Part 4
Era mio padrone un bel giovane che, per quel che ne seppi di poi, erasi compromesso nei trambusti politici di quei tempi, e perciò mandato in esiglio.
Andava in America cercando miglior ventura, ed io fui destinato a condividere la sua sorte.
Per vero dire, non mi dispiacque gran fatto cambiar regione e dar l’addio a questa vecchia Europa, sperando di trovare nel nuovo mondo qualche cosa di meglio.
Feci un viaggio di oltre due mesi toccando varii porti, ma le mie impressioni, furono di poco conto.
Sbarcai col mio padrone a Valparaiso, e quando mi vidi a terra, ne fui lietissimo.
In mare, temeva sempre di andar sommerso e troncare così il filo de’ miei errori. — La fortuna mi sorrise, e non ebbi a soffrire alcuna avaria.
Il mio padrone era sempre malinconico, sospirava molto, e mangiava poco. Io sperava che un giorno o l’altro egli mi mettesse in circolazione; ma m’ingannai di grosso.
Mi tenne sempre seco come una reliquia, un ricordo del suo paese.
Passai qualche anno in America, senza che assistessi alla benchè minima avventura.
Il mio padrone divenne malato di nostalgia, e puoi figurarti quanto mi divertissi.
Durante il mio soggiorno nel nuovo mondo, fui portato in giro per varie città.
A Montevideo mi ebbi una gradevole sorpresa.
Il mio padrone passeggiava mesto come al solito fumando la sua grossa pipa; un signore ci passa appresso, e si ferma domandando del fuoco per accendere il suo sigaro.
Parlava lo spagnuolo, ma al suono di quella voce, fui scosso vivamente.
Colui ringrazia, ed il mio padrone risponde in italiano: _niente_.
Di botto l’altro s’arrestò sclamando:
— Voi siete Italiano.
— Sì, signore — Ed anche voi?
— Ma sì — Qua patriota, una buona stretta di mano.
— Di tutto cuore!
La mia confusione cresceva sempre più, quel signore non mi era nuovo; eppure non ricordava dove l’avessi veduto.
Certo la memoria non mi tradiva; quella voce, quell’accento, mi richiamavano il tuono d’uno che era stato mio padrone.
Mentre pendeva indeciso, i due continuavano allegramente a discorrere, ed era una festa il sentirli.
— Di che paese siete?
— Ferrarese, rispose il mio padrone.
— Io bolognese.
Allora un lampo di memoria mi chiarì di tutto; quel signore così ben messo, così franco, non era altri che quel buon diavolo di ladro che aveva dato tanta prova di buon cuore. — Il ladro del fattore.
Se ti rammenti, egli era scappato dal carcere, e da parecchi anni viveva in America. — Seppi poi qualche giorno dopo, che si era arricchito commerciando, e che nel paese aveva fama di galantuomo; vedi che non mi era sbagliato nel buon concetto che aveva di lui.
Non mi fermerò a dirti quanto amici divenissero il mio padrone ed il ladro, sai che fuori di patria si fa presto a stringere relazione coi connazionali.
Un bel giorno il mio padrone ricevette la notizia della sua amnistia, e difilato senza quasi darsi tempo di far su le valigio, prende posto in un piroscafo e lascia l’America con una gioja pari a quella di Colombo quando la scoperse.
Sbarcò a Genova, ed era tanto felice che si sentiva una gran voglia d’abbracciare tutti quelli che incontrava.
Aveva fatto un voto, quello cioè di darmi al primo povero che gli capitasse sul suolo italiano.
Ne vide uno difatti che teneva per mano una bambina; corse tosto a lui, ed io cambiai domicilio.
Era tempo!
Il mio padrone se ne andò tosto senza aspettar ringraziamenti, ma io che rimasi, m’accorsi tosto come egli nella sua gioja furiosa avesse commesso un grosso sbaglio.
Il mio nuovo proprietario non era un mendicante, ma sibbene un impiegato di terza classe che portava a spasso la sua ragazzina. — A dir il vero l’equivoco era scusabile, perchè a prima vista sembrava proprio un pezzente, e sul suo logoro e sdruscito paletot si leggeva a chiare note la generosa prodigalità del suo governo.
L’impiegato fu non poco sorpreso vedendosi scambiato per un poverello, e pensò che quel signore fosse un pazzo.
Intanto mi mise in saccoccia.
Cammin facendo s’imbattè in un suo amico che aveva un abito molto sciupato, ed un cappello frusto. — Era un professore di letteratura italiana.
— Oh, signor Paolino, come sta? —
— Eh, la va alla carlona, e lei professore?
— Così, così. — Dica, per gentilezza; avrebbe venti soldi? non ho spiccioli con me.
— Davvero che mi duole di non averli, rispose l’impiegato.... non ho che dodici soldi.
— Mi bastano anche quelli....
L’impiegato mise mano alla tasca sospirando, ne trasse alcuni soldi, mise me cogli altri, e se ne andò stringendo le labbra, come se avesse i dolori colici.
Il mio professore oltre al non avere spiccioli non possedeva l’anima di un bottone. — Mi portò a casa sua, ove rimasi molto addolorato per la vista di una miseria sconfinata.
Il poverino viveva in una catapecchia orribile, mangiava polenta vecchia e muffita.
Era professore e per soprasello anche poeta. Ingrate lettere! In qual stato lasciate i vostri sacerdoti!
L’esser poeta a Genova è un’anomalia come quella d’un uomo con cresta e becco. Nè ciò ti faccia meravigliare, ricordati che siamo di una _terra di Mercanti_, come direbbe il povero Chatterton.
A Genova, come in Inghilterra, la roba si tratta a peso, e le parole sono imponderabili.
C’è forse bisogno d’un poeta per concludere un affare?
Bisogna confessarlo, quella buon’anima di Dante aveva gran ragione quando sclamava:
«Ahi Genovesi, uomini diversi...
Mai no, tanto è vero che quel tapino di genovese che chiamavasi Cristoforo Colombo perchè aveva solamente del genio, lo si lasciò languire miserabile e cencioso, vagolante di terra in terra, portando seco una ben triste prova della protezione che la sua patria accordava agli ingegni eletti.
Il mio professore da un anno era senza impiego, e sai perchè? perchè in un suo discorso ebbe l’ardire di scrivere che la storia della _Sine-Labe_ era una sciocchezza.
Cessato lo stipendio, il poverino fu ridotto, come suol dirsi sulla paglia, e certo egli avrà finito la sua vita come Camoens, morto di fame all’ospedale.
Sperava il poveretto in un impiego che gli era stato promesso, ma io lo lasciai prima che si realizzasse quella dolce speranza. — Lo lasciai, meschino, con un soldo di pane che si ebbe per mezzo mio.
Fu per me vera fortuna, giacchè in quello stesso giorno potei dare un addio alla città di Maria Santissima, e girando la costa di mare fui portato a Livorno, e di là internato nella simpatica Toscana.
L’Italia è il paese della fortuna e ripatriando dall’America me ne toccò una grandissima. — Portato dal turbine del destino che mi spinge senza posa, caddi nelle mani di Garibaldi!....
Giù il cappello, padron mio.
Io so che voialtri impiegati del governo avete delle meschine suscettibilità contro quel grande, ma ve la passo buona perchè la è questione di pagnotta. — Le vostre apprezzazioni in fatto di cose politiche vanno di pari con quelle degli ufficiali d’esercito, che hanno per gran principio lo stipendio, per scopo l’avanzamento, per meta, la pensione.
Eppure, anche a costo di urtare alquanto la tua opinione, lascia che io colga l’opportunità a volo per dire una parola d’ammirazione a quell’anima grande.
Nelle mie lunghe peregrinazioni non mi sono mai incontrato in un uomo più affabile e modesto, e ciò mi tira senza che il voglia a far dei confronti con certuni grossi personaggi che mi possedettero per alcuni giorni, durante i quali mi diedero assai prove di essere fanfaroni di poco conto.
Mio caro padrone, parlando di Garibaldi ti pregai di scoprirti il capo per rispetto.... ti prego ancora.
Bisogna rispettare prima di tutto le opinioni e tu ti ostini a tenerti il cappello. — Male. Ho salvato la tua delicatezza, evitando il racconto di certi episodii che potevano offendere il tuo zelo, ma tu mi ricambii di poca cortesia se fai questione di personalità ove non è caso che di deferenza.
Lasciai presto Garibaldi, e vagolando come al solito di paese in paese, mi ridussi a Napoli, proprio nell’epoca in cui l’atmosfera era satura d’idee liberali.
Il popolo napoletano voleva la libertà cantando strambotti per le strade.
Quel genere d’azione mi andava poco a genio, prima di tutto perchè a Napoli si canta male, poi perchè era certo che un popolo non si fa libero a suon di ghitarra.
Ritornai in Toscana, e vidi che anche là si tentava l’emancipazione, scrivendo dei bisticci sulle muraglie.
Fui portato in Lombardia ed a Milano, capitando nelle mani di una vecchia pinzocchera, andai sepolto in una cassetta che raccoglieva le elemosine per la Madonna. — Giacqui rinchiuso per ben lungo tempo, ignorando qual frutto avesse portato quell’entusiasmo nazionale che agitava tutta Italia.
Uno scaccino benedetto mi restituì la libertà, e mi mise nuovamente in giro.
Io mi credeva che il mondo invecchiando mettesse giudizio, ma ohimè, appena uscito dal bussolotto della Vergine, dopo dodici anni di prigionia, se dovetti persuadermi che gli uomini fecero grandi progressi in cose di scienza, ho pure toccato con evidenza una piaga fatale sorta di fresco nel seno della vostra società.
Nel corso del mio racconto ti parlai acerbamente di certi nobili che io considerai sempre come un’assurdità dei tempi. Ma se è vero che le gerarchie del sangue vanno scomparendo, è pur vero che nacque una calamità peggiore.
Il progresso ha atterrato il dispotismo feudale ed il favoritismo, ma ora che i vassalli presero il posto dei padroni il senso morale se ne va a rotoli.
Fra i nuovi ricchi ve n’ha molti che, portati in alto da colpi di cieca fortuna, alzarono un cipiglio ed un’arroganza tale da far desiderare una ripresa di cento anni addietro.
Entrai nella casa di un ricco possidente divenuto padrone di quelle terre che in altri tempi aveva lavorato egli stesso colla marra.
Era un asino grosso e grasso; aveva un figlio degno di lui, ed una ragazza seducente di aspetto.... ma.... in quanto al resto, malgrado che l’avessero rimpastata alla meglio in un collegio, dava poca speranza.
Chi è quello stordito che disse esser l’abito che fa il monaco? Certo colui non si guardò mai nello specchio.
Le apparenze, mio caro, sono belle e buone, ma pesano poco.
Vesti un asino da dottore, sarà pur sempre un asino.
La tirannia di una persona educata si fa tollerare; ma certi boari in guanti, cresciuti in comune coll’asino e la vacca, non faranno mai le cose con garbo.
Io mi credeva che precipitando il fantoccio delle aristocrazie sorgesse la prevalenza dell’intelletto, ma a quel che vedo, le vostre rivoluzioni sociali vi hanno ridotto a cambiar padroni e null’altro.
Cercate, poveri mortali, cercate un mezzo per liberarvi dei tiranni. — Ci vogliono delle risorse nuove; tanto fa, basta che si ottenga lo scopo. _I tiranni sono ben morti in qualunque modo si ammazzino_ — così disse quel buon diavolo di Lorenzino dei Medici.
Quando io m’ebbi la libertà da quel sacrista mi fermai per qualche tempo in Milano. — In quei giorni la fisonomia della città aveva un aspetto singolare, e seppi poi che era causa di ciò vittoria di Solferino.
Passai nelle saccoccie di un giovane soldato gracile e malaticcio, che per le privazioni e le fatiche del campo si trovava a mal partito.
Era un volontario piemontese. — Trasportato da quel turbine che è l’entusiasmo patriottico, egli era partito coll’anima piena di generoso impulso.
Aveva un’amante, e prima di separarsi da lei promise che se la sorte lo serbava in vita al suo ritorno l’avrebbe subito sposata.
Ma l’uomo propone ed il tempo dispone. — Non avvezzo alla vita cruda del campo, ed estenuato nelle forze, dovette rinunziare alle sue generose aspirazioni e dopo di essere stato qualche tempo nelle file dell’esercito, ed un mese all’ospedale, cedette al consiglio d’amici e superiori, e si preparò a far ritorno in patria.
Viaggiava con alquanto rammarico per aver dovuto troncare una sì nobile impresa, pur lo confortava il dolce pensiero di rivedere la sua Ada.
Giunto qui al suo paese lo colpì il più terribile disinganno.
Ada era morta portando seco nella tomba il suo santissimo affetto. — Morì senza sapere quale fosse la sorte del suo povero volontario!...
Io non la conobbi cotesta giovinetta, ma a quanto ne sentii, doveva essere un angelo di bellezza e bontà.
Il mio soldato fu a poco per uccidersi al funesto annunzio della sua morte; ma tutto passa, ed il poverino, colla salute, ricuperò un po’ di calma.
Durante tutto un anno egli visitò giornalmente la tomba della sua diletta fanciulla, ed una sera, per una di quelle idee che sono un privilegio degli sventurati, mi trasse di tasca, e mi sotterrò in quel tumulo.
Per qualche mese continuò le sue visite; ma un giorno non lo vidi comparire. — All’indomani nemmeno. — Una settimana dopo sentii che i becchini scavavano una fossa presso di me. — Era la fossa del povero volontario!
Io me ne stetti colà per varii anni guardiano costante di quelle tombe che chiudono due generose creature.
Col tempo, smovendosi la terra, mi trovai allo scoperto, ma passava delle giornate molto malinconiche, e di notte mi spiaceva il monotono silenzio che vi regnava.
Sperava di assistere una volta o l’altra alla famosa DANZA DE’ MORTI di cui canta Goethe, ma nulla, e ciò m’induce a credere che i morti ballino solamente in Germania.
Qui finisce la mia storia; tu mi levasti di là, e se col racconto delle mie vicende mi meritai alquanto la tua riconoscenza, e se mi sarà lecito farti una preghiera, vorrei che tu mi appagassi di un desiderio.
Nelle mie peregrinazioni non mi fu dato mai di trovarmi in mano d’una fanciulla che fosse bella, modesta ed ingenua.
Ciò mi farebbe supporre che non ve ne abbia alcuna, e ti sarò grato se saprai darmi una smentita.
Cerca dunque questa ragazza, e consegnami a lei,
Addio.
. . . . . . .
Da un anno tengo in tasca il mio soldo, cerco, cerco sempre, ma sarò forse di difficile contentatura, se non trovai ancora una fanciulla che si meriti in tutto di possederlo. Se qualcuna ha la coscienza di potervi degnamente aspirare, mi mandi i documenti necessarii, e per conto mio sarò ben lieto di dare una smentita allo scetticismo desolante del mio Soldo.
FINE DEL SOLDO.
UN’AVVENTURA GALANTE
Sapresti, o lettore, definirmi il Mondo Elegante?
Un uomo di spirito lo disse il mondo degli sciocchi, e, se vogliamo pare che la definizione calzi a meraviglia.
Il genere elegante è una passività sociale, il parassita dell’umanità; trovi in esso poca gente di senno, e, se ne trovi, sono per lo più infelici travolti in quella sfera da una debole deferenza per qualche donnina. Ad ogni passo, ad ogni giro d’occhi t’incontri in una turba di sciocchi sfaccendati, e ridicoli.......... Già, si sente all’odore, galante fa rima con ignorante, per non dir peggio.
— Ma il prototipo della specie, il manichino, l’insegna del mondo galante, od elegante, che per me fa lo stesso, è senza dubbio colui che noi Italiani chiamiamo Ganimede per degnazione, e che i francesi denominarono _Lion_... amara ironia che suona... _Re delle Bestie_!
— Eccovene uno.
Paride! Qual nome più adatto, più conveniente si potrebbe, affibbiare a questo seme improdottivo, a questo frutto bello in apparenza, ma insipido, che nasce, fiorisce e muore sul suo stelo?
— Quell’asino di Troiano che, per aver rapito quella gran... pettegola d’Elena, fu causa di tanti eccidi ai Greci, quell’asino di Paride non portò altro utile tranne quello di servire alia posterità come tipo d’una razza di gente, di cui sono ormai popolatissime tutte le nostre città.
— Paride è un giovinotto sui ventitrè anni, biondo, bello, snello, con tutti i requisiti necessari al suo genere d’esercizio.
— Vive di rendite ereditate onestamente dalla famiglia, di cui è l’unico superstite. Per quanto riguarda la sua educazione abbiamo poco da dire; stette in collegio fino ai dicianove anni, ove imparò di esser possessore di diecimila lire di rendita, e ciò gli parve più che a sufficenza per le sue cognizioni, per non curarsi d’altro.
— A ventitrè anni egli ne sa quanto a dicianove, per cui, se gli si domandasse quanti denti ha in bocca, risponderebbe: _Diecimila_.
— A suo onore dobbiamo notare che egli veste con garbo, che i suoi capelli sono profumati alla vaniglia, ed i suoi guanti sono sempre freschi di fabbrica.
— Come tutti gli individui della sua specie Paride è dedito alla conquista di donne; ma, per vero dire, non è troppo fortunato nelle sue aspirazioni; pare che le donne gli siano avare d’affetti, per cui sarà facile comprendere che, se il poverino vuol conquistare, deve acquistare.
— Ciò malgrado, con una costanza a tutta prova egli tende sempre nuovi tranelli, corteggia le signore, e sorride alle vezzose sartine. — Per lui non c’è ostacolo; nel genere basso ed accessibile ha fatto qualche vittima, seminando molti soldi.
— Per solito è sempre di buon umore, si lascia canzonare discretamente dalle signore dell’alta società, le quali ebbero tutte la sorte di innamorarlo, e di godersi i suoi confetti, di cui fa un consumo non indifferente.
— Un tempo fu innamorato, rapito, entusiasmato di una certa Fanny, la quale, malgrado un passato di trent’anni, fra cui sei di vita coniugale, conservava ancora qualche rovina di quella bellezza che l’aveva resa celebre nei tempi di sua gioventù.
— Due parole per costei.
Fanny a 15 anni entrò in una sartoria della città onde apprendere i primi rudimenti del mestiere.
— Per qualche mese la giovinetta, che era bellissima, conservò la sua umilissima foggia di vestiario; ma un giorno osservò per caso che le sue scarpe erano troppo rozze, ed all’indomani ebbe un bel paio di stivaletti. Ma a quei piedini così ben calzati faceva brutto contrasto la vesticciola di tela, e pochi giorni dopo la veste era cambiata con un’altra più fina.
— Di questo passo, nel breve periodo d’un mese la colomba era diventata civetta...; ma siccome non tutte le civette mangiano la polenta, come dice quella celebre traduzione del «_Civitas magna et opulenta_..... ecc., così un bel giorno Fanny diede un addio alla bottega ed alla casa, e prese possesso di un piccolo appartamento situato nel centro della città.
— A quell’epoca il nostro Paride sbadigliava ancora sui banchi della scuola da cui ne usci tre anni dopo, vale a dire quando l’astro di Fanny erasi completamente eclissato sotto il provvidenziale mantello di un marito.
— Proprio così. — Dopo di esser stata la dama di un centinaio di cavalieri, Fanny amò ardemente uno speziale in ritiro che possedeva quarantacinque anni, ed un reddito di due mila lire.
— Non era gran cosa, ma molto per la bella Fanny, che aveva sfrondato tutte le suo risorse.
— Nel dì delle nozze IMENE si chiuse gli occhi per pudicizia, ed al giorno seguente la felicissima coppia s’installò in due camere d’un quarto piano. — Era un nido saggiamente economico scelto dal marito per modificare le esigenze troppo spinte della moglie.
— Il mondo, come al solito, trasse mille dicerie da quel matrimonio, ma tutto passa, ed infine anche le male lingue cessarono di mormorare. Per altra parte non vi era più elemento a maldicenza, giacchè il volto di Fanny portava traccie assai rassicuranti per la sua condotta avvenire.
— I proverbi, checchè se ne dica, hanno pur sempre il fondo ragionato, ed è perciò vero che i peccati vecchi si scontano con penitenze nuove. — La sventurata Fanny, convivendo con un marito come quel signor Gregorio, pagava a buon prezzo quei pochi piaceri che si era goduti nei primi anni. — Il suo sposino era carico di malori capitanati da una diurèsi di prima forza, e d’un catarro cronico che turbava spesso i placidi sonni della consorte; a cui, ci affrettiamo a dichiararlo, non dava altro incomodo.
— Il signor Gregorio era sempre di pessimo umore, ed usciva assai di rado, ciò malgrado Fanny non dimenticava di esser stata bella un giorno, anzi piccavasi di esserlo ancora. — Vestiva in modo provocante, guatava di sottocchi i giovinotti, e specialmente le sue antiche conoscenze; ma tutte brighe inutili, giacchè i suoi sguardi procaci trovavano poca corrispondenza.
— Nessuno più si curava di lei, e ciò le era assai disgustoso, tanto più che alla sua età c’è ancor del fuoco sotto la cenere. A trent’anni si ha ancora il sangue molto caldo e facilmente accendibile. Il signor Gregorio era freddo, ma la moglie aveva fuoco per due, e capirai, amico lettore, che con tanta esuberanza di vigore si va soggetti a degli accessi nervosi.
— Ma viene la sua per tutti.
— Paride, come dilettante del genere femminino avendo raccolto le sparse voci sulla fama di Fanny, volle vederla, e la trovò ancor tanto bella da poter tentare l’ultimo capitolo d’un romanzo.
— Fanny aveva guardato Paride, e questi dal canto suo rispose con uno sguardo molto espressivo.
— Non c’era male per un primo incontro. Un giorno che pioveva a dirotto, Paride s’imbattè nella sua bella colta alla sprovvista dall’acquazzone.
— Paride le offrì l’ombrello, poi il cuore. — Ella accettò tutto.
— Finalmente si erano compresi! che serve andar per le lunghe? in pochi giorni quelle due creature si amarono colla forza di un cannone Krupp. — Fanny, trascurata da qualche anno, sentiva il bisogno di amare qualcuno; questo qualcuno non poteva essere il marito. È naturale. Nessuno voleva comprenderla, e fu per lei somma ventura l’aver trovato l’anima sorella.
Paride, se non per altro, doveva amare Fanny per riconoscenza, essendo quella la prima volta che se la cavava senza spendere.
— Il matrimonio inspira l’abnegazione ed il disinteresse nella donna.
Fanny aveva trent’anni, e si sa che le donne giunte a questo periodo fanno uno sfoggio di sensibilità massima. — A trent’anni la donna è come il frutto nella sua completa maturazione; coglierlo prima sa di agro, dopo riesce amaro. È Balzac che lo dice, e basta.
L’uomo è insaziabile nei suoi desiderii. Fatto appena un passo, vuol farne un altro più lungo.
— Le aspirazioni umane vanno all’infinito, e tanto più dura la vita, altrettanto si prolunga l’agonia dei desideri insoddisfatti.
— Non vi è dunque da farsi le maraviglie se diremo che Paride pochi giorni dopo il suo incontro con Fanny desiderava già qualche cosa di più che una stretta di mano ed un’occhiata satura di tenerezza.
— Più volte egli aveva chiesto all’amante il permesso di farle una visita in casa, ma quel barbaro signor Gregorio colla sua diurèsi non usciva mai, e la sua presenza incomodava.
— Una sera, mentre Paride pranzava, ebbe da uno sconosciuto una lettera con grande mistero. — Appena fu solo scorse avidamente il foglio, mandò un grido di gioia, e sospendendo il pranzo ordinò subito un bagno caldo, nulla curandosi del pericolo di rimanervi soffocato per indigestione.
Mentre il domestico lo asciugava ed incipriava, lo zerbinotto era in preda a convulsioni di contentezza, ed i suoi sguardi stavano costantemente rivolti al pendolo.
— La toeletta che si fece fu oltremodo accurata; basti dire che impiegò due ore per bardarsi.
— Terminò verso le sei; essendo d’inverno era già notte avanzata. Calzò i guanti, accese un sigaretto, aguzzò i baffi, si acconciò il cappello sulla profumata criniera, e se ne andò dicendo al domestico in tuono malizioso: «Non aspettarmi, stanotte dormo fuori.» — Ci affrettiamo a soddisfare il lettore mettendogli in vista la lettera che destò tanto entusiasmo a quel poverino. Eccola:
«_Mio adorato Paride_!
«Dio ha esaudito le nostre preghiere.
«Mio marito sta più male del solito per quell’incomodo che tu sai. Parte questa sera col convoglio delle 6½ per recarsi da un prete che si dice pratico di medicina. Saremo liberi per tutta la notte. Ti amo, e ti aspetto!
«FANNY.»
Ecco il famoso perchè della splendida toeletta di Paride, il quale gongolava per gioia pensando di trovarsi al punto d’appagare i suoi più vivi desiderii.