Profili, impressioni e ricordi
Part 9
D’Éon doveva avere allora trentacinque o trentasei anni e giunto così innanzi nel favore del re era ben naturale che suscitasse invidie e gelosie. Segue infatti a questo punto delle sue «Memorie» un periodo denso di cabale, di soprusi, di calunnie d’ogni genere, di ingratitudine d’ogni specie, particolarmente da parte di colui che egli aveva servito con tanta abnegazione. Luigi XV si mostrò più che mai debole e vile non osando tener fronte ai nemici di D’Éon, abbandonandolo alla gogna della pubblica diffamazione pur continuando a servirsi segretamente di lui. Esiliato a Londra, privo di mezzi, una donna gli era rimasta consolatrice ed amica: Sofia Carlotta. Ma da questa augusta protezione gli doveva venire appunto l’ultimo colpo della sventura. Giorgio III lo sorprese una sera, ad ora troppo inoltrata, nell’appartamento della regina e ne seguì un vivo alterco fra i coniugi. I sospetti del re, già vaghi per l’antica dimestichezza, risorsero acuti, violenti. Qualcuno allora che si trovava presso alla regina espresse il dubbio che il cavaliere D’Éon fosse donna. La regina fu felice di poter confermare che effettivamente ella lo aveva conosciuto donna e sempre ritenuto tale.
Giorgio III si afferrò ad una versione che rialzava il suo amor proprio ferito e scrisse a Luigi XV per sapere tutta la verità su questo mistero del suo ex ambasciatore; ma scrisse pure il confidente della regina implorando l’aiuto di una parola che ne salvaguardasse l’onore. Posto così fra il re e la regina, dovendo verità all’uno e galanteria all’altra, Luigi XV dibattè l’aneddoto salace fra consiglieri intimi dove si venne alla conclusione che dichiarando il cavaliere D’Éon femmina si rendeva servizio a tutti e due. Vennero quindi spediti subito a Londra i documenti, lettere, messaggi ecc., relativi al soggiorno della _damigella D’Éon_ in Russia e al posto che ella vi aveva occupato per un certo tempo di _lettrice_ di S. M. Elisabetta. Giorgio III si affrettò a comunicare la singolare scoperta a’ suoi amici e in un baleno la seppero la Corte prima, tutta Londra poi. Il solo che non sospettasse nulla era D’Éon.
Da ogni parte intanto, poichè siamo in Inghilterra, sorgono scommesse. Chi punta per l’uomo, chi per la donna. La sua sessualità diventa un affare di borsa, si arrischiano somme favolose, si giuoca sopra di lui all’alta ed alla bassa. Quotato come una rendita, negoziato come un titolo, diventa una lotteria ambulante, il centro di mille curiosità ingorde di scandalo. Eccitato, disgustato dalla incredibile sarabanda che gli danza intorno, il cavaliere D’Éon distribuisce colpi di spada e colpi di bastone così virilmente assestati che la fiduciosa tranquillità di Giorgio III torna ad essere scossa. Per tal modo e molto involontariamente ribadisce egli stesso la propria catena. Essendo in giuoco l’onore di una regina, l’amor proprio di un re e la parola del suo proprio re, D’Éon non può più essere uomo, non lo deve.
Comunicazioni segrete incominciarono a preparare il disgraziato alla sua nuova sorte. Invano egli si ribella, prega, scongiura, promettendo qualunque sacrificio si voglia da lui ma non di abbandonare l’abito sotto il quale ha servito la Francia e si è battuto da valoroso, l’abito al quale lo legano diritti di natura e diritti di conquista. Al punto in cui si trovavano le cose era impossibile retrocedere. D’ordine di Luigi XV al cavaliere D’Éon fu significato dovere egli riprendere le vesti femminili per il rimanente della sua vita. Alle sue lagrime, alla sua disperazione, si concede solo la facoltà di portare (ironica mascherata) la croce di San Luigi. Dopo altre vane resistenze l’amaro calice fu vuotato e una sera di novembre dell’anno 1777 il cavaliere D’Éon scomparve per sempre sostituito dalla _chevalière D’Éon_.
E basta, nevvero? Il romanzo sembra terminato, ma non è terminata la storia. Quella Nadège che egli credette morta, nascosta dalla vendetta dell’imperatrice in una fortezza dove nessuno era riuscito a scoprirla, aveva potuto dopo quindici anni di prigionia evadere e con sforzi inauditi raggiungere l’uomo da lei sempre amato... ritrovandolo donna. Ecco dunque una nuova combinazione crudele, di quella crudeltà mista di buffoneria che aggiunge allo strazio l’insulto dello scherno. Ancora, attaccandosi a un filo di speranza, D’Éon fece pratiche presso il governo succeduto a Luigi XV affinchè nell’intento di unirsi alla sua antica fidanzata gli fosse permesso di riprendere il suo posto di maschio. Sarebbe stato troppo però, anche per un governo che non aveva paura delle metamorfosi. Il capitano dei dragoni, il dottore in diritto canonico e diritto civile, il censore reale per la storia della letteratura, l’ambasciatore in Russia, il ministro plenipotenziario di Francia e d’Inghilterra, la migliore spada del suo tempo, il vincitore di venti duelli trasformato in donna doveva restare donna. E visse ottantatre anni!!....
Per molto, molto tempo, si videro a Londra due povere vecchie uscire insieme rientrare insieme; una curva dagli anni appoggiata ad una canna col pomo d’avorio portava sul petto la croce di San Luigi; l’altra un po’ meno anziana, dava il braccio alla compagna che vi si abbandonava confidente. Erano il cavaliere D’Éon e Nadège.
L’ULTIMO MADRIGALE
ALLA MARCHESA DI SÉVIGNÉ
Come è stato? Così.
Non sono collezionista. Tuttavia, quasi senza accorgermene, venni a poco a poco radunando un certo numero di ritratti di belle donne, infinitamente più interessanti, a mio credere, che non le cartoline e i francobolli. Qualcuna di esse è celebre per la sola bellezza, qualche altra per nascita cospicua, avventure o singolare ingegno; ma di tutte interessandomi in special modo la femminilità, senza curarmi d’altre distinzioni, ho domandato scusa fin dal principio alla nobile principessa di Lamballe per averla messa insieme alla bella Otero, ed ella mi perdonò indulgente e benigna qual si conviene a chi nasce da sangue sabaudo.
Sdegnoso invece è lo sguardo che dall’alto del suo gran collare mi lancia la marchesa Durazzo nel quadro di Van Dyck e la sua esile manina di patrizia, stringendo il ventaglio chiuso, m’ha tutta l’aria di essere pronta a batterlo sul viso dell’impertinente che le mancasse di rispetto. Terribili queste dame di una repubblica!
Atteggiata in una immobilità che vorrebbe essere severa, anche le larghe pupille di Bianca Cappello mi guatano sospettose; oh! ma di essa non mi curo, la conosco troppo bene; questa Draga del rinascimento non mi ha mai avvinta al suo carro. Quanto è più leggiadro al cospetto il morbido profilo di Lucrezia Aguiari detta la bastardina, che le ore segrete rallegrò di un Papa!
Una volta tutte queste Bellezze le tenevo accatastate in una cartella, ma poi spinta dalla brama di averne tutto il giorno davanti agli occhi lo squisito godimento estetico, mi feci a disporle lungo una parete del mio salottino sostenendole alla bene e meglio con qualche spillo. Non ho potuto però sino ad ora scongiurare il pericolo di vederle traballare di tanto in tanto e qualcuna cadere... Ahi! crudele destino delle belle.
Su, su, Beatrice d’Este, state ritta. Allacciate ancora i nastri della adorabile cuffietta che Leonardo ha immortalata sulle vostre fluenti anella. Su, su, vago innamorante volto di fanciulla principesca, il vostro feroce marito è morto; non abbiate più la costante preoccupazione di dominarlo. Ora non troverete intorno a voi che devoti ammiratori e cavalieri fidati.
Su, su, Maria Antonietta, povera regina! Non è ancor giunta l’ora tragica. Eccovi qui elegante e lieta nella veste color di viola che vi dipinse madama Lebrun con guardinfante, svolazzi e falpalà. Come è grazioso il vostro volto di bionda sotto il cappello piumato! Su, tenete ben alta la rosa che sorretta dalle vostre dita regali quasi paventa di accettare la sfida che le dànno i gigli del vostro seno. Maestà, i posteri vi contemplano e vi ammirano nel coraggio tranquillo delle vostre ultime ore.
Chi è questa brava signora seduta con un telaio sui ginocchi la quale solleva dal trapunto la bellissima faccia e ci guarda con una espressione sì arguta e misteriosa? Ah! vi riconosco Giovanna Antonietta Poisson marchesa di Pompadour. Boucher non deve avervi adulata poichè ben si ritrova nella vostra fisionomia l’attico brio e l’affascinante arte della parola che tanto aiutarono la vostra bellezza nella conquista di Luigi XV, e sì atroci tormenti di gelosia dovevano destare nella duchessa di Chateauroux, la spodestata rivale, che non temette di schiacciare in un momento di furore i vostri piedini invadenti per tenervi lontana dal Re. Invano.
E costei dalle opulenti spalle su cui ondeggia semisciolta la bruna chioma di italiana non è Maria Mancini che per poco non divenne regina di Francia? Maria Mancini, la quale obbligata a lasciare la Corte per le imperiose ragioni di Stato lanciò al suo regale amante il celebre motto: «Mi amate, siete re, ed io parto!» Meravigliosa perfezione di volto e di forme: ispirato da lei anche l’ingegno mediocre di Mignard ha rasentato dipingendola il capolavoro. Un giovane Paride di mia conoscenza le ha già decretato il pomo fra tutte queste belle.
Ma fermiamoci, di grazia, davanti al pastello della contessa Potoscki. Non la conoscete? Nata principessa Massalsky, maritata principessa di Ligne, divorziata e rimaritata col brillante conte Potoscki, la sua vita (pari a quella della coetanea e compatriota contessa Krasinska trisavola della regina Margherita) fu un lungo e doloroso romanzo d’amore. Non vi illuda il roseo volto ridente e il nastro cilestrino che le recinge la cinerea chioma; ella pianse le amare lagrime dell’abbandono e dopo di avere regnato nel mondo e sui cuori dovevano le sue ossa sepolte in un cimitero di Parigi — e dimenticate — andare disperse nella fossa comune. Fu una delle donne più appassionate del secolo XVII.
Poca passione ci viene, a dir vero, dalla composta bellezza della Guiccioli, la celebre amica di Byron, quantunque ella ci guardi con stellanti occhi e le dovizie del seno elegante e puro mostri in sottilissimo artificio di veli con un sereno impudore di statua. O pietre di Ravenna ditelo voi se ella amò quanto fu amata!
Tante e tante altre qui sono beltà d’ogni tempo e d’ogni paese, cui sorrise la vita co’ suoi più dolci miraggi. Impavida sotto il suo diadema di gemme chi la direbbe una borghese di Aiaccio questa Letizia Bonaparte che sciogliendo il grembo fecondo sopra un divano posticcio dava alla luce una famiglia di re? Signora, i miei complimenti.
Improvvisamente mi ricordo di una vecchia stampa ritagliata fuori da un giornale nientemeno che ai tempi remoti della mia adolescenza: il ritratto della marchesa di Sévigné. Corro a cercarlo e lo trovo dopo un lungo lavoro di scavi attraverso montagne di carta. Marchesa di Sévigné — bel nome sonoro e bel tipo di dama in quel 1600 che fu chiamato il secolo d’oro della Francia. Ci deve essere a Pitti un suo ritratto, ed un altro è preposto alle famose _Lettere_ nella edizione Garnier, ma entrambi lasciano molto a desiderare. Questo invece che ho davanti è assai piacente. Rappresenta la marchesa nella piena maturità degli anni, il bel viso aperto e sereno, specchio fedele del suo temperamento, fra una cornice di riccioli che spartiti in due cascate le piovono a destra ed a sinistra trattenuti leggiadramente con aereo intreccio di nastrini; un quadratino di velluto, messo in angolo, le copre la cervice in omaggio forse ai pregiudizi del tempo che facevano credere fosse la testa scoperta causa di guasto ai denti. Ma simile paura non si estendeva certo alle spalle le quali sorgono nude qui come in tutti gli altri suoi ritratti.
La vita di questa donna rimasta vedova poco più che ventenne, che non ebbe nè amori nè avventure mai, cui l’unica passione furono i due figli, principalmente la figlia, forma un certo contrasto nella galleria di queste Bellezze dove le peccatrici abbondano. È una nota alta e serena, è un esempio confortante che non voglio lasciarmi sfuggire.
Presto un cartoncino, un po’ di gomma, per dare consistenza alla vecchia stampa tanto da poterla mettere nella raccolta. È tardi, quasi mezzanotte; forse fu per troppa fretta o la carta del giornale era fradicia, o la colla cattiva, non so; con terrore mi accorgo che il ritratto si spacca, si scioglie, mi si disfà tra le mani... Marchesa, marchesa, non fuggite! Ah! qual momento. Le nobili fattezze sono scomposte, il naso cade sulla bocca, gli occhi si squagliano, sulla fronte si addensano le rughe... No, no, fermatevi. Rattengo il fiato, ma la mano mi trema, la carta continua ad assottigliarsi. Non è più un ritratto che ho davanti, è una caricatura.
E sono stata io, io, a distruggere una memoria che mi era tanto cara, vecchia come la mia vita, che non potrò rinnovare oh! no, certo. Piena di rimorso e di tristezza mi chino sul misfatto e sotto al povero volto, con uno slancio di contrizione, scrivo:
Marquise Sévigné je vous demande pardon pour avoir gâté (ah! le crime sans nom) votre beau visage!
À cette étourdie ne soyez point cruelle: songez, je vous prie, que vous êtes immortelle même défigurée.
Versi sbagliati, pessimi, ridicoli, tutto quello che volete. Ma sfogai così un poco il mio dolore e la bella marchesa dopo secoli di riposo ricevette ancora il suo ultimo madrigale.
MARIA DEI MEDICI
UN PERIODO DI ITALIANITÀ IN FRANCIA.
L’italiano che andando a Parigi più delle attrattive rumorose e volgari dei grandi _boulevards_ preferisce la solitudine suggestiva della riva sinistra così piena di memorie, si fermerà con particolare interesse sotto gli alti alberi che circondano il palazzo del Lussemburgo fatto edificare per propria dimora da una principessa italiana, che doveva avere serbato nelle pupille le linee di bellezza della nativa Firenze.
Figlia di quel granduca Francesco Medici che, due mesi dopo la morte della moglie, aveva sposato l’avventuriera Bianca Capello e s’era ritirato con lei in amenissima villa, incurante dei figli, Maria nella sua malinconica giovinezza dovette aver pensato al matrimonio come al solo porto di felicità. Bella e ricca non sembrava difficile cosa; si presentarono infatti diversi partiti, ma o per una ragione o per l’altra caddero tutti. Ella d’altronde s’era fissa in mente di diventare regina di Francia; glielo avevano predetto e ci credeva. Il re di Francia peraltro aveva moglie, ma che cosa può arrestare il destino!
Correvano stretti rapporti di interesse fra le due corti di Francia e di Toscana. I monarchi francesi, collo sperpero delle loro favorite, erano sempre senza denari e i Medici, che, per il traffico degli avi, ne avevano guadagnati tanti acconsentivano ai prestiti i quali non erano allora la facile operazione di banca che vediamo ai nostri giorni. Il trasporto di centomila scudi, a mo’ d’esempio, metteva in moto diciassette carri, cinque compagnie di cavalleria e duecento fanti.
Ora avvenne che essendo morto d’improvviso (si diceva di veleno) il granduca Francesco e il re di Francia chiedeva nuovi denari, il successore nicchiando un poco lasciò comprendere che il re di Francia Enrico IV non avendo avuto figli da Margherita di Valois sua moglie avrebbe fatto bene ad ottenere sotto questo pretesto il divorzio e sposando poi Maria dei Medici rendere più facile l’affare del prestito.
In questo matrimonio Maria fu mercanteggiata come una balla di stoffa fra chi vuole dar meno e chi voleva prendere di più, ma i Medici non erano una razza sentimentale e la zitella si avvicinava alla trentina. Ella non fece nessuna obbiezione a questo sposo di quarantasette anni, divorziato, donnaiolo, un po’ sudicio negli abiti e nella persona. Non diventava regina di Francia? il suo sogno! Bisogna scalare qualche cosa, ai sogni che si realizzano.
Colei che il 13 Ottobre 1600 lasciava Firenze salutata da un popolo in festa e imbarcatasi a Livorno sostava nella paradisiaca conca di Portofino a dare un ultimo sguardo al cielo d’Italia era una donna felice. Che le importava oramai della triste vita passata e delle tragedie della sua famiglia? Aveva vinto. La sua bionda bellezza aureolata dal trionfo risplendeva in una armonica maturanza di carni floride e di nobile incesso, di magnifica salute e di volontà decisa. Nei ritratti che si trovano di lei non appare forse una grande genialità di espressione, ma le linee generali confermano l’appellativo di bella donna che le decretarono i contemporanei e in tutti la vediamo cinta dei pomposi abbigliamenti senza i quali le regine di una volta non si mostravano in pubblico. L’alto collare alla Medici, foggiato con trine che hanno la trasparenza dell’aria, sorge da un corsaletto trapunto di perle dove la stoffa è così lavorata e cincischiata in arricciature, in pieghe, in sboffi, in losanghe, a intarsi d’ogni genere che non rimane di liscio neppure un palmo; l’ermellino regale fa da sfondo e da tutte queste sapienti combinazioni esce l’eburneo collo e il sen di neve che i poeti del tempo faceano a gara a mettere in rima.
Intanto che la principessa fiorentina viaggiava tra feste e tripudii verso la sua nuova dimora (e il viaggio colle necessarie soste durò quasi due mesi), Enrico IV che si era facilmente sbarazzato della moglie ebbe a sostenere ben più aspra lotta colla sua favorita in titolo Gabriella d’Entragues seducentissima dama niente disposta a sostenere la rivalità pericolosa della sposa novella.
La placò finalmente il dono del marchesato di Verneuil coll’annesso castello e centomila scudi. È probabile che tale somma abbia poi figurato nella lista civile fra le spese del matrimonio. Il re, galante deve averla rassicurata anche sul capitolo della sua fedeltà avvenire poichè contemporaneamente al Delfino nacque l’anno appresso il marchese di Verneuil.
Quando Maria dei Medici entrò in Francia l’italianismo era in piena voga. Compagnie italiane recitavano a corte e nei principali teatri di Parigi acclamatissime e desiderate; lo studio della lingua italiana faceva parte di ogni buona educazione; si argomentava nei salotti sul modo perfetto di pronunciare questa o quella parola; si tenevano accademie per discutere i versi dell’Ariosto. Una canzone del tempo terminava con questi versi:
Si vous n’étés Italien Adieu l’espoir de la fortune; Si vous n’étés Italien Vous n’attrapperez jamais rien.
Una persona che contribuì largamente a diffondere in Francia il gusto delle cose italiane fu la celebre fondatrice del salotto azzurro, la bella, saggia e intellettuale marchesa di Rambouillet. Nascendo a Roma dal marchese Nivonne Pisani ambasciatore presso la Santa Sede e da una Savelli del patriziato romano, ella era per metà italiana e fino ai dodici anni visse in Italia. Andata sposa di poi al marchese di Rambouillet incominciò subito quella sua vita di intelligente amore per l’arte e per le opere del pensiero che aiutata da un largo censo le permise di trasformare il suo palazzo in un tempio di bellezza e di armonia. E parlava e leggeva di preferenza libri italiani e faceva recitare in casa sua commedie italiane da attori chiamati espressamente dall’Italia affinchè non andasse smarrita la tradizione del dolce idioma; nè mancavano poeti francesi tanto addentro nella nostra lingua da poter scrivere e poetare in essa. Esempio veramente interessante è il seguente sonetto che Ménage dedicò alla fiorente vecchiaia della marchesa:
LA BELLA ATTEMPATA.
«Florida è sempre e fresca e vaga e bella, A nissun’altra, a se medesma eguale: E, quel che strugge ogni cosa mortale, Il tempo, sue bellezze rinnovella.
Tal ebbe il crine nell’età novella. Tale la bocca, ebbe la guancia tale: Sporgon gli occhi splendor almo immortale, E men fiammeggia l’amorosa stella.
Se quel bel sole col fulgor celeste In su ’l cader più dolce e meno ardente Gli occhi m’abbaglia e mi consuma il core.
O fortunati voi, voi che ’l vedeste A mezzogiorno e lucido e cocente Qual fu l’abbaglio e quanto fu l’ardore!»
Il salotto azzurro così chiamata per i ricchi addobbi di velluto azzurro ricamato in argento, prima che da inabili imitatrici degenerasse nelle leziose smancerie che Molière flagellò sotto il titolo di _Precieuses ridicules_ fu un nobile palladio di elevazione nel gusto e nel senso morale. I costumi, sull’esempio della marchesa vi erano onesti e la conversazione castigata; l’amore considerato premio alla virtù e non soddisfacimento materiale dell’istinto, innalzava la donna alla più delicata idealità della sua missione. Questi meriti della Signora di Rambouillet nelle cui vene scorreva tanto sangue italiano sono poco noti a noi italiani e mi piacque insistervi abbinando la considerazione che circondò in Francia questa donna di valore all’altra contemporanea influenza italiana esercitatavi da Maria dei Medici con intelletto forse minore, ma coll’innegabile prestigio di una regina giovane, avvenente e per eredità di famiglia avida di dominazione.
Pare tuttavia che il temperamento di questa Medici non sia sempre stato in proporzione di forza colla tendenza dominatrice perchè lasciò che su di lei prendessero soverchio ascendente un libertino qual era Concino Concini e una intrigante come Eleonora Galigai. Troppo lontano ci porterebbe l’indagare fino a qual punto Concino meritò di essere chiamato il favorito della regina, se fu veramente lei a crearlo maresciallo d’Ancre e lei a fargli sposare la Galigai che era bruttissima per mettersi al riparo della gelosia. La cronaca scandalosa del tempo la accusa anche di tardivi amori col cardinale di Richelieu, ma si può credere alle cronache scandalose? L’ultima parola degli storici più coscienziosi è che Maria dei Medici fu donna onesta e moglie irreprensibile. Possiamo dunque essere sicuri che le seimila messe da lei lasciate a suffragio dell’anima sua saranno state più che sufficienti per assolverla dai peccati veniali.
È giustizia aggiungere all’opera di italianità da lei esercitata a Parigi l’avervi attirato Gian Battista Marino, poeta noto ai nostri giorni solo per le sue immagini strampalate, ma che ebbe allora grandissima voga, che trovò a Parigi colla moda dominante del preziosismo il terreno propizio a’ suoi voli pindarici e fama, onori, ricchezza. Ricordiamo che insieme al salotto della Rambouillet dove l’elevazione dello spirito e delle belle maniere era sorvegliato da una donna di seri intendimenti, fioriva il salotto della Scudery autrice di quella ridicolaggine che era la carta geografica del paese _di Tendre_ sulla quale il perfetto innamorato doveva studiare le strade e i fiumi per giungere attraverso _Jolis vers_ e _Billet Galant_ a ciò che si trova anche senza la carta geografica.
Un tale ambiente era quello che ci voleva per gustare i versi del cavalier Marino:
«Sudate o fuochi a preparar metalli»,
e l’altro:
«Zappo l’onda, aro il sasso e mieto il vento.»
poesia di decadenza, imputabile più che ad un solo uomo alla corrente dissolvitrice di un periodo di transazione.
Naturalmente la musa del cavalier Marino sollevò il turibolo dei suoi incensi alle più ardite iperboli per ingraziarsi sempre più la benevolenza della regina. Migliaia di versi contano le sue bellezze una ad una: gli occhi di luce così possente che: «_ammolliscono la durezza degli scogli_» il labbro «_chiude in poco spazio un paradiso_» il seno «_valle di gigli ove passeggia aprile_» e quando parla del naso dice: «_sorge nel mezzo del viso un edificio bianco._»
L’assassinio di Enrico IV compiuto dalla mano di Ravaillac pone fine ai madrigali galanti, ma non rende ingrato il cavalier Marino che alla tragica vedova sua benefattrice dedica ancora in elogi e rimpianti i frutti migliori del suo poetare.