Part 1
A. G. CAGNA
RACCONTI UMORISTICI
UN SOLDO
UN’AVVENTURA GALANTE
UNA CROCE MERITATA
LEI VOI E TU (Saggio di Dialogo)
Vol. II.
MILANO 1873 PRESSO =Carlo Barbini= EDITORE Via Chiaravalle N. 9
Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865 N. 2337, essendosi adempito a quanto essa prescrive.
Tip. Ditta Wilmant.
UNA CROCE MERITATA
STORIA DI TUTTI I GIORNI.
SPROLOQUIO
_Fu detto l’istinto essere la legge dei bruti. — Per quanto riserbata sia questa sentenza, e favorevole agli uomini, non cessa però di essere più un complimento che una definizione._
_L’istinto, checchè se ne dica è una legge universale. È un torto marcio che si fa alle bestie chiamando_ istinto _le loro naturali tendenze, mentre per l’uomo si distinguono col nome di_ passioni _e_ manìe.
_Tutto è istinto nell’animale in genere; tutte le azioni, tutti i perturbamenti entrano nel dominio di questo autocrate che guida le nostre aspirazioni._
_L’istinto spinge l’uomo alla meta, con tanto ardore quanto ne è più difficile l’impresa, e la storia di Pomponio che prendo a narrare, è un esempio che parla molto in favore di quanto sopra._
Manifestazioni d’un genio!
Pomponio sin dalla prima giovinezza tradiva le sue ambiziose tendenze. I suoi genitori erano abbastanza agiati da poter soddisfare a tutti i capricci del ragazzo, il quale prendeva gran gusto nell’appendersi medaglie sul petto, e decorarsi come un generale.
A quindici anni questa sua smania si fece tanto potente da creargli un bisogno, quello d’avere una medaglia d’oro per fregiarsene arbitrariamente.
I genitori invece d’allarmarsi per questa tendenza troppo spiccata, se ne compiacquero invece, parendo ad essi che un giorno o l’altro per la smania di distinguersi, il figlio si azzardasse ad imprese non comuni.
L’idea era buona, ma non si rimarcò che a Pomponio bastava avere una medaglia senza crucciarsi tanto sui mezzi di procurarsela.
A venti anni l’istinto ambizioso di Pomponio prese un notevole sviluppo, e tale da non bastargli più il facile acquisto di una medaglia. Ormai egli aspirava a qualche cosa di più, e si diede con tutta lena alla caccia di un titolo.
Entrò all’università per addottorarsi in leggi, ma dopo sciupato qualche anno, si accorse di non avere gran vocazione per la magistratura.
E sì, che, per bacco, a giudicare dal numero stragrande dei laureati in leggi, non mi sembra tanto straordinario il riuscirvi. La è tanto comoda cotesta strada che financo i ricchi la battono, tanto per poter col titolo di avvocato far velo ai loro placidi ozii. Eppure Pomponio non trovò il fatto suo, e rinunziò alle baraonde universitarie.
Passò un anno meditando sulla carriera che dovesse sciegliere, ma una sera dopo di aver assistito in teatro al trionfo di una commedia nuova, si accorse di avere una pronunciata tendenza per la drammatica.
Ruminò per qualche giorno su cotesta manifestazione spontanea del suo genio, e fattosi convinto della realtà, si ritirò nelle sue camere per meditare nel silenzio la scelta del soggetto di una produzione.
Ma sia che il suo talento mal potesse informarsi alle angustie della scena, o che il suo orgoglio di scrittore lo rendesse incontentabile, dopo quindici giorni non aveva ancor trovato il filo d’un soggetto qualunque.
Si lanciò nel mondo per studiare qualche argomento della vita sociale; frequentò le conversazioni, i balli, i teatri, percorse alberghi, taverne e bettole, ma con poco frutto, e dopo qualche mese non aveva ancora trovato il fatto suo.
— Una sera, passando per una via un po’ remota, in cerca d’inspirazioni, gli ferì l’orecchio un rumore confuso di voci e suoni indistinti, si fermò di botto, e comprese che poco lungi all’ultimo piano di una casa si ballava.
La necessità dà coraggio. Entrò nel portone, vide lumi sulla scala, e salì animoso guidato dal fracasso che ingrossava man mano. — Trovò gente su l’uscio, e chiese di che si trattasse.
— Prometto mia figlia, rispose un vecchiotto dalla faccia allegra.
— Ah! una festa di nozze, credeva... cioè... tante grazie; e s’incamminava via.
— Venga avanti signore, si accomodi, venga a ballare, siam gente alla buona ma...
— Non conosco alcuno, mormorò Pomponio.
— E che importa? fra galantuomini non si fa complimenti, venga con me.
Sì dicendo il vecchio prese Pomponio a braccetto, e lo introdusse in una stanza attigua a quella in cui si ballava.
C’era calca di gente, tutti parenti ed amici degli sposi.
L’allegria non mancava fra quella gente alla buona, si sentiva un chiaccherio assordante. Il vino correva per le tavole, e buona parte dei convitati erano già brilli. L’orchestra era composta di un trombone, un flauto e due violini. Anche i suonatori parevano ubriachi, strepitavano coi loro strumenti in un modo orribile.
Frattanto la folla si accalcava urtandosi, e nel bel mezzo della stanza, fra un crocchio di danzatori furibondi che ballavano come dannati, c’era la sposa, una ragazzona solida con spalle erculee.
Si ballava quella ridda in cui tutti si prendono per mano formando un cerchio, entro cui si alternano a vicenda coppie danzanti con lazzi più o meno leciti. Pomponio passando presso quel cerchio turbinoso, vi fu travolto dentro, ed abbenchè di mala voglia si pose esso pure a dimenar le gambe, tanto per secondare gli sbalzi dei due che lo tenevano per mano.
Il giochetto durava già da una mezz’ora, senza che alcuno pensasse a riposarsi.
I suonatori tiravano dritto che l’era un piacere, e la ridda teneva saldo, animata da urli e sghignazzate. Pomponio era mezzo morto, le chiome scomposte gli cadevano sul viso madido di sudore, pur tuttavia, timido com’era non osava svincolarsi dalle strette dei danzatori. Tratto tratto spiccava sbalzi che erano più tentativi che successi, giacchè le sue gambe si ribellavano a quella fatica inusitata. Oh! quanto costa studiare il mondo, pensava fra sè sospirando, e frattanto volgeva gli occhi supplichevoli a quell’inesorabile trombone che continuava intrepido, con l’aria di mai più finire.
Ad un tratto si udì un grido assordante: evviva la sposa! Questa difatti compariva allora sul limitare della stanza ed in men che dicesi fu anch’essa travolta nel cerchio dei danzatori. Tutti se la baloccavano a vicenda, chi le dava un urtone chi se la premeva al seno in modo da farla schiattare; ma per fortuna la sposa era una tarchiatella di tempra ferrea che resisteva a tutto. Anzi pareva che la vertigine del ballo le svilupasse la forza musculare. Urlava anch’essa e saltellava come un capretto, e se non si trattasse di una donna, direi che la pareva brilla.
Pomponio intanto ballava sempre ed era acconciato in un modo orribile, quando per soprasello gli capitò di esser tratto in lizza dalla sposa che gli aveva buttato le braccia al collo.
Si rassegnò al destino, lanciò uno sguardo disperato al trombone, e si abbandonò nelle braccia di quella nerboruta ragazza, la quale abbenchè assai di lui più piccola, lo baloccava come un ninnolo. La sposina lo faceva saltare in un modo orribile, ora gli balzava al collo e glielo scrollava da scavezzarlo, ora si aggrappava alle falde della sua marsina, cagionandogli lacerazioni. Pomponio trafelante, spossato, metteva fuori un metro di lingua, e schizzava gli occhi dall’orbite.
Inconscio di quel che si facesse, e squilibrato dai mulinelli che gl’imponeva la ballerina, si lasciò cadere quasi morto nelle braccia di lei. Ma ad un tratto si rivenne dal suo svenimento, mercè un potentissimo calcio amministratogli per didietro da un fratello della sposa.
Per un equivoco, si era creduto che Pomponio avesse baciato la ragazza. Egli si volse come per andarsene via da quel vortice. Inutile tentativo, tutti gli furono addosso gridando _dalli a questo aristocratico_.
Fu per un miracolo che il padre della sposa riuscì a trarlo di là e rimessogli in testa il cappello tutto sdruscito e pesto, lo accompagnò sulla porta augurandogli la _felice notte_.
Poverino, era tutto a sbrendoli.
Eureka!
La scrivo di cuore questa parola che riassume la gioia di uno scienziato al dileguarsi della nebbia che gli nascondeva un secreto.
— Pomponio, come Galileo, come Archimede, e tanti altri, ebbe finalmente il suo buon momento.
Dopo la salva di percosse ricevute al ballo della sposa, il povero giovane fu per alcuni giorni obbligato al letto per calmare le doglie, e guarir le lividure.
Eppure, malgrado tutto, il povero Pomponio dal suo letto di dolore non pensava che al soggetto della commedia, e cercava nella sua mente qualche episodio della vita per trarne argomento.
Frattanto dopo pochi giorni di riposo fu in grado d’alzarsi e passeggiare per la camera; consultò parecchi libri di novelle, riepilogò tutti i romanzi che aveva letto, ma nulla valse allo scopo.
Un mattino stanco di starsene in casa si decise di uscirne per far una passeggiatina. Discese le scale, e mentre stava per fare il primo passo nella strada, il cane del portinaio gli fu addosso saltellando giocondamente per esprimergli la sua allegrezza.
Pomponio a quella vista mandò un grido di gioia, abbracciò il cane, baciollo teneramente poi risalì di volo le scale, entrò nella sua camera, aperse un cassetto, e trattone un grosso scartafaccio di carta bianca, vi scrisse in cima a caratteri grossi:
L’AMOR DELLE BESTIE
DRAMMA
Il soggetto era trovato!
La gestazione d’un dramma è sempre penosa, nondimeno Pomponio si adoprò con tanto ardore che in un mese il lavoro era terminato.
— Parrà straordinario a taluni, ma la è così: un mese fu più che a sufficienza pel neo-drammaturgo.
Lopez-Vega scriveva una commedia in ventiquattr’ore, e Pomponio che aveva finalmente trovato il filo, potè in breve scrivere sul suo lavoro la parola: _Fine_.
Osanna, il teatro italiano aveva un lavoro di più da aggiungere alla già splendida corona. Veramente il titolo pare che presti poco soggetto al dramma di Pomponio; e difatti si trattava di un solo episodio tirato e trascinato per cinque atti, ma signori miei, la semplicità è una gran cosa.
Dio fece il mondo con niente, dunque per poco che s’abbia si può fare un dramma.
Il lavoro era bello e pronto, vi mancava solamente una compagnia per recitarlo e Pomponio nella sua ingenuità credette cosa facile il trovare un capocomico disposto in suo favore.
In paese c’erano due compagnie di commedianti, ed un bel mattino il nostro giovane autore si prese sotto il braccio il suo dramma, ed andò difilato a suonare il campanello in casa di uno dei direttori.
Una donna scarmigliata e brodolosa venne all’uscio chiedendo ruvidamente!
— Chi cercate?
— Scusi, signora, mormorò Pomponio, abita il signor Capocomico Rinaldo?
— Sì.
— Ho bisogno di parlargli.
— Ripassi più tardi, non è ancora alzato, rispose la donna disponendosi a chiudere.
— Perdono... madamigella, soggiunse tosto Pomponio, se anche fosse in letto non fa nulla, due sole parole giacchè ho molta premura.
— Allora si degni di aspettare un momento.
La porta fu rinchiusa, e Pomponio se ne rimase sul pianerottolo, non troppo edificato dell’accoglienza ricevuta.
Dopo dieci minuti d’aspetto, la porta venne riaperta, e la stessa donna, collo stesso tono gli disse:
— Venga avanti.
La franchezza di Pomponio era già di molto scemata, e sentivasi in cuore un certo turbamento che lo sconcertava.
Attraversò una stanzuccia tutta in disordine, entrò in quella da letto, e fermandosi sulla soglia col cappello in mano, si rivolse al commediante che stava ancora sotto le coltri, compose la faccia ad un risolino molto imbarazzato e sclamò:
— Scusi signor Capocomico se...
— Niente, niente, rispose l’altro accennandogli di avanzarsi.
Pomponio arrischiò due passi, indi riprese con voce tremante:
— Mi perdoni la libertà, so che ella è tanto buono.
— Al fatto, favorisca di sbrigarsi chè non ho tempo da perdere.
— Eh capisco... studia sempre.
— Già, ma si faccia più vicino; ho un maledetto raffreddore che mi fa sordo.
Pomponio fece altri due passi, ma era tutto convulsione, quando fu proprio presso al letto riprese il filo.
— Dunque, signor Arcibaldo.
— Mi chiamo Rinaldo.
— Ah! è vero... ecco dunque; io ho scritto un dramma.
— Me ne rallegro.
— Grazie... vorrei vederlo rappresentato, epperciò lo portai a lei.
— Ih! Ih! sclamò Rinaldo tirandosi sugli occhi il berretto da notte: bisogna vederlo questo lavoro, si fa tanto presto a scrivere un dramma!
Pomponio restò di stucco; il poverino aveva creduto che l’offerta di un dramma facesse impressione sull’animo di un Capocomico, invece toccava l’opposto. La poesia dell’arte che era già profondamente scossa per la vista di quel primo attore scamiciato e sporco, entrò allora nella fase del più atroce disinganno, il povero Pomponio se ne restò là impalato, confuso, facendo girare fra le mani il suo scartafaccio senza trovar parola di risposta. Infine, con un eroico sforzo disse:
— Volesse avere almeno la compiacenza di leggere questo lavoro.
— Va bene, mettetelo lì sul tavolo; se avrò tempo lo leggerò. Passate poi per sentire il mio parere.
— Grazie. Quando verrò, domani?
— Che diavolo dite, credete forse ch’io abbia nulla da fare? Venite fra una ventina di giorni.
— Sta bene, mormorò Pomponio tirando un sospiro, poscia se ne andò.
Il povero giovinotto aveva il cuore angosciato, ed era a poco per piangere.
Egli non conosceva i commedianti che dal palco scenico, ed aveva quasi creduto che costoro vestissero in casa la porpora e la corona.
La berretta del signor Rinaldo, ed il malarnese di quella donna, avevano soffocato col loro strano contrasto le ingenue credenze del giovane autore.
Trascorsero finalmente quindici giorni che parvero secoli, ed al sedicesimo, Pomponio s’incamminò verso l’abituro del capocomico.
Battevano le 11 quando egli tirava la corda del campanello. La solita donna colla solita toeletta venne ad aprirgli, e lo introdusse nella stanza del signor Rinaldo che terminava allora di vestirsi.
— Buon giorno, signore.
— Oh! sei tu! giovinotto, vieni, vieni innanzi; sei passato per quel tuo lavoro.
— Proprio, rispose Pomponio un po’ mortificato per quel tuono confidenziale del comico.
— Terminai ieri di leggerlo, abbiamo tanto da fare. Figurati tengo una cinquantina di commedie nuove sul mio tavolo, devo trovar tempo di leggerle tutte.
— Ebbene, che le pare?
— Senti amico, io sono schietto. Per un primo lavoro non c’è malaccio, ci sono delle cosettine discrete; ma tu sei all’oscuro dell’intrigo scenico, ti manca la conoscenza dell’effetto, eppoi è lungo, troppo lungo, troppe ripetizioni, e basterebbero due atti invece di cinque. Tuttavia ti ripeto che hai disposizione, ma bisogna fare e far molto.
Pomponio che aveva il cuore pieno di speranze, fu a poco per cadere in deliquio, e se non l’avesse trattenuto l’amor proprio si sarebbe messo a piangere.
Il signor Rinaldo intanto si annodava la cravatta, inconscio delle torture che infliggeva alla sua vittima, e non sentendo alcuna risposta, proseguì a trinciar precetti.
— Bada a me, ragazzo, studia la scena, e ricordati che non basta scarabocchiare della carta per scrivere un dramma. Studiando di buona voglia per qualche anno, potrai far bene. Oh Dio! io non vorrei scoraggiarti, ma ti dico di aver pazienza; scrissi anch’io qualche lavoro e sebbene dell’arte, ho dovuto rassegnarmi camminando adagino, finchè son venuto quello che son venuto.
Infine sai, noi abbiamo un po’ di _praticaccia_, abbiamo mano in pasta, insomma, oh Dio! io me ne intendo. Ti parlo da padre.
— Dunque, sclamò Pomponio dovrò rifare il mio lavoro?
— No no, il soggetto è puerile, sa del collegiale; bisogna farne tanti finchè si riesca... ed in così dire, gli consegnò lo scartafaccio, e lo accommiatò.
Se Pomponio avesse avuto del coraggio, si sarebbe buttato giù dalle scale per rompersi il collo; ma non era del suo carattere una simile risoluzione. Prese il suo dramma sotto il braccio, e se ne andò a casa mortificato, avvilito come un cane vagante. Giunto nella sua camera gettò il dramma in un cantone, poi si mise a letto, perchè aveva la febbre!
Poverino! egli credette sul serio alla cicalata del Capocomico, e non s’accorse che il suo dramma nonchè leggerlo, colui non aveva neanche slegato.
Un simil genere di critica può parer strano a prima vista, ma per poco che si sappia delle consuetudini odierne, è facile comprendere che le son cose di tutti i giorni.
Io ho più volte sentito dei giudizii così stracchi su certi lavori da individui che passano per gente seria, ed alla fine ho dovuto persuadermi che giudicavano a mosca cieca. C’è un mio amico, un bravo ragazzo che non ha altro difetto, tranne quello di essere avvocato, il quale si crede in obbligo di conoscer tutto, e se gli si domandasse se ha letto i romanzi di Adamo, egli ti spiffera lì su due piedi un giudizio con un coraggio da leone.
Passata la crisi, Pomponio ricuperò un po’ di coraggio, e pensando che forse il signor Rinaldo era stato troppo severo, si gettò nel campo delle ricerche. Il suo dramma passò per mano di cento Capocomici sempre coll’istessa sorte, e quello sciagurato manoscritto viaggiò tutta l’Italia senza trovare un’anima caritatevole che l’accogliesse.
Disperato allora il povero autore, ricorse alla più vile risorsa, a quella di pagare.
I comici, sordi sempre alla voce dell’arte, hanno in cuore una corda sensibilissima che si scuote, agita e freme al suono del danaro.
Pomponio, dunque mediante il pagamento anticipato di cento lire, trovò la compagnia per far recitare il suo parto.
Passo di volo sulle prove che costarono parecchie cene all’autore, e mi limito a dire che un bel giorno comparve sulle cantonate della città nativa di Pomponio un gran manifesto che invitava il pubblico per la rappresentazione del Dramma di un _concittadino_, col titolo
L’AMOR DELLE BESTIE.
Nemo propheta in patria.
Per tutta quella giornata il povero Pomponio ebbe la febbre dell’impazienza. Il momento decisivo non era lontano, e tutto lasciava sperare bene.
Chi mi sa dire l’onda di speranza che cullava la fantasia del povero autore? egli era certo, certissimo dell’esito, e già sognava una pioggia di fiori sul suo capo, e quel che è più, quella benedetta croce tanto desiderata.
Un’ora prima di cominciare, il teatro era zeppo di spettatori.
La curiosità aveva attirato molti amici e conoscenti dell’autore, e l’avidità di sentire era tanta che non si volle aspettare più oltre, ed il pubblico proruppe in unanime applauso per invocare la sollecitudine.
Si alzò finalmente il sipario fra un’esclamazione generale, e la prima parte del primo atto passò sotto silenzio. L’autore era convulso, febbricitante e trottolava dietro le quinte come uno spiritato.
Il primo atto terminò con una grande risata del pubblico, e certo quell’ilarità non era troppo a proposito, giacchè il dramma accennava allora ad un assassinio.
Una metà del secondo atto passò pure inosservata, ma poco dopo alcuni sbuffi d’impazienza che venivano dalla platea indicavano che il pubblico non s’interessava gran fatto. Però verso la fine dell’atto parve che risorgesse un fil di vita, giacchè s’udirono per la prima volta alcuni fischi che scoppiarono in vari punti dell’uditorio.
La pazienza è virtù dei somari; vero è che bene spesso il pubblico non ischerza in fatto di tolleranza, ma quando per avventura la noia comincia ad assalirlo è impossibile evitare una burrasca. Domandatelo a Pomponio che fu costretto di svignarsela a metà del terzo atto, e buon per lui che se la cavò senza peggio.
Difatti il pubblico dopo di aver sopportato mezza la produzione, non ebbe il coraggio di portar più a lungo la sua sofferenza, ed il fischio che proruppe ad un certo punto fu così spontaneo, unanime, ed arrabbiato, che si credette prudente calar la tela, e troncare la rappresentazione.
Io non tenterò certo di salvare il povero Pomponio, me ne guardi il cielo! Il suo dramma non era cosa sopportabile, e ne fa fede lo stesso titolo, e l’origine della produzione.
Mi prenderò ben guardia di raccontarvi l’argomento per non addossarmi le ire della gente.
Basti sapere che il povero Pomponio invece di trionfo e croce, si ebbe un’apoteosi di fischiate da togliergli la malinconia di scrivere per il teatro.
Non è dunque sì facile diventar cavaliere? A sentir taluni basta un raglio d’asino per procurarsi una croce. Alla malora dunque i maldicenti, poichè infine noi vediamo quanto malagevole sia guadagnarsi questa distinzione. Nossignori non basta esser ciuco per giungere a tanto, e se anche così fosse, che prova? La parte dell’asino è difficile a sostenersi; s’interroghi Lucio Apulejo e si vedrà che farla da somaro, è spesso più arduo che non si pensi.
Nè va pure obliato l’asino di messer Domenico Guerrazzi, che se tutti i cavalieri avessero un briciolo appena del senno di quell’arguto somarello, l’umanità potrebbe andarne lieta.
Per me lo confesso, quando leggo l’orazione funebre che il Casti fa recitare all’asino, penso che se tutti i discorsi di circostanza fossero come quello, sarebbe meno penosa la situazione degli ascoltatori.
Insomma anche farla da asino non è agevol cosa, e trovo che si abusa troppo di questo epiteto applicandolo agli imbecilli.
La catastrofe toccata a Pomponio fu tale, da levargli la mania del teatro, ma non valse a reprimere quella benedetta voglia di diventar cavaliere.
La sola sua costanza si meritava la croce, ma sfortunatamente la fermezza di proposito non è più una virtù in questo secolo del progresso in cui tutto cammina fra le sfumature bizzare d’una varietà senza fine.
Dopo alcuni giorni, smessa la vergogna, il povero drammaturgo si azzardò ad uscire, ma correva a testa bassa come se fosse passato sotto le forche caudine.
La più gran bestialità al giorno d’oggi si è quella di ricredersi di un errore e confessarlo, oggimai ci vuol disinvoltura, e se tutti quelli che fecero fiasco curvassero le spalle sotto il peso della vergogna, il mondo andrebbe tutto a capo chino.
Se lo potessi vorrei tessere tutta intera la storia dell’infaticabile ardore posto in opera da Pomponio per ottenere l’ambita croce; ma tralascio, perchè il lettore assiste pur troppo giornalmente alle fatiche d’Ercole, di tante nullità che si arrampicano in mille guise per poggiare in alto. Dirò solo che il nostro eroe nulla lasciò d’intentato, e che si fece perfino nominare capitano della guardia nazionale.
Il fatto è che a ventotto anni Pomponio si chiamava semplicemente signor Pomponio.
Il desiderio passò quasi allo stato di manìa, il poverino dimagrava a vista d’occhio ed una profonda malinconia lo assalì sì fortemente, che suo padre d’accordo col medico lo consigliò a viaggiare l’Italia per distrazione.
Pomponio si arrese, ed un mattino partì per alla volta di Firenze, ove contava di fermarsi un mese, e poi recarsi a Napoli per passarvi l’inverno.
La forza del Destino.
Quando io penso ai casi fortuiti della vita, alle strane sconfigurazioni dell’azzardo, non so più negare l’influenza del destino.
Si ha bel dire, tutto è caso, ma signori miei, chiamate caso la predestinazione e noi saremo d’accordo.
Si vedono delle cose sorprendenti, accadono nella vita certe mistificazioni che sembrano il risultato d’una tendenza prestabilita. Per me il caso è più maraviglioso delle leggi che regolano il mondo anzi appunto perchè desso è l’antitesi della legge, la negazione dell’ordine naturale, io lo trovo prodigioso.
Il caso che fece fare ad Apelle la spuma colla spugna, e che rivelò a Galileo la teoria dell’isocronismo del pendolo, ha qualche cosa di sì straordinario, che mi stordisce. — Ma torniamo a Pomponio.
Le meraviglie artistiche di Firenze, il delizioso clima, ed il cielo sorridente valsero ben poco a lenire le sofferenze di quell’infelice che già da qualche giorno vagolava per quelle vie terribilmente annoiato.
Aveva colà uno zio, ma tanta era la sua apatia che non si curò neanche di cercarlo.