Racconti incredibili e credibili
Part 3
Intanto erano passate delle ore. Fuori la giornata estiva era cominciata da un pezzo, ma nel mezzanino chiuso del conte durava ancora piena la quiete della notte. L’avvocato ascoltò in quel silenzio, ove non era altro suono che il _tic tic_ continuo di un tarlo che lavorava entro un mobile vicino a lui: ascoltò e si mise una mano alla fronte, perchè gli pareva che quel tarlo lavorasse proprio entro il suo cervello.... E quello fu il cominciamento di un bisbiglio strano e interminato, che si mise a girargli intorno agli orecchi, a empirgli il capo e scuoterlo e assordarlo tutto con un turbamento e un fastidio indescrivibili. Gli pareva che quel bisbiglio venisse dai quattro angoli della stanza, uscisse di dietro ai quadri delle pareti, dai mobili, dagli _album_, dal letto: e vi sentiva dentro un vago rumorìo di suoni che non arrivava a distinguer bene, ma pure ci coglieva dentro, così in confuso, come una nenia di lamenti mista a voci di scherni..... Finalmente lo pigliò alla gola un fortissimo bisogno d’aria e corse a spalancar la finestra.
Entrarono il sole oramai alto, l’aria viva e il cinguettìo mattutino dei passeri.
L’avvocato, così com’era in maniche di camicia, stirò le braccia fuori della finestra e si mise a provare gli occhi abbagliati sul vasto giardino che si stendeva dietro il palazzo, poi gli alzò alle colline sorgenti in faccia a lui. Che tranquilla allegria da per tutto! Vedeva a mezza costa, vicinissimo, il suo bel villino, col tetto spiovente con le persiane ancora chiuse e i muri rosseggianti in fra gli alberi verdi.
Certo, pensò, a quell’ora sua moglie dormiva sempre. Questa idea penetrò in mezzo al triste scompiglio della sua testa e, se non vi mise nè ordine nè calma, riuscì almeno a produrre una risoluzione: «Presto bisognava correre al villino, andare da lei, entrare inaspettato nella sua stanza, svegliarla con un bacio, dirle un mondo di cose, sentirsi ancora ripetere da lei alcune di quelle parole che tante volte avevano rianimata in lui la fede e messo un refrigerio nelle sue viscere tormentate dagli aculei del sospetto! Presto bisognava subito uscire da quella stanza maledetta ove la gorgone orrenda della gelosia lo aveva guardato per lunghe ore con gli occhi immobili; ove l’aria pareva impregnata di recente adulterio, ove tutte le cose gli bisbigliavano intorno una infame canzone di lamenti e di scherni! Presto! Presto!»
E andò a bagnarsi il viso nell’acqua fredda e a ricomporsi in fretta i capelli arruffati.
Stava infilando una manica dell’abito, quando gli giunse dalla stanza vicino un lieve rumore di passi che si fermarono all’uscio. Dopo alcuni secondi sentì anche picchiare... Allora corse ad aprire e si trovò in faccia a sua moglie, che diede indietro senza far motto, diventando smorta. Un momento prima, ella aveva nella bocca il sorriso trepido della donna innamorata che, entrando in quella stanza, s’immaginava d’apportarvi una sorpresa molto gradita.....
CANTORES!
Io non penso, mia cara, d’aver demeritata la vostra stima. E fosse pur vero tutto quello che voi siete andata fantasticando dopo la mia lettera di martedì, o credete voi proprio che anche in un desiderio a prima vista disumano, grottesco, bislacco e teratologico, non possa nascondersi un alto senso di poesia? E sopratutto un alto senso di verità?
Voglio che m’ascoltiate attentamente e pacatamente. Io ora sento di potervi parlare con calma e voi non avete più a temere da me nè crudezza di linguaggio biblico, nè impeti di «lirismo forsennato.» Sono calmo, v’ho detto, e sopratutto non ho mai cessato d’esser uomo: anzi ho in me il convincimento profondo — dopo tutto quello che è passato nell’animo mio nei giorni addietro — che un aspetto nuovo della umanità mi si è svelato e s’è in qualche modo aggiunto all’esser mio d’uomo.
Vedete dunque che io non ho niente da rimproverarmi e voi niente da sospettare sul conto mio.
* * *
Ed ecco come andò.
Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo pranzato solo e di buona ora all’Albergo _Milano_. Come passare meno male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma in casi simili, io ho sempre la risposta pronta: salgo in una _botte_ e mi faccio condurre a San Pietro. Ho per quella grande piazza ellittica una specie di passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla: il getto superbo di quelle due fontane, illuminato dal sole, pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi fa ballare il cuore di gioia, mentre l’immane colonnato, curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sovra l’attico e in atto d’osservarmi severe, par che mi avvisino ch’io sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per la basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e me la sento dentro aumentare e ingigantire, man mano che in me si raffreddano i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che anche voi, mia cara, mi condannate per questo, ed io chino il capo rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo giustiziere il tempo, non è vero? Voi lo sapete per prova.
Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali: delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra, pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma vespertina, ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole occiduo, era tutta una letizia di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa, diffusa intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano contentissimi d’essere inaffiati da quella rugiada.
Credevo come al solito di trovare la gran chiesa a quell’ora deserta, ma m’ingannai.
La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri delle provincie, romani _de_ Roma, _inglesi_, suore, trasteverini, _minenti_, frati, preti, pifferari, la turba mista e bizzarra insomma che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che vanamente cerchereste altrove; le centinaia e le migliaia che si sparpagliano, povero formicaio umano, sotto le navate enormi, e si perdono, come ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il fruscìo dei loro piedi...
Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla prima non potei capire. Era un suono di timbro ed acutezza insolita, esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che parea tutta riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la frase di un verso biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque canto umano senza dubbio.
E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonde insieme la dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana, una voce che sale, sale leggera e spontanea come vola per l’aria un uccello di paradiso, e quando vi pare che siasi posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli e sale sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio d’artifizio, di ricerca, di stento, una voce infine che vi dà l’idea immediata del «sentimento fatto suono» e dell’ascensione d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini in camera e la Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva da togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali. — Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto: non la minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non penuria di astensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota, ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo colla potenza di una gratissima sensazione non provata innanzi mai!
Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati verso quella voce e quel canto. — Nel giorno dell’Ascensione i cantori della Cappella Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla celebrazione della festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo in una piccola cantoria eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo organo, che anch’oggi, come al tempo di Berlioz, è mosso sovra delle rotelle pel pavimento.
La folla si faceva man mano più densa, ma io m’adoprai in modo che dopo circa dieci minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e guardavo in faccia il mio _solista_. — Eseguivano un _mottetto_ dell’Allegri quasi tutto affidato a lui; il coro entrava di tanto in tanto con brevi _risposte_, e l’organo con pochi accordi di accompagnamento aiutava a sostenere l’intonazione perfetta.
Finalmente ho intesa la voce vera del _soprano_. Vadano a riporsi le signore cantatrici che usurpano questo nome! Con più appropriato vocabolo le chiameremo, se vogliono, _soprane_; ma è da augurare per il bene dell’arte del canto, declinante a gran passi, ch’esse smettano una buona volta la sciagurata ambizione d’assurgere cogli sforzi della loro laringe a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai soprani veri ed a soprani sacri — ai soprani per diritto divino.
Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti da Gioacchino Rossini!
Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro;
Abborro sulla scena Un canoro elefante...
Sì, quella voce eccezionale e quasi sorvolante agli orizzonti della vita è fatta per esprimere slanci di preghiere e rapimenti di estasi religiosa, non è fatta per disposarsi alle torbide passioni del dramma umano, nè per concorrere, profanandosi, al divertimento scenico. Nella scena essa doveva perdere il suo prestigio mistico senza acquistare il vigore, la pieghevolezza e la verità del dramma, e questo forse spiega perchè il vero dramma musicale moderno comincia e coincide col bando dei veri soprani dalle nostre scene melodrammatiche. E se comprendo l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto grado, trovo impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine per Zambinella e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto magistralmente narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo. Meglio comprendo gli epigrammi scritti dal popolo napoletano sulla casa costrutta da Cafariello....
* * *
Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua cotta bianchissima davanti al suo leggìo. Mentre la sua voce si elevava come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi in magnifiche declamazioni, io non riuscivo a notare in lui il più piccolo segno di fatica e di sforzo. La testa era lievemente inchinata sulla musica che teneva con le due mani immobili. Cantava a quel modo e pareva che leggesse. Solo i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi tratto tratto allorchè una frase musicale toccava il suo momento di più viva espansione; solo le rughe della sua fronte si spianavano e si contraevano assecondando le movenze del ritmo.
Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo probabilmente gustata mai. — Egli era felice, ma più che di tutta quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorìo d’ammirazione contenuta che le sue mirabili note ogni tanto suscitavano sotto la più augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della bellezza del suo canto che si sentiva ripiovere sull’anima come una rugiada celeste!
Io l’ho compreso e l’ho invidiato: nel calore del mio entusiasmo ho pronunziato dentro di me il pazzo augurio che ho avuto la franchezza di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro orrore. Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri uno strano cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo mio si facesse una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo — bizzarra visione — gli antichi Coribanti che menavano intorno, con gesti e grida di gente estatica una danza vertiginosa, e in mezzo a quella ridda vedevo alzarsi la figura grave e serena di Origene che tendendo una mano e gli occhi verso le stelle esclamava: _beati!_... Al tempo stesso mi venivano in mente certe parole con cui il duca di Richelieu ringraziò la bontà divina quando s’accorse d’esser giunto al termine della sua carriera — nè diplomatica, nè militare.
E pensavo: quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio a cui ora la consacra, con che parola ringrazierà egli Dio della sua carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tinnivano negli orecchi e mi sentivo vibrare per tutto l’essere accordi e dissonanze piene di voluttà ignota. Alzavo gli occhi e mi pareva che gli Evangelisti dai grandi pennacchi mi accennassero colla testa che avevo ragione. Sarò stato pazzo, se volete, ma ero superbo e felice.
Potete condannarmi, ma, francamente, a compiangermi avreste torto.
PRIMO RICORDO
Io voglio risalire con la mente al primo ricordo preciso della mia vita. Più in là, per quanto io guardi, non veggo ondeggiarmi dinanzi che qualche ombra vaga, perdentesi nei primissimi crepuscoli della mia memoria.
Ecco: io veggo ancora la casetta ove la mia famiglia passava gran parte dell’anno quand’ero bambino; bassa, bianca, con le finestre verdi, non circondata d’alberi, posta fra la strada maestra e il fiume Savena, a tre miglia da Bologna.
Doveva da poco essere incominciato il giorno, perchè, guardando dalla finestra, io vedevo il cielo da una parte tutto sparso di nubi rosse; un rosso vivissimo, come non ho visto di poi che rarissime volte in qualche tramonto estivo. — Quantunque fosse così di buon ora, nella casa già era un tramestìo grande. Sentivo aprire e chiudere usci, sentivo passi affrettati e bisbigli.
Certo io non mi vestii e non scesi di letto senza aiuto; ma non posso ricordarmi di chi m’aiutasse. Veggo la fisonomia d’una ragazza di casa, l’Eugenia; ma quella fisonomia si mesce confusamente a quasi tutti i miei ricordi infantili.
Dopo, la mia memoria si perde per un certo tratto. C’è come uno strappo che non riesco a riunire. Dove e come io abbia passato quella giornata non ricordo: un momento mi veggo in confuso a passeggiare con un grosso cane vicino al fiume, che cominciava ad ingrossare per una delle solite piene d’autunno. Probabilmente mi avranno tenuto apposta fuori di casa, ove non poteva che essere, molto male a proposito, tra i piedi alla gente.
Ma più tardi verso il tramonto, ecco ch’io sono ancora in casa mia e precisamente sulla breve scala che dalle stanze superiori mette nella loggia al pianterreno.
La porta è aperta, spalancata, e veggo della gente che va e viene per la strada maestra. Nella loggia veggo tre o quattro persone, intorno ad un lettino situato in faccia alla porta. Distinguo benissimo mia madre che sta in piedi accanto al lettino e di tanto in tanto si china sovr’esso, con una grande espressione d’angoscia, senza pronunziar parola....
In quella cuna agonizzava una mia sorellina di circa un anno e mezzo; e l’avevano portata dalla sua stanza nella loggia, vicino alla porta spalancata a vedere se potesse meno penosamente respirare. Io credo che la poverina morisse di difterite; ma allora i medici non avevano ancora messo in voga questa orrenda parola.
La bimba era proprio agli estremi: ed io dalla scala, non osservato, stavo guardando la triste scena. Guardavo immobile, con gli occhi fissi, senza rendermi ancora conto di ciò che accadeva; ma sentendo confusamente dentro di me che io mi trovava in presenza di una cosa arcana e terribile.
Il visino della bimba era tutto color di cera, fuor che intorno alla bocca semi-aperta, che si mutava via via in una tinta fra il nero e il violetto. I due braccini, fuori della coperta, stavano abbandonati e senza moto, sul corpo inerte. Tutto il moto del corpo poi erasi limitato su su verso il collo e la bocca, negli ultimi sforzi della respirazione, che ad ogni minuto secondo andava affrettando penosamente e come restringendo sempre di più il suo circolo breve.
Il respiro della creaturina somigliava nel suono a un lieve rantolo sibilante.
Ed io lo sentivo quel respiro di moribonda, e fino a che mi rimarrà la memoria avrò viva e presente la indicibile pena che esso mi faceva. Sarà forse effetto d’immaginazione, ma adesso mi par certo che, sempre guardando dalla scala, anch’io allora respiravo con affanno, e seguivo e secondavo e numeravo, in qualche guisa, quel ritmo doloroso....
A un tratto il sibilo prese a diminuire rapidamente e non sentii più nulla. Allora il medico accese una candela e l’accostò alla bocca della bimba. Quando sentii singhiozzare e piangere forte intorno a me, mi misi a piangere forte anch’io, così che l’Eugenia mi trasse di là e mi condusse fuori nel prato ripetendomi spesso: _è andata in paradiso!_
Che cos’era per me il paradiso? Anche questo mi venne spiegato: ma per quanto la descrizione fosse allegra io seguitavo ad essere triste. E più d’una volta volli rivedere la bambina morta, già leggiadramente acconciata in mezzo ai fiori nella sua cuna.
La sera del giorno dopo ebbe luogo il mortorio. Io era sul ponte ad attenderlo e non ricordo con chi. Ricordo invece benissimo che la piena del fiume era grandemente cresciuta e che l’acqua faceva sotto di noi un gran rombo, precipitandosi dalla cascata e urtando contro i piloni degli archi. Ero seduto sulla spalletta del ponte e una mano mi teneva: io guardavo in giù nel buio da cui saliva monotono il rombo del fiume grosso.
Intorno a me erano molti bimbi che facevano un chiasso allegro: ma io nella mia testa ascoltavo il fiume e associavo, non so come, a quella sensazione una idea triste di fuga, di violenza, di rapina.
E quando finalmente si avvicinò la lunga fila dei ceri accesi, che misero nell’aria piovigginosa e buia come un incendio giulivo, io non ristetti dal guardare a basso le acque torbide, le acque fuggenti sotto di me; e credetti un momento, laggiù fra i tronchi d’alberi portati dalla piena, di veder passare la mia sorellina dentro la sua cuna; la mia sorellina morta, che il fiume mi portava via, lontano, per sempre, verso un abisso ignoto, e dove non pertanto avrei voluto seguirla e perdermi con lei...
IN REPUBBLICA
Diamo le spalle a Rimini e all’Adriatico: la vettura corre rapidissima traverso i campi, verso la montagna, per una larga strada fiancheggiata da siepi di biancospino che verdeggiano allegramente al primo sole d’aprile.
Il primo sole d’aprile è già sorto da mezz’ora sui monti d’Albania e si specchia nelle acque del mare, splendido, allegro, esultante forse dei propri splendori e della vita primaverile che sveglia e sollecita per tutto sulla terra. — Io, senza volgermi e fissarlo, ma guardando innanzi a me la campagna bellissima, lo tratto con un’apostrofe: chi sa quanti _pesci d’aprile_ illuminerai tu oggi, o vecchio sole!
Questa idea mi mette addosso una specie d’allegria infantile. — Io, a buon conto, per quest’anno non corro più alcun rischio, mettendo tre lunghe ore di via montuosa fra me e il mio caro mondo civilizzato. Addio dunque, _salons polis, hommes polis, dames polies!_ Io m’arrampico sulle cime dei monti a cercare ed a visitare un ultimo rifugio della semplicità antica... Di lassù oggi potrò gettare a queste _basse regioni_ le mie occhiate più tranquille, sfidando tutti i _pesci d’aprile_ che mai sia dato di confezionare a tutte le comari, a tutti i barbieri e a tutti i giornalisti del bello italo regno.
* * *
Così pensando, levo gli occhi alla meta del mio viaggio, al monte Titano, sede della città di San Marino, capitale della serenissima repubblica dello stesso nome.
_Conveniunt rebus nomina._ Chi, viaggiando in ferrovia tra Cesena e Rimini, guarda verso mezzodì la catena dell’Appennino, non può a meno di fermare l’occhio sovra questo enorme sasso bruno, diroccato, torreggiante un gran tratto colle sue tre creste superbe sulle cime minori; ed esso richiama davvero alla mente l’idea d’un gigante favoloso che un tempo si levò a lottare coll’onnipotente, e ora, tutto solcato dalle folgori, vinto, più che domo, sta adagiato lassù da secoli a guardare, a sfidare sempre il cielo col piglio cruccioso e dispettoso di Capaneo. Vedete che effetto può fare la distanza in una fantasia riscaldata ancora da qualche reminiscenza del De-Colonia!
La strada, dopo alcune miglia, comincia a salire; poi l’erta a breve andare diventa così rapida, che i cavalli non bastano più. S’aggiunge alla vettura un paio di bovi e malgrado il poderoso aiuto si va su lenti lenti guadagnando la montagna a oncia a oncia.
Il monte Titano intanto vi pare vicinissimo, è lì, proprio a pochi passi da voi; lanciando un sasso vi sembra certo che arriverebbe alla cima. Come va dunque che per due lunghe ore non vi par quasi di procedere innanzi, come se vi moveste a passi di tartaruga? Questa lunga e tediosa illusione è prodotta dall’immenso _zig-zag_ ad angoli vicinissimi che la strada è costretta a disegnare sul dorso del monte per aver l’onore d’essere carrozzabile. Io inganno il tempo guardando la collina intorno assai bene coltivata, coi peschi ed i mandorli tutti in fiore, i grossi quercioni coi rami ancora ignudi, gli ulivi e i lecci spiccanti pel verde pallido e cupo delle loro foglie perenni.
Guardo e chiacchiero con due miei compagni di viaggio.
Il primo è un forlivese; amico intimo del celebre baritono Cotogni, un tempo baritono anch’esso; ora è uomo d’affari notissimo a Bologna e per tutta Romagna. E il più dilettevole compagno di viaggio che si possa desiderare da un musicomane par mio.
Quando ogni argomento di chiacchiere è esaurito, e le ore della ferrovia si succedono lente, lunghe, uggiose, e il sonno promette sempre di venire e non viene, allora l’amico ex cantante trae fuori dal ricco repertorio de’ suoi ricordi teatrali una parte di basso o baritono a vostra scelta, dal vecchio _Faliero_ di Donizetti al _Mefistofele_ di Gounod, e qui, con una mezza voce intonata e gradevole, comincia a cantarvela tutta da cima a fondo senza saltare una battuta, senza sbagliare una nota, — accennando per giunta il canto delle altre parti e gli intermezzi orchestrali.
L’altro mio compagno di salita, e insieme nostro ospite, è il conte Bartolomeo Manzoni-Borghesi, figlio al celebre bibliografo di Lugo, erede del nome e delle sostanze del sommo archeologo di Savignano. È un giovane molto simpatico, e ricco di quella cultura soda, a fondo schiettamente classico, che fu un tempo così frequente nelle buone famiglie di Romagna, ed oggi, pur troppo, è quasi del tutto perduta. Egli ama con passione due cose: la caccia e le medaglie antiche. L’acquisto fatto il giorno innanzi d’una moneta rara dell’imperatore Pertinace accresceva il suo buon umore, e gli tardava d’aggiungerla al famoso medagliere che ereditò dal Borghesi.
Ma intanto i bovi fanno il loro dovere, e siamo oramai alla meta. Ecco il borgo, un allegro e grazioso paese di circa ottocento abitanti, il quale si adagia molto pittorescamente e abbastanza comodamente sovra un ultimo ripiano che gira come d’una zona sul fianco destro l’ultima e ripidissima cima del Titano.