Part 6
Avevano fatto cose garibaldine, compiuto gesta da camice rosse, con quei volti imberbi di adolescenti, quasi di fanciulli, cresciuti fra i comodi della vita, presi un bel giorno nel fondo di una provincia o nel mezzo di una città grande dalla passione politica, riscaldati dal circoletto o dal giornale nazionalista, divenuti feroci contro l’Austria, alla quale avevano gridato tante volte abbasso andando in corteo sotto i Consolati, e adunandosi a comizio nelle aule o nei cortili delle Università nei pomeriggi di sciopero scolastico. Ed erano tutti andati a sbattere contro reticolati immani, contro gabbie di fili e trabocchetti; e con la loro spensieratezza, le loro canzoncine napoletane, il loro indicibile slancio e disprezzo della vita, avevano fatto fare all’Italia, essi con le anime, coi corpi, col sangue, il balzo oltre i confini vietati. E la patria oggi è abbarbicata alle rocce dove essi hanno esposto il petto e costruito le difese, mettendo pietra su pietra sempre sotto il fuoco, fra i corpi insepolti dei compagni caduti al loro fianco.
Ed ora, dopo avere gioito della mensa e dei canti e dei suoni nella notte serena, alla vigilia del ritorno nelle vecchie buche, dormivano il sonno ristoratore nelle loro cuccette.
Come il diritto di alloggio appartiene, fino all’ultimo istante, al battaglione in riposo, prima che i vecchi inquilini ne siano sloggiati, i nuovi non entrano. Considerato dunque che l’attesa era lunga, il graduato depose zaino, coperte e fucile e si buttò sulla terra a dormire. Il sottotenente accese una sigaretta, s’appoggiò ad un alberello e considerò dal poggio la luna che tramontava. Era la luna di febbraio, così mite fino ad oggi, che ha dato quasi ogni notte il sereno ai nostri uomini.
* * *
Cominciarono i soldati a svegliarsi, verso le sei, pizzicati attraverso le fessure dell’assito dal frescolino dell’alba. S’udirono là dentro i primi dialoghi, il tramestio di quelli che si alzavano, i brontolii dei sonnacchiosi, che indugiavano a uscire di sotto le coperte. Si spalancavano usci e finestrelle. Il valloncello si popolò di soldati in farsetto. Cominciavano sparsamente i preparativi della partenza.
Altra cosa è quando un battaglione in riposo, chiamato da un fonogramma inatteso, è fatto partire d’urgenza a rincalzo di truppe impegnate in una seria azione! Allora si è tutti fuori in pochi minuti, gli ufficiali lanciano ordini, e magari si parte senza gli zaini. È un altro spettacolo.
Ma perdurando lo sverno e la calma sul fronte, col cambio metodico delle truppe, il ritorno in trincea è tranquillo. Si sa per tempo che si deve partire; si sa dove si torna; ognuno si prepara con calma a riprendere il suo posto.
Due ore dopo, le carrette caricano le cassette, i sacchi di tela grigia degli ufficiali, coi nomi e cognomi inscritti a lapis copiativo, i lettucci da campo: tutto il superfluo che si manda indietro al magazzino, quando si fa il periodo di trincea.
L’ufficiale venuto di là reca ai colleghi le notizie più interessanti: rende conto dei lavori compiuti nel frattempo, dei nuovi camminamenti coperti che ora conducono ai ridottini, delle piccole correzioni di linea; fornisce particolari sugli umori del nemico, che variano anch’essi come i nostri, col mutare delle truppe. In un luogo si è venuti a una tregua per il seppellimento dei cadaveri; in un altro si sono rafforzate le difese con lancio di cavalli di Frisia; in un altro abbiamo appostato una mitragliatrice; altrove il nemico riesce a prenderci d’infilata e bisognerà far nuovi lavori per non avere ogni notte qualche morto o qualche ferito. Nel vallone di Paljevo si dà una caccia stupenda ai merli: ci si tira a palla e si vanno a raccogliere sui reticolati la sera. E il tenente racconta tutte queste cose col sorriso contento, attendendo solo che il battaglione se ne vada per entrare lui e scegliersi la sua cabina. Il graduato è lì per terra, e non si moverà fino a sera.
Girando per gli alloggetti degli ufficiali pare d’essere in uno di quei minuscoli alberghi di montagna, il giorno in cui parte una comitiva. Uno sbattere di usci nel corridoio, un via vai affrettato, un rintronare di scarponi chiodati, gente che insacca roba, arrotola coperte, ripiega sacchi a pelo, ripone panni, spazzole, boccette di profumi (quei tenentini sono rasati, pettinati a lucido, con la scriminatura); chi infila il passamontagna, chi si mette a tracolla il binoccolo, chi intasca la minuscola Kodak, chi straccia in quadretti minuti la corrispondenza. Si spazza via tutto, si fa il vuoto, fin che nelle cabine non restano che i telai di legno delle brande coi pagliericci gualciti, e qua e là una borraccia felpata, d’alluminio, o un bastone ferrato, che saranno presi all’ultimo momento.
Nelle baracche della truppa, lunghe, ampie, aperte come corsie, dove si dorme sulle tavole, e la roba e gli uomini e le armi e gli attrezzi si pigiano e si affastellano, è una maggiore confusione; è un’altr’aria, una mistura ingrata di odori di scarpe ingrassate, di aliti grevi, di strame, di medicazioni. Pare di essere nella terza classe di un bastimento di emigranti, poco prima di entrare in un porto, quando ci si prepara a portare tutto in coperta. Il sole entra per i finestrini, come per tanti _hublots_; si direbbe che fuori c’è il mare. Chi sale, chi scende per le scalette; chi si gira le fasce intorno alle gambe, chi arrotola la coperta, chi, in un canto, si rade.
Sull’uscio, all’aperto, il dottore passa la visita. Bocche che si spalancano, corone dentarie nere, guaste, tonsille infiammate, mani fasciate, che se si sviluppa la garza appaiono tumefatte, bluastre, e ne spiccia sul dorso una perlina di liquido giallognolo. C’è qualcuno che non andrà in trincea. Due accusano la febbre, e attendono il turno mogi mogi, le gote arrossate, il bavero della mantellina rialzato, pazienti, come sono i poveri che attendono negli ambulatori gratuiti.
Verso le dieci distribuzione del rancio, odore di minestra, zaini a terra, fucili poggiati sugli zaini, in due lunghe file fra le due baracche. E una visione varia, un po’ strana, di elmetti ampi, rotondi, leggeri, senza quel che di truce o di fiero hanno i caschi aderenti e grevi e certi altri elmetti di acciaio, più spesso, che si calcano sulla fronte con un taglio netto e risalgono sulle orecchie, alla bella foggia degli elmi antichi, guerreschi e tutelari. Questi hanno una forma quasi di coccio, non so che del vaso capovolto, e spiovono cogli orli ampi sulla faccia, o sormontano sul berretto o sul passamontagna come una casseruola sopra un turbante. Ci vengono di Francia, e, a dire la verità, poco hanno della grazia e cavalleria francese. Dei nostri, i più burloni li lasciano ricadere sulle ventiquattro, con una ironica trascuranza. Si direbbe non ne vogliano sapere, preferiscono arrischiare il capo. E, certo, quell’azzurro cuccumone gallico non è bello. Ma quando il battaglione è adunato o in marcia, allora, moltiplicato per centinaia di teste, spalma una vernice fresca sulle linee, e di lontano fa una bizzarra nuvola turchina.
Finalmente si sgombrano le baracche delle cartacce e della paglia marcita, si dà il fuoco ai mucchi di pattume, agli avanzi sudici, agli stracci. Fumacchi nerastri si svolgono in aria, lenti, pigri, con un bruciaticcio nauseabondo, e tra il fumo scoppiano, con una piccola risonanza chioccia, le cartuccie dei fucili cadute a terra, talvolta anche buttate via.
Poichè il soldato nostro è qualche volta struscione. Non sempre misura l’utile, nè considera il prezzo di ciò che gli si dà abbondantemente, e che bisogna ridargli spesso. Vanghette, ad esempio, piccozzini, zappe (in genere l’attrezzamento leggero), lascia anche cadere e non sempre si china a raccogliere.
È un segno che la guerra di trincea gli pesa, che non ama questi modi tedeschi della guerra. È contadino, e gli piace affondare la vanga nella scassatura della vigna, lavorare di zappa nel terriccio dei suoi orti. È bracciante, e fruga nel mucchio di sassi o nella grotta, con la pala e il piccone, per guadagnarsi la giornata. Ama l’opera bella, il nostro soldato italiano, l’opera buona, la fatica del suo vecchio mestiere, il suo arnese pacifico. Quanto ai pericoli della guerra li sfiderebbe volentieri allo scoperto; l’istinto lo porta a ripararsi alla bell’e meglio. Operaio meraviglioso in tutto il mondo, attaccato alla terra sempre dov’egli vada, sterratore, minatore paziente, resistente, magnifico, in guerra pare rifugga dai nascondigli sapienti, dalle gallerie sotterranee, da tutti gli apprestamenti d’approccio. Questa lotta cieca e minuziosa di talpe non è la sua. Eppure quanto non ha lavorato il soldato nostro nelle retrovie e nelle trincee! Quanto sudore non ha sparso sulle roccie, quante strade non ha aperte, quante mine non ha fatte brillare, quanti ponti non ha gittati tra l’acqua e il fuoco, bagnando la propria opera col proprio sangue!
Tutto gli si fa fare, a tenerlo d’occhio, a curarlo, a trattarlo bene, a volergli bene. A tutto lo si muove parlando alla sua intelligenza e al suo cuore, facendogli capire che cosa è la guerra oggi, dimostrandogli che deve fare così per il suo stesso bene, per salvaguardare la sua vita, e per non essere da meno del nemico. Il nemico lavora dall’altra parte, dobbiamo lavorare anche noi. Il nemico non fa la guerra garibaldina, neanche noi possiamo più farla. Quando il soldato ha capito che non basta essere eroe della guerra, ma occorre anche essere manovale, operaio, minatore, sterratore, allora lavora di gusto e tiene cara la sua vanghetta come il fucile, e non butta via nulla di quel che gli si dà, e non sperpera più.
— Forse il pane sperpererà sempre — mi dice un ufficiale sorridendo, dopo che c’eravamo scambiati questi pensieri. — Li guardi.....
Guardai, e vidi che sì, lo sperperavano il pane, ma in carità. Porgevano le pagnotte o le lanciavano a certi bimbetti sloveni accorsi coi sacchi e le ceste a fare incetta. Come facevano in Libia coi piccoli arabi, le donne e i fanciulli.
— Sempre la stessa storia.
— Buono l’italiano.
— E sfama sempre qualcuno, quando è soldato.
* * *
Si attese il calare del sole per prendere le mosse: sì da essere al punto dove si divalla su Plava di prima sera, quando la luna non è ancora levata. E dato l’ordine della partenza, i capitani si misero alla testa, e gli uomini, per due, dietro.
Si risaliva una mulattiera, a passo lento, per le dorsali dei colli coltivati a vigna e a frutteto. C’era tanto oro diffuso nell’aria e sui costoni vicini, e ricascava giù come una pioggia magnifica da certi cestelli candidi di nubi sospese a mezz’aria, nel turchino. Ci passavano sul capo alberelli di ciliegio, alti sui ciglioni del sentiero. Le pianticelle di vite, arroncigliate come serpenti, spiccavano nere sulla terra invernale, vestita di seccumi giallastri. Più oltre si strisciò coi gomiti fra la ramaglia di un bosco novello di querce: migliaia di foglie colore di rame, secche, accartocciate tintinnavano sui rami, scosse al venticello della sera come campanelle di carta. E a mano a mano che si saliva apparivano in fondo alla valle i villaggi e i nastri bianchi delle strade e i filamenti pallidi dei sentieri, e i tetti neri delle baracche nostre, che mandavano fumo.
La colonna veniva su adagio, ma senza fatica, e gli elmetti, gli uni dietro gli altri, parevano le scaglie lucide di un enorme colubro turchino, che si snodasse fra le piante, con un lungo fruscio.
Erano nel battaglione molti che avevano preso per questi sentieri nei giorni di maggio, mentre le viti erano tutto uno spampanio verde per le terrazze, e i ciliegi si picchiettavano di rosso. Avevano compiuto la prima avanzata, erano scesi i primi su Plava, avevano varcato l’Isonzo. Morti quelli che erano morti, i fortunati tornavano ora anche una volta in trincea. Avevano ormai nello sguardo il senso e quasi il segno di tanta vicenda e monotonia della sorte.
Emozioni vive, scosse al cuore, erano state dei primi giorni. E queste io ritrovavo mentre il battaglione saliva, sulle pagine ingenue d’un taccuino, che un soldato mi aveva dato a prestito perchè leggessi.
Lessi fin che la luce non mi mancò. Più tardi trascrissi, e la parte del poema che si può pubblicare dice così:
_Il 24 maggio._
Il 24 la notte un rombo si sente, Sul far dell’alba continua sovente.
Il nostro tenente gridava a terra Che questa notte è cominciata la guerra.
Fino al confine noi siamo arrivati, Con due bandiere che segnavano i lati.
Avanti, ragazzi, non c’è paura Prima che la notte si faccia scura.
Alla mattina siamo rivati, A San Martino che c’erano stati.
Una confusione come quel giorno Non l’ho mai veduta da che sono al mondo.
Da dieci chilometri li abbiamo seguiti Con una maniera di non usar fucili.
Siamo arrivati fin là in fondo Dove dicevano questo è l’Isonzo.
Plava l’abbiam passata senza paura Perchè ancora non si sapeva nulla.
Avanti, ragazzi, dice il maggiore, Mentre si vedeva un grande splendore.
Quando noi siam giunti al posto Su quel burrone vicino al bosco,
Il mio compagno è stato ferito Disse il colpo è venuto e non l’ho sentito.
Porta feriti, venitelo a pigliare Ma lui aveva poco da respirare.
Il 16 un caso succede Che bisogna andare nelle trincee.
Fra cinque minuti comincia l’attacco Era una cosa da diventar matto.
Il 18 ottobre il bombardamento comincia Dicevano tutti questa volta si vince.
Dopo tre giorni di bombardamento Una compagnia tentò pel centro.
Chi ha fatto questa stragedia È stata l’eroica sestesima.
Ti ringrazio fortuna di quel giorno tristo Che tante volte il pericolo l’ho visto.
Tristi giorni la pioggia cadeva Con tutti i fatti che succedeva.
Trenta prigionieri venivano avanti, Gridando siamo fratelli tutti quanti.
Una ridotta è stata occupata Da quel giorno è tutta insanguinata.
— Dove li hai scritti questi versi?
— In trincea, quando non avevo niente da fare. Ma lei, che è borghese, perchè ci viene?
— Per vedere quello che fate, gli ostacoli che dovete superare, per farlo sapere al Paese.
— Allora venga su e vedrà. E leggeremo sul giornale la sua scrittura.
* * *
Si era giunti dove si inizia la discesa nella gola di Plava. Fu dato un breve _alt_. Bisognava che le compagnie scendessero in silenzio, a una a una, gli uomini distanziati.
Dalla parte nostra il costone cala quasi a dirupo sul letto del fiume, e dall’altra si alzano sopra le nostre posizioni basse di Plava e di Zagora le cinture dei trinceroni nemici, irti di fucili puntati e di mitragliatrici. Ci potevano tirare a una distanza di poche centinaia di metri.
Senza una parola, alleviando lo stropiccio dei piedi, gli uomini si defilarono giù, a uno a uno, curvi, lesti, come ombre. Ogni tanto qualche fucilata partiva dal versante opposto. Ogni tanto si levavano dalle loro posizioni quei maledetti razzi illuminanti, e la colonna sgranata, uomo per uomo, si fermava tutta d’un tratto, per non essere scorta. Tornata l’oscurità, quelli alla testa mormoravano: “Via!”, e d’un lancio si ripartiva, con certi passoni lunghi, la testa bassa.
La scena aveva del fantastico. Centinaia di uomini venivano giù, quasi di corsa, la vita sospesa alla sorte. Taluno cominciava ad ansare, tutti sudavano sotto il peso dello zaino affardellato. Qualcuno inciampava e rotolava a terra. Prima che si alzasse, chi gli veniva dietro balzava avanti a prendergli il posto nella fila.
Si camminava forse da mezz’ora e pareva un tempo infinito. La colonna s’era fatta straordinariamente lunga. Non si vedevano più i primi; chi sa dove erano gli ultimi, ancora. Soffermandosi, uno vedeva queste ombre di uomini calarsi giù una dopo l’altra, l’una uguale all’altra, senza mai fine, dando i medesimi balzi, facendo gli stessi tratti di corsa, girando stretti alla stessa voltata. Non un metro di terreno coperto, non un muro dietro cui acquattarsi in caso di pericolo.
La gola del vallone si faceva profonda più si scendeva: c’era sempre dell’ombra sotto di noi, c’era ancora del vuoto e dell’ignoto, e l’occhio, che cercava di scoprire il fondo, la fine, si perdeva in una vacuità immensa, cupa, continua di gola selvaggia, da cui non saliva eco di voce. Apparivano soltanto dei lumicini lontani lontani, dispersi, come quelli delle casine fra i boschi delle favole. E non c’era altro di umano nel silenzio, in quell’orrido, in quella notte cupa che il passo del compagno che inseguiva il compagno e l’ansia delle respirazioni stanche.
Sotto il piede si sentiva sempre la strada in pendenza, e col capo in avanti si continuava a discendere, il sudore che grondava per la faccia, un ronzio metallico negli orecchi, che parevano intoppati, giù giù, automaticamente verso una mèta misteriosa in fondo all’abisso.
Finalmente si arrivò su un tratto di strada pianeggiante, e si udirono le prime parolette, nel buio: “L’Isonzo!” Avevamo, di fatto, il fiume al nostro lato: riluceva un corso d’acqua non largo, incassato fra le pareti di roccia.
E fu traversato l’Isonzo, e cominciò poi la salita per il pendio del monte, popolato di nostri alle falde e di nemici più in alto, tutto intorno alle spalle e sulle vette.
La luna dava fuori allora con rossori sanguigni, che sparpagliava come spruzzi di vernice lucente su certi tratti neri dei costoni; e frugava dall’alto della sua pace celeste nel fiume verde, con sottili razzi di argento, e pareva aprisse tutta la valle con la luce distesa, diafana, bianca come un vestito di fata.
E gli uomini, salivano per i camminamenti, stanchi, muti, inciampando nelle pietre, battendo con gli elmetti nei traversoni di copertura.
Come la testa della colonna fu giunta presso alle trincee, s’imbattè nei primi manipoli del battaglione, che cominciavano a scendere. E man mano che le cuccette restavano vuote, i nostri, appena arrivati, ci si buttavano a giacere.
Finalmente, a pochi metri dal nemico, si prendevano un po’ di riposo.
FRA GLOBNA E ZAGORA
Zagora, marzo 1916.
_A Gino Berri._
Questa storia di Plava non è ancora finita. Il libro dei suoi martiri ha qualche pagina bianca, che attende. Siamo rimasti al punto dove s’è fermata l’offensiva d’autunno.
L’offensiva d’autunno nel settore di Plava faceva parte della più vasta offensiva. Come l’Isonzo, in quel punto, scendendo da Canale e andando verso il Sabotino, fa un gomito a occidente, ci era utile allungare da ambo i lati le branche di quella morsa di ferro con la quale dal giugno mordevamo il terreno della riva sinistra e serravamo da presso il nemico ritirato sulle alture. Alta nel mezzo di questo gomito la quota 363 era nostra e si prestava bene, a guisa di pernio, al collegamento delle due ali, specialmente sul lato di Globna. Sull’altro il vallone di Paljevo divideva la quota dalle poche case di Zagora, che dovevamo occupare. L’offensiva doveva iniziarsi il 20 ottobre.
Si trattava di operare in un vallone profondo, a pareti ripide, incassate, con un fiume, in mezzo, inguadabile e turbolento, munito di ponti mobili di legno che le artiglierie nemiche battevano e che la piena poteva asportare. Ogni momento la riva sinistra poteva essere separata dalla destra, e le truppe operanti restare senza collegamento. L’ottobre è generalmente mese di piogge grosse e continue.
L’unica rotabile che mena nel vallone di Plava, da Verholje, dal punto in cui scende a nastro sulla sponda destra dell’Isonzo verso il paese, è tutta sotto il tiro del fucile nemico. Gli austriaci l’hanno disegnata e costrutta in modo che dalle posizioni di riva sinistra un passeggero sia scorto e seguìto passo per passo fino al fondo della valle. E, benchè venga qui costeggiando il burrone e a tratti si sporga sul precipizio, non ha sull’orlo un tratto di muretto, non ha da un lato la scanalatura di un fosso: liscia, dura, marmorea. Di lì doveva di necessità andare e venire tutto il nostro carriaggio.
S’aggiunga che nel mese di ottobre i lavori nostri nelle posizioni occupate non erano ancora perfetti, perchè disturbati ininterrottamente dal nemico; non molti, di necessità, i camminamenti coperti. Tutta la conca era sotto il fuoco nemico, quasi un imbuto che raccoglieva d’ogni parte migliaia di proiettili. Le truppe di rincalzo erano sotto la morte come nelle trincee.
Dai primi del mese il tempo s’era mostrato incerto, il fiume repentinamente ingrossava, decresceva un poco, tornava a crescere.
La truppa era spesso costretta a consumare viveri di riserva. Con una barca si traghettavano le provviste.
Il primo del mese si stabilì una comunicazione, fra Plava e quota 363, mediante un cavo d’acciaio, per il passaggio dei viveri ordinari.
Verso il 5 si riuscì, con l’Isonzo in piena, a riattivare un ponte di barche. Un secondo fu gettato qualche giorno dopo.
Intanto si approfittava del tempo che ci separava dall’offensiva, per dare un turno di riposo a parte delle truppe, sì che fossero fresche alla ripresa. Ma con le altre si doveva procedere ai lavori di rafforzamento e di approccio, e alla vigilanza specie nelle ore della notte, col tempo cattivo, la pioggia, il freddo. Ad alcuni reggimenti il vitto era distribuito ad ore insolite, alle 3 del mattino e la sera alle 20.
Il nemico molestava i lavori e i lavoranti. S’accendevano grosse e piccole zuffe di batterie avversarie che si attaccavano a grandi distanze, incroci di tiri di mitragliatrici e di fucili, botte e risposte sonore, attacchi e contro-attacchi rapidi, ma furiosi, tutto un tasteggio di bocche da fuoco, assaggi e inizii di una battaglia che si veniva preparando.
Si esplorava il terreno. Pattuglie nostre s’erano spinte, sulla ferrovia che costeggia la destra dell’Isonzo, fra la galleria di Zagora e quella del Sabotino, senza trovare traccia del nemico. Chi cercava e chi si acquattava. Si frustravano le esplorazioni più ardite con gli appostamenti più scaltri. Il nemico poneva ogni cura nel coprirsi, nel darsi per morto, quasi volesse farci dubbiosi della sua presenza. Nemico calmo e cauto, che conosceva le arti della guerra di posizione, e palmo per palmo il terreno e uno per uno i vantaggi e svantaggi e le insidie.
Lo si udiva generalmente lavorare di notte, occupato senza posa a migliorare le difese, a rafforzare le trincee, a piantare paletti pei reticolati e a buttare nuove reti; ad aprire con le mine nuovi passaggi, a coprire con tavoloni e con sacchetti e con frasche i ridottini, ad appianare i sentieri. Frugati dai riflettori nostri alcuni rari gruppi o fanti isolati che andavano o venivano per i cambi, si buttavano loro addosso raffiche di mitraglia e di pallottole; si ricevevano entro le trincee bombe a mano, lazzi e scherni, ingiurie e sfide sprezzanti.
Le loro batterie regolavano i tiri su questo o quel punto, sulla strada, sui ponti, sugli svolti delle mulattiere, sulle trincee, sui reticolati antistanti, sulle loro stesse difese per essere pronti a batterci in pieno quando mai le avessimo prese e occupate. Le alture in mano loro erano piene di cannoni d’ogni calibro: ce n’erano sul rovescio del Kuk, sulla sella del lontano Vodice, sul Monte Santo, sul Sabotino. Il duello delle artiglierie si annunciava grandioso, ci si attendeva un’azione di fuoco concentrata, al primo accenno di movimento generale.
Attraverso le linee telefoniche erano corsi ordini, domande, rapporti intorno all’effetto dei tiri delle più grosse bocche da fuoco nelle difese mobili. S’erano fatte prove e riprove.
Ma una cosa era certa: che neanche dai grossi calibri c’era da attendersi molta efficacia di distruzione dei reticolati. I mezzi d’offesa che vennero poi non li avevamo ancora.
* * *
Nei giorni antecedenti l’artiglieria nostra aveva dunque eseguito i così detti tiri di sconvolgimento sulle posizioni nemiche. La notte del 19 e del 20 li riprese più intensi, ripicchiando sulle trincee e nei reticolati.
Il fuoco delle batterie era tale che preannunciava chiaramente l’attacco. Non si era fatto assegnamento su un’azione di sorpresa.