Racconti poetici

Part 16

Chapter 163,670 wordsPublic domain

Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri, anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette.

Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”

Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un susurro di voci:

“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio, alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento, a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile; confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza; abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un inesperto e debile fanciullo.

_Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.

_Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba. I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa, e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro; il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città, le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per chi parteggeremo.

Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò.

La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file; i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele. Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia.

Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno. I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati.

Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte. Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin.

Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori, pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi assaliscono i Russi.

E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di Pultava!

Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano, rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi, rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la morte e l’inferno.

In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe, predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a bassa voce.

Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa. Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia, attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e di guardie.

Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno, colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate del nome di Maria.

L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere.

Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria, egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei suoi maestri nella grande arte della guerra.

Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo?

Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro.

Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci?

Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure. Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra, squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della luna.

_Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...

_Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci....

_Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?...

_Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata! Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”

Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria, trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare.

“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa... Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio.... Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme.... Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi rosseggiano di sangue.”

E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta saltella, corre, e sparisce nella oscurità.

L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su, Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre.

Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi, violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno, l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto.

Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida. La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore dagli amici piangenti.

In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria.

FINE.

INDICE.

Cenni intorno alla Vita di Alessandro Puschin Pag. VII Il Prigioniero del Caucaso 1 Il Conte Nulin 21 Li Zingari 33 La Fontana di Bakcisarai 49 Eugenio Anieghin 73 Pultava 203

Errata-Corrige.

Pag. 25, lin. 1. attardato _leggasi_ ritardato » 131, » 23. livore — lepore » 142, » 32. cuore — nome » 153, » 14. asse — asso

NOTE:

[1] L’_s_ che sussegue all’_u_ deve pronunziarsi come l’_sc_ in _scisso_. Non potendo rappresentare quella pronunzia esattamente, abbiamo scelto l’ortografia che meno se n’allontana. In Francese, si può scrivere il nome di Puschin come va pronunziato, cioè _Pouchkine_.

[2] Così si pronunzia e così va scritto e non già _czar_, come lo scrivono i giornali, sebbene tal maniera di scrivere quella voce sia condannata da tutti coloro che sanno un poco di russo.

[3] Alessandro Puschin non è il solo esempio di uno scrittore mezzo moro: il romanziere Alessandro Dumas è figlio di un mulatto, e porta sulla fisionomia tutti i caratteri di quella razza.

[4] Il celebre critico tedesco Federico Schlegel ha fatto un bellissimo parallelo fra l’_Ippolito Stefanoforo_ di Euripide e la _Fedra_ di Racine; rileva tutte le mende della tragedia francese e tutti i pregi della greca alla quale assegna la palma.

[5] Cane che leggeva, ballava e tirava di spada.

[6] Celebre cuoco di Luigi XIV. Il nome di Vatel si usa per antonomasia.

[7] Vedi a pag. 163 di questo volume.

[8] In russo _morosui_.

[9] In russo _rosui_.

[10] Un vol. di 32 pag. in-8.

[11] _Aúl_ chiamano i Circassi i loro accampamenti o villaggi.

[12] Bevanda fatta d’acqua e di latte di cavalla agro.

[13] Sorta di ferraiuolo di panno nero e di pelliccia.

[14] Così chiamano i Circassi il vino.

[15] Antico re e conquistatore tartaro.

[16] V’è nei villaggi russi un ispettore che percorre le strade di notte picchiando sopra delle lastre di ferro.

[17] Invito alla preghiera.

[18] Il diavolo, dal greco διαβολος.

[19] Cavaliere arabo.

[20] Un infedele, un miscredente.

[21] Nome dei re dei Tartari.

[22] Sorta di monaco che fa voto di povertà.

[23] È noto che i Musulmani hanno sempre in mano una corona, chiamata Cespì, che ha altrettanti grani quanti sono gli attributi dati dal profeta a Dio. Mentre scorrono quei grani ripassano in mente le qualità di Allah.

[24] Questo nome si scrive _Onieghin_, ma si pronunzia _Anieghin_. L’abbiamo scritto come si pronunzia.

[25] Titolo del primo poema composto da Puschin.

[26] Questo capitolo fu scritto in Bessarabia, ove Puschin fu mandato per ordine superiore.

[27] Cappello così denominato dal famoso fondatore della Bolivia.

[28] Celebre orologiaro.

[29] Vino dell’anno 1811 nel quale comparve la cometa di Giulio Cesare.

[30] Pasticci rinomatissimi fatti di fegato di oche.

[31] Attrice.

[32] Poeta comico.

[33] Poeta tragico.

[34] Attrice.

[35] Traduttore di Cornelio.

[36] Direttore del ballo.

[37] Ballerina.

[38] _Toelette_ e _costume_ sono francesismi legittimati dall’uso.

[39] “Tout le monde sut qu’il mettait du blanc; et moi, qui n’en croyais rien, je commençai de le croire, non seulement par l’embellissement de son teint et pour avoir trouvé des tasses de blanc sur sa toilette, mais parce qu’entrant un matin dans sa chambre, je le trouvai brossant ses ongles avec une petite vergette faite exprès, ouvrage qu’il continua fièrement devant moi. Je jugeai qu’un homme qui passe deux heures tous les matins a brosser ses ongles, peut bien passer quelques instants à remplir de blanc les creux de sa peau.

_Confessions_ de Jean Jacques Rousseau, liv. VII.

Rousseau volendo riformare la società, incominciò dal vestiario. Così fecero tutti i grandi riformatori. Così fece Pietro il Grande in Russia nel secolo decimo settimo; così ha fatto, ai giorni nostri, il Sultano Mahmud in Turchia. Rousseau depose la perrucca; tutti i contemporanei l’imitarono, e colla perrucca deposero l’idee inerenti a quella, le idee barbare e stolte del medio evo. Così nacque il _costume_ moderno che ebbe per cuna Parigi. Tutto il mondo accettò le mode di Parigi; tutti i popoli presero, per così dire, la livrea francese. E d’allora in poi tutti i popoli, _volens, nolens_, stanno sotto l’influenza francese. Ma l’unità di vestiario addurrà l’unità di misure, di moneta e di lingua.... dove ci fermeremo in tale strada? Forse tutti i popoli formeranno fra qualche secolo un sol popolo!... Puschin ha ben ragione di dare grande importanza alle cose di moda.

[40] _Le Suisse_, ossia introduttore, secondo l’uso di Francia. Così chiamato perchè i primi che adempirono quello officio erano Svizzeri, ma poi furono anche Francesi, come per esempio Petit-Jean, il quale dice nei _Plaideurs_ di Racine:

Il m’avait fait venir d’Amiens pour être _Suisse_. Atto I, Sc. I.

[41] Guardie particolari dell’imperatore.

[42] _Aggomitare_ non si trova nei vocabolari, ma essendo necessario si può usare.

[43] Allusione a certi versi scritti dal poeta Muravieff.

[44] Lord Byron, che abitò molto Venezia e vi compose un canto di _Childe Harold_, la tragedia dei _Due Foscari_, e altri poemi.

[45] Puschin era allora in Odessa.

[46] Dicemmo nella Biografia che Puschin dal lato di sua madre discendeva da un negro africano.

[47] Nel _Prigioniero del Caucaso_.

[48] Nella _Fontana di Bakcisarai_.

[49] “_Il n’y a que les sots qui s’ennuient_” dice Beaumarchais (_Barbier de Séville_, atto I, scena II), e ha ragione. Puschin vuol significare che la scioperatezza genera la noia, e che i _dandy_ si annoiano perchè sono scioperati. Ma perchè scioperati? Perchè stolti.

[50] In russo _barsccinu_, in francese _corvée_.

[51] Cioè che per educazione è francese o tedesco.

[52] Primo verso d’un canto popolare russo.

[53] Nella cerimonia del matrimonio, secondo il rito greco, si mette una corona di fiori sul capo degli sposi.

[54] Nome in uso nelle classi popolari soltanto.

[55] È uso in Russia di tagliare parte dei capelli ai giovinotti che devono arruolarsi.

[56] Cioè secondo la pronunzia viziosa di molti francesi.

[57] Bevanda fermentata che bevono le povere genti.

[58] I beccamorti scavando una fossa (nel quarto atto dell’Amleto di Shakespeare) ravvisano il cranio d’un buffone del re chiamato Yorick. Amleto piange sopra di esso perchè l’aveva veduto in vita rallegrare con le sue celie i conviti del re, ed esclama: _Poor Yorick!_

[59] Luogo famoso per una battaglia fra i Russi e i Turchi nella quale questi ebbero la peggio.

[60] Svetlana è una fata rinomata per la sua bianchezza e per la sua potenza.

[61] _Giulia Volmare_ nella _Nuova Eloisa_ di G. G. Rousseau; _Malec Adel_, romanzo di Madama Cottin; _Gustavo de Linard_, romanzo di Madama di Krudner, la celebre amica di Alessandro I e istigatrice della Santa Alleanza.

[62] _Delfina_, romanzo di Madama di Stäel.

[63] _Il Vampiro_, romanzo del Polidori, medico di Lord Byron; _Melmoth_, di Mathurin; _Giovanni Sbogar_, di Carlo Nodier.

[64] Imitazione della famosa ode di Saffo, il cui senso è questo:

Agli immortali Dei simil mi sembra L’avventuroso che ti siede a lato, E a sè vicino ode suonar la tua Voce soave, E il tuo soave riso. A me nel seno Quando m’appari, il cuor ferve e rimbalza; E il labro ansante, quando ti rimiro, Non trova accento. Muta è la lingua e come rotta. Fiamma Sottil mi corre su per ogni vena; Fugge la luce dalle mie pupille, Ronzan gli orecchi. Freddo sudor m’inonda tutta; un brivido Tutta m’invade; qual recisa pianta Mi discoloro, e, come s’io morissi, Perdo il respiro.

[65] Giornale morale e seccante.

[66] Poeta anacreontico.

[67] Poeta elegiaco francese.

[68] _Freischuetz_, è il capo lavoro del gran componista Maria Weber.

[69] Macchina che serve a scaldar l’acqua per il tè. _Samovar_ significa _che bolle da sè_, αὺτοζἐων.

[70] Il seduttore di _Clarissa Harlowe_ in un romanzo di Richardson.

[71] Questo pensiero pare tolto da un distico trovato scritto sopra un muro dei pozzi di Venezia:

Da chi mi fido mi guardi Dio, Di chi non mi fido mi guarderò io.

[72] Gallicismo inevitabile.

[73] Pensiero antico quanto i mondi e che Puschin esprime esattamente nelli stessi termini del _Viscardello_.

[74] Altro gallicismo necessario.

[75] Poeta lirico, amico di Puschin.

[76] Personaggio del _Corsaro_ di Lord Byron. Ognun sa che Lord Byron volle attraversare a nuoto lo stretto dei Dardanelli, ad imitazione di Leandro che lo varcava per andar da Ero.

[77] In russo _luccinca_ che è propriamente un pezzetto di legno che serve ai contadini di candela.

[78] Famoso pubblicista.

[79] Equipaggio con _tre_ cavalli. _Tri_, tre.

[80] Che fabbricano il miglior vino di Sciampagna.

[81] Vino d’Ungheria.

[82] Autore tedesco la cui famiglia era oriunda francese. Scrisse molti romanzi d’argomento domestico.

[83] Bisogna sapere che non essendovi in Russia buone strade maestre, le communicazioni sono mercè della neve più facili d’inverno che di primavera e d’estate.

[84] Sorta di carrozza.

[85] La _Prima neve_, poema del Principe Viasemschi celebre poeta tuttora vivente.

[86] In un’ode di Baratinschi.

[87] Pratiche superstiziose usate dal popol russo per conoscere il futuro.

[88] Questo è il modo che adoperano le ragazze superstiziose per sapere il cuore del loro futuro sposo.

[89] Poema russo nel genere classico, cioè noioso.

[90] Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata _Il vicinante pericoloso_. Il nome di questo personaggio ridicolo è appunto Buianoff e il poeta lo rappresenta come qui lo vediamo.

[91] Vino di Crimea.