Racconti incredibili e credibili

Part 2

Chapter 23,817 wordsPublic domain

La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato concesso d’espandere. E vide fiorire la sua salute e le sue membra fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire rapidamente la giovinezza ingegnosa, forte e leggiadra. — Una volta tornando insieme al conte da una caccia sull’Appennino pistoiese che li aveva tenuti fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista la bella contessa che li aspettava nell’angusto cortile del castello, gittò l’arme a un servo, corse a lei e la baciò; poi rimase lì interdetto e turbato vedendo che la bella dama arrossiva, e sentendosi anch’egli salire al volto un gran calore come di vampata improvvisa.... Cominciarono d’allora per il conte i corrugamenti delle ciglia e quel gesto di portare la mano ai capelli, mentre la sua mente, più sovente che non avesse voluto, pensava insieme alla contessa e al giovane ospite.

Ma l’amore non istette per questo. Penetrò fiamma occulta, sottile e inavvertita, dentro quei due giovani petti, invadendoli rapidamente. Doventò casto sogno e ardente passione, prima che i due avessero avuto modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi s’amavano già d’amore e non lo sapevano; e quando lo seppero s’amarono con più violento abbandono, obliando, calpestando, sfidando ogni cosa.

Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini che fecero partire il conte per Roma!

* * *

Cominciò allora per i due innamorati un supplizio indicibile. — In tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà strana e terribile la vecchia zia del conte; la quale, sia che agisse per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio disegno, circondò e afflisse i due giovani di vigilanze così minute, severe e continue che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe rimasta superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni. Non era più nè impedita nell’andare, nè miope, nè sorda; si trovava sempre in ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse; e dormiva con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse là in quel suo lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio della stanza da letto della contessa. Con questa poi adoperava ogni gentilezza più compita e col giovane anche; ma nelle ventiquattro ore del giorno mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi soli a cambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto....

Tormento siracusano: e tanto più atroce perchè i due innamorati, in udire della prossima partenza del conte s’erano naturalmente lasciati andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa contrarietà pareva a loro una durezza ingiusta del destino a cui si rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane lagrime e vane imprecazioni. La vecchia era sempre al suo posto, e tutti nella rocca con una esattezza implacabile secondavano il suo volere.

Sulle prime Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di spionaggi che d’ogni parte li involgeva; ma ogni suo tentativo, per audace o astuto che fosse, riuscì inutile. — Una notte, guardando dalla finestra, credè d’accorgersi che non gli facevano la solita guardia. Scese nel fossato della rocca, esplorò bene intorno: nessuno. Alzò gli occhi alla finestra della stanza ove dormiva la contessa e vide splendervi il lume. Allora si sentì tutto invadere dalla brama di salire in qualunque modo fino a quella finestra, chiamare la sua donna, parlarle delle sue pene e cogliere attraverso la inferriata un suo bacio; sì uno, cento baci per calmare un poco la sete d’amore che dentro lo tormentava! — Credette il giovane che la forza del volere e il desiderio ardentissimo gli avrebbero conferita la snellezza rampicante d’uno scoiattolo; ma invece il salire, non fu senza grandi ostacoli e dolori. Saliva adagio adagio adoprando ogni sasso sporgente ed ogni crepaccio del vecchio muraglione; talvolta era costretto a fermarsi a lungo, talvolta a ridiscendere e studiare altra combinazione di cavità e di sporgenze. Più d’una lucertola, sentendo le dita che il giovane ficcava fra le pietre, usciva spaventata strisciandogli tra la faccia e il muro; una nottola, turbata anch’essa nel suo nascondiglio, gli volava d’intorno silenziosa. Man mano che s’approssimava al termine desiderato, crescevano gli ostacoli, l’incertezza, la smania disperata. Aveva le mani e i piedi sanguinanti e grondava di sudore freddo.... Finalmente potè abbrancare una sbarra dell’inferriata e, fatto un ultimo sforzo, arrivò a tirarsi su di mezza persona contro la finestra; gittò innanzi lo sguardo e stava per sussurrare il nome della donna amata, quando s’accorse d’avere dinnanzi a sè, ritta, appoggiata al davanzale della finestra la vecchia contessa, che lo guardava immobile, con occhi severi...

Poco mancò che Oliverotto non cascasse all’indietro nel fossato della rocca.

* * *

Unico conforto non conteso ai due innamorati era dunque vedersi e parlarsi in presenza d’altri; e in quello essi condensavano tutte le sollecitudini e cercavano d’acquetare o contenere alla meglio, tutti i desiderii. — Passavano le giornate lente, uniformi, uggiose. Oliverotto e la contessa ogni dì stavano lunghe ore seduti uno in faccia all’altra, essa istoriando coll’ago i pietosi fatti di Bradamante, egli fingendo di leggere qualche trattato dell’arte della guerra o qualche libro di cavalleria. La vecchia contessa o alcun altro della casa non mancavano mai.

I due si parlavano di rado; invece si guardavano lungamente, intensamente deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio muto e infaticabile. — E gli occhi neri d’Oliverotto parea che, supplicando, chiedessero: fino a quando? E gli occhi azzurri della contessa non sapeano che rispondere chiedendo anch’essi: fino a quando? — Le quattro ardenti pupille stanche e mai sazie di quella amorosa tensione, di tanto in tanto tremavano, si inumidivano, pareva che si stemperassero in bagliori languidi e tristi.... Nelle serate lunghe dirimpetto al focolare gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i vecchi faggi di Monte Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento della notte, Oliverotto leggeva alla contessa qualche scena del _Pastor fido_:

Ben è soave cosa Quel bacio che si prende Da una vermiglia e delicata rosa Di bella guancia; e pur ch’il vero intende Come intendete voi, Avventurosi amanti che il provate, Dirà che quello è morto bacio a cui La baciata beltà bacio non rende; Ma i colpi di due labbra innamorate Quando a ferir si va bocca con bocca.....

La morbosa tenerezza di questo e somiglianti passi era come olio bollente sulla fiamma, al cuore dei due poveri giovani, gli occhi ora vivi e scintillanti, ora annuvolati, smarriti e depressi riprendevano quel loro ufficio di esprimere insieme e di esasperare il desiderio infelice.... E talvolta l’interno struggimento cresceva a tal segno che la contessa era costretta, avanti l’ora, di ritirarsi nelle sue stanze. — Oliverotto allora correva ansando sugli spalti a respirare l’aria gelata della notte, ad imprecare alle stelle, a tempestare indarno contro il suo avverso destino!

In meno d’un mese i due amanti erano ridotti ad uno stato davvero compassionevole; e guardandoli nei visi consunti si sarebbe detto che sulla loro giovinezza stava passando un soffio di vecchiaia precoce. Ma tutto ciò era nulla rimpetto ad uno stranissimo fenomeno che nei loro occhi si veniva manifestando.

* * *

Non era, no, un inganno visivo della gente, ma un fatto che saltava agli occhi ogni giorno più.

Le grandi pupille della contessa, che erano di un bellissimo azzurro oltremarino, sembrò da prima che un poco si annebbiassero smontando in una tinta meno dolce e meno pura. Poi quell’annebbiamento si rese sempre più opaco e crebbe e crebbe finchè fu necessario riconoscere ch’essa mutava in nero il colore degli occhi. Era forse effetto delle lagrime dirotte che l’infelice versava di continuo, invece di pigliar sonno? — Ma d’altra parte anche negli occhi di Oliverotto accadeva mutamento: le pupille nerissime e fiere cominciarono a temprarsi d’una luce più dolce e mansueta che adagio adagio le veniva come clarificando; poi apparvero striate qua e là di piccole vene azzurreggianti, le quali dilatandosi ogni giorno accennavano ad invadere presto tutto il campo dell’iride.....

Che era avvenuto nell’intimo di quei due esseri? Con che forza di corrente misteriosa le due anime, incontrandosi solo e sempre per gli occhi, agli occhi avevano potuto imporre quella trasformazione, quello scambio portentoso? — La vecchia sorvegliatrice non fece motto e nemmeno diede segno d’essersi accorta di cosa alcuna; ma la gente della rocca guardava, tra stupita e atterrita, a quello che essa chiamava un nuovo miracolo d’amore. Non andò molto tempo e già per largo tratto di paese s’era sparsa la voce del fatto incredibile; e molti trassero al castello studiando qualche pretesto d’accertarsene cogli occhi proprii. — I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi; si sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un giorno o l’altro sarebbe tornato il conte....

La contessa nelle veglie interminabili meditava di sottrarsi colla morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione, quando il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori; Oliverotto dal canto suo, inspirandolo la passione e la disperazione, lavorava a un piano di fuga in cui era risoluto ad affrontare, con lei, ogni estremo cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue pensavano con angoscia indicibile che in quel giorno stesso forse sarebbe giunto alla rocca l’annunzio di un prossimo ritorno!

Invece una improvvisa serenità sopravvenne in quell’orizzonte così minaccioso. Un giorno sull’imbrunire bisognò calare il ponte e ricevere nella rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato bolognese. Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: Sisto V, sia che avesse chiamato a sè il conte per averlo più sicuro nelle mani, sia che in quel frattempo nuovi e più forti capi d’accuse si fossero scoperti contro di lui, appena giunto il conte a Roma, lo aveva fatto legare e chiudere in Castel Sant’Angelo e dopo breve processo strangolare. — La giustizia del sommo pontefice non andava oltre nel punire, mantenendo alla famiglia del ribelle beni, titoli e privilegi.

. . . . . . .

IN CASA DELL’AMICO

Dal salotto da pranzo, guardando per di sopra alla terrazza, fu prima la signora a vedere il fattorino del telegrafo, che saliva ansando per il viale ancora tutto invaso dal sole e sonava al cancello del villino. Il telegramma, portato subito dal giardiniere, diceva così:

«_Abbisognami sua pronta risposta, circa arazzi. È arrivato negoziante milanese. Riparte domani sera._»

— Ah! ecco che Shylok mi vuole stringere i panni addosso, — disse il marito incrociando la posata sul piatto. La signora, lasciata andare indietro la sua testa bruna e guardando il soffitto con aria indolente, mise una pausa in mezzo e replicò:

— E tu attacca la tua voglia ad un arpione. Faremo senza degli arazzi....

E mostrava sorridendo i denti bianchissimi.

L’avvocato rimase un poco a guardare il telegramma spiegato sulla tavola e scosse il capo com’uomo a cui quel consiglio non andava. Poi con accento risoluto:

— No. È già la seconda volta che quell’imbroglione di milanese mi passa davanti. Questa notte prenderò la corsa delle tre e andrò a Ferrara.

— Bel gusto a fare una mala nottata! Telegrafa piuttosto le tue ultime condizioni; e vedrai che gli arazzi saranno per noi.

A queste parole il marito posò sulla donna uno sguardo in cui trapelava l’intimo compiacimento suo. Ebbe un momento di esitazione, ma si raffermò subito nel primo proposito.

— Chi vuole vada, mia cara. Quando tu sarai a letto, io scenderò in città. Passo al _club_ un paio d’ore; ceno magari, se mi vien voglia, e m’arriverà l’ora di prendere il treno senza ch’io me n’avveda. Farò una buona dormita domani: anzi conto, con questo caldo, che avrò finalmente una notte di refrigerio.

Il caldo, di fatti, in quegli ultimi giorni di luglio, era grandissimo; e sebbene la sera fosse assai vicina, nella villa non si sentiva ancora spirare dalla collina un fiato di vento. La signora non rifiniva di mettere dei pezzi di ghiaccio nel suo bicchiere e nel bicchiere del marito.

* * *

Poco prima della mezzanotte, nel piccolissimo gruppo dei frequentatori estivi del _club_, si levò una esclamazione lieta di sorpresa quando l’avvocato fu visto entrare. Egli salutò tutti allegramente: anche il giovane conte Salerni, ch’egli non vedeva da qualche tempo. Dopo una partita all’_écarté_, ordinò da cena e mangiando espose agli amici la causa di quel suo trovarsi in città e al _club_ ad ora così insolita.

Sonarono le due. La comitiva dei cinque o sei in breve si sciolse e rimasero l’avvocato e il Salerni, soli, seduti a un tavolino, l’uno in faccia all’altro. L’avvocato sorbiva lentamente il caffè e il conte gli offerse una sigaretta. Poi, il discorso essendo tornato sulla gita a Ferrara, il conte non esitò a dichiarare ch’egli la giudicava un passo falso.

— Come, un passo falso?

— Sicuro: anzi, una sciocchezza bella e buona. Ma dov’è la tua solita furberia? Io non me la spiego altrimenti che pensando a questo gran caldo che fa. Che diavolo? E non vedi che è tutto un gioco combinato tra il negoziante ferrarese e quello di Milano, che gli fa da compare? Se tu ora ti precipiti a Ferrara, caro mio, fai conoscere d’avere degli arazzi una voglia matta; ed essi, sta’ certo, ti leveranno la sete con l’acqua salata. Oh, molto salata!...

L’avvocato con un gomito sul tavolino e l’indice della mano sulla fronte spaziosa stette alquanto in silenzio:

— E d’altra parte, anche a non andare io corro un rischio. Un gioco combinato, tu dici?... Può essere benissimo. Ma se non fosse? Se, come mi è accaduto altra volta, il milanese dice davvero e compra? Io non voglio che gli arazzi mi scappino. Dopo averci tanto pensato su, sento che mi nascerebbe un albero nello stomaco, come si suol dire. Che vuoi farci? Ognuno ha le sue debolezze: e anche mia moglie, quantunque non lo dimostri, sono sicuro che sarebbe afflittissima se mi vedesse tornare a mani vuote... Pensiamo al modo....

— Senti — disse allora il Salerni con l’accento più naturale di questo mondo — se non è domani, sarà doman l’altro che io andrò a Ferrara e di là al _Trombone_ a vedere un cavallo. Facciamo dunque così: prendo ora il treno di Ferrara e mi presento domani dal mercante a contrattare gli arazzi per conto mio. Tu non ti muovere e dimmi solo l’ultima cifra a cui vuoi arrivare col prezzo: vedrai che domani sera torno con la roba e t’avrò probabilmente anche risparmiato un paio di mille lire.

— È una buona idea e ti ringrazio! — esclamò l’avvocato alzandosi in piedi.

Mancava mezz’ora alla partenza, e i due amici usciti dal _club_ s’incamminarono fumando verso la stazione.

* * *

I due amici passeggiavano sotto la tettoia dinanzi al treno pronto; e già la macchina mandava i primi fischi della partenza. A un tratto, l’avvocato si tastò in fretta con le mani le tasche dell’abito esclamando:

— A proposito! O come faccio io ad andare a casa a quest’ora, che non ho la chiave?

Il conte trasse subito fuori una chiavettina inglese, porgendola all’amico:

— In dieci minuti sei a casa mia. Tu conosci il mio mezzanino. Dormirai tranquillissimo, perchè sono tutti in campagna. Domattina alle nove verrà la portinaia a svegliarti col caffè. Buona dormita!

L’avvocato, per risposta, diede in una risata ed ebbe appena tempo di stringere la mano all’amico montato sul treno, che già si moveva lentamente.

Quando uscì dalla stazione rideva ancora fra sè, tenendo fra le dita la chiave del mezzanino del conte Salerni. Era di buon umore. Gli piaceva d’aver accettato il parere dell’amico circa la gita a Ferrara, gli piaceva d’andar a dormire una notte in città, fuori di casa: incidente bizzarro che gli ricordava la sua vita di scapolo, che lo faceva rivivere nella sua lontana vita di studente.

Però, a cercar bene in fondo all’animo dell’avvocato, si sarebbe visto che altra era la causa di tutto quel suo buon umore. Egli era geloso della moglie. La sua gelosia non era di quelle che dànno ogni giorno in manifestazioni minute, opprimenti, volgari; ma era una idea fissa, una preoccupazione acuta e costante, celata quasi sempre nell’animo con dignitoso riserbo, e per questo assai più dolorosa. Fra le cure di una vita molto affaccendata, in mezzo agli alto e basso de’ suoi affari, quell’uomo, in apparenza positivo e freddo, traeva le ragioni di tutto il suo benessere e di tutto il suo malessere da un fatto solo: la certezza che egli aveva o no dell’amore e della fedeltà di sua moglie. Il rimanente veniva sempre in seconda linea.

Aveva avute, a intervalli, parecchie inquietudini vive. Da ultimo i suoi sospetti erano stati eccitati dal conte Salerni, che s’era messo a corteggiare molto assiduamente la signora ed essa, pur troppo, non gli aveva opposto quel contegno che disanima e stanca un uomo. Questa volta le male apparenze si erano prolungate e aggravate in modo che il marito, non potendone più, aveva espressi a lei con una certa violenza i suoi dubbi e il suo mal contento.

Era la prima volta che le faceva una scena di questo genere.

La moglie accolse le parole del marito con un misto di meraviglia, d’offesa e di sottomissione. Si tenne con lui molto seria per una settimana; ma anche gli dimostrò col fatto che le stavano a cuore il proprio buon nome e la quiete di lui. Il Salerni tornò in visita e fu accolto con amichevole ma fredda cortesia: una cavalcata che di lì a pochi giorni sarebbe fatta e in cui il Salerni doveva intervenire, fu con bel garbo disdetta dalla signora; la quale, perchè proprio voleva che ogni nube fosse dissipata, da venti giorni non era scesa in città che una volta sola e accompagnata da suo marito.

Già da una settimana i pensieri dell’avvocato si voltavano alla tranquillità; ma in quel giorno, in quella serata, in quella notte egli sentiva che una serenità piena e intera era venuta ad occupare rapidamente il suo animo. E ripensava le parole con cui sua moglie s’era provata a dissuaderlo dalla sua andata a Ferrara; e correva con la mente dietro al giovane amico, che, con sì spontanea cortesia, s’era offerto di allontanarsi esso, in vece sua, per un giorno dalla città. — Quale più favorevole occasione invece per i due, se... No! no! Egli era stato ingiusto a sospettare. Nè si fermava a questo unico fatto; ma diffondendo in largo giro le tinte rosee della sua vena confidente, adesso esaminava tutta la sua gelosia passata, la trovava assurda, la sconfessava e malediva con tutta la forza del suo volere. E intanto gli si ricomponeva nella mente la fisonomia di sua moglie, bella, schietta, amorosa degna di un affetto immenso e di una fede senza confine.

Insomma, si sentiva contento. E camminava lentamente sotto i portici respirando l’aria fresca dell’alba, mentre spegnevano gli ultimi fanali. Si sentiva libero e sciolto, come se un cattivo spirito tormentatore fosse uscito per sempre dal suo corpo, in virtù di un felice scongiuro.

* * *

Quando entrò, con in mano un cerino acceso, nella stanza da letto del conte, fiutò gradevolmente un odore delicato di legno di sandalo che impregnava l’aria. — Sibarita! — pensò sorridendo e inoltrandosi di qualche passo nella stanza.

Poi accese la lampada e si guardò intorno. La camera da letto era vasta, ricca, bellissima e, mediante una alcova in fondo, aveva anche l’aspetto di un salotto da ricevere. I buongustai, visitandola insieme a tutto il mezzanino, concordavano nel giudicare che il Salerni vi s’era mostrato artista, a un tempo, e gran signore. Il conte si scagionava d’ogni merito e confessava che, avendo lungamente vissuto a Vienna con un artista celebre e fortunato, egli non aveva fatto altro che imparare da lui, anzi copiare in piccolo dal suo appartamento. A ogni modo il copista aveva mostrato molto buon gusto nella scelta e nella esecuzione.

L’avvocato, respirando l’odore di sandalo, girava gli occhi ammirati sui mobili e sulle pareti, li posava sul pavimento di marmo bianco riquadrato a liste nere, li spingeva nell’ombra discreta dell’alcova, in cui vedeva il letto basso e semplice con il lenzuolo bianco rimboccato sulla coperta azzurra, sotto i festoni azzurri delle cortine ricchissime.

— Sibarita! — ripetè l’avvocato, ma senza sorridere. E subito pensò che certo delle donne erano state là dentro; e pensò che certo dovevano aver serbato una molto grata memoria di quel luogo.

Il suo buon umore era già disceso, e seguitava a discendere rapidamente come la colonna di mercurio di un termometro quando è portato da un luogo caldo a un luogo freddo. Chi sapeva dirgli in che modo le ragioni tanto eloquenti del suo benessere di mezz’ora fa si erano così raffreddate, scolorate, spente? Adesso, ecco che altre impressioni e altre idee lo signoreggiavano! La figura del giovane conte, nel fisico come nel morale, lì in quella sua bella camera da letto, assumeva nel cervello dell’avvocato un improvviso fascino di seduzione ch’egli, suo malgrado, percepiva con una vivezza nuova, strana, esagerata, terrificante. Poi non potè fare a meno di tramutare quella percezione da se stesso in sua moglie; poi a un tratto si immaginò, sua moglie, se la vide dentro quella stanza..... e fu costretto a chiudere gli occhi, sentendosi correre un freddo per tutto il corpo...

Capì che bisognava distrarsi e si provò ad osservare con curiosità i quadri, le armi, le maioliche. Maggiore attrattiva ebbero per lui alcuni _album_ di fotografie e disegni posti sovra una tavola grande. Passavano sotto i suoi occhi rabeschi fantastici, schizzi e caricature bizzarre, ricordi di luoghi veri; passavano fisonomie di persone note e sconosciute: ed egli seguitava a voltare le pagine piuttosto in fretta, come chi va in cerca di una data cosa. Prese da ultimo fra le mani un piccolo _album_ elegantemente rilegato in velluto con grandi fermagli e borchie d’oro; e si pose ad esaminarlo meno in fretta che gli altri. Si capiva che quello era il volume privilegiato, l’_album_ riservato alle più belle signore conosciute dal conte in paese e fuori.... L’avvocato aveva il presentimento che qui avrebbe trovato il ritratto di sua moglie. Invece arrivò all’ultima pagina senza trovar nulla. Ma dov’era dunque il bel ritratto che essa un mese fa, aveva regalato al Salerni, in sua presenza? Dove lo teneva egli? La mente del marito trovò in quella assenza del ritratto una nuova e forte ragione d’inquietudine; e pensò a quei dolci nascondigli ove l’immagine della donna che si ama è messa in salvo da ogni profano contatto, da ogni convivenza indegna, da ogni occhio indiscreto e geloso.... Si mise a cercare per tutto nella stanza, ma fu ancora inutile. Presso al letto, però, stette ad osservare una bella fotografia della _Glaneuse_ di Berton; e nei contorni di quello schietto viso di campagnuola, negli occhi e perfino nella linea forte e slanciata dei fianchi, credè di cogliere una tal quale somiglianza con le brune bellezze di sua moglie.

Dentro intanto gli cresceva la smania; e se avesse avuto lì presso il conte Salerni, sentiva che forse non avrebbe resistito al bisogno di mettergli le mani addosso e di frugarlo, come una guardia daziaria fruga una persona sospetta di contrabbando.