Profili e paesaggi della Sardegna
Part 8
Neren’ipsos qui ses in tantu honore Quant’un alta Dïosa nde mèritat, Neren’qu’ in oyos tuos rïet Amore; Neren’qu’ in larar sa rosa t’habitat, Su qui ti dat resaltu, et pius valore Est sa virtude qui ti nobilitat, Virtute bella in anima costante Ti faghet praetiosa que diamante.
Su qu’est in te de plus surprendente Est qui de sas grandezas posta in mesu, Ti conservas que turtura innozente, Qui de ogni bruttura bolat attesu, Ses bella, ses modesta, ses comente, Giardinu amenu de muros defesu, Dezente allegra, forte et invincibile Que roca in altu mare inaccessibile.
Ses que lughe qui exit de Oriente, Passat in s’horizonte bella et pura; Toccat su mare, et non s’infundet niente, Toccat su monte, et non si parat dura, Passat in fogu, et nie, indifferente Non s’infrittat, non brujat, nè hat paura Qui l’appizzighet macula nisciuna De quantas be i nd’hat subta sa luna
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_Dican pur che salisti a tant’onore_ _Quanto mai s’abbia vergine vezzosa,_ _Dican che gli occhi tuoi ridon d’amore_ _Ch’hai sulle labbra la vermiglia rosa,_ _Ciò che crescon i tuoi pregi e il tuo valore_ _È sol virtù ch’è ben divina cosa_ _Alma virtù che in anima costante_ _Ti fa preziosa al par dell’adamante._
_Ciò che s’ammira in te di più parvente_ _Si è, che mentre grandeggi in tanta altura,_ _Ti serbi ognor qual tortora innocente,_ _Lunge volando d’ogni rea bruttura;_ _Sei pur bella, modesta, sei ridente,_ _Qual ameno giardin cinto di mura,_ _Tu sì lieta, gentil, torre saldissima_ _Sì, come rupe in alto mare altissima._
_Luce tu sembri ch’esce dall’Oriente,_ _Che passa in l’orizzonte bella e pura,_ _Entra nell’onda e bagnar non si sente,_ _Tocca marmi e macigni e non s’indura,_ _Sul gel passeggia, e sulle bragie ardente,_ _E non arde, non gela, nè ha paura_ _Che si veggia bruttar da labe alcuna_ _Fra quante macchie v’ha sotto la luna._
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L’abate Tommaso Pischedda, che ha messo questa poesia fra i _Canti popolari dei classici poeti sardi_, dice che «siccome la maggior parte delle poesie del Padre Cubeddu si aggirano su temi profani, e poco interessanti al nostro fine, noi ce ne passeremo, e daremo tra tutte la preferenza a quella che tratta felicemente un tema cotanto nobile, qual si è l’onestà d’una sarda donzella che serba intemerato il giglio castissimo della sua verginità.» Noi però, chiedendone licenza al colto abate, confessiamo di sentire nei versi castissimi del Padre Cubeddu distintissimi i due profumi dell’ambra e dell’incenso, dell’harem e della chiesa; cose e luoghi che nel mondo dell’arte non son poi tanto lontani come da molti si crede.
I canti sacri e popolari della Sardegna son molto antichi, innumerevoli come le arene del mare, e per la più parte di autore ignoto. La pietà dei fedeli li ha raccolti; e ogni villaggio ha i suoi prediletti, così come ha i suoi santi particolari. Eccovi un saggio di queste poesie, in onore di Sant’Antioco, il martire di Sulcis.
De sa Cresia Santo honore Terrore de su Paganu Sant’Antiogu Sulcitanu Siades nostru intercessore.
Cumparzistis in s’Oriente De mama jamada Rosa. Ch’in sa fide fervorosa Bos educat santamente Comente e sole lughente Diffundistis s’isplendore.
_Onore della Santa Chiesa, terrore del Pagano, Sant’Antioco sulcitano, siate nostro intercessore._
_Nasceste nell’Oriente da una madre chiamata Rosa, che nella fede fervorosa vi educò santamente, come un sol lucente diffondeste lo splendore._
Antichissima deve essere l’invocazione dell’angelo custode alla culla del bambino e che il canonico Spano, già settuagenario, udì dalle labbra di sua nonna:
Su lettu meu est de battor cantones Et battor anghelos si bei ponen, Duos in pes et duos in cabitta Nostra Segnora a costazu m’ista E a mie narat, dormi e reposa No hapas paura de mala cosa, No hapas paura de malu fine.
S’Anghelu Serafine S’Anghelu Biancu S’Ispiridu Santu Sa Virgine Maria Tote siant in cumpagnia mea.
Anghelu de Deu Custodiu Meu Custa nott’illuminame! Guarda e difende a mie Ca eo mi incommando a tie.
_Il letto mio è di quattro angoli, e quattro angeli vi si mettono, due ai piedi e due alla testa. La Nostra Vergine mi sta vicino e mi dice: Dormi e riposa, non aver paura di cattive cose, non aver paura di cattivo fine._
_L’Angelo Serafino, l’Angelo bianco, lo Spirito Santo, la Vergine Maria, sian tutti in mia compagnia. Angelo di Dio, mio custode, illuminami questa notte, guardami e difendimi, ch’io mi raccomando a te._
Un genere singolarissimo di poesia sacra popolare è quello che ci è dato in Sardegna dai così detti _misteri_ o _commedie sacre_ in versi. Quell’instancabile Canonico Spano, che, parlando di Sardegna, conviene citare ad ogni pagina, ha redento dall’oscurità, ora è poco, uno di questi misteri che correva solo nella bocca del popolo a Ploaghe; giovandosi dell’opera del curato di quel villaggio, Salvatore Cossu; e che fu assai bene illustrato anche da Maltzan.
È un vero tipo della specie. _S’Historia de Juseppe Hebreu, Dramma Sard_, in due atti; ognuno dei quali ha dodici scene. Noi non daremo che la scena fra Giuseppe e la moglie di Putifarre. Udite la poco casta signora:
Juseppe bello, non fuas Mirami una pagu in cara; Et dae me, Juseppe, impara Ad m’istimare.
Pro te mi querzo olvidare S’isfera et s’istadu meu; Non fuas no, o bellu Ebreu, Dae quie t’amat.
Istuda custa fiama Qui giuto in pectus accesa! Non t’accendet sa belleza? Juseppe mira....
_O bel Giuseppe, non fuggire, guardami un poco in faccia, da me, Giuseppe, impara ad amarmi; per te mi voglio dimenticare il rango e il mio stato, non fuggire, no, bell’Ebreo, da chi ti ama. Spegni questa fiamma che tengo in petto accesa! Non ti accende la bellezza? mira o Giuseppe_...
E il troppo casto Giuseppe risponde:
Femina, guardemi Deu Dae simile peccadu! Non t’amo, et nemmancu amadu Querzu, qui sia.
_O femmina, guardami Dio da simile peccato! Io non ti amo e nemmen voglio essere amato._
Fra i canti popolari sacri dei poeti classici stanno quelli di Pintor Sirigu nato in Cagliari nello scorso secolo, e a lui dobbiamo: _S’Existentia de Deus, Sa Natividade de N. S. G. Cristu; Sa Natividade de sa V. Maria_, ecc. Citeremo anche i nomi, se non i versi del distinto filologo e parroco di Sassari, Maurizio Serra, di Osilo (morto nel 1834); il capuccino e celebre predicatore Gavino Achena di Ozieri (morto nel 1829); l’ex-gesuita Bonaventura Licheri di Neoneli, il poeta della Beata Vergine. Forse il più popolare fra tutti fu Giovanni Battista Madeddu, parroco di Tadasune che parafrasò i salmi e innalzò inni alla Vergine, a Sant’Antioco, il martire di Sulcis e a San Giorgio, vescovo di Barbagia, i due santi nazionali della Sardegna. È anche suo l’inno che cantano i contadini quando fanno le loro processioni per implorare la pioggia dal cielo:
Sos chelus hazis serradu Pro non nos dare alimentu; Sas abbas hazis detentu Sos trigos hazis siccadu Cum costu hazis accabadu Sa nostra fragilidade.
Abba Deus imploramus, E abba Deus pedimus, Pro s’abba Deus pianghimus, Et pro s’abba suspiramus, Cum sas abbas ch’ispettamus Sas terras fertilidade.
_Avete chiusi i cieli per non darci alimento; avete trattenuto le acque, avete seccato i grani, con questo avete finito la nostra fragilità._
_Acque, o Dio imploriamo, e acqua Dio domandiamo, per l’acqua o Dio piangiamo, e per l’acqua sospiriamo, e con le acque aspettiamo fertilità alla terra._
La poesia sarda è povera di poemi e potremmo appena citare _Sa Jerusalem victoriosa_ di Melchior Dore e alcuni poemetti di Raimondo Congiu (morto nel 1813) del Padre Lucas e di Antonio Demontis Licheri che celebrano fatti eroici della storia moderna di Sardegna. Francesco Carboni che l’abate Pischedda chiama _genio prepotente d’eloquenza latina_, nato a Bunnannaro nel 1746 scrisse due poesie latine: _De Sardua Intemperie et de Coralliis_. Lo stesso Pischedda, parlando della prima di queste epopee dice che «trovò tanta accettazione ne’ dotti che disaminato a fondo e con giusta bilancia, ravvisarono in essa la grazia di Catullo, la purità di Lucrezio in fatto di stile; la robustezza, la maestà e la vivissima espressione di Virgilio nelle sue descrizioni, e la profondità d’Orazio in molti de’ suoi concetti. Le poesie più scielte del Carboni furono raccolte in un volume e pubblicate per cura del Reverendo Monsignore Don Emmanuele Marongio. Uno dei suoi più cari ed intimi amici, il famoso Dettori di Tempio lo salutava col nome di _Latinissimo_, il Roberti gli dava il glorioso titolo di Doctae _Sardiniae decus novellum_; e l’Accademia italiana l’onorava col nome di _Primo latinista del secolo_[13].
Anche di elegie propriamente dette non è ricco il parnaso sardo. Ecco un lamento di Marcello in cui piange le sterili sue ricerche di una sposa:
Tota sa vida caminende so In chirca de mi poter cojuare. Sa chi cherz’eo na mi cherent dare Sa chi mi dana, non la cherzo no. Andadu so a parte e Campidanu A su Marghine, fin’a a Bortigale, Giovana mai bidu ne uguale. Ma si non l’hat in pe l’hat in sa manu, E usant un istile suberanu Pro lograre su istadu maritale, Bendent s’honore pro uno reale. Et timidu hapo pro coronare.
_Per tutta la vita io vo cercando di prender moglie. Quella che voglio io, non me la vogliono dare; quella che mi danno non la voglio io._
_Sono andato al Campidano, al Marghine fino a Bortigali, non ho mai veduto una giovane eguale, ma se non ha un difetto, ne ha un altro, e usano uno stile sovrano per conseguire lo stato maritale, poi vendono l’onore per un reale e io ho paura di essere coronato._
Eccovi un altro lamento poetico del cieco Cherchi sulla sua vita infelice:
Cando penso in sa trista vida mia, Abbunda su piantu pius sobradu Faltada est dai me cudda allegria, Sa chi tantu m’haiat corteggiadu Como fatto a sas penas cumpagnia A chis m’hat sa sorte incumandadu Et rodeadu dai sas matessi Suspirare e piangher mi meressi.
_Quando penso alla mia triste vita, abbonda il pianto più eccessivo. È mancata da me quella allegria, quella che tanto m’aveva corteggiato, adesso faccio compagnia alle pene alle quali m’ha la sorte raccomandato, e circondato dalle stesse mi tocca sospirare e piangere._
Se mancano i veri poeti elegiaci, io trovo però nella poesia sarda una tinta melanconica che mi pare uno dei caratteri più salienti. Io sento in molti poeti una malinconica effusione di sentimenti non soddisfatti e perfino l’amore che fa vibrare tutte le corde del cuore e della fantasia usa più spesso in bocca loro la voce del lamento e rare volte effonde il giubilo della vittoria o il grido di guerra. L’abate Gavino Pes, che è giudicato da molti il più celebre poeta che abbia fiorito nella Gallura nel secolo XVIII, e che si meritò il nome di _Metastasio Sardo_ ha scritto cose tristissime, rimpiangendo nella fredda età delle rughe le amorose follie della sua calda giovinezza. Eccovi alcune strofe del _Lu Pentimentu_ colla bella traduzione in versi del Pischedda.
La vicchiaia è vinuta Candu mi figurava più piccinnu: Drummitu era, e mi sciuta, Gridendi: già se’ vecchiu, e senza sinnu, Mallugratu haï l’anni In middi pregiudizi, in midd’inganni
Simile a l’umbra vana Sparisi amori, e briu, cant’aia: L’alligria mundana Fuggi la me’ canuta cumpagnia: E l’amori mi scaccia, Palch’anda nudu, e timi la mè jaccia.
_Vecchiezza è giunta e mi ha sorpreso questa_ _Quando più giovin mi saria creduto._ _Io dormiva, e dal sonno ella mi desta_ _Gridando: ah! vecchio, ’l senno hai tu perduto._ _Che di tua vita hai mal lograti gli anni_ _In mille pregiudizi, in mille inganni._
_Sparì, come sparisce un’ombra vana,_ _Tutto quel foco, e spirto, e vigoria;_ _Da me fuggendo ogni allegria mondana_ _Schiva la mia canuta compagnia,_ _Ed amor che va nudo ei pur mi scaccia_ _Temendo il freddo gel delle mie braccia._
Vedete, quanta vera poesia vi sia in questi altri suoi versi _Lu Tempu_:
Palchi no torri, di, tempu passata? Palchi no torri, di, tempu paldutu?
Torra alta volta, torra a fatti meu; Tempu impultantu, tempu prizïosu, Tempu chi vali tantu quant’è Deu Par un cor ben fattu e viltuösu. Troppo a distempu, o tempu caru, arreu A cunniscitti (oh pesu agunïosu!) Quantu utilosu mi saresti statu, Tempu, aënditi a tempu cunnisciutu!
Palchi no torri, di, tempu passatu? Palchi no torri, di, tempu paldutu?
L’alburi tristu senza fiori e frondi, Vinutu maggiu, acquista frondi e fiori; A campu siccu tandu currispondi Un beddu traciu d’allegri culori. Supelbu salta d’inverru li spondi Rïu d’istïu poaru d’umori; E l’anticu vigore rinuatu Non sarà maï in un omu canutu?
_Perchè non torni, di’, tempo passato?_ _Perchè non torni, di’, tempo perduto?_
_Deh ritorna, ritorna a farti mio_ _Tempo perduto, tempo prezioso_ _Tempo che vali tanto quanto Dio_ _Per un core ben fatto e virtuoso!_ _Deh ritorna a far pago il mio desio!_ _Ed oh! quanto mi è grave e doloroso_ _Il non averti più! Quanto giovato_ _M’avria l’averti in tempo conosciuto._
_Perchè, non torni, di’, tempo passato!_ _Perchè non torni, di’, tempo perduto!_
_L’arbor ch’è tristo senza fiori e fronde_ _Giunto maggio, riacquista e fronde e fiori;_ _Al biondo prato allora corrisponde_ _Un bel prospetto d’allegri colori_ _Nell’inverna stagion varca le sponde_ _Superbo un fiumicel d’estivi umori,_ _E l’antico vigore rinnovato_ _Non vedrassi in un uom veglio canuto?_
Tristi armonie trovate anche nell’_Instabilitad di la fultuna_ di D. Salvadori Sanna di Tempio; nella _Miseria umana_ e in altre poesie del dottor Girolamo Araolla di Sassari e le potrete gustare nella raccolta del Pischedda.
Nella satira festevole e nell’amore si sono esercitati con molta fortuna alcuni poeti sardi. Pasquale Capeu di Perfugas e nostro contemporaneo aguzza la sua lingua contro le donne semidotte:
Perfugas nach est tontu e no est beru Favola veramente calunniosa Eo bos fatto idere una cosa,
Chi cum fazzilidade si cumprende, Hamus tantas signoras imparende, Chi faghene sa ficca a Cicerone; In tres vocales de su cartellone Sunt tres meses e mesu tipi tapa, Hoc ischin s’aligarza, cras sa nappa, Barigadu cugumere sinzeru.
_Dicono che Perfugas è ignorante e non è vero, favola veramente calunniosa, io voglio farvi vedere una cosa._
_Che con facilità si comprende, abbiamo delle signore studiose che fanno la fica a Cicerone in tre vocali del cartellone, già da tre mesi e mezzo fanno chiasso, oggi sanno il ravanello, domani la rapa, posdomani il vero citriuolo!_
Principe dei satirici sardi è giudicato Diego Mele di Bitti, il quale ha dedicato una delle sue più belle poesie a canzonare i cittadini di Ula che nel 1855 mostrarono troppo paura del colera. Egli ci racconta il caso di un asino che giunto ad Ula da un paese infetto, viene sottoposto a suffumigi e disinfezioni.
Gavino Cocco ha dedicato un sonetto satirico a un poeta, Matteo Madau, che soleva andare in giro per il suo paese, vendendo le sue opere.
A me inghirias, Matteu, gas’arriadu De pabiru, et chentu libereddos? Che lattaju, ch’jughet moitteddos, Chi chircat ispazare su cazadu Ea quantos, cilene cherros, has leadu Trinta soddos pro cussos tomigheddos? Sos chi no balent trinta dinareddos; Quantu, segundu cussu, has haer furadu?
Tue ses obbligadu a la torrare Intera, cusa summa male binta, Et no abbastat ancora a ti salvare T’imparat sa morale mancu istrinta, Cheres, Matteo, su dannu reparare? Bendedi tua matessi a soddos trinta.
_Dove vai Matteo, così carico di carte e di cento libriciattoli? Come lattajo che porta secchielli, che cerca di smerciare le giuncate? Eh, quanto, senza volere, hai preso trenta soldi per questi tomicini? Quei che non valgono trenta centesimi, quanto, secondo questo, avresti rubato? Tu sei obbligato a restituire intiera questa somma male avuta, e non basta ancora per salvarti. La morale meno stretta ti insegna questo: Vuoi, Matteo, riparare al danno, vendi te stesso per trenta soldi._
La poesia bernesca ha un buon rappresentante in Sardegna nel contadino Pietro Canu di Chiaramonti, assassinato nel 1845 e di cui Maltzan ci ha dato uno scherzo poetico, in cui l’infelice autore mette in ischerzo la sua povertà, discorrendo della dote che vuol dare alla sua figliuola.
Come cosa più curiosa che bella, accennerò per ultimo alle poesie sardo-latine dell’abate Madao, le quali dimostrano la grande ricchezza di parole latine che posseggono i dialetti sardi. Vedete:
Salve, salve, o purissima Sola columba candida, Semper intacta et libera De originale macula;
Non umbra est in te Virgine Inter feminas unica, De laesione adamitica, Et de culpa primaria. . . . . . . . . . . . . . . . _Hymnu de Maria Virgine._
O fragiles creaturas, et errantes! O tempus breve! o humanas mutationes! Bene et male operamus inconstantes, Ruimus, et vitamus occasiones, Teneros nos sentimus, et amantes Duros etiam, ingratos. O passiones! Libera nos, o Deus, cum clementia, Et clamores intende cum patientia.
In te Maria Virgine speramus, Inter sanctos, et justos sancta, et pura Gementes cum fervore, et supplicamus Qui intercedas pro tanta creatura Fragile et delinquente. Si imploramus Auxiliù et patrociniù da et procura Defendere tuos servos, qui anhelantes Suspiramus in terra militantes. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Divina Providentia._
Possa questa rapida corsa fatta nel campo della poesia sarda averne segnato il profilo saliente; possa destare in alcuno la voglia di tradurne alcuna fra le più belle; onde gli Italiani possano tutti gustare le bellezze poetiche di una italianissima fra le nostre provincie.
CAPITOLO V.
Le malattie della Sardegna. — La malaria e l’inerzia. — Drenaggio ed educazione. — L’Arcadia esiste anche in Sardegna e più che mai. — Agricoltura e vini. — Monti granatici e barraccelli. — Scarsa popolazione dell’isola. — Chi debba salvare la Sardegna.
La Commissione d’inchiesta sulla Sardegna e il Parlamento hanno fatto alla nostra isola una larga promessa che son tenuti a mantenere e che, io ne son sicuro, manterranno. La vita d’un popolo però non comincia e finisce nella sala dei cinquecento o nelle aule dei ministeri; e povero quel paese, che dopo aver conquistata la propria libertà, affida tutte le proprie speranze al governo, quand’anche questo fosse il più liberale e il più sapiente del mondo. Una provincia che per sventura o per peccato si trova addietro delle altre nella via del progresso deve innanzi tutto voler guarire di per sè stessa del proprio male; e quando chiama un medico dal difuori a sanarla, deve pur sempre trattarlo come consulente, da cui si prende consiglio, ma che pur si congeda con mille e cortesissimi ringraziamenti. Questo pei Sardi: gli italiani della penisola fuori delle sfere ufficiali e legislative devono aiutare i loro fratelli, coll’apportarvi i loro capitali e il loro lavoro; studiar la Sardegna, amarla e farla amare; e anch’io con questo mio modestissimo scritto vorrei concorrere a quest’opera di fratellanza, alzando il grido: _Ricordatevi che esiste un’isola che si chiama Sardegna!_
Sarebbe crudele calunnia il dire ai Sardi: siete i soli autori dei vostri mali; così come sarebbe una sterile adulazione il lamentare che la Sardegna è povera, è infelice soltanto per colpa di governo e di leggi. Calunnie e adulazioni che con triste ed eterna vicenda si gettano in faccia governo e popolo nel nostro paese; come se le membra dolenti e il cuor fiacco avessero a lamentarsi l’uno coll’altro dei loro acciacchi, rinfacciandosene a vicenda la colpa. I governi passati ebbero molti torti verso quell’isola: anche i governi dei nostri tempi ebbero le loro colpe, ma è ormai sterile fatica l’assegnare ad ognuno il peccato e la misura della colpa; dacchè la Sardegna è paese italiano, e tutti quanti abbiam debito di venirle in aiuto e riparare anche ai peccati che non son nostri. Lasciamo le accuse e le sentenze ai giudici, e noi lavoriamo insieme a guarire il malato, che è nostro fratello; fratello fra i più cari perchè tra i più infelici.
La Sardegna è malata di due gravi malattie, la _malaria_ e l’_inerzia_: deve guarirne però e ne guarirà, perchè non sono malattie mortali, nè ancora hanno roso le viscere e la sorgente della vita circola celata ma vigorosa nelle profonde latebre di un corpo ancor vigoroso.
La Sardegna è cinta quasi per ogni parte da una gran fascia miasmatica che la stringe di un amplesso omicida e lungo i suoi fiumi non domati dalla mano dell’arte serpeggia il veleno della palude e su larghe zone nell’interno s’addensa in terreni acquitrinosi e sul letto di laghi antichi non bene asciutti ancora. I venti gagliardi che fanno continuo tumulto sull’isola portano poi i miasmi fin sulle vette dei monti e nelle alte valli; talchè anche fra l’aroma dei pini e i graniti muschiosi delle Alpi galluresi tu vedi l’uomo che trema dei lividi pallori d’una febbre che gli inviano paesi lontani dell’isola, forse a lui sconosciuti fin di nome.
Ad onta dei lavori di Cheirasco, di Efisio Massa e Giovanni Masnata e di altri[14] sul miasma della Sardegna, rimane a farsi una monografia di questo male e le fatiche e il denaro spesi ad avere una carta topografica del miasma, colla statistica delle affezioni palustri saranno fra le migliori provvidenze che governo e cittadini possano dare alla Sardegna. Prima di curare un male conviene conoscerlo e la malaria di quell’isola è poco e mal studiata. Senza bisogno di nuove commissioni nell’isola si potrebbe affidare al conservatore del vaccino, il professore Falconi di Cagliari, già così benemerito della pubblica igiene, la compilazione della Carta geografica del miasma sardo. Il Falconi, l’ebbi già a dire altrove, è uno dei pochi uomini, nei quali è difficile il dire se sia maggiore il culto dell’arte sua o più ardente lo zelo con cui attende agli uffizi del suo ministero. Le epidemie di colèra e di vaiuolo lo hanno trovato sempre il primo fra i combattenti e in Sicilia e in Sardegna; nè egli è il solo medico filantropo nell’isola e aiutato dai suoi colleghi potrà farci la diagnosi della gran febbre sarda.
Il Maltzan dà dell’insalubrità dell’isola un quadro troppo fosco e di tinte esagerate; e a sentirlo la Sardegna sarebbe pestifera come Cajenna o come le coste dell’Africa. La Sardegna ha paesi sani, ne ha anche di sanissimi; e meno Oristano, Tortoli ed altri pochi luoghi anche le febbri intermittenti decorrono benigne, e le perniciose non sono frequenti. Nello scorso anno per le pioggie straordinarie l’isola tutta quanta fu ravvolta in un nembo di epidemia miasmatica; s’ebbe grande mortalità nei bambini e nei fanciulletti e la febbre s’arrischiò ad altezze non mai arrivate. Anche il castello di Cagliari ebbe il suo miasma; ma fu questa una sventura eccezionale e il giudicare dalle statistiche mortuarie del 68 la salubrità della Sardegna sarebbe lo stesso che misurare quella d’un paese in piena epidemia di vaiuolo o di colèra.