Racconti poetici

Part 1

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RACCONTI POETICI

DI ALESSANDRO PUSCHIN

POETA RUSSO,

TRADOTTI DA LUIGI DELÂTRE.

FIRENZE FELICE LE MONNIER. 1856.

Proprietà letteraria.

A SUA ALTEZZA

IL PRINCIPE LEONE CZERNICHEFF

AIUTANTE DI CAMPO DI S. M. L’IMPERATOR DELLE RUSSIE.

_Principe_,

_Inclito amante delle arti belle e della poesia, applaudiste altamente il mio disegno di volgere in lingua italiana alcuni poemi di Alessandro Puschin. E non solo mi deste all’opera conforto, ma voleste ancora essere a parte delle mie fatiche, giovandomi col consiglio, ogni qual volta il testo russo mi riesciva troppo oscuro e difficile. Bene è dunque ragione che in segno di gratitudine io iscriva in fronte a questo volumetto il Vostro illustre nome, ormai per sempre unito nel mio cuore al nome del principe Viasemschi, il quale, allorchè, nell’anno 1842, io visitai San Pietroburgo, si compiacque di darmi la prima idea di quei poemi, traducendomene a voce i più stupendi passi._

_Spero che questo libricciuolo vi sarà caro e per l’omaggio reso al sommo poeta russo, e perchè queste pagine forse ridesteranno in voi la rimembranza dei giorni passati in riva all’Arno, nella città dei fiori._

_Credetemi intanto, Principe_,

_di Vostra Altezza_,

Umil. servo, affezion. amico

=Luigi Delâtre=.

_Firenze, a dì 20 di giugno 1856._

CENNI

INTORNO ALLA VITA DI ALESSANDRO PUSCHIN.

Alessandro Puschin[1] nacque in Mosca a dì 26 di maggio dell’anno 1799. Suo padre apparteneva a un’antica famiglia patrizia; sua madre discendeva da un negro africano che rapito dal natío paese in età di otto anni, fu condotto a Costantinopoli, esposto nel bazar delli schiavi e venduto all’ambasciadore di Russia, il quale lo mandò in regalo come _oggetto di curiosità_ (diceva egli), allo Zar[2] Pietro il Grande. Questi lo fece battezzare, poi lo istituì suo paggio. Ma accortosi del singolare ingegno del fanciullo, lo inviò a Parigi, ove volle che gli fosse data una educazione liberale estesissima. _Hanibal_, così chiamavasi il giovine moro, manifestò gran disposizione per le scienze matematiche. Escito di collegio, entrò nell’esercito francese, prese parte alla guerra di Spagna, fu ferito, e tornò in Russia. Pietro gli conferì il grado di luogotenente. Nel 1727, Hanibal fu confinato in Siberia per aver offeso Menscicoff, che governava despoticamente in nome del piccolo Pietro II. Nel 1743, l’imperatrice Elisabetta lo richiamò dall’esilio, lo insignì di vari titoli, e finalmente lo nominò generalissimo. Suo figlio maggiore, Giuseppe Hanibal, menò vita agitatissima; ripudiò la prima moglie, ne sposò un’altra mediante una falsa fede di decesso; ma accusato di bigamia dal proprio fratello, venne condannato ad assegnare un’annua pensione alla prima moglie Maria, madre di Nadege, la quale nell’anno 1797, sposò Sergio Puschin, e lo rese padre del nostro poeta.

Alessandro portava i segni di questa origine mezza slava, mezza africana. Aveva carnagione olivastra, naso alquanto schiacciato, narici rilevate e mobili, capelli ruvidi e naturalmente crespi, occhi d’un colore cupo indeciso. Focoso, impaziente, appassionato, si lasciava facilmente trasportare dallo sdegno; i suoi accessi di furore eran tremendi, ma duravan poco tempo, e tosto egli se ne pentiva e se ne scusava dicendo: «Non è mia la colpa; è quel diabolico sangue africano che mi fa impazzare.» Ciò non ostante, egli adorava sua madre, e rispettava altamente il suo zio materno Giovanni.[3]

Il padre di Puschin era uno di quei gentiluomini dei quali Caterina II diceva: «Questi signori sanno il loro Molière a menadito.» Aveva belle maniere, vestiva con gusto, rispondeva con brio, amava la cucina francese e la letteratura francese. Diede a suo figlio per precettore un emigrato parigino, il conte di Montfort, versatissimo nelle lettere, nella musica e nella pittura. Forse appunto per questa sua varietà di cognizioni il conte si occupava pochissimo del suo allievo, il quale, abbandonato a sè stesso, profittava della libertà concessagli, per introdursi di soppiatto nella biblioteca di suo padre e passarvi talvolta notti intere a leggere ogni specie di libri. Ma siccome la maggior parte dei libri che la componevano erano francesi, il giovine Puschin fu, sin dai più teneri anni, imbevuto di idee francesi. In età di undici anni già conosceva tutti i classici di quella nazione, e incominciava a scrivere in quella lingua. Lo dilettavano specialmente le commedie di Molière, e s’ingegnava ad imitarle in piccole farse che egli rappresentava davanti a sua sorella, sopra un teatrino da lui fabbricato. Puschin era a un tempo stesso autore e attore; la sorellina faceva da pubblico. Una volta recitò uno schermo intitolato _L’escamoteur_. Il pubblico fischiò. L’autore si consolò dettando contro sè stesso il seguente epigramma:

Dis-moi, pourquoi L’_Escamoteur_ Est-il sifflé par le parterre? Hélas! c’est que le pauvre auteur L’escamota de Molière.

Qui noteremo di passo, che anche l’illustre Gœthe ebbe una educazione tutta francese, e che appena giunto all’età di nove anni scrisse una commediola francese che fu il suo primo saggio letterario. L’autore del _Misogallo_, Vittorio Alfieri, trovossi appresso a poco nelle stesse circostanze; e la lingua francese gli era sì familiare, che in essa abbozzava le sue tragedie prima di verseggiarle in italiano, come attestano i manoscritti suoi depositati nella Biblioteca Laurenziana di Firenze.

Questa funesta predilezione per una lingua straniera, avrebbe forse privato la Russia di un gran poeta, se la fortuna non avesse posto argine al male, scegliendo per istrumento delle sue volontà una umile serva, la balia di Puschin nominata Irene Radionovna, la quale ridestò nel suo allievo l’amore del patrio idioma. Se egli gallicizzava il giorno con suo padre e coi maestri, la sera ridiveniva russo colla sua balia, che gli narrava in un linguaggio pittoresco, energico e leggiadro, mille istorie e tradizioni popolari, alcune delle quali egli, più tardi, trattò in verso.

Quando arrivò all’età di dodici anni, entrò al Liceo di Zárscoie-Seló, fondato dall’imperatore Alessandro I. Quell’educazione collettiva regolare e monotona, quella disciplina rigida e cavillosa, stettero quasi per soffocare i germi dell’ingegno di Puschin. I professori malcontenti non davano di lui se non ragguagli sfavorevoli. Uno di essi, il signor Cunizin, così si esprimeva riguardo a Puschin, in un suo rapporto:

«L’allievo Alessandro Puschin ha intendimento e perspicacità, ma manca di applicazione. Non è capace d’occuparsi che di oggetti futili; quindi fa pochi progressi negli studi, e men che in altro, nella logica.»

Probabilmente, nel redigere questo certificato di futilità, il professore Cunizin pensava ai versi che già Puschin dettava, e che facevano le delizie di tutti i suoi condiscepoli. Alcuni di codesti saggi capitarono fra mano al celebre poeta Giucovschi traduttore dell’Ariosto, di Wieland e d’Omero: meravigliato della grazia che osservò in quelli, indirizzò una epistola all’autore, e gli offrì in dono uno dei suoi volumi. Puschin, giustamente superbo di tali distinzioni, scrisse sopra una pagina del suo giornale: «Giucovschi mi ha regalato una sua opera!!!» Questo dono fece epoca nella vita del giovine alunno delle Muse.

Nell’anno 1815, scrisse, in occasione della distribuzione dei premii, un poemetto intitolato: _Rimembranze di Zárscoie-Seló_. Fu letto pubblicamente nell’adunanza solenne alla quale assisteva il venerabile Dergiavin, lirico celeberrimo, autore dell’inno _A Dio_, che trovasi tradotto in tutte le lingue colte d’Europa. Il conte Rapumovschi avendo chiesto se Puschin che scriveva tanto bene in verso, saprebbe scrivere egualmente bene in prosa, Dergiavin pose la destra sul capo del fanciullo, esclamando: «È nato poeta; sarà assai più utile; non lo distogliamo dalla sua vocazione.«

Durante il suo soggiorno nel Liceo, vale a dire dal 1812 al 1817, Alessandro Puschin produsse più di cento venti lavori poetici, e incominciò il poema di _Ruslano e Liudmila_, che compì nel 1818, e diede alle stampe nel 1820. Questo poema, cavato dalle tradizioni popolari slave, non incontrò l’esito che poteva aspettare l’autore, e suscitò critiche acerbe e violenti, sebbene fosse il primo poema in lingua russa che sostenesse la lettura. Fino allora _poema_ e _seccatura_ erano stati sinonimi.

Imbevuto delle dottrine liberali di Voltaire e di Rousseau, Alessandro Puschin non era un suddito molto rispettoso ed obediente, e ardiva non di rado biasimare gli atti del governo. Tale intemperanza di lingua fu cagione che l’imperatore lo mandò in bando nella Russia meridionale, verso l’anno 1820. Questo viaggio forzato non fu sterile per le lettere.

La prima città ove abitò fu Chiceneff. Ivi stava sotto la guardia del generale Inzoff, il quale diceva che gli costava meno fatica il governare una provincia, che il sorvegliare un poeta. «Dapprima, diceva egli, mi toccava avergli sempre gli occhi addosso: ogni giorno qualche scapestraggine, qualche pazzia cui bisognava rimediare. Quando era troppo indocile lo mettevo in arresto, e ponevo una sentinella alla sua porta; ma egli scappava per la finestra.... E allora chi gli correva dietro?»

Il generale Inzoff gli permise di fare una gita nella regione del Caucaso. Ivi il suo ingegno cambiò indole e natura. «Io divengo malvagio, scriveva a un suo amico, o piuttosto, io divengo buono, poichè mi stacco dalle cose di questo mondo. Aspettatevi a qualche produzione _byroniana_.»

E tenne parola, componendo in quei deserti _Il prigioniero del Caucaso_, e il primo canto di _Eugenio Anieghin_.

L’astro di Byron era allora nel suo meriggio, ed eclissava tutti gli altri luminari del Parnaso. Puschin, rischiarato da quello, vide le cose sotto un nuovo aspetto, e trovò nuovi colori per descriverle. Così, mentre il genio di Byron inspirava Lamartine in Francia, si suscitava un emulo e quasi un fratello in Russia.

Nel 1822, Puschin lasciò Chiceneff senza avvertire nè il governatore, nè alcuno dei suoi conoscenti e amici. Il generale e tutti gli abitanti stavano in una mortale inquietezza. Tutti domandavano: «Dov’è? Perchè è partito? Che gli sarà successo?»

Frattanto, il poeta fuggitivo si dirigeva verso i confini dell’impero in compagnia di.... Chi lo crederebbe? di una truppa di zingari erranti. La cronaca scandalosa di quel tempo attribuisce ai soavi sguardi, al dolce sorriso, alle belle forme della zingarella _Mariola_, la disparizione del poeta.

Tornato a Chiceneff, dovè passare alcuni giorni in prigione, durante i quali imaginò e schizzò il suo poema delli _Zingari_. Ma non lo terminò che nel 1824, perchè già egli sentiva la necessità di maturar meglio i suoi lavori.

Percorse anche la Crimea, e fra le città che visitò, più d’ogni altra lo dilettò Bakcisarai, antica residenza dei _khan_ tartari, dei quali tuttora esiste il palazzo costruito nel più ricco stile dell’architettura moresca. Queste rovine gli suggeriron l’idea del suo poema intitolato la _Fontana di Bakcisarai_.

Nel 1824, cessato il suo esilio nella Russia meridionale, egli si recò al suo castello di Micailovschi (nel governo di Pscoff). Vi rimase fino al mese di settembre del 1826. Non gli era ancora permesso di abitare Mosca nè San Pietroburgo; tal divieto fu levato dall’imperatore Nicolò, nel giorno del suo incoronamento.

Dalla villa di Micailovschi, così scriveva Puschin ad un amico: «_J’ai jeté ma gourme_ nelle provincie meridionali dell’impero. Reduce nel _Castel natio_ (sic) mi son trovato solo a solo con me stesso in faccia all’elemento russo schietto schietto. Mio padre e la sua comitiva francese sono altrove. Finalmente sto in balía della solitudine, quella tremenda donna che foggia a modo suo gli spiriti a lei affidati. Per forza ho dovuto spogliare il vecchio uomo, raccogliermi in me stesso e meditare.»

Nei primi tempi del suo soggiorno a Micailovschi, Puschin parve aver affatto rinunziato alle sue follie giovanili. Stava quasi sempre solo, studiava molto, lavorava moltissimo, e passava le serate colla sua vecchia balia Irene Radionovna, di cui abbiamo già parlato. Egli diceva che la buona Irene aveva rifatto la di lui educazione aprendogli l’adito al mondo fantastico dei racconti popolari, e che ad essa andava debitore della sua cognizione degli usi e delle tradizioni nazionali.

Oltre a queste lezioni private nel proprio domicilio, egli ne prendeva anche delle pubbliche per le piazze e per le campagne. Spesse volte s’insinuava fra i contadini, frequentava le taverne, ad oggetto di cogliere a volo le locuzioni, gli idiotismi che egli dichiarava _tout parfumés d’une odeur de terroir_. Un giorno entrò in un salotto di Pscoff travestito da _mugìc_ (ossia contadino russo). Fu dileggiato molto per quella bizzarria; ma sarebbe stato ammirato invece, se si fosse saputo che egli in tal modo si poneva in grado di osservar dappresso i costumi popolari. Egli allora preparava il suo dramma di _Boris Gadunoff_, nel quale voleva, secondo la sua espressione, riprodurre _les traits vivants_ della nazione russa.

«Non v’è cosa inutile in natura (dic’egli in una sua lettera); ogni cosa concorre all’armonia universale. Il linguaggio del più oscuro _mugìc_, le sue consuetudini e fino al suo _tulup_ (pelliccia) son cose degne della penna d’un poeta; soltanto bisogna saperne parlare in tempo opportuno. Anche le scene popolari e le rozze beffe della plebe appartengono al dominio della poesia. Il poeta non deve mai scendere alla trivialità per gusto e per elezione; deve evitare quanto più può lo stile plateale; ma quando non può fare altrimenti, deve con risoluzione tentar l’impresa....»

«Racine, scrisse Puschin in un’altra occasione, è grande per la precisione, la purezza e l’armonia del verso. Ma il disegno e i caratteri della sua _Fedra_ sono il colmo della sciocchezza.[4] La verosimiglianza delle situazioni è la miglior regola per un poeta tragico. Non ho letto nè Calderon, nè Lopez de Vega; ma che genio è quel Shakespeare! Mi fa trasecolare! Quanto le tragedie di Byron sono meschine accanto a quelle di Shakespeare!...

«I poeti, subito che hanno concepito un personaggio, voglion assolutamente che tutto ciò che dice porti l’impronta del suo carattere, come vediamo nei pedanti e nei marinai dei romanzi di Fielding. Se un cospiratore ha sete e chiede un bicchier d’acqua, bisogna che pronunzi quelle parole in un tono che sappia di cospirazione. Assioma assurdo! Shakespeare non teme di compromettere i suoi personaggi: li fa parlare con tutta la naturalezza, la semplicità degli uomini comuni, perchè sa sempre, quando l’azione lo esiga, metter loro in bocca un linguaggio adattato alla situazione.»

Il dramma di _Boris Gadunoff_, bagnato di tanti sudori, non ebbe quel successo che il poeta presagiva. Ma in ricompensa, gli ultimi canti di _Eugenio Anieghin_ fecero furore. Cominciato nel 1825, e terminato nel 1832, questo poema viene stimato il più bel parto della musa di Puschin. Nei due primi canti si biasimò l’imitazione un po’ servile del _Don Juan_ di Byron, e quel personalismo che valse tante censure al bardo inglese. Ma nei canti seguenti, il poeta introdusse pitture così fedeli della società russa, osservazioni così giuste e fine sulle idee e sui vizi del secolo, che si conciliò l’ammirazione generale.

A dì 3 settembre del 1826, come più sopra accennammo, Puschin ottenne il permesso di tornare a Mosca. Giunto in questa capitale, fu presentato all’imperatore Nicolò che gli fece una gentilissima accoglienza e gli disse tralle altre cose: «Uno scrittore dotato di eminenti facoltà mentali deve applicare il suo ingegno a tramandare ai posteri le virtù del proprio paese.»

Tutto quell’anno passò in feste e in banchetti. Ognuno voleva vedere e udire il gran poeta, le cui opere godevano di sì alta fama. Non trovò un solo istante per lavorare. «Da molto tempo in qua, scriveva, non impugno più la penna, perchè troppe mani mi conviene stringere, e troppi mazzetti di fiori offrire. Frattanto m’inebrio, non già di vino, ma di soavi sguardi, e di quel fumo di gloria che poi non è mica così acre come i poeti voglion far credere.»

Nel 1827, Puschin tornò a San Pietroburgo, e si diede a una operosità instancabile. «Mi pagano, scriveva, _un ducato_ ogni verso che mi sfugge dalla penna.» Questa asserzione, che è esattissima, egli ripeteva con una certa vanità, e pretendeva far credere che non componeva se non per guadagnar danaro. Lo che però non è vero, giacchè fu appunto allora che egli si accinse a scrivere in prosa. «Conviene, diceva, accrescere il numero di quei che leggono; e per raggiunger tale scopo bisogna che coloro che scrivono adoprino la forma più accessibile al popolo, cioè la prosa.»

Il suo primo frutto in questo genere, fu una novella intitolata: _Il negro di Pietro il Grande._ Poi pubblicò cinque altre novelle sotto lo pseudonimo di Bielchin; poi la _Dama di picche_ e la _Figlia del capitano_.

Nel 1829, messe in luce il poema di _Pultava_, tratto dalla istoria russa. Lo scrisse in uno stile più purgato, più energico di quanto aveva scritto fino allora. Nondimeno il pubblico gustò poco questo nuovo capo-lavoro. Puschin provò molta afflizione di tale smacco. Per qualche tempo tenne broncio, poi si ritirò nella sua villa di Micailovschi. Lì si dilettò assai in vedere l’effetto che produceva tra quei buoni campagnoli. «Son divenuto l’oggetto della curiosità generale, dice in una sua lettera; _Munito_[5] non ecciterebbe maggiore attenzione. Quell’originale di N. N. ha fatto credere a un branco di bambini, i quali domandavano che cosa fosse il Puschin, esser io un fantoccio di zucchero da dividersi in tanti pezzi al _dessert_. I bambini vennero colla speranza di mangiarmi a modo di confetto.»

Puschin voleva svincolare la letteratura russa dalla imitazione straniera, e dal così detto stile classico. I numerosi fautori di questa scuola non gli potevano perdonare tale audacia, e gli mossero aspra guerra. Avvezzi a quell’antica schiavitù, rifiutavano la libertà che veniva loro offerta. Così i cani nati fra i ceppi amano le loro catene, e s’avventano con furore contro chiunque tenti di spezzarle. Simil sorte attende tutti i novatori, tutti coloro che dicono alle vili turbe: «Il giaciglio ove state è buio ed insalubre; venite fuori all’aria aperta e pura, al chiaro sole!» La gente li respinge a sassate. Vuol marcire nel covile in cui marcirono i suoi padri, e in quello vuole che marciscano i suoi figli.

Si pubblicavano in San Pietroburgo molti giornali, alcuni dei quali pagarono al gran poeta il debito tributo di lode, ma i più, fosse ignoranza, fosse gelosia, lo criticarono e insultarono in modo sì sconcio e villano, che peggio non si poteva trattare un malfattore. Puschin, da vero gentiluomo e da vero letterato, non si degnò mai di rispondere alle contumelie di quella inetta ciurmaglia; nè forse mai gettò la vista su quei fogli schifosi, i cui insulti onorano, perchè dettati dall’invidia, e le cui lodi contaminano, perchè sempre sospette di venalità.

Gli amici di Puschin però menarono sì gran rumore di quelle inique e incessanti aggressioni, che alla fine egli medesimo non potè a meno di accorarsene; mentre avrebbe dovuto andarne superbo, poichè il biasimo ingiusto è un omaggio che la stoltezza rende alla virtù; e, come dice Schiller,

Das unrecht leiden schmeichelt grosse seelen.

Verso il mese di marzo dello stesso anno 1829, sparve subitamente senza far parola a nessuno, e qualche settimana dopo la sua partenza, si intese con stupore che il gran poeta erasi trasferito all’esercito del Caucaso. Ognuno fece le sue congetture intorno a questo inaspettato viaggio; i più crederono che Puschin fosse ito a cercar nuove ispirazioni in quelle contrade longinque, dalle quali doveva tornare (dicevano) con un’ampia mèsse di nuovi poemi. Ma lo scopo suo non era precisamente tale, giacchè in una sua lettera di quel tempo trovasi questo passo:

«Io ho veduto il popolano russo maneggiare la zappa: voglio vederlo maneggiare lo schioppo.»

L’esercito marciava allora verso l’Armenia sotto il comando del conte Paschievice; Puschin ottenne dal generale il permesso di fare quella campagna in qualità di volontario.

«Je suis, scrive Puschin, le seul pékin dans le camp; aussi nos soldats (de fameux durs à cuire, par parenthèse) me prennent pour un prêtre luthérien, ce qui ne contribue pas à me mettre en bonne odeur auprès de leurs orthodoxies.»

Assistè all’assedio e alla presa di Cars e di Erzerum; fece varie escursioni nelle provincie circostanti; quindi tornò a San Pietroburgo, non già con un pacco di versi, come pretendevano i prognosticanti, ma con l’animo più sereno e più placido di quando era partito.

Nel 1830, il barone Delvig suo amico fondò la _Gazzetta letteraria_. Puschin cooperò a questa pubblicazione, e in essa comparve come prosatore non più pseudonimo, inserendovi articoli di critica, i quali però non sembrarono degni della sua alta riputazione.

Fralle sue carte di questa epoca si sono rinvenute alcune note scritte col lapis, due delle quali riporteremo nella lingua in cui furono estese, per saggio del suo stile nella sua seconda lingua materna.

«Depuis quelque temps l’on commence à parler beaucoup de nationalité à propos de littérature, et l’on se plaint de l’absence de cet élément indispensable. Mais nul encore n’a songé à en faire une définition rationnelle. Les uns prétendent que la nationalité en fait de littérature, ou plutôt le _popularisme_ dans la bonne acception du mot, consiste dans le choix des sujets tirés exclusivement de l’histoire du pays. D’autres la voient dans les mots, les tours de phrase, les expressions, c’est-à-dire qu’ils se réjouissent d’entendre parler le russe perdes Russes! Singulière découverte!

»Le mérite du caractère national dans un écrivain ne peut être complètement apprécié que par ses compatriotes; pour les étrangers ce mérite n’existe pas, et peut même leur paraître un défaut et non une qualité. Un critique allemand se moque de la politesse outrée des héros de Racine; un français sourit en voyant la provocation brutale de Carion dans Caldéron.... Et pourtant tout cela porte le cachet national. Il y a une foule de traditions, d’usages, d’idées et même de sentiments qui appartiennent exclusivement à tel ou tel peuple. Le climat, le genre de vie, la religion, donnent à chaque peuple une physionomie qui lui est propre, et cette physionomie doit nécessairement se refléter plus on moins dans la poésie en Russie....»

Qui finisce questa annotazione che ci rivela alcuni principii di Puschin in materia poetica. L’altra che abbiamo promesso di citare è politica.

«.... La grande époque de la renaissance n’eut aucune influence sur la Russie. La secousse salutaire imprimée par les croisades n’exerça pas de réaction sur nos mœurs. Mais, en revanche, la Russie avait une haute prédestination.... Ses plaines immenses engloutirent les forces des Mongols, et arrêtèrent les barbares aux confins extrêmes de l’Europe. Les Mongols n’osèrent s’aventurer plus loin, en laissant derrière eux la Russie, toute vaincue qu’elle était.»

Sin dall’anno 1828, Puschin aveva conosciuta in Mosca la signorina Natalia Ganceroff, la cui bellezza veramente straordinaria colpiva tutti d’ammirazione. Un poeta non poteva essere insensibile a tante attrattive. Puschin ne fu vivamente commosso.