Prima di partire

Part 23

Chapter 233,859 wordsPublic domain

Sentendo salirsi alle labbra parole più acerbe, l’avvocato Ettore non attese neanche l’effetto della sua filippica, ma uscì bruscamente e si ritirò nel suo studio. E lì, senza testimoni, nell’ombra della stanza scarsamente illuminata dalla candela ch’egli aveva portato seco, chiamò a raccolta le sue memorie. Ricordò l’impressione provata quando la Teresa da lui conosciuta bambina gli riapparve dopo alcuni anni vissuti in collegio, ricordò le prime timide dichiarazioni susurratele all’orecchio, le promesse d’amore lette negli occhi di lei, e i dolci colloqui, e le furtive strette di mano, e i giuramenti scambievoli.... Alle famiglie non si diceva nulla perchè egli era ancora studente, e così giovine, così privo di mezzi di fortuna, così lontano dalla possibilità di prender moglie, che una domanda formale avrebbe provocato un deciso rifiuto.... Ma, pur d’aver pazienza, non bastava esser d’accordo con la Teresa?... Ohimè, nel bel mezzo di questi sogni accadde la catastrofe della ditta Rosnati.... e subito dopo, il resto.... Che colpo fu quello!... Che fieri propositi gli si agitavano nella mente!... Vedeva sangue; voleva fare una strage; uccider lo zio che gli rapiva il suo bene, uccider la crudele che lo abbandonava.... e compier la tragedia facendosi saltar le cervella sui cadaveri delle sue vittime.... Nè alla Teresa risparmiò le contumelie. La disse senza cuore, senza coscienza, la fulminò con l’accusa che poc’anzi gli era parsa così bassa ed ingiusta, l’accusa di cedere al fascino della ricchezza.... Come si calmò? Come fu indotto a più miti consigli?... Non lo sapeva lui stesso. Aveva però sempre davanti agli occhi la donna fatale e adorata più bianca d’una morta, atteggiato il viso a una pietà dolorosa; la sentiva rispondersi con un filo di voce: — Voglia Iddio che tu non abbia mai da scegliere fra il tuo amore e il tuo dovere. — E si rammentava pure che a vederla così umile, così disarmata, così pallida, il suo gran furore s’era come affogato nelle lacrime, un torrente di lacrime che gl’inondava le gote.... E tra i pianti e i singhiozzi le aveva chiesto perdono delle ingiurie, aveva cercato la sua mano, aveva baciato il lembo del suo vestito.... Ella tranquillamente, dolcemente, s’era sciolta da lui; nè egli doveva più rivederla.... Prima che succedessero le nozze egli si assentava da Venezia per non rimpatriare che quando la seppe partita.... Oh che triste ritorno!... Come, in quei primi mesi, gli pareva morta la città senza la sua Teresa! Come aveva l’animo straziato dalla collera, dal dolore, dall’amore!... Sì, anche dall’amore, poich’egli l’amava sempre.... poichè sarebbe bastata una riga di lei per riaccendergli in petto le più folli speranze.... Ma ella non si fece viva, ed egli non ne aveva notizie che indirettamente, a lunghi intervalli, per mezzo dello zio che conservava qualche rapporto con la famiglia e che veniva di tratto in tratto in Europa.... Allora egli si sforzò di dimenticarla, e vi fu un momento che credeva di averla dimenticata, e, trascorsi sei anni dal matrimonio di quella che ormai egli doveva chiamare la zia Teresa, sposò un’altra donna.... Passò un anno ancora, dopo il quale gli nacque la sua primogenita, l’Amelia. E, di lì a poche settimane, ecco capitar dalla zia un bel regalo per la piccina.... Le relazioni, rannodate così, non erano state interrotte più. Ma erano relazioni curiose. La zia Teresa non scriveva a lui, scriveva all’Amelia, anche quando l’Amelia non era in grado di leggere, e la incaricava de’ suoi saluti al babbo e alla mamma. Egli rispondeva, ma rispondeva in nome della figliuola... sino al giorno che la figliuola fu in grado di rispondere da sè. I regali arrivavano sempre più frequenti, sempre più ricchi; oltre che per l’Amelia, ce n’erano pei bimbi nati dopo, Carolina e Amedeo; era manifesto però che l’Amelia continuava ad esser la preferita, e tutta la corrispondenza con la zia ricadeva sulle spalle di lei.

Così, a poco a poco, la donna gentile prendeva un posto nella casa, era nominata, citata ad ogni occasione. Ora si diceva: — Dovrebbero arrivar presto lettere della zia Teresa; — ora: — Converrà scrivere alla zia Teresa; — ora infine le due ragazze si consultavano sul presente da farsi alla zia Teresa per la sua festa. Infatti esse le spedivano tutti gli anni un lavoruccio, tenue ricambio degli splendidi doni che ricevevano continuamente.

C’era bensì una persona a cui pareva che di questa zia Teresa si discorresse più del bisogno. Era la signora Luisa. Con l’infallibile istinto femminile ell’aveva trapelato l’antico romanzetto di suo marito e nelle sollecitudini affettuose della zia verso i nipoti sentiva uno strascico del passato. Madre tenerissima, ella non voleva distogliere i figli dal coltivare i buoni rapporti con una parente ricca e senza prole, ma le accadeva spesso, con un gesto d’impazienza, con una frase sarcastica, di tradire il suo segreto livore, la sorda gelosia che la rodeva.... Però uno scatto come quella sera la signora Luisa non l’aveva mai avuto. Ed è pur forza riconoscere che i suoi nervi le rendevano un gran cattivo servizio facendola prender fuoco come un fiammifero, proprio allora che l’effigie della presunta rivale doveva calmare piuttosto che crescere le sue inquietudini. Certo si è che con quella sfuriata inopportuna ella soffiava nelle ceneri d’una vecchia passione, induceva Gualtieri a ripiegarsi su sè medesimo, a riveder con gli occhi della fantasia, non quale l’età l’aveva ridotta ma quale ell’era a venti anni, colei che egli aveva amato con tanto trasporto. Nè la rivedeva con gli occhi della fantasia solamente.... In un cassetto del suo stipo, fra le pagine di un libro ch’egli aveva letto con lei, insieme ad un fiore che una sera ella gli aveva messo all’occhiello, egli conservava un’antica fotografia. E quella fotografia tolta ora dal suo ripostiglio gli provava ch’egli non era stato vittima d’un’allucinazione. Che gl’importava del nuovo ritratto che la Teresa, troppo savia o troppo crudele, faceva pervenire nelle sue mani dopo un quarto di secolo? Per lui non esisteva che il ritratto antico, e da quello, benchè stinto e sbiadito, veniva un profumo ineffabile di gioventù fresca e vivace. Quanta finezza in quei lineamenti! Che luce d’intelligenza e di bontà in quegli occhi dolci e pensosi! Che fascino in quel sorriso!... Ah, la sua signora consorte pretendeva che la Teresa non fosse mai stata bella? Come gli sarebbe riuscito facile di confonderla!... Ma no, no, quelle reliquie di altri tempi appartenevano a lui solo; non dovevano esser profanate da sguardi indifferenti od ostili.... Baciò ancora una volta il ritratto, ancora una volta sfogliò le carte del libro, un volume di Leopardi, diede un’occhiata al fiore, una mammola doppia che nei petali secchi e schiacciati serbava un resto di fragranza; poi rimise ogni cosa al posto di prima.

Mentre dava la chiave al cassetto dello stipo, si sentì un colpo leggero all’uscio.

— Chi è? — gridò l’avvocato.

— Sono io, babbo.

— Ah, l’Amelia, — disse Gualtieri ricomponendosi in fretta. — Avanti.

La ragazza si avvicinò un po’ confusa. — Ti disturbo?

— No. Che cosa volevi?

— Io?... Nulla....

— Oh bella.... Per qualche ragione sarai venuta....

— Ecco.... Volevo sentir da te.... Sai.... dovevi condurmi in piazza stasera....

Vedendo che suo padre la fissava con insistenza, ella abbassò gli occhi.

— Perchè guardi in terra? — egli le chiese. — Non hai mica niente da vergognarti.... Guarda me invece.... Su, su.... Così.... Sei proprio venuta solamente per questo?

Ella non rispose, due lacrimette le colavano adagio adagio giù per le guancie.

— Non sei venuta anche....?

Il signor Ettore non finì la frase, ma aperse le braccia.

— Oh babbo! — esclamò l’Amelia gettandogli al collo, — come hai capito bene che ero venuta per darti un bacio!

— E ora, — ripigliò di lì a poco l’avvocato, — va pure a metterti il cappellino che usciremo insieme.

— No, no, se non ne hai voglia....

— Anzi desidero prendere una boccata d’aria....

Di nuovo la ragazza esitava.

— Ebbene, che c’è adesso?

— C’è, babbo mio.... non dirmi di no.... che avrei tanto piacere se uscisse con noi anche la mamma.... La Carolina e Amedeo si coricano presto...; la mamma resterebbe sola.... stasera....

Gualtieri aggrottò alquanto le ciglia e fu a un punto di rispondere con un rifiuto. Ma c’era in viso dell’Amelia una preghiera così umile, così calorosa, che egli non ebbe cuore di affliggerla, e fece un cenno d’assenso.

— Come sei buono, babbo mio! — gridò la giovinetta ribaciandolo con effusione.

— Troppo buono, — egli sospirò. — Va.... va.... Ti raggiungo subito.

Ritirò la chiave dal cassetto dello stipo e la ripose in tasca. Un rossore intenso gli colorava le gote; egli sentiva che sua figlia aveva indovinato gran parte del suo segreto.

LA BAMBINA.

Era nata in meno di sette mesi costando la vita alla sua povera mamma che aveva appena avuto il tempo di darle un bacio e di chiamarla col nome prestabilito: _Maria_. E anch’ella, la bambina, fu per più settimane attaccata ad un filo; anzi la levatrice e i parenti dicevano che non poteva campare e preparavano il padre alla nuova sventura. Nè l’impresa era troppo difficile. Alberto Rinucci, giovine, ricco, elegante, in mezzo al suo dolore per la sposa perduta, per la figlia che andava spegnendosi, sorprendeva negli intimi recessi del suo animo un fondo di rassegnazione egoistica di cui arrossiva ma sul quale non poteva a meno in certi momenti di riposarsi; diceva a sè stesso che aveva adempiuto a ogni ufficio di buon marito verso la moglie ma che in fin dei conti questa moglie egli non l’aveva mai amata appassionatamente; diceva che l’affezione dei padri verso i loro figliuoli principia più tardi assai di quella delle mamme e che l’infelice creatura venuta al mondo per languire e per soffrire non avrebbe, dileguandosi adesso, aperto una piaga insanabile nel suo cuore. Gli balenava agli occhi, e per quanto volesse cacciarla tornava insistente, la visione di una vita riafferrata sotto auspici più lieti; forse la libertà dello scapolo così bella a meno di trent’anni; forse un nuovo matrimonio, un’altra donna al suo fianco, intorno a sè altri figliuoli vigorosi e fiorenti.

Il medico intanto, infatuato nell’idea di fare un mezzo miracolo, consacrava lunghe ore alla piccina ch’egli non voleva risolversi a dare per ispacciata. L’aveva fatta involgere nel cotone, regolava la temperatura elevatissima a cui la si doveva tenere, sorvegliava l’allattamento artificiale, usava insomma di tutti gli espedienti che la scienza suggerisce e la sollecitudine rende efficaci. In capo a due mesi egli disse a Rinucci: — È salva.

Sulle prime si accolse l’annunzio con qualche scetticismo; poi fu forza arrendersi all’evidenza; la bambina viveva. Il padre cominciò a volerle bene, a chinarsi sulla sua cuna, a prenderla in collo, a baciarla. Un giorno ella gli sorrise, e con quel sorriso finì di conquistarlo. Il club, i teatri, la società ch’egli s’era rimesso a frequentare non lo allettavano più come una volta: gli accadeva sovente di lasciar a ora insolita gli allegri ritrovi per esser più presto a casa e per assicurarsi che la sua Maria dormiva tranquilla. Anche le donnine belle non esercitavano ormai sopra di lui che un fascino fuggitivo; lo spaventava l’idea d’ogni legame durevole, non voleva più sentir parlare d’un secondo matrimonio. Gli pareva che la sua Maria, la quale si era messa a spasimare per lui gli dicesse: — Non darmi rivali: devi appartenermi tutto quanto. Le cameriere, le governanti, le zie, le cugine non mi bastano; ho bisogno di te; non sono come l’altre bambine, io.

No, effettivamente ella non era come le altre. Nessuna grave infermità era venuta a colpirla durante la puerizia; era passata illesa attraverso un’epidemia difterica e un’epidemia vaiolosa che avevano mietuto centinaia di testoline bionde. Ella era risparmiata dalle malattie, ma era così esile e mingherlina da far credere che un soffio di vento dovesse abbatterla, era così pallida e trasparente da non potersi capire come il sangue scorresse nelle sue vene. Aveva messo i denti più tardi del solito; più tardi del solito aveva cominciato a parlare e a camminare. Ogni minimo sforzo l’affaticava, come se avesse portato seco una grande stanchezza che nessun riposo successivo giungeva a vincere. Il medico che aveva fatto il primo miracolo di tenerla in vita non sapeva fare il secondo di renderla uguale ai suoi coetanei. Aveva perduto anch’egli la balda sicurezza d’un tempo; alle trepide interrogazioni del padre rispondeva con mezze parole, con frasi che non impegnano. — Eh, lo sviluppo è lento, ma vizi organici non ce ne sono.... Speriamo.... Col ferro, con l’olio di merluzzo, coi bagni di mare, con la ginnastica, con l’aria di montagna.... — Il guaio si è che lo stomaco della piccola Maria non sopportava nè il ferro, nè l’olio di merluzzo; che i bagni di mare la infiacchivano; che le sue gracili membra non erano fatte per la ginnastica, che le sue gambe sottili non resistevano alle passeggiate in montagna.

Anche la statura cresceva appena sensibilmente e mostrava sempre molto meno della sua età. Continuava a parere una bambina; _la bambina_, dicevano, accennando a lei. Era questa per suo padre una grande mortificazione; eppure egli non avrebbe voluto che la chiamassero in altro modo; qualche volta a sentirsi domandare: _Come sta la bambina?_ egli s’illudeva, dimenticava ch’era passato il tempo di chiamarla così.

Per l’ingegno accadeva come pel resto. Non che avesse la negativa d’intender le cose; tutt’altro; ma l’attenzione un po’ seguita l’era impossibile, ma il ricordare l’era più difficile che l’imparare. A dieci anni stentava a leggere correntemente e faceva ancora le aste. — Non bisognava pretender da lei più di quello che danno le sue forze — predicavano i dottori — non bisogna costringerla a nessun’applicazione intensa.

Ma non aveva lena neanche a giuocare a lungo. Stava per lo più nel suo salottino, seduta per terra sopra un tappeto, in mezzo a una quantità di balocchi costosi che il suo babbo comperava in città o faceva venire da Parigi o da Vienna, e di cui ella non tardava ad annoiarsi. Appunto que’ suoi balocchi così belli, così diversi dai soliti, erano una singolare attrattiva per altri fanciulli i quali andavano ben volentieri a far compagnia alla bambina Rinucci. Erano quasi tutti minori di lei, ma non lo si sarebbe detto a vederli, nè essi lo credevano. Anzi ce n’era uno, di sett’anni mentr’ella ne aveva dieci, che la trattava come una sorella più giovine, dandole qualche buffetto sotto il mento con una cert’aria paterna e difendendola contro le soperchierie dei prepotenti. Ell’accettava con animo grato questa tutela affettuosa e faceva più festa a Giorgio Leati che agli altri; solo pretendeva che, come il babbo, fosse anch’egli tutto per lei, e s’arrabbiava fuor di misura, se per esempio, la sua cuginetta Tilde Rinucci, figlia dello zio Amedeo, lo invitava nel suo giardino per giuocare al volante.

In complesso era buona ma esigente e gelosa. Una governante assai gentile d’aspetto e di modi l’era divenuta insopportabile dopo che una mattina l’aveva vista passeggiare un’ora di seguito in su e giù per la sala in compagnia di suo padre che le discorreva sotto voce e le sorrideva. S’era messa subito a usarle ogni sorta di sgarbi, e a un mite rimprovero che gliene avevano fatto era andata in escandescenze, pestando i piedi, spargendo un fiume di lacrime, protestando fra i singhiozzi di non voler più che _mademoiselle_ le venisse vicino. Nè c’era stato verso d’indurla a più miti propositi, onde _mademoiselle_ aveva dovuto esser licenziata.

— È un capriccio — aveva detto il medico — ma se non la si contenta rischia d’ammalarsi davvero.... Ed è così debole.

La sua debolezza era la sua forza. A poco a poco Alberto Rinucci, per non vederla piangere, per non farla ammalare, preveniva tutti i suoi desideri, secondava tutte le sue fantasie. Ed ella, ne’ suoi momenti d’espansione, gli gettava le braccia al collo, lo chiamava coi nomi più dolci, gli diceva ch’egli era tanto buono e ch’ella era tanto felice.

A quindici anni, non ostante le innumerevoli cure tentate, il suo sviluppo, già così tardo, si arrestò affatto. Era piuttosto leggiadra di viso, passava di qualche centimetro la statura che si suole assegnare ai nani, non aveva deformità nel suo corpicino abbastanza proporzionato, poteva parer realmente una bambina, ma si capiva che ormai sarebbe rimasta tale per tutta la vita.

I suoi piccoli amici dei due sessi andavano in collegio, frequentavano la scuola pubblica, stringevano nuove conoscenze, acquistavano nuove abitudini, parlavano di maestri, di lezioni, di esami; ella restava tal quale; continuava a passar lunghe ore nel salotto, sfogliando dei libri illustrati o giocando con altri fanciulli che non erano più quelli d’un tempo, continuava a uscir di tratto in tratto in gondola col babbo o con la governante, a scender sulla Riva degli Schiavoni o ai Giardini, a far stentatamente due passi al sole e a rientrare a casa prima del tramonto.

Se la sera qualcheduno chiedeva a Rinucci: — Eri fuori con la tua bambina, oggi? — egli rispondeva un sì affrettato e mutava discorso.... Egli pensava che la sua Maria avrebbe ormai potuto essere una giovinetta di quelle che la gente si volta a guardar per la strada, di quelle a cui gli studenti di liceo, fra un tema di latino e un tema di greco, dedicano i loro primi versi; di quelle in fine che le mamme cominciano a prendere in considerazione come partiti possibili, pei loro figliuoli; pensava che l’avrebbe condotta alle feste da ballo, che avrebbe spiato ne’ suoi occhi lo svegliarsi dei sensi e dell’anima, che avrebbe strappato alle sue labbra le dolci e trepide confidenze.... Invece no; ell’era la bambina; nessuno l’avrebbe guardata altro che per deriderla o per commiserarla, nessuno le avrebbe parlato d’amore, nessuno avrebbe voluto vedere in lei una sposa, una nuora.... S’egli fosse stato almeno sicuro d’averla sempre al suo fianco!... Ma qualche volta gli correva un brivido per le vene e se la stringeva al petto quasi per proteggerla da un nemico invisibile che dovesse improvvisamente portarsela via.

Ella non s’accorgeva delle gravi preoccupazioni paterne; si sarebbe detto anzi che non le pesava quella sua manifesta inferiorità di fronte a’ suoi coetanei, che non sospettava l’esistenza o non la pungeva il desiderio di tutto ciò che l’era negato. O forse, come gli estranei la credevano una bambina, così si credeva una bambina anche lei.

Giorgio Leati, il suo grande amico, era entrato in collegio e non veniva a farle che poche visite all’anno durante lo vacanze. Ogni autunno la Maria trovava in lui qualche cambiamento; era sempre più aitante delle membra, più largo di torace e di spalle, più fiero, più maschio nello sguardo e nell’andatura. Passava poi per uno dei migliori della classe e non gli dispiaceva di sfoggiare la sua nascente dottrina. La Maria lo ascoltava incantata. E un giorno, appunto dopo una di queste visite e mentre il padre le raccontava certe fiabe di cui ell’era assai ghiotta, ella fece una singolare domanda: — Babbo, vi sono delle fate buone che con un colpo di bacchetta trasformino le persone piccole in persone grandi, le persone ignoranti in persone sapienti? — Rinucci ebbe una stretta al cuore e disse senz’alzare gli occhi: — Ma!... Ho paura che non ce ne siano più. — Ella sospirò: — Peccato! — E fu l’unica allusione da lei fatta alle sue condizioni.

Adesso che Giorgio Leati era quasi sempre lontano, la Maria non aveva più motivo di esser gelosa della cugina e le aveva ridonato la sua amicizia un po’ invadente e tirannica. La Tilde, fanciullona espansiva, si compiaceva di questo affetto riconquistato, e passava presso _la bambina_ (anche in casa degli zii la chiamavano così) tre o quattr’ore al giorno, raccontandole i pettegolezzi della Scuola superiore femminile, mettendo in canzonatura le singolarità grottesche di questo o quell’insegnante, biasimando la sguaiataggine di alcune suo condiscepole che si lasciavano pedinare per la strada e ricevevano bigliettini galanti. — A me — ella soggiungeva ridendo — questo non accadrà mai. Già son contro le tentazioni.

Alquanto più giovine della Maria (aveva l’età di Leati) la Tilde era allora nel periodo dello sviluppo ed era bruttina davvero, lunga, stecchita, con gli occhi pesti, con la tinta giallastra, con due braccia interminabili che parevano voler scivolar giù dalle maniche. Ed ella era persuasa non solo di esser brutta ma di dover rimaner tale. Diceva con una spallucciata: — Meglio così. Non verranno a seccarmi.... A me il matrimonio non piace.... Perchè si deve maritarsi?

Questo non lo capiva neanche la Maria. O che bisogno c’era d’avere un marito? La Tilde conchiudeva enfaticamente: — Noi due resteremo zitelle.

Senonchè la Tilde in brevissimo tempo subì una trasformazione radicale. Le linee della sua persona si fusero in bella armonia, la sua carnagione opaca acquistò chiaroscuri e riflessi, i suoi grandi occhi bruni su cui nessuno aveva fermata l’attenzione brillarono a un tratto di vivi splendori come le finestre d’una stanza che s’illumina improvvisamente. Chi non la vedeva da un pezzo durava fatica a riconoscerla. — È la Tilde Rinucci? — Quella ch’era un mostriciattolo? — È mai possibile?

Ella seguitava a venir dalla cuginetta ed era affettuosa, servizievole come il solito. Però non teneva più gli stessi discorsi, non aveva più gli stessi sarcasmi per le galanterie, per l’amore, pel matrimonio. La Maria la guardava triste e meditabonda; l’altra arrossiva; erano lunghi silenzi. Nell’andar via la Tilde si chinava a baciar la povera piccina, e nel suo bacio c’era una compassione immensa.

Quand’ella era uscita, la Maria pensava. — Ella l’ha avuta la sua fata, la sua fata buona. Per me non c’è niente.

Se avesse almeno potuto sapere una parte di ciò che sapevano gli altri, se non fosse stata costretta a vergognarsi quando gli altri parlavano in sua presenza delle loro letture, dei loro studi! A volte supplicava il babbo di farle insegnar qualche cosa, ed egli, con la morte nell’anima, rideva di queste sue ubbie, rassicurava che le donne sapienti sono intollerabili. Che se cedeva alle sue preghiere, alle sue lacrime, era ancora peggio. Ella non tardava a smettere, abbattuta di spirito, esausta di forze. Era troppo, troppo difficile.

Un’estate Giorgio Leati tornò in famiglia per tre mesi affine di prepararsi agli esami per l’Accademia militare. Rivide la Maria ch’era sempre uguale, ch’era sempre la bambina, e insieme con la Maria rivide la Tilde tanto diversa da quando l’aveva lasciata. Alla Maria diede del tu come in passato; con la Tilde non osò, e le chiese balbettando: — Come sta? — Avrebbe voluto dire: — La trovo tanto, tanto bella. — Ma se non glielo disse con la bocca glielo disse con lo sguardo. Ella lo intese e si fece del color della porpora. Egli, per distrarsi dall’impressione ricevuta, sedette accanto alla Maria, prese le manine di lei nelle sue, le raccontò mille aneddoti e la tenne di buon umore per un’oretta. — Vieni spesso, sai — ella gli disse.

Egli veniva ogni dopo pranzo e restava fino a sera avanzata. — Grazie, Giorgio, — diceva Rinucci — la mia povera Maria ti vede così volentieri.

Giorgio abbassava il capo. Egli sentiva di non meritar questi ringraziamenti: non veniva per la Maria, ma per la Tilde. Anzi avrebbe voluto non venire, ma una forza maggiore di lui guidava i suoi passi là dove sapeva d’esser aspettato. Eppure fra la Tilde e Giorgio non s’erano scambiati una parola d’amore; solo i loro occhi s’erano incontrati più volte, solo le loro mani s’erano intrecciate in qualche stretta furtiva. Per stordirsi raddoppiavano di sollecitudini verso la Maria ch’era anche più debole del consueto, si discervellavano per intrattenerla con storielle piacevoli, la reggevano quand’ella voleva alzarsi e camminare, le rassettavano i guanciali sotto la testa quando si metteva a giacere.