Profili, impressioni e ricordi

Part 8

Chapter 83,542 wordsPublic domain

Questi esempi, che cito a memoria, chiunque abbia letto corrispondenze e ricordi dell’epoca potrà moltiplicare all’infinito. Certo, la lettura di tali documenti dovette sembrare troppo frivola agli illustri scienziati i quali volendo provare la degenerazione di Giorgio Sand citarono in prova l’abito maschile che la grande romanziera indossava in alcune circostanze speciali e precisamente quando, giunta a Parigi sola, sconosciuta, decisa a lanciarsi nella lotta per la vita si mescolava alla folla degli studenti e protetta dall’abito maschile frequentava liberamente i teatri e le taverne del quartiere latino. Ella non faceva proprio atto di eccentricità nè di degenerazione poichè tante donne prima di lei e contemporaneamente a lei non esitavano a portarlo allorchè per un verso o per l’altro ne avevano la convenienza. Ma purtroppo gli scienziati qualche volta si appassionano tanto intorno alle loro teorie che quando credono di aver afferrato un principio (rimati o ti accoppo) tutto deve convergere alla loro dimostrazione, anche i fatti che meno vi si prestano. Guardiamo un po’ in casa nostra; che cosa era il settecento veneziano sotto il rapporto del costume se non una continua mascherata, un travestimento diurno e notturno, un vivere sempre colla baùta in tasca e il domino sul braccio? Amori, piaceri, vendette, congiure, tutto si compiva sotto la maschera. Nessun divertimento sembrava piccante se non si alteravano i propri connotati. Al riparo di un palmo di stoffa sul viso le mogli gelose inseguivano i mariti, gli amanti si davano convegno, i rivali si sfidavano, i motti salaci uscivano dalle labbra senza che le guancie arrossissero. Uno spirito particolare, lo spirito della maschera, dava ardire ai più timidi.

Fino alla metà del secolo decimonono tali costumanze ebbero uno strascico in tutta Italia. Ai veglioni dei principali teatri accorrevano le signore della più scelta società e della più irreprensibile condotta. Convien dire che erano molto diversi dai veglioni attuali, dove le donne vanno per svestirsi, mentre nel concetto di allora vi si andava per nascondersi, per divertirsi in incognito, e nulla era più ambito che far ammattire mezzo teatro col fuoco di fila della scherma motteggiatrice e partirsene poi senza essere riconosciuti. Sotto i larghi _chauve-souris_ che giustificavano pienamente il loro nome stendendo a guisa di ali le maniche voluminose e gli impenetrabili cappucci, il galante (vi erano allora dei galanti) doveva indovinare la signora al tocco leggiero della manina inguantata, a un profumo impercettibile, a un riso represso.

In provincia, nelle famiglie, nei piccoli crocchi, il primo pensiero che veniva al giungere del carnevale era quello del travestimento; e chi non aveva a propria disposizione un costume da turco, da diavolo, da negromante, da zingara ricorreva ancora allo scambio dei sessi. Gli uomini cingevano la gonnella, le donne infilavano i calzoni, i bambini mettevano la cuffia della nonna e il pastrano del nonno cogli occhiali sul nasino camuso.

Se la storia del travestimento, nata da necessità temporanee, prese il suo più brillante sviluppo sotto l’influenza del romanticismo e contò ne’ suoi fasti la gaia leggerezza di una società sul tramonto, si deve pur dire che negli ultimi giorni di vita diede guizzi più alti e raggiunse quasi i fastigi dell’eroismo quando, sotto la dominazione austriaca che ogni pensiero di libertà comprimeva con ferreo giogo, l’amore di patria dava le prime scosse al pauroso colosso celato sotto travestimenti satirici che gli permettevano di circolare in mezzo alla folla, inteso da chi doveva intendere. A Milano il carnevale era aspettato con impazienza da alcuni spiriti inquieti di patriota cui giovava la maschera con allusioni, motteggi e caricature a tener vivo negli animi il pensiero della riscossa. La maschera politica chiuse gloriosamente da noi il ciclo del travestimento.

Ora bisogna andar fino a Oberammergau per incontrarvi sotto la forma di funzione religiosa ciò che rimane ancora di questa passione antica.

Non si potrebbe tacere, poichè ho accennato principalmente al secolo XVIII, colui che vi tenne un posto singolarissimo per questo, che avendo portato durante quarant’anni le insegne d’uomo ed essere stato capitano dei dragoni, dottore in diritto civile e diritto economico, avvocato, ambasciatore, ministro plenipotenziario, si confessò improvvisamente donna, vestì da donna e donna morì. Ma questa bizzarra istoria mi porterebbe troppo lontano. Dirò come la sultana Scheherazade al suo signore «Se permettete, sarà per un’altra volta».

Per la _bonne bouche_ tuttavia voglio tracciare alle mie lettrici il breve schizzo di una donna vestita da uomo che ebbi occasione di conoscere a Parigi nella scorsa primavera. È russa. Chi sia veramente non si sa. Si fa chiamare _Nikto_ e questo nome di guerra appariva appunto in quei giorni sui manifesti di un concerto — il concerto Nikto. Coi suoi capelli bianchi foltissimi, corti e ben pettinati, vestita con inappuntabile eleganza maschile, il piccolo piede imprigionato in due stivaloni che le salivano fin presso il ginocchio, la piccola mano nervosa e ferma, il volto intelligente, fine, un po’ beffardo, senza rughe, di una freschezza sana fra la tinta sobria della cravatta e il candore dello sparato, ella era un _monsieur_ molto interessante e mi trovavo sempre imbarazzata quando dovevo rivolgerle la parola. _Monsieur?.... Madame?._..

— _Appelez-moi Nikto_ — mi disse colla sua voce sicura benchè bassa e un poco velata.

Ultima traccia del romanticismo in quella città medesima che del romanticismo vide le più ardenti battaglie, o pioniera delle nuove aspirazioni femministe?....

Chi lo sa!

IL CASO STRAORDINARIO

DEL CAVALIERE D’ÉON

(Ancora dei travestimenti del secolo XVIII)

Si sa che il romanzo storico non è più di moda, ma la storia stessa ci offre talvolta avventure così bizzarre da disgradarne la fantasia di qualunque romanziere. Tale l’intreccio di casi che io mi farò ora a narrare sulla scorta di una pubblicazione uscita a Bruxelles nel 1837 documentata da materiali autentici estratti dagli Archivi degli affari esteri.

Nasceva a Tonnerre, piccola città del dipartimento della Yonne, il 5 ottobre 1728 un bambino che i registri della parrocchia attestarono figlio del nobile Luigi d’Éon de Beaumont e che fu battezzato coi nomi di Carlo Genovieffa Luigi Augusto Andrea Timoteo. (Carlo era il nome del padrino e si capisce che solo per non far torto alla madrina, che si chiamava Genovieffa, imposero al bimbo fra cinque nomi maschili, anche questo femminile).

Il bimbo crebbe sano e sbarazzino come tutti gli altri, entrò in collegio, prese il diploma in ambe le leggi e appena laureato divenne segretario di un signor Sauvigny amico della sua famiglia e intendente militare a Parigi. Fu allora che gli si sviluppò la passione delle armi nelle quali si rese presto celebre, senza pregiudizio delle lettere, da lui pure coltivate con discreto successo, nè della vita mondana condotta di pari passo alla scapigliata gioventù del suo tempo «società variopinta, mosaico ambulante, unione di bene e di male dove le coscienze erano fatte a pezzi e bocconi e dove ogni uomo portava il vizio e la virtù cuciti insieme nello stesso vestito».

Non bisogna mai dimenticare l’ambiente quando si vuole studiare un individuo. Sembra tuttavia che il cavaliere D’Éon conservasse una certa ingenuità provinciale fra le corruzioni di Parigi. Anche il suo aspetto era dolce e delicato; aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri, un piccolo piede, la vita sottile ed il labbro appena adombrato di un velo d’oro sottile come la peluria di una pesca.

Egli toccava poco più di vent’anni quando una sera, in un crocchio di gentiluomini e dame della Corte, fu deciso di andare tutti insieme a un ballo in costume che il re dava a Versailles, e poichè ognuno cercava il proprio travestimento e D’Éon, imbarazzato, non diceva nulla, venne proposto a unanimità per quel bel ragazzo biondo l’abito di donna. C’era presente una graziosa contessa che offerse subito uno de’ suoi. D’Éon doveva poi confessare nelle sue «Memorie» essere stata quella la prima donna che gli fece battere il cuore. Ma lo aspettava ben altro nelle splendide sale della reggia dove trovavansi adunate le ricchezze e il lusso della Francia intera.

Luigi XV, il cui regno fu dall’arguta malizia del grande Federico diviso in tre epoche — Gonnella I, Gonnella II, Gonnella III, — si trovava alla seconda gonnella, la marchesa di Pompadour e, manco a dirlo, fra due schiere di cortigiani proni la bella favorita incedeva in quelle sale con sicurezza da regina, sfolgorante di gioielli; mentre il monarca annoiato, apatico, sembrava guardare con indifferenza lo svolgersi delle danze, e le beltà in aspettativa ansiose di succedere alla Pompadour. I suoi sensi spossati, la sua immaginazione intorpidita gli rendevano sempre più rara la vibrazione del desiderio. Ma a un tratto il suo sguardo si anima, la sua attenzione segue con curiosità nuova una bionda giovinetta che gli appare diversa dalle altre, fine ed energica, delicata e forte, con un mistero inafferrabile diffuso in tutta la persona, quasi un profumo di fiore esotico, di cosa rara.

Il re chiama il fido Lebel, il triste ministro de’ suoi piaceri, e gli chiede se conosce quella fanciulla. Lebel non la conosce, ma allontanatosi pochi minuti per raccogliere informazioni, ritorna annunciando che è una signorina di provincia venuta alla festa insieme alla contessa di Rochefort, al duca di Nivernay e al conte Du Barry. Questo conte Du Barry, che era un pessimo soggetto, apparve al re ed al suo segretario quale via già pronta e tracciata per giungere alla colombella. Il piano è subito stabilito. Lebel non durerà molta fatica a far smarrire la fanciulla in uno dei tanti corridoi del palazzo e il resto verrebbe da sè.

Un occhio tuttavia più acuto di quello del re, più interessato a guardare che non quello di Lebel, aveva seguito ogni gesto del complotto; era l’occhio vigile di madama di Pompadour, sempre aperto, sempre in sospetto. Poichè tutti quei raggiri le erano ben noti e ben sapeva dove andavano a finire i conciliaboli del re col suo segretario e cameriere intimo, non sospetto, ma certezza le scatenò in seno tutte le furie della gelosia. Da galeotto a marinaro, ideò ella pure, immediatamente un piano di difesa. Fra i suoi privilegi eravi una chiave degli appartamenti del re e decise di servirsene subito. Fu così che quando l’infame Lebel avendo incontrato la fanciulla smarrita nei labirinti del palazzo la spinse a tradimento nelle camere segrete; ella, o a meglio dire il cavaliere D’Éon, si trovò di fronte, altera, corrucciata, furibonda, la marchesa di Pompadour!... Equivoco dei più buffi, nel quale il giovinotto si trasse di impaccio a tutto suo profitto, dicesi, placando la collera gelosa della favorita colle prove più convincenti del granchio preso.

Il raccoglitore di queste «Memorie» si ferma forse con troppa compiacenza sui particolari di un abboccamento che dovette certo essere interessante, ma che non ebbe testimoni. I costumi del secolo, è vero, autorizzano ogni supposizione per quanto ardita. D’altra parte la tentazione dovette essere forte, gli scrupoli leggieri e l’occasione oltre ogni dire propizia.... Comunque, quando poco tempo dopo entrò il re, la marchesa potè accoglierlo con una clamorosa risata presentandogli non senza sarcasmo sotto le vesti femminili che lo avevano tratto in inganno il signor cavaliere D’Éon. Sua Maestà prese lo scherzo in buona parte e per quella volta tutto finì lì. Questa farsa tuttavia non era che il principio di un lungo dramma.

Poche settimane erano trascorse allorchè il cavaliere D’Éon fu invitato a presentarsi dal principe di Conti, che egli conosceva già per avere praticato insieme qualche scorreria sui fianchi del Parnaso, ed al quale si sentì annunciare a bruciapelo l’intenzione di Luigi XV di spedirlo in Russia per una missione diplomatica di speciale importanza che _lui solo_ poteva compiere. Sorpreso, sbigottito, eppure già vellicato dalle carezze dell’ambizione, il giovinotto fu portato di nuovo alla presenza del re per avere più ampie e dirette spiegazioni.

Ecco di che si trattava. Prossima alla guerra dei sette anni, la Francia trovavasi allora in contestazione con quasi tutte le potenze d’Europa; la Russia stessa, amica dapprima e alleata desideratissima, si era posta in grande freddezza, freddezza sostenuta da Bestucheff, cancelliere, senatore e favorito della imperatrice Elisabetta, nemico giurato dei francesi. Invano i ministri di Luigi XV avevano tentato di spedire messi a Pietroburgo muniti di autografi del re per la stessa imperatrice; erano stati tutti respinti al confine. L’ultimo che vi si era arrischiato giaceva da un anno carico di ferri nella fortezza di Schlusselbourg.

Stando le cose a questo punto, Luigi XV, che serbava l’impressione assolutamente ingannatrice del cavaliere D’Éon in femminili spoglie, aveva concepito l’audace progetto di spedirlo così travestito in Russia, visto che Bestucheff delle donne non diffidava, e farlo giungere fino al trono della imperatrice.

La proposta a tutta prima dovette sembrare al cavaliere D’Éon una poco decorosa mascherata, ma la prigione di Schlusselbourg che si rizzava minacciosa in fondo alla gaia prospettiva era anche fatta per solleticare il suo amore di gloria e di combattimento. Accettò. Siccome una fanciulla a quei tempi non poteva viaggiare sola ed era prudente fortificare la mina che si voleva introdurre in paese straniero, fu scovato fuori uno scozzese, un nobile Douglass, persona fine, intelligente, istruita, che possedeva inoltre sufficienti cognizioni mineralogiche utilissime a fornire il pretesto di una escursione scientifica. Lo si incaricò delle osservazioni esterne e delle esplorazioni politiche, mentre la damigella D’Éon, sua nipote, doveva introdursi nella reggia e consegnare nelle proprie mani dell’imperatrice le istruzioni segrete che il re di Francia aveva scritte di suo pugno sopra diversi fogli di carta sottile, parte nascosti fra una doppia suola delle sue scarpette, parte nel cartone del libro da messa.

Sempre per non destare sospetti i due viaggiatori la presero lunga, percorrendo senza fretta la Germania, frugando negli scavi, discendendo nelle mine in cerca di terreni primordiali e intermediari, occupati esclusivamente a cercare campioni di quarzo, di antracite, di serpentina ecc. Traversando la Sassonia il bravo Douglass non volle perdere l’occasione di una visita alla famiglia del duca di Meklemburgo-Strelitz che egli conosceva e nella quale non dispiacevagli di produrre la finta nipote come ad una prova generale delle di lei attitudini a rappresentare una signorina dell’alta società; prova che riuscì al di là del desiderio, perchè la più giovane figlia del duca, come suole avvenire in quell’età, si accese di una così viva simpatia per la damigella francese che non volle staccarsi dal suo fianco e abbracciandola e baciandola la condusse a vedere tutta la casa, tutto il giardino, e più ancora la sua cameretta.... Sir Douglass sudava sangue ed acqua. Quando riuscì a strappare la sua sedicente nipote alle pericolose espansioni della piccola duchessa costei pregò la damigella francese di recare una lettera (la posta in quel tempo lenta e mal sicura consigliava spesso tal genere di ambasciate) ad una amica residente a Pietroburgo «così — soggiunse — ella mi parlerà di voi, voi le parlerete di me e non ci dimenticheremo». La lettera portava questo indirizzo: _Alla signorina Nadège Stein, damigella d’onore di S. M. l’imperatrice di Russia_. Neanche a farlo apposta il destino non poteva aprire una via più rapida ai due viaggiatori per farli penetrare proprio là dove essi volevano! Ma, ancora una volta, da un piccolo avvenimento fortuito dovevano nascere peripezie senza fine.

Intanto che lo scozzese e la sua compagna attraversavano la Prussia, la Curlandia, la Livonia, diretti a Pietroburgo, a Parigi la scomparsa del cavaliere D’Éon aveva messo i suoi amici in subbuglio. Il segreto del travestimento confidato a qualcuno, posto di fronte al contegno riservato del cavaliere, fece dire, per burla forse o per fare dello spirito o della malignità, che probabilmente egli era una donna davvero. Questi i primi germi gettati al vento. Più tardi saranno raccolti da chi avrà interesse a farlo.

Tutta l’astuzia del piano concepito a Versailles minacciò tuttavia di cadere al confine del Sacro Impero. La nazionalità scozzese non fu passaporto sufficiente per Sir Douglass. Respinto, dovette tornare indietro colla sua raccolta di minerali. La damigella invece passò incolume coi preziosi autografi nella suola delle scarpette, si presentò a Nadège e fu da questa condotta alla presenza dell’imperatrice, alla quale fece intera confessione dello stratagemma immaginato dal re di Francia per comunicare direttamente colla sovrana di tutte le Russie.

Qui il cronista si indugia ancora in particolari scabrosi sull’incontro di Elisabetta e del singolare messaggero. Preferisco lasciarli indovinare, mentre mi è pur d’uopo raccogliere la nuova tentazione offerta al cavaliere D’Éon nella appassionata amicizia che anche Nadège non tardò a tributargli e che divenne, per forza ineluttabile delle cose, amore ardente. Costretta a ridurre tre volumi nelle proporzioni di un articolo, non posso dilungarmi su tutte le avventure capitate in Russia alla falsa zitella e mi affretto alla conclusione. Raggiunto lo scopo di stabilire buoni rapporti fra Luigi XV ed Elisabetta, il cavaliere D’Éon tornò a Parigi ma rifece altre due volte il viaggio a Pietroburgo stringendo sempre più i dolci legami che lo univano a Nadège. Disgraziatamente l’imperatrice se ne accorge, e il cavaliere D’Éon, che sa in qual modo si vendica l’orgogliosa sovrana, trema per la diletta.

L’importante dunque era di lasciare la Russia per sempre, di fame uscire anche Nadège orfana e senza famiglia e giunti ambedue in Francia sposarsi. Il cavaliere D’Éon sentiva di dovere questa riparazione alla specie di inganno che lo aveva fatto entrare nella intimità della ingenua fanciulla; egli non poteva abbandonarla dopo averle preso tutto, anche l’onore. Ma la tirannica imperatrice non avrebbe facilmente dato il permesso di allontanarsi alla sua damigella ed occorreva dunque ricorrere all’astuzia. Il cavaliere prese a pretesto la salute per rientrare in Francia, Nadège scrisse alla sua amica Sofia Carlotta di Meklemburgo-Strelitz che moriva dalla voglia di rivederla e che volesse fare ella stessa la domanda di un breve congedo alla imperatrice. Partendo poi separatamente, i due amanti speravano di avere scongiurato l’uragano imperiale. D’Éon stesso si incaricò di portare la lettera di Nadège alla piccola duchessa, come già aveva portato quella della duchessa a Nadège, spinto forse inconsapevolmente dal desiderio di rivedere la cara fanciulla che lo aveva abbracciato e baciato così teneramente sotto gli occhi scandalizzati di Sir Douglass... Purtroppo devo confessare che l’eroe di queste «Memorie» non è un eroe incorruttibile dinanzi al bel sesso, il lettore se ne sarà già accorto; ma egli era anche predestinato alle avventure erotiche le più straordinarie, perchè appena giunto a Strelitz, in abiti femminili si intende altrimenti non l’avrebbero riconosciuto, si ammala; Sofia Carlotta vuole curarlo ella stessa, lo cura, lo guarisce, e poi... insomma se ne innamora.

Infedele colle attenuanti concesse alla sua bizzarra situazione, il cavaliere D’Éon non dimentica Nadège, l’aspetta anzi. Lasciato il castello di Strelitz, ripreso l’abito virile, si porta a Versailles latore di un nuovo patto e di una convenzione marittima ottenuti dalla imperatrice Elisabetta. Luigi XV lo riceve in udienza privata e riconoscendo i servigi da lui resi alla Francia gli decreta una pensione di duemila lire (che non venne mai pagata). Di Nadège, intanto, nulla. Anche la duchessina di Strelitz scrive che non ne sa nulla. Inquieto, presago di sventura, D’Éon si informa presso il medico dell’ambasciata francese a Pietroburgo e dopo alcuni mesi di ansiosa aspettativa viene a sapere che Nadège non appartiene più alle damigelle d’onore, non è nemmeno a Pietroburgo, è sparita, e tutte le ricerche in proposito riuscirono vane.

Qualunque fosse il dolore di D’Éon rimasto nella più crudele incertezza sulla sorte della sua amica, egli non ebbe tempo di ascoltarlo. Facendo parte dell’armata dell’alto Reno il campo di battaglia lo aspettava ed egli vi si gettò con folle ardore. A Hoëxter intraprende con pochi uomini il trasporto delle polveri rimaste sulla riva destra del Weser passando e ripassando due volte il fiume sotto il canone dei nemici. A Ultropp, ferito ripetutamente, carica nondimeno i montanari scozzesi e li ricaccia fra le balze. A Osterwick con ventiquattro dragoni scelti si getta improvvisamente sull’avversario e fa prigioniero di guerra un intero battaglione. Ma una incredibile notizia giunge al campo. Il giovane re d’Inghilterra Giorgio III sposa una modesta e sconosciuta principessa, tedesca: Sofia Carlotta di Meklemburgo-Strelitz!

La sorpresa del cavaliere D’Éon fu pari a quella di tutta Europa, quantunque le sue ragioni potessero essere diverse. Questo matrimonio almeno consigliò una sosta alla guerra che durava da sette anni e il cavaliere approfittando dell’armistizio passò in Inghilterra desideroso di vedere la sua piccola amica ed infermiera colla corona della Gran Brettagna sul biondo capo. La neo regina, turbata forse sulle prime dalla inaspettata apparizione, acconsentì a riconoscere il cavaliere D’Éon e gli fece buon viso; del che egli ne approfittò per raccomandarle ancora la povera Nadège, argomentando che l’imperatrice di Russia avrebbe risposto questa volta alla regina d’Inghilterra. Sofia Carlotta, buona, scrisse; ma invano. D’Éon stava per perdere qualsiasi speranza e la perdette infatti quando giunse l’annuncio della morte di Elisabetta e poco dopo una lettera della sua succedanea Caterina alla regina d’Inghilterra, nella quale, avvertendo di aver trovato fra le carte della defunta le richieste notizie su Nadège, annunciava di avere diramato ordini in tutto l’Impero perchè se ne facessero accurate ricerche, ricerche che erano riuscite assolutamente infruttuose. Non rimaneva dunque al cavaliere D’Éon che piangere la morte della disgraziata fanciulla, ciò che egli fece non senza un secondo pensiero più doloroso ancora e più segreto. Suo figlio era nato?...

Portando la sua angoscia in fondo al cuore non cessava per altro di tenersi pronto agli ordini del re e fu lui che, conclusa la pace definitiva, ebbe incarico di consegnare alla corte di Versailles le ratifiche del re d’Inghilterra. Luigi XV abbracciando in tale occasione il cavaliere D’Éon gli conferì la croce di San Luigi nominandolo ministro plenipotenziario a Londra.