Racconti poetici

Part 2

Chapter 23,618 wordsPublic domain

Nel 1830, la corte si trasportò a Mosca. La presenza dell’imperial famiglia diede luogo a conviti, a feste di ballo, nelle quali spiccò quasi sola la bellezza di Natalia Ganceroff. Tutti ne parlavano con maraviglia. La fama di quel trionfo giunse alli orecchi di Puschin, il quale trovavasi allora in San Pietroburgo. Lasciò immantinente quella capitale e si recò a Mosca. Chi può sapere che sentimento s’impadronisse di lui in quel frangente, se l’amore, la gelosia o la vanità? Comunque sia, a’ dì 21 di aprile di quell’anno, Puschin chiese in isposa _la bella delle belle_, come egli la chiamava, e in quello stesso giorno essa gli veniva concessa.

«Je voulais me livrer cette année-ci» dice egli ad un amico, «à des études philologiques, et me voilà dans la psychologie jusqu’au cou. J’étudie la _carte de Tendre_, et je file le parfait amour, ce qui prouve que l’homme propose et que la femme dispose!»

Dopo tre mesi di corteggiamento, Puschin lasciò Mosca per andar a prender possesso della villa di Boldino che gli era offerta in dono dalla sua famiglia in occasione del suo futuro matrimonio. Vi rimase quattro mesi, durante i quali mise in ordine le sue poesie, e ne compose alcune nuove.

Il colera frattanto infieriva in Mosca ove stava la sua giovine sposa. Puschin non si mosse da Boldino. Si scusò dicendo che non era possibile di traversare i cordoni sanitari. Ma la verità si è che la Musa esercitava ancora un grande impero sul cuore di Puschin, e che egli era più idoneo alla vita celibe che alla vita coniugale.

Le nozze furono celebrate in Mosca il dì 8 febbraio dell’anno 1831. Un mese dopo, i nuovi sposi si domiciliavano a Zárscoie-Seló, e quivi incominciò Puschin a sentire le noie e i tormenti del matrimonio. Nelle sue lettere si lagna del suo nuovo stato, e in particolare della spesa enorme cui lo astringe.

«Fais-moi savoir, de grâce,» scrive ad un amico «quelle est la quantité de viande nécessaire pour la nourriture de deux êtres humains dont l’un est un peu de la race des Péris (sua moglie), et l’autre très peu mangeur de sa nature. Mon Vatel[6] consomme des quartiers de bœuf capables d’alimenter l’estomac de plusieurs Gargantuas. Tu me feras plaisir en m’apprenant aussi quelle est à peu près la quantité de sucre que peut consommer un modeste ménage. Madame ma sommelière prétend qu’il lui en faut une livre et demie pour les jours ordinaires, et autant, je crois, en plus pour les jours extraordinaires. J’engage ma belle Péri à meure sous clef thé et sucre, mais elle affirme qu’elle a bien assez de tenir sous clef ma personne. Je fais le gros dos à ce propos. Ici à Tsarsoe-Sélo je ne tiens pas équipage, et pourtant l’argent coule comme une fontaine: que sera-ce donc, mon Dieu! quand les quadrupèdes viendront se joindre aux bipèdes, pour manger au ratelier du poète?»

Qualche tempo dopo gli era assegnato un impiego di cinque mila rubli all’anno, colla facoltà di consultare gli archivi di Stato. Puschin si valse di questo permesso per raccogliere i materiali ad una istoria di Pietro il Grande, di cui però non lasciò se non brevissimi squarci.

Nello stesso luogo dimorava il poeta Giucovschi, già mentovato più sopra, col quale Puschin contrasse una amicizia la quale non dovea cessare che colla vita.

Un altro intimo amico di Puschin, il barone Delvig, di cui fu già parlato, editore della _Gazzetta letteraria_ e dei _Fiori del Norte_, morì il dì 14 di gennaio del 1831. Questa perdita immerse Puschin nella più profonda disperazione. Fra i molti ricordi che consacrò a Delvig, troviamo il seguente in una lettera:

«J’ai connu Delvig au Lycée. Je fus témoin, le premier, de l’indicible développement de son âme poétique... Je lisais avec lui Derjavine et Joukovsky. Je m’entretenais avec lui de tout ce qui agite l’âme, de tout ce qui remue le cœur. Sa vie est riche non en évènements romanesques, mais en beaux sentiments, en confiance et en bon sens lumineux.»

L’anno seguente, Puschin continuò i _Fiori del Norte_, a profitto della famiglia di Delvig, e vi inserì varie sue piccole poesie. Nel 1832, pubblicò un altro volume di quella raccolta, e fu l’ultimo. Nello stesso anno si diede con impegno allo studio dei documenti per la vita di Pietro il Grande. Le memorie relative al ribelle Pugacceff destarono in lui una sì viva curiosità, che determinò di trattare separatamente l’istoria di quella insurrezione, e tosto pose mano all’opera. Volendo poi dare al suo lavoro quel colorito di verità che risulta dalla perfetta cognizione non solo del carattere dei personaggi, ma bensì del teatro degli eventi, si trasferì, nel 1833, nella Russia orientale per visitare i luoghi illustrati dalle lotte e dalla sconfitta del famoso settario. La monografia della ribellione di Pugacceff comparve nel 1834.

Nel 1836, Puschin fu nominato gentiluomo di camera dello Zar Nicolò; ma la perdita di sua madre, succeduta poco dopo, gli amareggiò tal piacere. Accompagnò quella sacra spoglia al cimitero di Sviatogorschi, e, quasi presago della propria prossima fine, egli segnò, accanto alla fossa della cara genitrice, il posto ove voleva essere seppellito.

Tutti i biografi stendono un velo sulle cause della morte di Puschin. Ci è dunque forza imitare in parte il loro silenzio. Ci contenteremo di notare che Puschin, a dritto o a torto, credendosi tradito dalla consorte, sfidò in duello colui ch’egli sospettava d’avergli rapito l’onore, e in quel duello ricevè una insanabile ferita. Trasportato nella sua dimora, visse ancora due giorni in mezzo ad atroci torture.

Il poeta Giucovschi, testimone degli ultimi momenti di Puschin, ne scrisse una narrazione circostanziata, di cui riferiremo la conclusione.

«La mattina del 27 (gennaio 1837), disse al dottore Spaschi: «Mia moglie! chiamate mia moglie!» Poi volle vedere i figli. Dormivano; gli furono arrecati mezzo immersi nel sonno. Li guardò l’un dopo l’altro con attenzione e in silenzio; pose loro la destra sul capo, li benedisse, e accennò che si riportassero via. «Chi è qui?» domandò poi. Gli fu risposto: «Viasemschi e Giucovschi...» — «Fateli approssimare,» sclamò con voce bassa e fioca, Io presi la sua mano e la baciai, ma non potei far parola, e mi allontanai. Mi richiamò a sè: «Di’ all’imperatore» soggiunse, «che mi rincresce di morire; che sarei stato tutto suo. Digli che gli auguro un lungo regno, e che bramo sia sempre contento di suo figlio, contento della Russia!» Poi disse addio al principe Viasemschi. Il conte Vielhorschi s’avvicinò allora, e Puschin gli strinse la mano. Sentiva la morte accorrere a gran passi; si affrettava di prender commiato dagli amici. Si tastò il polso, e disse: «La morte s’appressa....»

»Allorchè si sparse per la città la notizia che Puschin stava in pericolo di morte, l’anticamera dell’appartamento si empì di gente. Era un flusso e riflusso continuo di persone d’ogni ceto che venivano ad informarsi dello stato di salute del gran poeta. Chi non poteva venire da per sè, mandava il servitore. Regnava una afflizione, un lutto generale nella città. Tutti prendevano una parte sincera al nostro cordoglio, e molti ne piangevano. Nè gli stranieri domiciliati in San Pietroburgo manifestarono meno simpatia dei Russi medesimi. In noi era naturale l’angoscia; ma essi come mai la dividevano? È facile la risposta. Tutti gli animi cólti son concordi in ammirare l’ingegno, e quando lascia questa terra anzi tempo, tutti lo piangono come un fratello diletto. Puschin non apparteneva alla Russia sola, ma al mondo intero; quindi è che tanti forestieri deploravano la sua precoce fine, con rammarico eguale al nostro.

»Puschin mandò il dottor Dal a confortar sua moglie, sebbene egli stesso non avesse più nessuna speranza. Una volta domandò a Dal: «Che ora è?» Poi soggiunse: «Quanto tempo.... dovrò ancora.... soffrire!... Oh! per pietà.... più presto....» E ripeteva sovente: «Finirà in breve?... più presto per pietà!...» Ma in totale tollerò i suoi patimenti con una rassegnazione mirabile. Quando li spasimi divenivano troppo acuti, si torceva le mani, e mandava un sospiro, ma così basso che appena si poteva udire. «Ti convien soffrire molto, amico,» diceva Dal; «ma non trattenere i sospiri; ti faranno bene.» — «No,» replicava Puschin interrompendolo; «non voglio.... gemere.... mia moglie.... mi sentirebbe.... non voglio lasciarmi vincere.... dal dolore....»

»Escii alle cinque della mattina, e tornai due ore dopo. Sembrandomi che avesse passato la notte con bastante calma, io sperava di trovarlo migliorato. Ma quando arrivai fui crudelmente disingannato. Arendt (altro amico di Puschin) mi assicurò che non compirebbe la giornata. Di fatto, il polso s’affievoliva di minuto in minuto; le mani divenivano fredde. Teneva gli occhi chiusi; di quando in quando alzava la destra per prendere del ghiaccio e fregarsene la fronte. Verso le due pomeridiane aprì li occhi, e domandò della conserva di lamponi. Gliene recarono una tazza. «Chiamate mia moglie,» sclamò con voce sonora; «ditele che mi faccia mangiare.» Essa venne, si pose ginocchioni a capo del letto, gli porse una cucchiaiata di conserva, e appoggiò la sua fronte su quella del moribondo. Puschin l’accarezzò dicendo: «Via, via, non sarà nulla; sto meglio, grazie a Dio; ritirati.» La quiete con che parlò, illuse la povera donna che si allontanò raggiante di gioia. «Ora,» disse al dottore Spaschi, «sta meglio.» In quel punto cominciava l’agonia. Eravamo tre intorno al letto: Vielhorschi, Turghenieff ed io. Dal mi disse all’orecchio: «Egli si spenge.» Con tutto ciò, serbava ogni sua facoltà intellettuale. Una volta stese la mano a Dal, e gliela strinse dicendo: «Alzami; più su;... più su....» Dal lo prese per le spalle, e lo tenne alzato; allora aprì gli occhi; rasserenò il sembiante e gridò: «Ho finito di vivere!» E lo ripetè, soggiungendo: «Non posso respirare; mi sento soffocare!» Furono queste le sue parole estreme. Tenevo lo sguardo fisso sopra di lui, e osservai che gli si gonfiava il petto. Volevo cogliere il suo ultimo sospiro sulle sue labbra; ma mi sfuggì. Puschin pareva dormire, ed era passato di vita senza che ce ne accorgessimo. Scorsero due minuti di profondo silenzio, dopo i quali chiesi: «Come sta?» — «È spento,» rispose Dal.

»Erano le due e tre quarti pomeridiane del giorno 29 di gennaio.... Fortunatamente pensai a far modellare in gesso il suo volto. I lineamenti non erano cangiati. L’espressione della fisionomia non era quella del dolore, ma bensì d’un sonno placido e felice. Quel giorno andai a desinare dal conte Vielhorschi, nella cui casa trovavansi tutti coloro che avevano assistito agli ultimi momenti di Puschin. Puschin stesso era stato invitato a quel pranzo, ordinato dal conte per celebrare l’anniversario della mia nascita. La seguente mattina, collocammo il corpo del poeta nel feretro, nel quale rimase esposto per ventiquattro ore. Più di dieci mila persone vennero a visitarlo: alcune lacrimavano; altre si fermavano estatiche a contemplarlo. Quella fredda immobilità da una parte, quella confusa agitazione dall’altra, quelle preghiere, quei lamenti in mezzo a quel tumulto, formavano un contrasto singolare, ed istillavano nel cuore una dolce e misteriosa melancolia. Il dì primo di febbraio, il corpo fu condotto alla chiesa delle Scuderie Imperiali, nella quale ebbe luogo la funzione funebre. I più illustri personaggi della capitale, e molti ambasciadori delle potenze estere, vollero essere presenti. Il terzo giorno ci adunammo per l’ultima volta intorno a quelle care reliquie; fu cantato l’offizio; fu deposto il feretro in una slitta che partì a mezza notte. La seguii per qualche tempo cogli occhi al lume di luna; poi svoltò una cantonata, e persi di vista per sempre tutto quello che in Puschin era terrestre.

»La slitta attraversò il borgo di Micailoschi, e passò davanti alla piccola villa di Boldino nel governo di Pscoff, e sotto ai due pini che il poeta ha cantati.[7] Giunse al convento di Sviatogorschi la sera del 5 febbraio. Il dì seguente, i monaci cantarono l’offizio, e inumarono il corpo nel terreno scelto dal poeta medesimo, presso alla fossa di sua madre.»

Chiunque leggerà nel poema d’_Eugenio Anieghin_ la storia dell’infelice poeta Vladimiro, ucciso in duello dall’amico, sul fior degli anni, non potrà a meno di vedere in quella tragica fine come un presentimento e quasi una predizione della fine riserbata dalla sorte al nostro Puschin. Quasi tutte le circostanze di quel racconto concordano con quelle, purtroppo reali, della catastrofe qui sopra da noi accennata. Con giusta ragione, dunque, credevano gli antichi essere i poeti anche profeti.

Byron morì di trenta otto anni e tre mesi; Puschin, di trentasette e otto mesi. Somigliò al bardo inglese nell’animo irrequieto, nello stile impetuoso come l’animo, nella vita errante, nella precoce morte.

Fu certamente uno dei più potenti ingegni poetici di questo secolo, illustrato da Schiller, Gœthe, Byron, Moore, Manzoni, Lamartine e Vittorio Hugo. Non gli mancò che di vivere in un clima meno aspro, in una società più pittoresca, in un paese più libero, per dare alla sua fantasia tutto quello slancio di cui era capace; mentre, nelle condizioni in cui visse, dovè comprimerla sovente, come appare pur troppo in molti passi dei suoi scritti mutilati dalla censura.

Nessuno prima di lui aveva maneggiato la poesia russa con quella disinvoltura e quella facilità che è uno dei distintivi della vera ispirazione. Troppo impaziente per limare attentamente i suoi versi, riesce talvolta negletto, ma non mai languido nè freddo. Il suo stile è sempre chiaro e limpido come un cristallo; qualità rara prima di Puschin, e di cui va debitore al suo grande amore della lingua francese, nella quale niente di oscuro può entrare. La stessa qualità attinse Gœthe alla stessa fonte.

L’azione dei poemi di Puschin è semplicissima. Così è in molti capo-lavori antichi e moderni, nell’_Iliade_, nell’_Odissea_, nell’_Eneide_, nel _Fausto_, nel _Paolo e Virginia_, nel _Don Juan_. L’interesse del racconto non risulta dalla moltiplicità delle peripezie, dalla complicazione dell’intreccio, ma bensì dall’abile svolgimento d’una o due situazioni principali, dalla maestria colla quale il poeta delinea i caratteri, analizza le passioni, descrive gli accessorii. Questi pregi essenziali possedeva Puschin in altissimo grado, ed essi risplendono in tutti i suoi lavori.

Non sembrami fondata l’opinione di alcuni critici che dichiarano Puschin un servile imitatore di Byron. Certamente l’influenza di Byron è manifesta nelli scritti del poeta russo, ma essa non vi predomina mai a segno di togliergli la sua libertà d’azione e d’inceppargli le ali; è un vento che lo sorregge nel suo volo ma che non lo trascina mai contro il suo volere.

I Greci, per più secoli, protetti dalla sorte, liberi ed opulenti, vincitori dei barbari invasori, si diedero a cantare non già le doglie, ma i diletti della esistenza; non già le bellezze del mondo invisibile, ma quelle del mondo visibile pieno per essi di ninfe e di dei, di mirti ed allori. La loro poesia era la poesia della vita.

Fra gli orientali avvolti in continue calamità, ebbe origine la contemplazione solitaria (_rêverie_). Fra essi per la prima volta risuonarono quelle parole tremende: «Maledetto il giorno in cui fui generato! Sia quel giorno cancellato dal numero dei giorni!...» Dai lamenti di Giobbe e di Geremia derivò la poesia della disperazione, del disprezzo d’ogni cosa mondana, la poesia delle rovine e della morte; quella poesia infine che senza posa mostra all’uomo il sepolcro spalancato. Ma mentre Giobbe in mezzo alle tenebre del dubbio e del dolore fa risplendere l’autorità d’un Dio onnipotente e benefico, i poeti della melancolia sopprimono quasi del tutto quell’alta intervenzione e abbandonano l’uomo a sè stesso su questo suolo deserto composto delle nostre ceneri e intriso delle nostre lacrime. Tale è l’impressione che ti lasciano nell’animo le _Confessioni_ di Rousseau, il _Werther_ di Gœthe, il _René_ di Chateaubriand, il _Childe Harold_ di Byron. Vi sono poi quelli che levato via il principio del bene vi sostituiscono a dirittura il principio del male e fanno l’uomo un vil ludibrio d’una cieca ed iniqua fatalità. Da tale atroce teoria procedono il _Candido_ di Voltaire, il _Don Juan_ di Byron.

Puschin non trascorre in tali eccessi. La sua Musa è piuttosto ilare che mordace, piuttosto graziosa che grave. Il suo _Eugenio Anieghin_, che a prima vista sembra partecipare assai del _Don Juan_, somiglia, ora ad un leggiadro idillio, ora ad una festosa novelletta, e quel c’ha di tragico è condito di tanta amenità che non t’inspira orrore.

* * *

Prima di chiudere questo preambolo, fa d’uopo ch’io dia alcuni schiarimenti intorno alla mia traduzione. Quando si tratta d’un libro greco o latino, il traduttore è astretto a una esattezza scrupolosa, perchè ogni scritto di quei tempi è un monumento prezioso per la scienza, più ancor che per le lettere. Ma quando si tratta d’un autore moderno, il traduttore, credo, può prendere qualche licenza col testo per renderlo più accetto al pubblico. Così ho fatto. Qua e là ho aggiunto o soppresso un epiteto; ho svolto un concetto appena adombrato dall’autore; ho omesso alcuni piccoli tratti inutili che facevano inciampo all’andatura del racconto; ho trasposto alcune particolarità che il poeta russo non aveva collocate nel loro ordine logico.

Darò qui due esempi delle libertà da me prese.

Nella strofa seconda del capitolo quarto del poema d’_Eugenio Anieghin_, il poeta dice:

«La brina[8] ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. (Il lettore s’aspetta forse che io metta alla rima alcune _rose_;[9] ma se le porti il diavolo).»

Questa parentesi che è graziosa in russo, riesce in italiano una freddura. Ho dunque creduto bene di ometterìa.

Il poema della _Fontana di Bakcisarai_, comincia in questo modo:

«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di lui bocca. I vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso khan. _La calma regna nel palazzo_; tutti con rispettosa attenzione spiano ec.»

Ho tradotto nel seguente modo:

«Ghirei siede con gli occhi fisi al suolo; la pipa d’ambra fuma nella di lui bocca. La calma regna nel palazzo; i vili cortigiani s’affollano silenziosi intorno al minaccioso khan. Tutti ec.»

Evidentemente, quella circostanza della _calma_ va dove l’ho collocata io; perchè dove l’ha messa il poeta genera confusione, e interrompe senza utilità il corso del racconto.

Puschin nell’_Eugenio Anieghin_ descrivendo i costumi della società galante, adopra un gran numero di voci francesi. Le ho mantenute nella mia traduzione perchè la maggior parte di esse sono note a tutti i lettori e usate anche in Italia nel discorso familiare. Il poeta vuole evidentemente deridere il linguaggio dei _dandy_ imitandolo.

Solamente dopo finita questa traduzione, intesi che due poemi di Puschin: _Il prigioniero del Caucaso_ e _La fontana di Bakcisarai_, sono stati recati in versi italiani dal signor marchese Boccella. Ma per quanta diligenza abbia usata, non m’è venuto fatto di incontrare quel volume.

Alcuni pezzi lirici del Puschin egregiamente volti in italiano dal signor Ignazio Ciampi, comparvero, l’anno scorso, in un volumetto stampato nella tipografia Le Monnier.[10]

Forse un cenno intorno alla lingua russa non riescirà discaro ai lettori dei racconti di Alessandro Puschin.

Ad eccezione del Turco, del Finnico, dell’Ungherese e del Basco, tutte le lingue europee derivano dal Sanscrito, antico idioma indiano. Queste lingue erano nell’origine cinque o sei sole, che poi si suddivisero in infiniti dialetti. Ecco un breve quadro sinottico della famiglia:

=Sanscrito=. | | _Celtico._ | | | | Erso. | | Irlandese. | | Gaelico ec. | | _Greco._ | | | | Dorico. | | Attico. | | Ionio. | | Eolico ec. | | Romaico ossia greco moderno. | | _Latino._ | | | | Etrusco ed ombro. | | Osco. | | Provenzale. Italiano. Spagnuolo. Portoghese. | | Vallacco. Francese ec. | | _Gotico e Teutonico._ | | | | Svedese. | | Danese. | | Tedesco. | | Orlandese. | | Inglese ec. | | _Slavone._ | | | | Lituano. | | Russo. | | Illirico. | | Pollacco. | | Boemo ec.

In tutte queste lingue le radici primordiali sono le stesse; il sistema di declinazione e di coniugazione è lo stesso; il metodo di derivazione e di composizione è lo stesso. Chi dubitasse di tal verità consulti le opere ove se ne trova la dimostrazione, e in ispecie: la _grammatica comparativa_ di Francesco Bopp, le _Ricerche etimologiche_ di Federico Pott, il Sunto di questi lavori, fatto dall’Eichhoff nel libro intitolato _Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde_, e finalmente il mio libro: _La langue française dans ses rapports avec le sanscrit et avec les autres langues indo-européennes_.

La lingua russa deriva direttamente dallo slavone. Non v’è mischiato nessuno altro idioma, e presenta in ogni sua parte un carattere omogeneo, regolare, armonico, che manca a molti idiomi moderni più coltivati e più illustri.

Per la declinazione, la lingua russa e la pollacca sono le sole europee che possano gareggiare col latino. La lingua russa non conosce li articoli, quel flagello dei dialetti neo-latini; esprime le relazioni dei vocaboli fra loro, a forza di desinenze come il Latino e il Sanscrito. Il Sanscrito ha otto casi: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _locativo_, il _vocativo_. Il russo e il pollacco ne hanno sette: il _nominativo_, l’_accusativo_, l’_instrumentale_, il _dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il latino ne ha sei: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, l’_ablativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. Il greco ne ha cinque: il _nominativo_, l’_accusativo_, il _dativo_, il _genitivo_, il _vocativo_. La coniugazione sanscrita è molto ricca e complicata: la greca sola le può stare a confronto: la latina è povera in paragone di quelle, e la russa e la pollacca sono ancor più povere della latina; ma suppliscono ai tempi che loro mancano, mediante gli ausiliari _avere_ ed _essere_. Ciò nondimeno la lingua russa e la pollacca sono di tutte le europee le più alte a tradurre i testi latini con una concisione che gli altri idiomi, carichi di articoli, di particelle, di ausiliari, non possono raggiungere.

IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO.

I.

I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’_aúl_.[11] I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’ loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia, e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa.