alla cagnolina per sfogare la gran gioia. A quella vista lo zio si persuase che la cosa era urgente, e temendo che quegli slanci di allegrezza degenerassero in manìa, lo prese per il braccio, e trascinollo subito in casa della signora.
Il primo colloquio, e le relative cerimonie di presentazione sono sempre cose noiose, e non vale la pena di descriverle. Per altra parte poi nulla vi avvenne d’importante, se si eccettua un po’ di batticuore di Pomponio, e qualche grulleria scivolatagli dal labbro. Passo sulla seconda visita, sulla terza, e su varie altre, e salto addirittura a quindici giorni dopo l’arrivo di Pomponio a Firenze, vale a dire alla quattordicesima visita che egli fece alla vedova.
Oh! l’amore! vengano gli scettici a negarlo, vengano a dirmi che questa corrente elettrica è un sogno dei poeti. Pomponio ed Allegra in quindici giorni erano ubbriachi fradici d’amore.
Sarei quasi tentato di spifferarvi la storia di quell’affetto nato così rapidamente; ciò mi fornirebbe occasione per sfoggiare le mie cognizioni in materia, ma siccome parmi già di sentire gli sbuffi impazienti del lettore, volo... vale a dire, salto altri quindici giorni e mi porto verso il tramonto di quel purissimo amore.
Dissi purissimo, e ciò sembrerà strano, giacchè la purità delle vedovelle si può sempre discutere, tuttavia qui l’espressione fa al caso.
Pomponio non era per nulla uno scapestrato, un altro al suo posto avrebbe finito dove finiscono sempre siffatti intrighi, ma egli tenne duro. I mediocri d’intelligenza sono spesso i più onesti. Ne volete una prova? Pochi giorni dopo il suo arrivo a Firenze egli scrisse alla famiglia dicendo che desiderava ammogliarsi, e chiedeva un consiglio al padre.
Quel buon uomo non desiderava di meglio, ed a volta di corriere rispose al figlio che egli era soddisfattissimo; anzi lo pregava a sollecitare le nozze.
Questa lettera fruttò un bacio a Pomponio. Fu il primo, ve lo posso giurare, giacchè la vedovella seppe sempre tenerlo alla dovuta distanza; ma quando vide la lettera del papà si commosse, pianse, ed abbracciando il suo Pomponio lo baciò teneramente in fronte.
Ah! le vedove sanno ottimamente l’_Arte d’amare_. Il primo matrimonio è per esse una scuola di perfezionamento, e quando hanno perduto il marito diventano insuperabili negli artifizi amorosi.
Un bacio dato a tempo ne vale cento dati alla rinfusa, come costumano certi innamorati allorchè la buona stella li mette in colloquio intimo.
Evvivano dunque le vedove che sanno farsi desiderare. Mi viene però alla memoria una certa sentenza in versi, che dice:
Oh tu che hai scorse tante dotte carte: Qual’è l’arte d’amar? — L’amar senz’arte.
Questa laconica risposta tornerebbe tutta a favore degl’ingenui, dunque come sempre avviene c’è ragione per ambe le parti, epperciò mentre ammiro il bacio unico e speculativo delle vedove, batto le mani ai mille che si danno i giovani amanti; e che Dio gliela mandi buona!
L’amore non si discute, o si sente, o non si comprende, e Pomponio che lo sentiva molto fortemente, non indugiò gran fatto ad assecondare il desiderio del padre.
Senza tanti arzigogoli, saltiamo ancora un mesetto, e gli sponsali sono fatti.....
. . . . . . .
Qui lascio una lunga fila di puntini che danno fede della mia verecondia nel non voler sollevare il velo di una soavissima luna di miele.
Il sole entra in Capricorno.
«Datemi un punto d’appoggio, ed io vi metto sossopra il mondo» — Così disse il matematico di Siracusa; ma niuno meglio di lui sapeva di domandar l’impossibile.
Ormai si sa per lunga esperienza che tutto ubbidisce a certe leggi inalterabili della natura. Chi nasce cavolo non morrà garofano; e le tendenze degli uomini per far che si faccia non si ponno violare.
Non mi si venga fuori coll’onnipotenza dell’educazione, giacchè per conto mio domanderei l’abolizione del vocabolo onnipotenza il quale esprime una cosa che non esiste.
È provato che Dio stesso non può essere onnipotente perchè non saprebbe fare un circolo quadrato, dunque restiamo d’accordo che le tendenze insite nell’uomo sono immutabili. Anche la luna di miele subisce come tutte le altre le sue fasi di decrescenza, colla sola diversità che quando è tramontata non ritorna più mai sull’orizzonte. Luna fatale!
Il suo splendore durò poco per Pomponio, che dopo qualche mese cominciò ad abituarsi alla felicità, e poscia se l’ebbe di peso.
La vedovella avea dei piccoli grilli, le piaceva d’esser corteggiata, voleva feste, teatri, balli e con che cuore poteva Pomponio presentarsi in pubblico, senza essere nemmeno cavaliere! Ecco il tarlo che rose le sue gioie coniugali.
L’amore aveva assopito solo per poco lo stimolo dell’ambizione, ma passato il fuoco dell’entusiasmo per la moglie, Pomponio ricadde nella sua cupa malinconia.
Con grandissimo rammarico leggeva giornalmente quel foglio malvaceo che è la _Gazzetta Ufficiale_, e ad ogni nuovo cavaliere annunziato il poverino si sentiva come stretto al cuore.
Oh la croce, egli la voleva, la sognava, e frattanto la sua dolce metà gli ne faceva portare una e ben grossa.
Debbo dirlo perchè si disse, ma io dichiaro come al solito che non credo alle ciarle del mondo. La vedovella convinta d’aver sposato un baggèo, pensò tosto a darsi buon tempo. I sogni ambiziosi del marito le davano agio a fare ciò che le piaceva, e siccome le piaceva un ufficiale di cavalleria, si lasciò spesso accompagnare da costui al teatro, al caffè, e si disse perfino d’averli veduti in una strada di campagna....
Siamo d’accordo che cotesta è un’altra infamia del mondo che vitupera l’innocenza, ma prima di condannare addirittura il mondo, è bene riflettere come talvolta egli non abbia tutta la colpa de’ suoi errori.
La mia nonna, buon’anima, mi diceva:
— Figlio mio, la maldicenza è come un lago, se tu vedi il tranquillo specchio che si turba, è segno che vi è caduto dentro il sassolino. Al fondo di tutte le dicerie, c’è sempre un po’ di vero.»
Non voglio certo disconoscere i savii ammaestramenti di quella buona vecchia, ed ogni qualvolta sento il mondo che mormora, mi rammento sempre la storia del sassolino.
Insomma pigliatela come si trova; se è vero che l’ufficiale se la spassasse romanticamente con Allegra, ci avrà trovato la sua convenienza. In questi casi è prudente sposare la gran massima che dice: le colpe della moglie sono colpe del marito. Tiro innanzi.
Lo sventurato Pomponio struggevasi per ambizione, e dopo appena sei mesi di matrimonio non era più riconoscibile; era sempre preoccupato, distratto, come un banchiere alla vigilia del fallimento. La gente pensava che ei la facesse da uom di spirito, e taluni vedendo che la sua fronte andava facendosi più ampia per lo sfrondarsi dei capelli, osservavano malignamente com’egli covasse qualche protuberanza al cranio.
Ma la provvidenza è grande, e non tardò a sorridere a Pomponio prendendolo sotto le sue pietose ali.
Se vi ricordate, quando la moglie di Pomponio era vedova (Dio che giro di parole!) godeva la protezione di un cugino alto-locato. Costui ebbe una parte attivissima in quel matrimonio, aveva fatto dei grandi regali alla sposa, e quando ella stava per lasciar Firenze ei chiese licenza al marito di darle un bacio.
Era una cosa innocentissima, e se vogliamo anche un onore per Pomponio.
D’allora in poi Allegra mantenne sempre un discreto carteggio col cugino di Firenze, ed un giorno ricevette da lui una lettera in cui le notificava la sua nomina ufficiale ad un consolato estero. Inoltre per _post-scriptum_ eravi che appena sbrigati alcuni affari, egli passerebbe a salutarla prima d’abbandonar l’Italia.
Allegra comunicò la lieta novella a Pomponio, il quale sentì slargarsi il cuore per la gioia. È facile comprendere che un barlume di speranza era riapparso nell’animo suo, facendo egli gran calcolo sull’influenza del cugino diplomatico.
Una sera stando chiuso nella camera da letto e mentre la moglie già si spogliava, Pomponio prese a dire:
— Senti Allegra. Se viene il cugino bisognerà pensare a dargli un conveniente alloggio.
— Certo.
— Non si canzona mica un personaggio così.
— Oh, disse la moglie, non pigliarti tanti fastidi, già lo sai, egli è fatto alla buona.
— Tutto va bene, ma bisogna fargli l’onore che si merita. Si fermerà molto?
— Chissà! Secondo l’urgenza, può darsi anche che non si fermi più di un giorno.
— Ne sarei dolentissimo.
— Ed io pure, è tanto tempo che non lo vediamo!
— Tanto più, mormorò Pomponio, tanto più che aveva un certo progetto in mente...
— Che progetto?
— Oh Dio, un’inezia, massimamente se tu t’impegni in mio favore.
— Puoi dubitarne! Di’ pure.
— Già lo sai, Allegra mia, io sono piuttosto ambizioso.... tutto per te; mi piacerebbe farti fare bella mostra nel mondo. Non già che io ci tenga gran fatto a corte cose, sono minuzie, tuttavia non si può negare che un titolo fa sempre qualche effetto in società.
— Ma spiegati meglio, sclamò Allegra piantando due occhioni addosso al marito.
— Ecco... cioè, il cugino è molto influente al ministero, e se mercè il suo intervento potessi guadagnarmi una croce...
— Ah! vorresti esser cavaliere!
— Ecco, rispose Pomponio, ed arrossì fin sulla punta del naso a tal segno che la moglie se non rise fu perchè ebbe pietà di quella miseria.
— Per farti cavaliere occorre un titolo.
— Qual titolo migliore esser suo cugino!
Allegra si fece alquanto seria, e stette fissando di sottocchi il marito che appunto allora si aggiustava la berretta da notte. Aveva una figura stolida, messa assai bene in rilievo da una tinta di timidezza che apparivagli ogni qualvolta si trovava in colloquio intimo colla moglie...
— Dunque Allegra mia, hai pensato?
— La signora aggrottò le ciglia, guardò il marito con un’aria di superiorità quasi sprezzante, e rispose seccamente con una sola parola che poteva essere una rivelazione.
— Vedremo! — Io spero che non ti dirà di no... ti vuol tanto bene.
— Se dipenderà solamente da lui.
— Basta che ei lo voglia, è un affar fatto. La danno a tanti la croce e si può ben compiacere un cugino. È da qualche tempo che ho quest’idea, ma tu mia cara mi tieni in gran soggezione. Infine se sono ambiziosetto è per te sola, capisci che se io sarò cavaliere tu diventi _donna_...
— D’altri, mormorò Allegra fra i denti voltando le spalle al marito che poco dopo si addormentò sognando la realtà delle sue speranze.
Dopo tanto, sfido io il lettore se avrà cuore ancora di scagliar la pietra su quella povera donna. È vano sofisticare sui doveri del matrimonio quando trattasi d’avere alla cintola un marito di quella fatta. Io sono sincero, e dico francamente che in simili casi come in tanti altri metto le infedeltà coniugali nella schiera dei più sacrosanti doveri.
Ognuno ha quello che si merita, ci vuole una testa apposta perchè vi possano germinar le corna; e qui mi arresto con un’altra osservazione. Le corna non mi sembrano troppo a proposito per raffigurare la posizione sociale di certi mariti.
Oh perchè non mettervi invece delle corna le orecchie? Starebbero assai più acconcie. Narra la favola che Atteone per aver veduto Diana al bagno fu dannato a portar sulle cervice il blasone dei cervi... sin qui sta bene, ma qui non ci trovo relazione col becco dei mariti. Atteone s’ebbe le corna in pena d’aver visto, mentre i mariti le hanno appunto perchè non ci vedono niente. Cito il fatto puro e semplice, ma per conto mio me ne lavo le mani, e poichè ci vogliono le corna, prendo il mondo co’ suoi usi, e tiro dritto.
— Mi preme unicamente di stabilire che madonna Allegra era quasi in diritto, per non dire in dovere, di seminare sul capo del marito quei nobili fregi. Veniamo al punto, cioè al giorno in cui doveva arrivare il cugino. La fu una vera baraonda in casa di Pomponio, si trattava di assegnare una camera degna dell’ospite, ed infine dopo discussi cento progetti, Pomponio aderì a quello della moglie che volle il cugino in una camera prossima alla sua.
La dabbenaggine alla prova.
Il cugino fu d’una esattezza diplomatica, ed arrivò proprio col convoglio fissato.
Pomponio e la moglie erano ad aspettarlo, nè qui è caso di rimestare tutte le galanterie del ricevimento.
Due righe per il ritratto del nuovo personaggio.
Era oltre la quarantina, ma pareva assai più giovane. Portamento franco e spigliato proprio delle persone avvezze al vivere del gran mondo. Una figura discreta, occhio penetrante; era insomma un bel uomo degno al tutto di far capo ad una legazione.
Pomponio lo pressava lo stringeva fra mille gentilezze, e quando seppe che il cugino si fermava qualche giorno in casa sua, non ebbe più limite alla gioia.
Dopo cena il cugino si dichiarò stanco, e chiese di ritirarsi; Pomponio lo accompagnò nella sua camera, e ritornando poscia alla moglie le rinnovò la solita raccomandazione.
All’indomani il cugino non aveva ancora aperto gli occhi che si vide parato innanzi Pomponio inchinevole e sorridente; a pranzo poi il nostro diplomatico doveva schermirsi in mille modi per non fare delle indigestioni. Era insomma una specie di tirannia esercitata a furia di gentilezze, ma il cugino ne aveva a macca delle cortesie del marito, tanto più che costui lo perseguitava siffattamente che non ci era mezzo di abboccarsi da solo colla cugina. Si sa, i parenti hanno sempre alcuna cosa a dirsi.
Allegra, vedendo che un tale stato di cose non poteva più oltre durare, e pressata sempre dal marito per l’affare della croce, gli rispose un giorno:
— Capirai, caro mio, che fino a quando tu starai ai fianchi del cugino, non potrò mai aprir bocca. Non sono queste cose che si possano dire su due piedi; lasciaci in libertà per qualche ora, e parlerò per te.
Pomponio non domandava di meglio, ed una sera, manifestando desiderio d’andare al teatro, lasciò la felicenotte alla moglie ed al cugino e se n’andò....
. . . . . . .
Lasciate o benevoli lettori, lasciate che io segni con tanti verecondi puntini il colloquio intimo dei due cugini; se così non facessi verrei tacciato di lesa morale.
Siamo in epoca rigeneratrice, tutti caricano la croce al povero scrittore che per essere verosimile trovasi bene spesso costretto a rivelare certe verità disgustose. Mio Dio! il vero non s’inventa, epperò bisogna adattarsi e pigliarlo dov’è.
Infine vogliasi o no, tutto concorre al grande scopo umanitario e riformatore, ed anche l’umile scrittore colla sua pietruzza qualunque sia, porta il tributo all’immenso edifizio sociale.
È curiosa però cotesta sete di morale che invade il nostro secolo cadente, si direbbe che tende a purificarsi delle magagne riportate in giovinezza. Ma ohimè! anche il concetto della morale che si sente oggi è puramente una smania della moda, e più spesso la cuccagna di tanti filosofi moralisti ad un tanto per pagina.
Oh perchè, signori miei, si pretende che lo scrittore pel primo entri nella palestra per infarinarsi di un trascendentalismo sociale che esiste nelle idee, ma non nel fatto?
La morale sarà buona se vera, ma finchè le generazioni proseguiranno per questa via di lubriche costumanze, la parola dello scrittore sarà buttata al vento.
È la moda! Giacchè la virtù va via sloggiando dalle nostre case giacchè la corruzione entra per tutte le fessure, si pretende che il senso morale resti almeno sui libri come se si volesse ingannare la posterità.