Racconti umoristici, vol. 1/2

Part 3

Chapter 33,933 wordsPublic domain

Intanto la voce erasi sparsa, e molti per vaghezza di novità, si recavano a vedere l’infelice amatore, che simile al cavaliere Toggenburg di Schiller, minacciava di volersi morire sotto le finestre della sua diletta.

Mi fermai poco nel paesello, ed un giorno lo speziale, che era contro al solito in vena di generosità, fece limosina di me ad un frate zoccolante che andava questuando.

Era costui un grosso pancione barbuto e sucido come un maiale; mangiava quanto un orco, e beveva come una tromba di mare. — In nome di Dio si ubbriacava tutti i giorni col vino accattonato a sorsi di porta in porta. —

Bestemmiava come un genovese, aveva un contegno indecente, e bisognava proprio essere ignorante, come lo sono per lo più i villici, per non accoglierlo con salve di legnate. — Non somigliava punto al frate di STERNE.

Fui portato molto lontano, ed infine passando per una città, quel frataccio mi lasciò nelle mani di un liquorista. Anche di là me ne andai bentosto, e passando come al solito per mille giri, caddi infine nel salvadanaio di una povera vecchia che stentava di pane per ammassare qualche soldo.

Stetti vari mesi rinchiuso, ed in quel frattempo la mia vecchia padrona aveva raggranellato un piccolo peculio che riserbavasi di adoprare in caso di malattia. Non andò guari che la poverina cadde davvero ammalata, ma invece di impiegare i suoi risparmi in medicine che potevan farle bene, fece offerta invece al Santuario di un certo San Bernardo, situato poco lungi. Mi fermai due giorni nel vassoio che era appiedi dell’altare, indi il pievano venne a levarmi, e mi mandò con altri denari alla Cassa di Risparmio; di là passai al Monte di Pietà. C’era noia dappertutto ed anche colà si stava pessimamente. I soli che non avrebbero a lagnarsi sono il direttore e l’economo, i quali vi trovano il loro conto; del resto fui spettatore di tante male grazie, per parte degli impiegati, verso la povera gente, che più volte domandai a me stesso come mai nella vostra società si lasci il monopolio delle Opere pie in mani di certi cani degni di frusta. Vuoi un bisticcio sul monte di Pietà? — Pietà a monte.

Per buona sorte un giorno fui tratto da quel luogo di malinconia, e portato nientemeno che nella casa di un nobile.

Non inarcare le ciglia, mio caro, anche i nobili sono talora costretti di ricorrere alla pubblica beneficenza. — Il mio nuovo padrone era una di quelle signorie scadute, che anticamente, per bestialità degli avi vostri, possedevano campanili e terre popolate di sudditi.

Ormai, a quel che mi parve, di coteste vecchie carcasse di aristocrazie blasonate siete alla frutta, e buon per voi. — In massima le famiglie patrizie si componevano (salve poche eccezioni) o di codini fradici, mangiamoccoli, impostori, ipocriti, o di superbi arroganti che sdegnavano ogni contatto col mondo.

Quel che è certo si è che erano molto ignoranti, ed ormai il loro sangue bleu è diventato il prototipo dei tubercolosi, e di tutti quegli esseri che stentano la vita come fiori esotici. — I quarti di nobiltà furono travolti nell’onde del progresso, e di tutto quel mondezzaio di nobilume che infestava il mondo, rimane appena quel tanto che basta per figurare in un museo Archeologico, come i coccodrilli antidiluviani.

Stetti in casa del nobile marchese assai tempo per convincermi di tutto quello che ti dissi, ed un giorno finalmente me ne andai con molta mia soddisfazione.

Caddi nelle mani di un ladro molto simpatico, sul cui conto vo’ narrarti un grazioso episodio. — Da qualche giorno io era diventato sua legittima proprietà, e mi accorsi subito che il mestiere del ladro è talora poco secondato dalla fortuna, giacchè entrando nella sua saccoccia e fattone l’inventario, trovai che non possedeva più di tre lire. C’è la crisi per tutti ed anche a quel poveraccio toccava la sua.

Un giorno mentre se ne andava per una strada di campagna in cerca di ventura, sentì non molto lungi una specie di lamento. Corse sollecito sul luogo da cui veniva la voce, e vide una povera donna, rovesciata in terra, attorniata da due bambini che piangevano a dirotta. L’infelice era venuta meno pel digiuno, giacchè l’ultimo pane se l’erano diviso i figli.

Il mio uomo portò la mano alla giubba, trasse un fiaschetto di liquore, e l’accostò alle labbra della meschina che tosto si riebbe. Allora egli con una ruvidezza, fatta quasi dolce per la compassione, le chiese: Che diavolo avete fatto?

— Eh buon signore, che Dio vi abbia in grazia.

— Sarebbe bella! rispose egli sorridendo: dove andate con questi due marmocchi?

— Vado! rispose ella sospirando. — Dove?

— Alla ventura cercando del pane. Da due giorni sono digiuna, e per aver chiesto la limosina in una fattoria qui presso, fui minacciata di bastone dal fattore.

— Assassino, esclamò, il ladro in tuono di minaccia... son tutti ladri cotesti birboni. Prendete ragazzi, eccovi il mio pane, mangiate, e voi pure, povera donna; anzi eccovi anche la mia borsa... mi rincresce d’averne pochi; c’è poco da fare! e sì dicendo vuotò tutto il suo denaro nelle mani di quell’infelice che piangeva per la gioia. — Io rimasi dimenticato in un canto della saccoccia.

— Ma voi, osservò la donna, come farete?

— Io?... non ci pensate, c’è provvidenza per tutti.

— Ma almeno la metà.

— Che metà? tenete tutto.

— Che Dio vi restituisca centuplicato il bene che mi fate.

— Non serve, mia cara, ci penso io, disse il ladro con una certa eleganza... avete bisogno d’altro?

— Oh no, rispose essa con un sorriso di riconoscenza.

— Allora state sana... Addio, ragazzi — e sì dicendo il mio ladro se ne andò tutto lieto della sua buona azione; fatto pochi passi appena, ficcò le mani nelle tasche, e si mise a zufolare un’arietta, dondolandosi con quel portamento proprio di tutti i barabba.

Non ti dico altro, al giorno d’oggi di buone opere come questa se ne fanno poche, e dovetti convincermi che certi ladri hanno il cuore più generoso di tanti che passano per galantuomini. Il mio padrone gironzò senza meta fino a notte, e quando venne l’ora opportuna per l’esercizio della sua nobile professione, stette dubbioso sulla via da scegliere; ma ricordandosi poscia di quel fattore che aveva scacciata la povera donna, pensò di farla in una volta da giudice e da carnefice, vendicando l’insulto fatto alla miseria, e si mise subito in cammino verso la fattoria.

Vi giunse in breve, e senza darmi la pena di narrarti tutto e per filo e per segno, ti dirò che in poco tempo ei fece l’affar suo, e già stava per scendere dalla finestra, quando un cane diede l’allarme ed in un baleno vennero fuori i villani armati di randelli e forche.

Il mio ladro se la diede a gambe come un levriere, saltò il muro di cinta, e via per la campagna lesto come un fulmine. Lo inseguirono per un pezzo, ma egli aveva buone gambe, e sparve nelle tenebre della notte. — Ma che vuoi? Il diavolo ci mise la coda; mentre già credevasi in sicuro, e cominciava ad allentare la corsa, nella svolta della strada s’imbattè proprio in due gendarmi in perlustrazione.

Era fritto. — Gli chiesero le carte, ei balbettò qualche scusa, ma invano, ed un’ora dopo entrava in città ammanettato a dovere.

Giunto alle carceri, requisirono tutto quanto aveva indosso, consistente in un orologio con catena d’oro, e qualche centinaio di lire, tutta roba del fattore. Gli trovarono una pistola irrugginita e guasta di cui si serviva per spauracchio; infine estrassero me dal mio buco, e dato l’addio al mio povero ladro, passai nelle mani del giudice istruttore che mi chiuse a chiave in una cassa.

Stetti prigioniero per sei lunghi mesi, infine fui liberato da un usciere, che nell’aprire la mia cassa diceva ad un altro che era con lui:

— Ecco gli oggetti rubati al fattore di... Bisogna restituirli senz’altro, giacchè quel briccone di ladro è scappato senza aspettare la sentenza.

Fui lietissimo di tale novella, perchè, se debbo dirti il mio parere, chi più meritavasi la prigione era quel birbante di fattore.

Credeva di potermela svignare io pure dalle mani della giustizia, ma invece fui trattenuto da quella canaglia d’usciere che mi fece sua preda.

Io aveva creduto sempre che la giustizia fosse una cosa seria, ma ohimè! mi duole dirtelo, stando in quei paraggi ebbi a perdere anche questa illusione. Vidi delle grandi cause trattate con una leggerezza da far pietà, e sì che quei togati quando entrano in scena hanno un’aria tanto grave da farti credere sul serio alla loro serietà.

Senti come talvolta si dà un verdetto. — Un tale erasi introdotto furtivamente di notte nella casa di una vedova per... prendersi ciò che ella gli negava. Appena la vide addormentata, cercò di avvicinarsele, ma ella svegliatasi d’un tratto, gettò l’allarme per tutto il vicinato, ed il povero Don Giovanni, sorpreso dalla paura, saltò di botto dalla finestra nella strada, e cadde proprio sulla testa di due guardie di polizia urbana. Fu arrestato, ecc. ecc., e gli fecero il processo. — Eccoti riprodotto un brano della discussione dei giudici. — Erano tre che nel ritirarsi dalla sala d’udienza avevano una gravità degna d’un vescovo in funzione. Appena furono soli, si misero a sbuffare lagnandosi uno del caldo, un altro della fame, ed il terzo del mal di capo.

Io stava allora nella saccoccia del presidente, il quale incominciò così: — Avete fatto colazione voi altri?

— Io no, ho un tremendo mal di capo.

— Sarebbe meglio finirla, soggiunse l’altro, e condannarlo subito, giacchè là dentro fa un caldo da crepare.

— Dunque, soggiunse il presidente, che vi pare?

— Mah!!

— Mah!

— Ce n’è a sufficienza per farlo stare altri sei mesi in prigione.

— Certo.

— D’altronde abbiamo in suo favore la dichiarazione della vedova da cui risulta che non le fece insulto alcuno.

— Sta bene, ma la morale.

— Io opinerei di aggiustarla col carcere sofferto.

— Mi oppongo, saltò a dire quello del mal di capo, prima di tutto perchè colui mi è cordialmente antipatico; poi non voglio passargli buona quella che disse sul mio conto in pieno caffè nel giorno delle mie seconde nozze.

— Che cosa ti disse? chiesero gli altri sorridendo.

— Ah! la è una birbonata da farlo andare in galera.

— Fuori dunque.

— Ebbe il coraggio di dire che colla mia età avrei pigliato moglie per benefizio del pubblico.

— Ah ah!

— Ridete pure, per me mi opporrò sempre al suo rilascio.

— Via, sclamò il presidente, il condannarlo sarebbe come provare che abbia detto il vero; bisogna usare un po’ d’indulgenza, il fatto non è tanto grave.

— È entrato furtivamente in una casa, con intenzioni malevole.

— Va bene, ma infine il risultato fu che il poverino rovinò da un secondo piano.

— Non si bada al risultato, c’era la premeditazione.

— Capisco, ma infine io lo compiango di tutto cuore, e se fosse toccato a me una tal cosa, piuttosto che scendere dalla finestra avrei tentato di persuadere la signora; era molto più facile...

Non ti dico altro, ciò basti per darti un’idea del modo con cui si risolvono le faccende; eppoi che sperare dalla giustizia? Nella sala d’udienza ho veduto un Cristo con sotto quella famosa impostura: LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI. Comica davvero l’idea! il più grande dell’Umanità lo avete appiccato in aria, e se è cotesto il vostro modo di far giustizia, non me ne congratulo.

Quel poveraccio d’accusato si ebbe la condanna ad un mese di carcere, e se vuoi saperla tutta, ti dirò che quindici giorni dopo il mio presidente mi portò in casa della vedova colla quale avevo fatto conoscenza in grazia del processo. — Vi entrò di sera, e so dirti che non saltò come l’altro dalla finestra per uscirne, ma se ne partì sull’alba passando per la porta.

E quel poverino soffriva il carcere per aver attentato al pudore di quella pudicissima donna! Evviva dunque la morale, corpo di bacco!

Se non ti spiace sorpasso su taluni altri incidenti per dirti che dopo pochi giorni cambiai d’alloggio e fui installato nella casa di un vecchio medico che aveva una moglie non troppo giovane.

Qui m’accorgo di dar di capo in molte scabrosità. Trattasi di una signora che un tempo era vantata per bellissima, ma che gli anni non avevano punto rispettata. — Quando io la incontrai toccava i quaranta, età in cui la sferza del tempo imprime qualche ruga sulla fronte, per non dir altro.

Alla mia nuova padrona garbavano poco quelle impronte venerande che segnano le lotte della vita; e vedendole crescere ognor più se ne disperava, e faceva uso di tutti i trovati della profumeria per debellare quel potente nemico che la minacciava.

Io non so dirti l’immenso studio e le grandi cure che essa poneva nel correggere le linee del suo volto con ricci bizzarramente varii. Passava tutto il giorno allo specchio guardandosi davanti, di dietro, di fianco e di scorcio. — Era un lavoro gigantesco quello che la poverina faceva per rubare qualche anno all’apparenza.

Per passare un’ora al teatro, ne impiegava almeno quattro in preparativi di toeletta. Tingevasi le soppracciglia, lavavasi coll’acqua di rose, si succhiava le labbra per farle rosse, ungevasi le spalle ed il collo con non so qual pomata, studiava senza tregua il modo di portare le braccia, e cercava dinanzi allo specchio quelle pose che più armonizzavano collo strascico dell’abito.

Provava i sorrisi ed i gesti, sollevava il lembo della veste per vedere se i suoi piedini erano ancora eccitanti, e quando dopo mille prove e riprove credevasi sicura del fatto suo trascinava fuori di casa quel mal capitato suo marito, e se ne andava a far pompa della grande opera.

Non ricordo più chi sia colui che scrisse sull’album di una signora attempata questo grazioso epigramma:

Dissi un dì la tua figura Un prodigio di natura, Or non cesso d’ammirarte Sei prodigio.... ma dell’arte!

Ah se tutti gli uomini avessero il caritatevole coraggio di ripetere questi versi alle civette che invecchiano, non si assisterebbe più al ridicolo spettacolo di alcune donne che sdegnano l’umile portamento della sposa onesta per sconciarsi scioccamente con ambiadure affettate che tradiscono la rigidezza dei loro muscoli già troppo affaticati. — Non si vedrebbero certe fronti impastate di gomma e bianchetto, labbra fatte aride dalla corallina, e guancie inverniciate che ti ricordano quelle delle marionette. — Non si vedrebbero tante stolide donne che contendono gli amori alle fanciulle, e scendeano in lizza, rivaleggiando con giovanette, come se bastasse tutta la loro malizia di vecchia volpe a vincere lo splendore di una vergine fronte.

Fu per me vera fortuna quando lasciai quella casa per andar nelle mani di una brava ed onesta madre di famiglia che aveva molto meno d’anni di quella leziosa, ma assai più saggezza.

A questo punto le mie peregrinazioni hanno poco o nulla d’importante, e pel periodo di quasi un anno non ho niente a dirti. — Errai in molti luoghi, fui portato all’ospedale per varj mesi, passai di nuovo in caserma ed in tanti altri siti che non mi lasciarono alcuna impressione.

Ho di notevole un salto curioso di cui mi ricorderò eternamente. Dalla catapecchia di uno spazzaturaio entrai difilato negli appartamenti Reali. — Non ti canto più miserie, non più gente che muore per fame, non più stenti della vita, ma feste, splendori e grandezze. Alla Corte compresi che vi possano essere dei fortunati mortali lontanissimi dal supporre che vi siano dei miserabili al mondo.

Ho assistito a tanti episodj, a tante storielle curiose, che sono certo di divertirti immensamente.... A proposito che professione hai?

— Sono impiegato del governo.

— Tu? esclamò lo spirito del mio soldo con accento di sorpresa.

— Ti sorprende ciò? gli chiesi io.

— No, ma m’impedisce di narrarti quello che vidi alla Corte.

— Perchè mai?

— Perchè ti suppongo un buon impiegato, e nel mio racconto vi sono certe cose che potrebbero offendere il tuo zelo.

— Non monta; tira innanzi.

— È inutile, non parlo...

Cercai di sforzarlo con tutta la mia forza magnetica, ma non vi riuscii, ed infine, per non irritarlo viepeggio, lo pregai di continuare come voleva.

Si arrese subito, e proseguì:

— Un giorno venne sotto alle finestre del palazzo un suonatore d’organetto, ed io fui gettato nella strada e portato via da colui.

Per i soliti e varj giri finii di entrare nella casa d’un ex-oste, divenuto ricco non si sa come. — Era una piccola famiglia composta dell’oste, della moglie, e d’un unica figlia, amabilissima giovinetta e molto bella. — Appunto di costei voglio intrattenerti, non già per dirti gran che d’interessante, ma per aprirti alquanto gli occhi sul conto di tante civettine che a prima vista sembrano modelli d’ingenuità.

L’oste, mio padrone, in grazia di un bel capitaletto, aveva dato l’addio al commercio per vivere col frutto de’ suoi.... voleva dir sudori, ma sta meglio denari, non mi comprometto mai con giudizii avventati. Aveva quest’unica figlia e tu sai bene che sovente questi alberi di un frutto solo, rovinano a forza di cure l’oggetto delle loro tenerezze.

Amelia (così si chiamava la fanciulla) cresceva fra le continue sollecitudini di papà e mamma, i quali, per compensare la loro ignoranza, volevano rimpinzare la figlia d’ogni sapere. — Una contessina non ha certo più maestri di quanti ne aveva la fortunata giovinetta. — Disegno, musica, canto, ballo, inglese, francese, tedesco, ricamo e tante altre belle cose venivano amministrate senza freno al piccolo cervello di quella ragazza, che se avesse preso sul serio tutte quelle materie, ne sarebbe per lo meno impazzita.

Non starò a dirti quanto ridicola io reputi codesta farragine d’insegnar tante cose alla donna, la quale, secondo me, non ha altra missione tranne quella di dar latte ai bimbi e curare le cose del marito; ma siccome su questo proposito sono varj i pareri, e si dibattono attualmente delle grandi questioni, evito di dilungarmi maggiormente.

La ragazza, cresciuta sotto la sferza di tanto scibile, imparò bene una cosa sola — la vanità — e con vero rammarico dovetti rinunziare alle simpatie che m’erano nate al primo vederla; ma che cosa vuoi? fui testimonio di tante leggierezze ridicole, che anche un innamorato si sarebbe ravveduto.

Amelia era una piccola vipera, capricciosa, intollerante fino all’incredibile, e ciò malgrado, quei poveri genitori le erano sempre attorno, e non facevano altro che carezzarla, lisciarla, alimentando così i germi della vanità innati in quella frivola creatura.

Mi dicono che le damigelle dell’Alta sono civettine leggiere e senza cuore, ma costei superava ogni concetto che si possa fare della civetteria. E sì che non da molto i suoi genitori avevano chiuso la bettola del _Merlo Bianco_, convegno tradizionale di tutti i beoni, e suonatori vagabondi. La vezzosa Amelia doveva ricordarsi queste cose, e pensare talvolta che tutti i suoi cenci di roba, le sue vesti, la sua musica, le sue gioie erano frutto di lunghi anni di privazioni dei suoi parenti, e che tutti gli ubbriaconi della città avevano contribuito a formare la sua dote. — Ma studiando il tedesco e l’inglese, ella aveva dimenticato il grossolano linguaggio degli avventori del suo negozio.

Non voglio certo farle carico del passato, ma, mio Dio! quando certe memorie sono ancor recenti, è bene avere un po’ di moderazione, e non gonfiarsi tanto.

A quindici anni Amelia scriveva bigliettini amorosi che lasciava cader sul naso di uno scolaretto ronzante sotto le sue finestre. Un anno dopo eravi una pluralità d’adoratori che non ti dico altro, ed ella, con una grazietta tutta sua, tirava pel becco quella turba di stolti, e quando io entrai in casa sua, la signorina aveva tanto bene imparato a far la civetta, che mezza la gioventù del paese le sospirava dietro.

Dopo tutto malgrado quella falange di maestri e professori, Amelia era sempre una donnicciuola ignorante. — Suonava malamente il pianoforte, cantava come un ranocchio, ballava goffamente stecchita, disegnava come una gallina, parlava tedesco come un turco, e francese come un papagallo. — Credevasi di aver dello spirito, ed era sciocca, credevasi maliziosa ed era ridicola.

Ma il padre la paragonava ad un angelo, la madre sclamava ad ogni poco che lo sposo della sua Amelia non era ancor nato; quasicchè si aspettasse il Messia. Tutti la lodavano, la carezzavano, ed infine la giovinetta, rigonfia e satura di elogi, portò l’intima convinzione di essere un’arca di sapere, e guatava la gente con un’aria di trionfo, degna della moglie di un deputato.

Andava a spasso pettoruta come un dindo, e, se rispondeva talora ai saluti che le facevano quei merli del suo corteo, tradiva un senso di degnazione sommamente ridicolo.

Ma era bella! questo te lo posso giurare, tanto bella quanto vana e leggiera.

Ti sembrerà un po’ strano il mio accanimento contro quella fanciulla, e mi dirai che non vale la pena di corrucciarsi per sì poco; ma non ne hai ragione, e se non mi mancasse il tempo, vorrei dimostrarti quanto male arrecano codeste vane pettegole alla società.

Se tu vedi gironzare per le città una gioventù snervata e frivola, non cercarne in altro la causa che nell’educazione e nel cuore delle fanciulle.

Esse comunicano a chi le avvicina le loro leggierezze, sono teste guaste, e bisogna guastarsi per piacerle. Oh se io ne avessi l’opportunità, vorrei tanto fregare e flagellare le spalle a tutte le piccole zanzare che tormentano i costumi, che non si mostrerebbero tanto ardite nello sfoggio dei loro impertinenti pettegolezzi.

— Non pensi tu che coteste farfalline dalle ali diafane sono destinate a diventare un giorno compagne di altrettanti poveri diavoli i quali andranno con esse alla malora? Non ti spaventa l’idea della pessima educazione che daranno ai figli quando per disgrazia ne abbiano? — E con una gioventù tanto corrotta, con delle donne sì malamente cresciute, pensate voi altri di pervenire a quel grado di civiltà e di benessere che da tanto tempo agognate invano?

Che scienza, che studio ci vuole per fare una madre di famiglia? Bisogna aver del cuore non delle fantasticherie. Mi guardi il cielo dal ricusare alla donna l’alimento necessario allo sviluppo delle sue facoltà intellettive, ma non se ne facciano delle scimmie che operano grottescamente, non dei _perroquets_ dalle piume appariscenti che ti fanno smascellare dalle risa se aprono il becco; non delle asinelle messe in gonne e guanti.

Guardatevi attorno e vedrete le vostre donne fatue quando son fanciulle, spensierate quando madri, stolte e ridicolissime quando vecchie.

Vuoi un mio consiglio? Se ti piace amare una giovinetta non cercarla fra le tante che brillano in società, che battono tutti i balli, e vanno pei teatri a far disonesta mostra dei loro vezzi. — Quella che studia meno, ne saprà più delle altre; non avrà spirito, ma ci sarà del cuore.

Mi fermai quasi un mese in casa dell’oste, ed una sera fui lasciato in un caffè, ove passai nelle mani di un signore attempato che mi portò a casa sua.

Eravi colà una festa di famiglia; si ballava allegramente in onore di un matrimonio celebratosi in quel giorno.

Fui portato nella sala di ricevimento, e con mio grandissimo stupore, riconobbi nella fidanzata un’antica conoscenza.

Ti rammenti ancora di Lisa? quella che mi aveva levato dalla saccoccia dell’amante, e che mi fu prodiga di tanti baci. Era proprio dessa.

Cercai lo sposo, e con mio rammarico vidi non essere quello che m’aspettava. — Era invece un capitano.

Dunque tutto quell’amore sviscerato, quelle promesse, quei giuramenti della giovinetta? mi chiederai tu, ed io ti rispondo: Fumo! — Oh la fede e la costanza sono gran belle parole, ma pesano poco.

Sarei stato desideroso di sapere qual fine avesse fatto il segreto amatore del giardino, ma mi fu impossibile avvicinare la sposa.

Ben vedi che tutti gli episodj della mia storia, portano seco un colpo alla mia buona fede; man mano crescono cogli avvenimenti le delusioni, per cui spero che non ti farà stupore il mio scetticismo.

Uscito da quella casa errai oziosamente per sei mesi senza trovar nulla d’importante, ma un giorno, con molta mia maraviglia, fui portato sopra un bastimento ancorato nel porto di Napoli.