Profili e paesaggi della Sardegna

Part 7

Chapter 73,683 wordsPublic domain

_S’ainu s’abbigat de su beranu de qui qu’ est passadu._ L’asino s’avvede della primavera dopo passata.

_In s’arovore ruta ognuno bi faghet linna._ Nell’albero caduto ognuno fa legna.

_Iscura s’arzola qui timet sa formigula._ Meschina l’aja che teme la formica.

_Barberi jovanu et mèigu bezzu_, barbiere giovane e medico vecchio.

_Qui dormit a pizzinnu pianghet a bezzu._ Chi dorme in gioventù piange vecchio.

_Niune si nerzat biadu finas qui siat interradu_, nessuno si dica beato finchè non sia seppellito.

_Sa coghine minore faghet sa domo manna._ La cucina piccola fa la casa grande.

_Pro male cojiuadu, mezus una persona sepultada_; per essere una persona mal maritata è meglio morta.

_Mezu conca in domo sua qui non coa in domo anzena._ Meglio testa in casa propria che coda in casa altrui.

_In conca macca pagu durat berritta_; in testa pazza poco dura il berretto.

_Chentu concas, chentus berritas_; cento teste, cento berrette.

_Sa consientia est qu’ et i su cori cori, quie lu timet et quie non._ La coscienza è come il solletico, chi lo teme e chi no.

_Su dinari de sos locos si qu’ andat in fustes et roccos._ I denari de’ pazzi se ne vanno in bastoni e truccioli.

_Qui hat dinari, pastinat binza in sa codina._ Chi ha quattrini pianta la vigna nella roccia.

_Mezus dare lira a mastru qui non soddu a dischente._ Meglio dare lira a maestro che un soldo a garzone.

_Faedda pagu pro non ti fuddire meda._ Parla poco ed ascolta assai, che non fallirai.

_Iscuru a quie confidat in homines._ Misero colui che confida negli uomini.

_Pra connoscher s’homine est precisu mandigare unu saccu di sale cumpare._ Per conoscere l’uomo bisogna mangiare con esso un sacco di sale.

_Cum sos mannos ista coment et in su fogu, ne tantu accurzu, nen tantu allontanu._ Coi grandi state come al fuoco, nè tanto lontano, nè tanto vicino.

_Queres benner Paba, ponedilu in conca_, vuoi diventar papa, mettitelo in testa.

_Inuè est su Paba in cuddae est Roma._ Dove è il papa, ivi è Roma.

_Poverittu, allegrittu_, poveretto, allegretto.

_Sa povertade est plus dolorosa ad sa bezzesa._ La povertà è più dolorosa nella vecchiezza.

_Tempus temperat_, il tempo tempera.

_Sa vida est que unu fiore, benit et passat._ La vita è come un fiore, viene e passa.

* * *

E se ora volete accompagnarmi nel campo più ameno dei proverbi satirici o ironici, che vogliate chiamarli, vi prometto di non abusare della vostra pazienza, benchè io ne abbia raccolti 905.

_Abba passada non tirat molinu_, acqua passata non tira il molino.

_S’ainu non connoschet sa coa finzas qui non la perdet_, l’asino non apprezza la coda se non quando la perde.

_S’avaru non faghet bene si non quando morit_, l’avaro non fa bene se non quando muore.

_Andadu ses azu, torradus ses chibudda_, sei andato aglio e sei ritornato cipolla.

_Basa mattones et caga diaulus_, bacia i mattoni e caca diavoli. Dicesi dei bacchettoni.

_Bestidu su bastone paret unu barone_, vestito il bastone sembra un barone.

_A tempus ismentigadu si cojuant sas battias._ A tempo dimenticato si maritan le vedove.

_Su bentre non lo bidet niunu._ Il ventre non lo vede alcuno. Si dice di chi risparmia nella tavola per non far trista figura.

_Bentre pieno cantat et non camija bianca._ Pancia piena canta e non la camicia bianca.

_Mezus birbante qui non macu_, meglio birbo che pazzo.

_Su bizonsu faghet sa bezza a currer._ Il bisogno fa correr la vecchia.

_Bucca besada non perdet fortuna_; per cui non occorre traduzione.

_Caddu et muzere in podere de quie dat_; il cavallo e la moglie secondo che cadono.

_Ad su caddu s’isprone, ad sa femina su bastone_, che è meglio non tradurre.

_Non tinde sonant de campanedda in culu_, non ti suonano campanello in culo. Dicesi di uno che non inclina al sacerdozio.

_Qui cum su cane si corcai, puligosu sinde pesat._ Chi si corica coi cani, si leva colle pulci.

_Cavagliere poveru quircat pabiros bezzos_, cavalier povero cerca carte vecchie.

_Sa chezura de binza faghet sa ruffiana._ La siepe della vigna fa la ruffiana.

_Azzurradore de sa chijina et isbaidore de sa farina_; economizza la cenere e getta la farina.

_Don senza din balet quatrin; din senza don balet denaron._ Proverbio bellissimo e che tradotto perde ogni brio.

_Qui andat a furare, su qui li dant leat_, chi va a rubare prende quel che gli danno.

_Bènnida s’hora càzzadi fora_, venuta l’ora, andatevene fuori.

_Qui semenat ispinas non andet iscalzu._ Chi semina spine non vada scalzo.

_Ispina subta ludu_; spina sotto il fango; frase pindarica con cui si stigmatizza un maligno.

_Qui dormit in lectu anzenu, non dormit quantu queret._ Chi dorme in letto altrui, non dorme quanto vuole.

_Leges meda, pobulu miseru_, molte leggi, povero popolo. Quanta sapienza in questo proverbio!...

_Su machina hat trinta sex genias, et ognunu tenet su pagu sou._ La pazzia è di trentasei specie ed ognuno ne ha il suo poco.

_Si andas a mare non incontras abba_, se vai al mare non trovi acqua. L’ironia e la satira non possono davvero andare più in là di questo proverbio.

_Monza de Ecclesia, demoniu de foghile_, monaca di Chiesa, demonio di casa.

_Sos padres intrant senza si connoschere, vivent senza si amare, morint senza si piangher._ I frati entrano senza conoscersi, vivono senza amarsi, muoiono senza piangersi.

_Su paladu est minoreddu, et que falat palattu et casteddu._ La bocca è piccola, ma basta ad ingoiare palazzo e castello.

_Vida de padre, vida de mandrone_, vita da frate, vita di poltrone.

_In sos padres non bi hat ite fidare._ Nei frati non vi è da fidarsi.

_Sa pedde tua non la die comporare in debadas_, non comprerai la tua pelle gratuitamente.

_Qui pretat, unu restat in camija et i s’ateru nudu._ Di due che litigano uno resta in camicia e l’altro nudo.

_Su ruffianu hat semper mala paga._ La spia ha sempre cattiva paga.

_Devotione de sagristanu, consientia de moralista, deunzu de coghineri._ Divozione di sagrestano, coscienza di moralista e digiuno di cuoco.

CAPITOLO IV.

La poesia popolare in Sardegna. — La giunta municipale di Bortigiadas. — Gli improvvisatori e le loro lotte poetiche. — Poesie amorose. — Poeti sacri, antichi e moderni. — I misteri. — Poeti epici ed elegie. — Satire festevoli ed amare. — Poesie bernesche. — Poesie sardolatine dell’abate Madao.

La Sardegna ha una ricca vena di poesia popolare; e nella svariata forma delle vesti e nei costumi e nel linguaggio pittoresco e nell’accento concitato e prorompente, e nella danza e nelle canzoni tu ti accorgi subito che è quello un popolo che sente le delizie dell’ideale e sa vestire di splendide forme le passioni del cuore e le nebulose aspirazioni della speranza. La poesia popolare di Sardegna ha tutti i difetti e tutte le virtù dei frutti agresti, cresciuti senza le carezze dell’arte; ma venuti fra le rugiade e gli aquiloni, fra i diluvii del temporale e l’arsura dei lunghi soli; è poesia che ha profumo e asprezza, licenza di forme senza confini; e balzi improvvisi, più arditi di quelli del capriolo e del muflone; or monotona e triste, ora ardente e lasciva. Essa è ispirata quasi sempre dall’amore e dalla religione; la prima gioia e l’ultima speranza della vita; e trovate più d’un poeta, erotico nella giovinezza, divenuto poi salmista; Tibullo trasformato in Manzoni coi primi capelli bianchi. Le bellezze della natura e la storia del passato ispirano di raro il poeta sardo; egli canta le grazie della sua donna o la vita dei santi; qualche volta scherza e morde, nè la vena satirica è in lui sterile di amari inchiostri.

È difficile trovare una poesia nazionale che abbia più ricca natura e arte più povera della sarda; molti dei poeti suoi sono contadini, o pastori; spesso analfabeti. Cantano come l’usignuolo e la capinera, e se alcuno non è presente che raccolga quelle ispirazioni, esse vanno perdute come le note di quegli uccelli silvestri, e la brezza dei monti le trasporta lontano e le disperde nel grande oceano della natura; da cui ci viene e a cui ritorna ogni bellezza.

Altre volte il poeta muore povero e sconosciuto come era nato, ma i suoi versi si tramandano senza nome d’una in altra generazione; sicchè anche al giorno d’oggi li senti ripetere dai montanari e dai pastori. Sia lode allo Spano, al Pischedda e agli altri che hanno raccolto quei tesori di poesia che finora furono affidati ai venti o che rimasero nascosti nell’oscurità di una valle, nel nido d’una capanna solitaria. Anche il Maltzan nella sua ultima opera sulla Sardegna ha studiato con molto amore e con finissimo gusto artistico la poesia popolare dei Sardi.

Anch’io ho udito molte canzoni popolari, anch’io ho trovato nel mio viaggio molti e molti che il volgo non chiamava poeti, solo perchè al loro linguaggio pittoresco e fantastico mancava la rima; ma che lo erano nel senso più sublime della parola. A Tempio si presentò dinanzi alla Commissione d’inchiesta la Giunta municipale d’uno dei villaggi più oscuri e più dirupati della Gallura. Erano tre montanari dai volti abbronziti, con capelli e barba vergini come le loro foreste, col volto scarno, solcato come i graniti delle loro montagne, coll’occhio acuto come le loro aquile; gente fiera e semplice, calma e forte. Uno di essi prese la parola e con un linguaggio di biblica bellezza lamentò la miseria del suo villaggio, implorò il soccorso del Parlamento; dipinse con lirico ardimento l’abisso che separava la loro povertà dalla nostra potenza. Così potessi io aver stenografato quel suo discorso poetico, eloquente, tenerissimo.

Eccovene in ogni modo la pallida ombra: «_Giunse sulle cime dei nostri monti la lieta notizia che uomini mandati dal Re e dal Parlamento, erano venuti fin qui a riconoscere i bisogni delle popolazioni; e noi siamo venuti da Bortigiadas per stringervi la mano e ringraziarvi a nome dell’ultimo, del più povero dei villaggi della Sardegna, per i patimenti che avete sofferto nel vostro viaggio, per tutto ciò che farete per noi. Bortigiadas è il più infelice paese del mondo; non ha strade, non ha scuole; è isolato dal consorzio degli uomini; la neve nell’inverno ci fa prigionieri; nell’estate i torrenti ed il sole ci rubano spesso le poche spighe che abbiamo seminato. Infelice chi nasce in Bortigiadas! Malo Spirito Santo vi ha illuminati e voi siete venuti qui a vederci, e a riparare ai nostri mali. Accettate questo scritto in cui vi parliamo dei nostri bisogni; studiateli, e vi assicuro che noi insegneremo alle donne di Bortigiadas i vostri nomi, e le madri insegneranno ai loro figliuoli a benedirli. Non vi preghiamo per noi: siamo già vecchi, abbiamo già sofferto e vissuto abbastanza; noi presto riposeremo nella pace del nostro piccolo cimitero; noi vi preghiamo, noi vi scongiuriamo pei nostri figliuoli che hanno ancora dinanzi un lungo avvenire. Che se voi non ascoltaste le nostre preghiere, oh infelici tre volte quelli che nasceranno in Bortigiadas!_»

E quando quel buon vecchio, che era commosso fino alle lagrime, si accomiatò da noi e coi suoi compagni ci ebbe baciate le mani, noi lo accompagnammo fino alla porta; ed egli, alzando il braccio con veneranda e olimpica maestà, ci disse: _Che Dio vi benedica, che lo Spirito Santo vi illumini!_ Anch’io era commosso e pensavo alla ricca vena di poesia che è nascosta nel popolo sardo.

La Sardegna ha molti improvvisatori, e il più spesso son contadini che danno sfogo al loro estro poetico nelle feste sacre o nelle fiere, senza per questo far pompa ciarlatanesca o commercio dei loro versi. Più che il guadagno li stimola l’amore dell’arte, li sprona l’alloro della vittoria. Come nei tempi dell’Antica Grecia convengono alle feste dei loro monti e delle loro valli per contendersi il primato della poesia; e fra essi siede a giudice un sacerdote o un altro improvvisatore emerito. Il parroco d’un villaggio, Melchior Dore, quello stesso che pubblicò nel 1842 un epopea _Sa Jerusalem victoriosa_, ebbe spesso la palma dell’improvvisazione, come pure se la guadagnò più volte un poeta di Osilo che aveva lo stesso cognome dell’epico curato, Pietro Dore.

Più d’una volta la sentenza del giudice è proclamata in versi improvvisi.

Dogunno si la boghet dai testa[10] Chi Pedru inoghe su panno hat leadu, Cando ch’a Tomas Satta ch’hat bogadu Alteros che nde bogat in sa festa.

_Ognuno se lo levi dalla testa che Pietro qui ha preso il panno[11], quando ha messo fuori Tommaso Satta altri ne mette fuori nella festa._

Questo Tommaso Satta, che qui compare in questo certame poetico non è che un contadino di Ploaghe, morto nel 1823, ed uno dei primi poeti e improvvisatori della Sardegna; ma le sue poesie più che amorose sono lascive.

Melchior Murenu è un altro improvvisatore sardo fra i più celebrati ed era cieco; egli aveva un rivale potente in Pietro Cherchi di Tissi, cieco e poeta anch’egli. Questi, secondo quel che ce ne racconta il Maltzan, era così infocato e rapido nel suo estro, che spesso era quasi involontariamente trascinato a dettar versi. Una volta, trovandosi presente a una lotta fra due improvvisatori, ad un tratto si slanciò fra essi, gridando:

A su zegu dade logu E cantemos totos tres Ca mi bessin dai pes Fiammaridas de fogu.

_Fate posto al cieco e cantiamo tutti tre, che mi escon dai piedi scintille di fuoco._

E quel cieco ardente tirava innanzi su questo stile, improvvisando strofe a josa. Per la psicologia è curioso il sapere che questo povero cieco aveva perduta la vista a due anni, ciò che non gli impediva di cantare nei suoi versi le svariate bellezze delle fanciulle del suo villaggio.

Un altro illustre improvvisatore nel genere erotico e lirico ebbe la Sardegna in Francesco Cesaracciu di Ploaghe, analfabeto, morto nel 1803; e a questo poeta è a mettersi vicino il gesuita Matteo Madau, profondo filologo, morto nel 1800, il quale cominciava in questo modo una delle sue più celebrate poesie amorose:

Lassami, amore in sussegu Ca ses pizzinu traitore Non bi jogo pius, amore. Ca mi das colpos de zegu.

Sunt bellas sas artes tuas Faghes de su bell’in cara, E mi trappassas insara Su coro e pustis tis cuas Mil’has fatt’un’otta e duas Bene conosco s’errore.

_Lasciami, amore, in pace, che tu sei un fanciullo traditore, non giuoco più, o amore, che mi dai colpi di cieco. Son belle le tue arti, mi fai il bello in faccia, ma mi trafiggi in cuore e poi ti nascondi, me l’hai fatta una e due volte, ben conosco l’errore._

Anche Bosa ebbe un grande improvvisatore in Giovanni Maria Pintus, quasi contadino, che moriva nel 1857 e che amava cantare l’amor felice, a differenza degli altri colleghi suoi che effondevano più spesso le loro liriche aspirazioni in lamenti erotici, e a differenza sopratutto del suo paesano Gavino Passino (morto nel 1804) che alla sua lira amorosa non aveva che la corda di Geremia. E col Passino sono da mettersi insieme Paolo Massa di Bonorva, vivo anche oggi, e il medico Antonio Manchia di Oschiri (morto nel 1854) e il vecchio Pietro Pisurgi (morto nel 1799).

Dalle poesie improvvisate dei Sardi mi è facile passare alla loro poesia erotica, che è fra le più ricche di quel paese; e le eruzioni del verso improvviso sono più facili là dove il suolo è sparso di vulcani e dove ribolle profonda e tenace la lava d’amore.

Eccovi un saggio d’una delle più antiche poesie amorose, di cui è ignoto l’autore. Il tema è questo:

Non ti mi poto olvidare Sende de me veru accisu, Sempre et cando est prezzisu Columba! de t’istimare

_Io non ti posso dimenticare, essendo tu, parte intima del mio cuore, e sempre io son costretto, o colomba, ad amarti._

E la prima strofa suona così:

Sempre ti tenzu in su coro Sempre di jutto in sa mente, Continu t’hapo presente, Non mi olvides, melà e oro, Tue ses veru tesoro! Su veru incantu et majïa! Chi non vid’hapo, bella mia, Alter’in ojos che tue, Pro custa candida nue Non ti mi poto olvidare.

_Ti tengo sempre nel cuore, sempre ti porto nella mente, di continuo t’ho presente, non mi dimenticare, mela d’oro, tu sei vero tesoro, un vero incanto e magia, che io non ho, bella mia, altri negli occhi che te, per questa candida nube io non ti posso dimenticare._

Antichissimo è pure questo lirico battibecco fra due amanti:

Convertidas sunt in iras Sas amorosas fiamas, Isconzas si sunt sas paghes Non ti miro, nè mi miras, Non ti bramo, nè mi bramas, Su chi ti fatto mi faghes Non t’aggrado, nè mi piaghes, Ti nd’infadas, mind’infado, No m’aggradas, ni t’aggrado Ambos hamos cumbinadu.

Sono convertite in ira le amorose fiamme, rotte son le paci, io non ti guardo, nè tu mi guardi, non ti bramo, nè mi brami, ciò che ti faccio e tu mi fai; non ti piaccio, nè mi piaci; tu ti secchi di me, io mi secco di te; non mi piaci, nè ti piaccio, ambedue andiam d’accordo.

Possiam darvi invece il nome del poeta (Francesco Serraluzzu di Cuglieri) di questa serenata che l’amante canta alla porta della sua bella dormente.

Isculta, bella su cantu O virgine, tota fiore, Ch’est bennid’a ti cantare Attrividu benz’a tantu In cumpagnia e amore Ista notte a t’ischidare Ai custu cantu t’ischida, Virgine bella e dechida, Virgine bella e dechida!

_Ascolta, o bella, il canto, o vergine, tutta un fiore, che venuto a cantarti, vengo ardito a tanto in compagnia d’amore questa notte a svegliarti, a questo canto ti sveglia, vergine bella e graziosa, vergine bella e graziosa._

Il Padre Lucas di Pattada (morto nel 1829) è uno di quelli che cantò santi e amore sulla stessa lira e vedete quanto grazioso sia questo suo saluto alla bella:

Donosa Elisa mia! Innantis de mi ponner in su mare Mandare ti cheria Un imbasciada pro di salutare. Sas dies passo tristas Ca non isco, donosa, coment’istas Non mi poto allegrare In su ritiru, ca non bido a tie, Mi pongo a ti chircare Faltu de sas montagnas nott’e die Chirco litos e mattas Clamand a tie, Elisa, e non t’agattas.

_Graziosa Elisa mia; prima di mettermi in mare ti vorrei mandare un messaggio per salutarti. Passo tristi i giorni, perchè non so, cara, come stii, non mi posso rallegrare nel ritiro, perchè non ti posso vedere. Mi metto a cercarti per le montagne notte e giorno, cerco lande e macchie, chiamando te, Elisa, e non ti trovo._

E perchè possiate fare un prezioso raffronto, eccovi un altro saluto all’amata del poeta vivente Ignazio Sanna di Cuglieri:

Oh triste despedida So chi fatto dai te, columb’amada! Est zerta sa partida, Ma pius che inzerta sa torrada So zertu de andare, Pero non isco cand’hap’a torrare.

_O triste commiato quel che faccio da te, colomba amata, è certa la partenza, ma più che incerto è il ritorno. Son certo d’andare, ma non so quando avrò a tornare._

Pietro Cherchi[12], quel povero cieco che abbiamo già conosciuto, ci ha lasciato una delle più belle poesie amorose: è il lamento d’un amante tradito:

Ojos, coment’istades Pasados, e de coro non pianghides? Cum piantu restades, Ca sa chi tant’amades non bibides Cum piantu restades, Ca non bidides sa chi tant’amades Restades cum piantu Ca non bidides sa ch’amades tantu Sa chi tant’imprimida Tenizis in sa nina cumpassiva, Ite piaga cumplida! Incrudelida piaga ezzessiva Ite piaga cumplida! Ezzessiva piaga incrudelida Cumplida ite piaga! Incrudelida ezzessiva piaga Custa paga hapo tentu In ricompensa de tantu servire! Su crudele turmentu! Pro mi occhire fele violentu Su turmentu crudele! Pro mi occhire violentu fele.

_Occhi come state pacati e di cuore non piangete? Rimanete in pianto che non vedete quella che tanto amate. Con pianto restate chè non vedete quella che tanto amate. Restate nel pianto che non vedete colei che tanto amate._

_Quella che tanto impressa tenevate in cuore appassionato. Qual piaga compiuta! Una piaga eccessiva e incrudelita. Qual piaga compiuta! Eccessiva piaga incrudelita. Qual piaga compiuta! Una eccessiva piaga incrudelita!_

_Questa mercede m’ebbi per tanto servire, un crudele tormento, per uccidermi un fiele violento, un crudele tormento; un tormento crudele, un fiele violento per uccidermi._

Fra i poeti amorosi il Maltzan chiama Giorgio Filippi di Bitti (morto nel 1838) il poeta delle signore, distinto per la tenerezza dei suoi pensieri e i lusinghieri accenti rivolti alle figlie d’Eva. Altro poeta amoroso è un cappuccino, Antonio Giuseppe Pirisina di Ploaghe (morto nel 1834) imitatore fortunato di Tibullo. Vicino ad un capuccino ci duole dover mettere il nome di una gentile poetessa di Sassari, che scrive sotto il nome semi-incognito di Donna Maria Grazia M. e che canta soavemente amori felici e dolci tenerezze del cuore.

Lirica e poesia amorosa sono in Sardegna quasi una cosa sola; e fra i più antichi dei lirici può collocarsi Antonio Delogu, contadino di Tissi, che scrisse in versi appajati e rimati due a due; forma che i Sardi chiamano _sinfonia_.

Sul principio di questo secolo brillava fra i poeti sardi un nobile campagnuolo, pressochè analfabeto, ma ricco di cuore, di poesia, e di quattrini, tre cose che vanno ben di raro insieme. Nella stessa epoca era ritenuto principe dell’improvvisazione lirica l’analfabeto Francesco Alvaru di Berchidda, ma di lui sgraziatamente poco ci è rimasto. Molti altri lirici e poeti erotici potrei nominare, ma lo spazio non mel consente e rimanderò alle raccolte dello Spano, del Pischedda e di altri, e all’opera di Maltzan.

La poesia sarda, dopo l’amore, canta i beati del Paradiso, le feste della Chiesa cattolica e i santi fervori del sentimento religioso. Più d’una volta lo stesso poeta è negli stessi versi innamorato delle donne e del cielo e le due corde dell’amore e della religione vibrano unissone. Miglior esempio di questo dualismo estetico non saprei trovare che nella _Sa femina onesta_ del Padre Cubeddu delle Scuole Pie, nato a Patada nel 1748 e morto nel 1829. Eccovene alcune strofe, alle quali metterò di contro una bella traduzione italiana fatta da un altro padre e letterato sardo, l’abate Tommaso Pischedda.

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Iscultami benigna, Clori hermosa Hymnos de alabanzia hap’ad cantare; Pro qui de te Sardigna andet fastosa, Una corona t’hapo ad praeparare Facta non de giacintu, non de rosa, Qu’in pagu tempus si solet siccare: Ma t’hapo ad praeparare una corona Coglida frisca frisca in Helicona.

Ater cantet de te, nympha dechida, Qu’andant cum tegus gratias et bellesa; Ater s’indole bella favorida De talentu, de briu et gentilesa, Ater qu’in logu nobile nasquida, In mesu ad sas delitias, et grandesa, Qui ses distincta, et pagas nd’has eguales In benes de fortuna et naturales.

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_M’odi benigna, deh! Clori vezzosa_ _Inni di gloria sol ti canterò;_ _Perchè Icnusa di te vada fastosa,_ _Un serto al crine t’apparecchierò_ _Non di giacinto o di purpurea rosa,_ _Che l’uno e l’altra inaridir si può,_ _Intesserò al tuo crine una corona_ _Colta subito fresca in Elicona._

_Altri canti di te, ninfa graziosa_ _Che teco van le grazie e la bellezza;_ _Altri la bella tempra avventurosa_ _D’ingegno, di valor, di gentilezza,_ _Altri la stirpe nobile e fastosa,_ _Le tue delizie e insiem le tue grandezze_ _Che ben sì chiare, e poche pari avesti_ _Di sorte e di beltà quando nascesti._