Prima di partire

Part 22

Chapter 223,448 wordsPublic domain

— Venti minuti giusti, nè uno di più nè uno di meno, — disse la giovinetta entrando proprio in quel punto. Ella vestiva un abito di lana celeste con guarnizioni di _peluche_, portava al collo un filo di corallo, e buccole pur di corallo agli orecchi. Nei folti e lucidi capelli aveva intrecciato un nastrino di velluto rosso che ne faceva meglio spiccare il colore castano scuro e dava risalto ai suoi occhi bruni e vivaci. Del resto non aveva lineamenti regolarissimi, nè poteva dirsi bella nello stretto senso della parola, ma la persona agile e svelta e l’espressione della fisonomia dolce ed arguta ad un tempo la rendevano preferibile a molte vantate bellezze.

— Sfido un’altra a far così presto, — ella continuò avanzandosi verso lo zio, che, suo malgrado, era rimasto colpito dalla geniale apparizione. Ma egli era armato contro le seduzioni e rispose in tuono burbero: — Bene, bene.... E che necessità c’era di mettersi in fronzoli?... Tutte civette, le donne....

— Oh zio, mi son messa il vestito buono e i coralli che mi ha regalato lei il mese passato.... Dovevo lasciarli sempre chiusi in cassetto?

— Non dico questo.... Se ci fosse qualcheduno a pranzo.... Domani, per esempio....

— Oh, pegli estranei.... Se però esige che vada a mutarmi di nuovo...?

— Sì, per non finirla più.... Hai dato gli ordini in cucina?

— No, veramente.... Volevo darli adesso....

Bedeschi mise un’esclamazione poco parlamentare e tirò con violenza il campanello.

Si presentò Battista.

— Il pranzo è pronto? — chiese il colonnello con voce tuonante.

Il servo guardò la signorina.

— Non guardate la signorina, guardate me, e rispondete.

— Ma, — balbettò Battista. — Dev’esser pronto tutto.... tranne il dolce.... che la cuoca dice che non sarà pronto mai....

— Gelosia di mestiere, — rimbeccò la Bice.

— Se tutto è pronto, tranne quello che non sarà pronto mai, — ripigliò il colonnello, — scodellate la minestra immediatamente.

Battista voleva soggiungere qualcosa, ma la padroncina con un gesto di rassegnazione lo pregò di tacere.

Di lì a poco, nel salotto da pranzo bene riscaldato ed illuminato, zio e nipote sedevano a tavola l’uno di fronte all’altra e parevano entrambi in poco felici disposizioni d’umore. Lo zio trovava da ridire su tutte le pietanze, la nipote, d’ordinario chiacchierina e vivace, s’era ammutolita ad un tratto, e in preda a una singolare inquietudine s’agitava sulla sedia, tendeva l’orecchio ai più lievi rumori, e alzava ogni tanto gli occhi verso la mostra d’un orologio.

La Bice arrossì come uno scolaro colto in fallo, e disse: — Osservavo ch’è molto tardi.

— Bella scoperta! Di chi la colpa?

In quel momento si sentì una scampanellata alla porta di strada; la Bice balzò fuori della stanza, e Battista, che quella sera serviva peggio del solito, rovesciò una bottiglia di vino sulla tovaglia.

— Imbecille! — urlò il padrone. E avrebbe aggiunto chi sa quali altri epiteti se non fosse stata la curiosità di saper chi era venuto.

— Andate di là, — egli ordinò al domestico che non se lo fece ripetere due volte, — e tornate subito a dirmi chi è.

Ma Battista non tornò subito. Tornò invece la Bice con una strana espressione nella fisonomia, e si fermò sulla soglia.

— Ebbene? Che cos’è successo? Siamo in un ospedale di pazzi? — chiese il colonnello.

— Oh zio, — rispose la ragazza. — Se mi fa quei visacci non ho coraggio....

— Finiamola.... Chi è venuto?

— È venuto.... un forastiero....

— Un forastiero.... Chi?....

La Bice esitava.

— Chi, in nome del cielo?

— Oh sa, faccio come nelle commedie, io.... Avanti, Federico.

E tirò a sè il battente dell’uscio, dietro a cui si trovava Federico in persona.

Si ha un bell’esser corazzati contro le debolezze umane, si ha un bel voler foggiarsi sul tipo inflessibile di Bruto primo e di Manlio, allorchè un figliuolo che si credeva di non rivedere per un gran pezzo vi compare dinanzi all’improvviso, e con uno sguardo più eloquente d’ogni parola vi chiede perdono de’ suoi trascorsi e ridomanda la sua parte di affetto e il suo posto al focolare domestico, è impossibile non cedere al bisogno di spalancargli le braccia. Il tempo delle riflessioni verrà, verrà forse il tempo di pentirsi dell’aver ceduto a questo primo movimento; intanto il cuore, sia pur di sorpresa, riporta una vittoria che non è mai senza conseguenze per l’avvenire.

Tutto ciò accadde al colonnello Bedeschi, il quale faceva inutili sforzi per nascondere la propria emozione, e girando intorno a questo figlio piovutogli dall’Inghilterra e divorandolo con gli occhi, tradiva la sua sollecitudine con una sequela di domande: — Non sei mica malato, eh? — Non hai mica patito freddo per viaggio? — Sei stanco? — Hai ancora da pranzare?

E mentre Federico ch’era un florido giovinetto sui ventitrè anni gli rispondeva che stava benissimo, che s’era rifocillato a Verona, ma che nondimeno avrebbe preso volentieri una tazza di brodo, il colonnello scoteva il braccio della Bice.... — Via, perchè non ti muovi?... E dov’è quello stupido di Battista? O non c’è del brodo caldo in cucina?

— Ce n’è, ce n’è.... Ecco Battista con la zuppiera. È provvisto alla cena, alla camera, a tutto....

— Tu sapevi dunque?

— Naturalmente.

— E anche la servitù?

Battista evitava lo sguardo del padrone. Federico non alzava il naso dal piatto. La Bice sola, imperterrita, affrontava il fuoco.

— Anche la servitù. Da questa mattina.... L’avevo detto io.

— Ma perchè tanti sotterfugi?

— Ecco.... — principiò Federico al quale sembrava poco cavalleresco il non accorrere in aiuto a sua cugina.

Ma il padre lo interruppe. — Tu bada a mangiare. La Bice ha la lingua sciolta.

— Oh, — ripigliò questa, — mi spiccio in due parole. Se Federico scriveva a lei che non ne poteva più delle nebbie di Londra, che provava un bisogno imperioso di riscaldarsi al sole d’Italia, di rivedere la casa, la famiglia, insomma se le chiedeva il permesso, lei non glielo avrebbe dato, e allora come si faceva a disubbidire?... Invece di scrivere a lei, Federico scriveva a me.... Non era un segreto la nostra corrispondenza....

— No, certo; però non mi sarei immaginato che ne usaste per cospirare. Alle corte, quel permesso che forse non avrei dato io, l’hai dato tu.

— Al momento opportuno ho incoraggiato Federico a perorar la sua causa in persona. Lo assicuravo che suo padre era un uomo severo, ma un cuore come ve ne son pochi....

— Basta, basta, — disse il colonnello. — È inutile dorare la pillola. — Indi rivolgendosi al figliuolo: — E il mio amico Giraldi, il tuo principale, è anche lui della congiura? Son sei o sette mesi che non mi manda una riga.

Federico estrasse del taccuino una lettera e la porse al padre.

— Oh! — disse questo. — Son due lettere, una dentro dell’altra.

— Leggi e vedrai.

Giraldi scriveva ad Annibale Bedeschi lodandosi della condotta e della intelligenza di Federico, ma soggiungendo che non gli pareva uomo nato pel commercio, e che, secondo lui, era molto meglio lasciargli studiar l’arte per la quale mostrava disposizioni singolari. In prova di che inchiudeva un biglietto del celebre Whitty, uno dei primi pittori di Londra, che aveva visto i disegni del giovine e ne traeva i più lieti pronostici per l’avvenire.

Il colonnello diede un’occhiata al biglietto in questione. — È in inglese! — egli esclamò. — O che che cosa devo capirci io?

Federico si offerse di tradurlo. Ma la Bice propose di rimetter le spiegazioni al domani. Erano tutti stanchi, e Federico in particolare cascava dal sonno.

— È vero, — assentì il colonnello. — Federico dovrebbe andarsene a letto.

A questo punto la Bice si picchiò la fronte con la mano. — E il mio dolce? Battista, fate il piacere di domandarne conto alla cuoca.

Il cugino mise un’esclamazione ammirativa. — Anche di pasticceria te ne intendi?

— Un poco.

— Uhm! — fece il colonnello.

Battista rientrò in salotto con aria contrita, e depose davanti al padrone un piatto che conteneva un oggetto informe.

— È questo il tuo dolce? — chiese ironicamente lo zio dopo alcuni vani tentativi di fenderne la crosta col coltello.

La Bice, mortificata, non riconosceva più l’opera sua. — Così me lo hanno ridotto?

Federico non potè trattenere una sonora risata.

— Hai torto di ridere, — disse la giovinetta. — Quella, vedi, è tutta malizia della cuoca, invidiosa de’ miei trionfi. Un’altra volta....

— Non c’è altra volta che tenga, — protestò il colonnello. — Basta una, ce n’è d’avanzo.

La Bice si strinse nelle spalle. — Il mio dolce avrà servito a ogni modo a far ritardare il pranzo. Se la corsa fosse arrivata in orario, Federico avrebbe desinato con noi, anzichè trovarci alle frutta.... E adesso....

— O che c’è ancora?... Non volevi che tuo cugino andasse a riposarsi?

— Sì, ma poichè rimane un sorso di vino nei bicchieri faccio un brindisi ai due assenti Vittorio e Augusto.

— Con tutto il cuore, — risposero a una voce padre e figliuolo.

— Agli assenti e al reduce, — ella soggiunse.

— Sia pure.... Anche al reduce, — ripetè il colonnello avvicinando il suo bicchiere a quello di Federico. — Abbiamo però sempre dei conti da regolare.

. . . . . . .

Quando Federico si mosse per salire nella sua camera, la Bice lo accompagnò fino sul pianerottolo. Egli non aveva parole abbastanza per ringraziarla, per esaltare il suo spirito, la sua bravura.

— Non facciamoci illusioni — ella disse. — Non cantiamo vittoria troppo presto.

— Con te, mia cara, si vinceranno tutte le battaglie, — replicò il cugino. E dopo una breve pausa, abbassando la voce e avvolgendola d’uno sguardo ch’esprimeva il più sincero entusiasmo: — Sai che ho fatto un’altra grande scoperta?

La Bice abbassò involontariamente gli occhi. — Quale?

— Che sei diventata proprio bella.... ma proprio.... non è già un complimento.

— Pazzo che sei! — disse la ragazza imporporandosi in viso. — Buona notte, buona notte. — El o piantò lì col lume in mano, incantato a guardarla.

. . . . . . .

Come si accomodassero le faccende il dì appresso, che conseguenze avesse nell’avvenire la _grande scoperta_ di Federico, a che risultato approdasse la visibile simpatia de’ due cugini, son tutte cose che non si possono saper subito.... Al Natale prossimo.... forse.

LA ZIA TERESA.

Quella sera, quando s’udì la scampanellata del postino, in casa dell’avvocato Ettore Gualtieri avevano appena finito di desinare. La cameriera entrò in salotto portando due giornali pel padrone e una grossa lettera coperta di francobolli per la signorina Amelia.

La signorina Amelia, una leggiadra giovinetta di forse diciott’anni, divenne rossa ed esclamò: — È della zia Teresa.

E agitando la lettera con aria trionfale soggiunse: — Scommetto che qui c’è la fotografia. Era tempo.

Con un oh, oh di curiosità tutti quanti si strinsero intorno all’Amelia. Erano in quattro, l’avvocato Ettore e la signora Luisa sua moglie, la Carolina, una ragazza in quell’età critica nella quale è arrischiato ogni pronostico sulla bellezza femminile, e Amedeo, un fanciullo sgarbato come sogliono essere i maschi dagli otto ai quindici anni.

— Bada che voglio i francobolli — gridò appunto Amedeo con la sua voce di pentola fessa.

— E io il monogramma — disse la Carolina.

L’Amelia fece un gesto d’impazienza. — Dio, che noiosi! Avrete i francobolli, avrete il monogramma, ma non istatemi addosso così.

L’avvocato allontanò col braccio i due importuni e diede alla sua figliuola maggiore un temperino perch’ell’aprisse la busta senza stracciarla.

Bisogna notare che, dal signor Ettore in fuori, nessuno dei presenti aveva conosciuto questa zia Teresa. In primo luogo, dei giovani ella non era zia ma prozia; aveva cioè sposato molto tempo addietro uno zio dell’avvocato, un Gualtieri anch’esso, dimorante a Nuova York fin dal 1849 e arricchitosi colà negli affari. Al momento del matrimonio il signor Temistocle (l’uomo si chiamava così) aveva quarantacinqu’anni ed ella ne aveva venti, nè alcuno credette ch’ella lo prendesse per inclinazione. Comunque sia, questo signore, tanto più vecchio della moglie, s’era conservato vispo ed arzillo e veniva ogni due anni in Italia; ella invece tra per le cure da prestarsi al padre che l’aveva seguita in America, tra per gli acciacchi di cui si lagnava, non aveva più ripassato l’Oceano.

Erano queste le ragioni ch’ell’adduceva scrivendo all’Amelia, ma il marito, ne’ suoi viaggi in Europa, affermava che la ragione vera era la pigrizia, era la paura del mare.

— La salute — egli soleva ripetere — l’ha buonissima, e ingrassa di giorno in giorno. Anzi, inter _nos_, questo potrebb’essere un altro dei motivi pei quali le ripugna di tornare dove c’è tanta gente che se la ricorda giovine e bella.... Donne, sempre donne.... Già, ne avete la prova.... ha perfino scrupolo di farsi fare il ritratto per mandarvelo.

Alla lunga, come si vede, lo scrupolo ella lo aveva vinto, e la lettera giunta quella sera all’Amelia conteneva realmente la sospirata fotografia.

Bisogna convenire che la prima impressione fu tale da richiamare alla memoria le parole poco galanti del signor Temistocle. La zia Teresa aveva l’aspetto d’una donna attempata, più florida del necessario, senza studio d’eleganza nel vestito ch’era liscio, d’una sola tinta scura e chiuso fino al collo. Nei capelli spartiti sulle tempie e ravviati dietro alle orecchie era appuntato un velo nero; la mano sinistra non si vedeva, la destra, appoggiata sulla spalliera della poltrona, si protendeva troppo innanzi e appariva di proporzioni esagerate. Gli occhi ch’erano stati bellissimi, che si capiva dover essere belli tuttora, erano guastati dalla fotografia mancante assolutamente di nitidezza e di rilievo.

Vi fu un breve silenzio durante il quale un osservatore attento avrebbe potuto notare nel volto della signora Luisa un risolino di trionfo che contrastava con l’aria malsoddisfatta degli altri e specialmente dell’avvocato. — È questa la zia Teresa? — parevano domandare i ragazzi. E l’avvocato: — È proprio lei?

Amedeo ruppe il ghiaccio. — Sapete a chi somiglia?... Alla signora Venosti.

Il babbo gli slanciò uno sguardo fulmineo. — Sciocco!

Anche l’Amelia protestò con gran vivacità.

Ma la signora Luisa venne in aiuto del figliuolo. — Amedeo non ha tutti i torti. La ricorda....

— No, mamma, no, — rimbeccò l’Amelia che non poteva tollerare questi paragoni tra una zia dilettissima e una conoscente ridicola da lei messa in canzonatura infinite volte.

— Si fa presto a dir no, — insistè la signora Luisa. — È un fatto.

Il signor Ettore perdette la pazienza. — Insomma vorrei sapere dove la si trova questa famosa rassomiglianza....

— Nella bocca, per esempio....

— Oh santo cielo. Nella bocca?... Se la Venosti non ha quasi più denti....

— E in questo ritratto, con tua licenza, la bocca è chiusa e non possiamo sapere se i denti ci siano o non ci siano. E poi il taglio della bocca non ha nulla a che fare coi denti....

— Via, mamma, — ripigliò l’Amelia, — la Venosti ha più di sessant’anni.

— E credi forse che tua zia sia una bambina?... I suoi cinquanta deve bene averli....

L’avvocato fece un energico segno negativo col capo. — Nemmen per sogno.

— O quanti allora?

— È un conto semplice. È nata nel 1843 e siamo nel 1888.

— Da ottantotto a levar quarantatrè rimangono quarantacinque, — esclamò Amedeo per mostrar la sua perizia nell’aritmetica.

— Precisamente quarantacinque, — ripetè il signor Ettore.

— Più quelli della balia, — soggiunse sghignazzando la moglie.

— È una bella ostinazione, — replicò l’avvocato. — Vuoi un’altra prova? La Teresa si sposò nell’agosto 1863, venticinque anni fa, nè più nè meno.... E aveva compiuto i vent’anni in quel mese stesso.

— Sarà, — disse la signora Luisa con quella riluttanza che hanno le donne a darsi per vinte, soprattutto in certe questioni. — A ogni modo se non sono che quarantacinqu’anni non gliene faccio le mie congratulazioni.... Ne mostra molti di più.

Frattanto l’Amelia, che aveva scorso rapidamente la lettera della zia, ne lesse una mezza pagina ad alta voce: “È la prima volta che vado dal fotografo dacchè ho lasciato l’Europa. E ci andai per contentarti. Desidero in compenso di aver le fotografie rinnovate di tutti voi altri. Ho la tua, quelle di tua sorella e di tuo fratello, ma le ultime rimontano al 1885 e ritengo che ne avrete di più recenti. Non ho poi quelle della tua mamma e del tuo babbo, e mi sarebbe così caro di averle.... Il tuo babbo mi trova molto cambiata, non è vero? Eh, il tempo passa per tutti, e per noi donne passa più presto che pegli uomini.„

— Bisogna tornar da Vianelli, — disse l’Amelia ripiegando il foglio.

— Torniamoci addirittura domani. — propose la Carolina.

— Oh, — replicò la madre, — ci andrete voi. Io farò tirar qualche altra copia dei ritratti del 1885, quelli che ci siam fatti, il babbo ed io, pochi mesi dopo dei vostri.

E rivolgendosi al marito: — Mi sembra che anche tu potresti spicciarti allo stesso modo.

L’avvocato sorrise. — No, io voglio esser sincero. Non voglio farmi passar per più giovine di quello che sono. È giusto che la zia Teresa trovi cambiato me come io trovo cambiata lei.

Questa dichiarazione in cui c’era una punta d’ironia crebbe le disposizioni irascibili della signora Luisa. — Io non sono tenuta ad aver tanti scrupoli, ella disse con piglio acre. — La zia Teresa non mi ha conosciuta e non può quindi trovarmi cambiata. Già non crederei d’esser così cambiata in tre anni.

La signora Luisa, sebben rasentasse la quarantina, aveva ancora le sue pretese.

Il marito non le diede la soddisfazione di rilevare le sue parole, ma si mise a sgridare Amedeo che, uscito un momento dalla stanza, vi rientrava con malagrazia rovesciando una seggiola sul suo passaggio.

Avvezzo ai rimproveri paterni, il ragazzo si limitò a rialzare la seggiola e posò un grosso album sulla tavola. — Me li lasci levare questi francobolli? — egli chiese all’Amelia stendendo la mano verso la busta.

— Aspetta un momento.... Non scappano mica....

— Giacchè ho qui l’album....

La Carolina ricordò timidamente che doveva avere il monogramma.

— Lo so, lo so, l’ho già sentito.... Son gusti incomprensibili.... Ne avete non so quanti di questi francobolli di Nuova York, di questi monogrammi della zia Teresa.... Giurerei che non avete altro nei vostri splendidissimi album....

— Oh sì! Io ho quarantotto francobolli tutti diversi....

— E io ventitrè monogrammi.... tutti magnifici....

— Figuriamoci....

Mentre i figliuoli si bisticciavano, la signora Luisa s’era rimessa a guardare la fotografia, e, siccome ell’era di quelle che nelle dispute non la finirebbero mai, riattaccò il discorso al punto di prima.

— Che col tempo le linee della fisonomia e della persona si modifichino, è troppo naturale — ella disse riconsegnando il ritratto all’Amelia; — ma altro è modificarsi, altro è trasformarsi.... E a me non entrerà in mente che questa donna sia stata bella.

Gualtieri si strinse nelle spalle. — Ce ne furono poche di belle come lei.

— Basta sentir lo zio Temistocle, — notò l’Amelia.

— Oh, lui, s’intende, — rispose la madre. — Se l’ha sposata senza un soldo è segno che a lui pareva bella....

— _Pareva?_... Era bella, era bella.... con o senza il tuo permesso, — ribattè infastidito l’avvocato.

— Non riscaldarti il sangue.... È evidente che tutti e due, zio e nipote, la trovavate la Venere dei Medici.... Però una Venere che preferì chi poteva vestirla di porpora e di velluto.

La signora Luisa non aveva ancora terminata la frase imprudente ch’ell’era già pentita di essersela lasciata sfuggire. Ma ormai era troppo tardi.

Una fiamma passò negli occhi di Ettore Gualtieri. Pur si contenne e con una voce che l’emozione rendeva più penetrante, — Luisa, — egli disse, — a te non è lecito ignorare per qual ragione la Teresa Rosnati abbia sposato mio zio che aveva più del doppio della sua età e ch’ella non amava. Che se tu lo hai dimenticato, stimo opportuno di ricordartelo, anche perchè i nostri figliuoli, qui presenti, non giudichino male una zia che non hanno mai vista, che forse non vedranno mai, ma dalla quale non hanno ricevuto che gentilezze.... Oh non è una storia lunga.... La Teresa era le mille miglia lontana dall’idea di quel matrimonio quando suo padre, rovinato da cattive speculazioni, si trovò in procinto di fallire. Il suo maggior creditore era Temistocle Gualtieri, stabilito da un pezzo in America, ma giunto allora in Europa per uno de’ suoi viaggi d’affari. Corso a Venezia per questo minacciato fallimento, egli vide la ragazza, se ne invaghì e ne chiese la mano. Pur d’ottenerla, non solo egli accondiscendeva ad annullare il debito che il Rosnati aveva verso di lui e lo aiutava a liquidar onorevolmente la casa, ma gli offriva un posto lucroso nel suo banco a Nuova York. D’altra parte, egli diceva chiaro e tondo che, data una negativa, si sarebbe ritenuto sciolto da ogni riguardo e avrebbe pensato unicamente a tutelare i suoi interessi. Lo si sapeva uomo che parlava sul serio; non malvagio ma insofferente degli ostacoli e memore dello offese. Onde la giovinetta divenne arbitra delle sorti del padre; accettando la proposta che l’era fatta ne salvava la riputazione, lo sottraeva alle strettezze, assicurava alla vecchiaia di lui ch’era vedovo e senz’altri figliuoli un asilo comodo, decoroso, tranquillo presso l’unica persona di famiglia che gli restasse; rifiutando, lo esponeva all’onta e alla mortificazione del fallimento, lo costringeva a ricominciare sotto ben tristi auspici la lotta dell’esistenza.... Che cosa risolvere? Vi sono momenti terribili in cui, qualunque via si prenda, si calpesta qualche sentimento sacro, si manca a qualche dovere o verso sè o verso altrui; pur bisogna scegliere, perchè la vita c’incalza e le occasioni perdute non tornano.... Ebbene, la Teresa non volle ascoltare che la voce dell’amor filiale, e accettò.... Attribuire motivi men nobili alla sua condotta, supporre ch’ella fosse abbagliata dai milioni, che quello che fu per lei un sacrificio (e qual sacrificio!) fosse un calcolo vile.... oh è segno di una gran piccolezza d’animo....