Prima di partire

Part 16

Chapter 163,755 wordsPublic domain

Dal suo punto di vista medico, Gandolfi era contentissimo che la sua cliente si fosse scossa dal torpore doloroso in cui era immersa da un pezzo. Ed egli levava a cielo la combinazione da lui suggerita e in virtù della quale la signora Agnese aveva cinque mesi da pregustar la sua gioia. — E i beni che si sperano — notava il dottore filosofo — ci danno sempre maggior voluttà dei beni che si hanno. Se quella bimba fosse qui adesso, la signora Agnese comincierebbe già a crucciarsi pensando al momento di perderla; invece ella è felice pensando a quello di trovarla.

È innegabile che la signora Agnese, appunto facendo assegnamento sul non lontano ritorno dell’Ofelia, s’era rimessa prestissimo dalla commozione provata alla partenza del _King Arthur_. Era sempre in moto, sempre vispa e gioviale. Cosa insolita, la vedevamo spessissimo in banco. Ci veniva con mille pretesti, ma in fondo non le stava a cuore che una cosa sola; saper s’erano giunte notizie del capitano Atkinson, il quale aveva promesso di scrivere anche prima del suo arrivo a Hiogo.

E scrisse in fatti da Suez parlando a lungo dell’Ofelia che aveva continuamente in bocca la zia Agnese e dichiarava con grande solennità di voler mandarle una lettera. A tal fine prendeva un pezzo di carta, vi tracciava col lapis alcuni geroglifici, lo piegava in due e lo consegnava al padre con l’incarico di spedirlo a Venezia. L’Ofelia, seguitava il capitano, era buona e savia e consacrava ogni giorno un’oretta a combinar le parole coi caratteri mobili, sperando di ricevere e decifrare da sè qualche riga della _zia_ Agnese. Alla quale la bimba faceva sapere che Tom era in castigo perchè in un impeto di gelosia aveva spezzato in due il cane barbone, credendolo vivo. Infine, sempre per incarico della figliuola, il capitano assicurava la signora che la puppatola era benissimo conservata; solo che la sua voce cominciava a indebolirsi e diceva _mamma_ e _papà_ con meno enfasi di prima.... forse, osservava l’Ofelia, per effetto del mal di mare.

Si diede immediatamente comunicazione alla signora Agnese di questa lettera che interessava più lei che la ditta Prosperi e si può immaginarsi s’ella le facesse festosa accoglienza. Il giorno stesso ella mi chiamò per consegnarmi un biglietto in nitido stampatello destinato a

MISS OPHELIA ATKINSON to the care of Master George Atkinson of the english Steamer _King Arthur_.

Il biglietto venne inchiuso in una lettera nostra al capitano, impostata la sera stessa per Hiogo.

Ora bisognava rassegnarsi a un lungo silenzio, perchè il _King Arthur_ proseguiva direttamente pel Giappone senza poggiare a nessun punto intermedio.

Noi intanto avevamo sollecitato il nostro banchiere di Londra ad assumere qualche informazione precisa sul conto del capitano Atkinson, sul suo carattere, sulla sua famiglia, sulla malattia da cui era morta sua moglie, eccetera, eccetera. La risposta non si fece attender molto e le informazioni furono, nel complesso, assai favorevoli. Il capitano Atkinson, nativo di Glasgow, era da otto anni al servizio degli armatori del _King Arthur_, i quali non avevano che da lodarsene. Era uomo probo, intelligente, marinaio arditissimo, più colto di quello che non sogliono essere le persone della sua classe. Non aveva parenti prossimi; la moglie gli era morta pochi mesi addietro di tubercolosi acuta lasciandogli un’unica figliuola in tenera età che adesso viaggiava con lui.

Il punto nero era questo: la moglie morta di tubercolosi. La possibilità che la figliuola avesse ereditato i germi della malattia che aveva ucciso la madre impensieriva il signor Roberto e lo raffermava nella risoluzione di non permettere che l’Ofelia prendesse stabile dimora nella sua casa.

Ma di tutto ciò alla signora Agnese non fu tenuta parola. Era inutile affliggerla fuori di tempo.

In mezzo alle preoccupazioni di vario genere che l’amabile bambina del capitano Atkinson destava nei coniugi Prosperi era sfumata via la grande curiosità di saper eseguita dai signori Holiday la commissione del salottino giapponese. Però, in attesa dei gingilli che dovevano adornarlo, il salotto d’angolo aveva, per la servitù e pei padroni, preso già questo nome. Si era ormai avvezzi, domandando ove fosse la signora, a sentirsi rispondere: — Nel _salottino giapponese_. — Ella aveva sempre avuto una predilezione per questa stanza; adesso vi passava anche più ore del solito, perchè il resto del palazzo era sossopra a cagione dei ristauri. Invece il salotto d’angolo pel momento non si toccava, e l’unica novità che vi fosse era quella delle due fotografie dell’Ofelia e del _King Arthur_ che la signora Agnese aveva provvisoriamente collocate sopra un tavolino.

Povera signora Agnese! Me la ricordo seduta presso la finestra, intenta a ricamare od a leggere. M’aveva incaricato di comperarle qualche libro che trattasse del Giappone, e le avevo portato tre o quattro volumi ch’ella sfogliava con avidità.

— Capisco che questo non diventerà mai un salottino giapponese autentico — ella mi disse un giorno. — Prima di tutto è troppo grande, e poi vedo qui che veri e propri mobili i giapponesi non ne usano. Hanno un’infinità di gingilli e ninnoli graziosissimi e stuoie, e paraventi, e carte colorate, e specchi dipinti, e vasi, e tappeti, ma non hanno nè sedie, nè tavole, nè armadi, nè letti.... Basta; oggi le do il tè alla nostra maniera — ella soggiunse sorridendo; — nell’inverno prossimo le metterò davanti le tazzine e quel fornelletto di bronzo che i Giapponesi chiamano _tribacì_ e che serve per tenervi in caldo l’acqua, e lei, accoccolato per terra che ben s’intende, si leverà d’impiccio come potrà.

Di lì a poco cambiò argomento e mi chiese: — Dove sarà la nostra piccola viaggiatrice?

— Ma! — risposi. — Non saprei.... A due terzi di cammino.... Nei mari della China....

— Non vedo l’ora di ricevere l’annunzio telegrafico dell’arrivo a Hiogo. Perchè il capitano telegraferà subito, non c’è dubbio.... L’ho tanto pregato....

Io notai che in ogni caso avrebbero telegrafato i signori Holiday.

— Lo so, lo so — ella disse. — Ma non è la stessa cosa. I signori Holiday non inseriranno nel dispaccio neanche una parola che si riferisca all’Ofelia.... Questo non c’entra col vostro carico di riso.

Infatti, non c’entrava.

Dopo una breve pausa, la signora Agnese confessò che il suo trasporto per quella fanciulla meravigliava lei stessa e che suo marito aveva mille ragioni di rimproverarla di mancar di misura; ma certe cose non si discutono.... L’Ofelia l’aveva ammaliata.

— E forse — ella continuava — anche Roberto finirà col subirne il fascino, col desiderare ch’ella non vada più via. Si ha un bel dire: “L’Ofelia è un’incognita.„ Ma tutti i bambini sono altrettante incognite, persino i nostri quando ne abbiamo.... E se ci si decide a dare ospitalità a quelli che non son nostri, il meglio si è che i genitori o non ci siano, o siano lontani.... L’ho fatto l’esperimento dei figliuoli dei parenti, degli amici; l’ho fatto nel terzo e quart’anno del mio matrimonio.... C’era specialmente una bimbetta d’una mia cugina che si lasciava da noi per due, tre mesi di fila.... Però la madre veniva ogni tanto a vedersela e allora erano osservazioni su questo, su quello.... La mia cugina andò a stabilirsi in Francia col marito e con la figlia, e in quell’occasione io avevo giurato di non voler più saperne nè di quella bimba, nè di nessun’altra.... Giuramenti da marinaio.... Son nata mamma!

La signora Agnese si alzò e tendendomi la mano mi disse: — Sarà mio alleato, non è vero? Patrocinerà la mia causa con mio marito e col capitano Atkinson?

Balbettai qualche parola ch’ella interpretò nel senso più favorevole, e m’allontanai col presentimento di essermi messo per una via irta di triboli.

Questo colloquio era stato tenuto il lunedì o il martedì; la domenica, almeno una settimana prima di quello che si sarebbe creduto, giunsero due telegrammi da Hiogo, uno del capitano Atkinson che avvisava del suo felice arrivo, l’altro dei signori James Holiday e C., in cifra, che davano anch’essi la stessa notizia, assicuravano che si sarebbe posto mano al più presto alla caricazione del riso, e confermavano una lettera spedita per la posta circa al salottino giapponese. Non occorre dire che il capitano aveva introdotta nel dispaccio la frase voluta dalla signora Agnese.

Era il 20 di maggio. Il _King Arthur_ aveva compiuto il suo tragitto in quarantacinque giorni. Se il ritorno si compiva con una celerità uguale, accordato anche un mese per la caricazione, il bastimento si sarebbe rivisto a Venezia ai primi di agosto.

Queste notizie e queste previsioni empirono d’allegria il banco e la casa. Per la ditta Prosperi l’operazione non poteva presentarsi sotto migliori auspici e c’era ormai la certezza di vendere tutta la partita con un larghissimo margine sul prezzo di costo. Era inoltre una vera compiacenza d’amor proprio l’aver iniziato un nuovo commercio con quei lontani paesi. Gl’imitatori non sarebbero mancati, e già si sapeva che i nostri rivali, i fratelli Gelardi, stavano trattando l’acquisto d’un carico simile al nostro. Poco importava. Per presto ch’essi facessero non avrebbero ricevuto la merce che un paio di mesi dopo di noi, e a noi sarebbe sempre rimasto il merito di averli preceduti.

La signora Agnese si curava mediocremente di tutto ciò; quello che la colmava di gioia era l’avvicinarsi del momento che la piccola Ofelia sarebbe stata a Venezia, sua certo per qualche mese, sua forse per sempre. Per creanza, ella mostrava talvolta di prendere interesse anche all’affare in sè e indirizzava al signor Roberto mille domande a cui egli rispondeva evasivamente, con un sorrisetto scettico. — Via via, — egli le diceva — vorresti negarmi che se il _King Arthur_, invece di contenere nella capace sua stiva una sessantina di mille sacchi di riso, contenesse soltanto una bionda fanciulla di cinque anni chiamata Ofelia, per te sarebbe precisamente lo stesso?

Ella protestava. — No, no, lo stesso, no....

— Quasi lo stesso allora — replicava il marito. — Sei contenta così?

Tre settimane dopo i dispacci annunzianti l’arrivo del bastimento ne giunse un altro importantissimo dei signori Holiday. La caricazione del riso era terminata; il salottino giapponese era stato incassato e non mancava che di portarlo a bordo; il capitano si proponeva di partire al più presto.

Quello fu un giorno di gran lavoro pel banco Prosperi. Si fece una colossale rimessa di cambiali su Londra ai nostri banchieri Eliot Green e C., per coprirli delle tratte che i signori Holiday avevano certo spiccato sopra di loro, e si provvide senza ulteriori indugi alla sicurtà che fu assunta da più Compagnie per la somma cumulativa d’un milione di lire in cui era compreso anche l’utile probabile. Il salottino giapponese venne assicurato a parte per 25 mila lire.

Infine il lunedì 18 giugno 1878 alle cinque pomeridiane (ricordo il giorno e l’ora) capitò un nuovo e ultimo telegramma, brevissimo, dei signori Holiday, avvisandoci che il _King Arthur_ era uscito quella mattina dal porto di Hiogo.

— Non sarebbe da stupirsi — disse qualcuno — se il carico fosse qui prima delle polizze.

Intanto la posta, ora per la via di Hong-Kong, Singapore e il Mar Rosso, ora per quella di San Francisco, Nuova York e l’Atlantico, recò una serie di lettere che i fulminei telegrammi avevano preceduto. Lettere dei signori Holiday, lettere del capitano Atkinson, e persino un foglietto per la signora Agnese con tre parole dell’Ofelia, della quale evidentemente s’era condotta la mano: _Many kisses-Ophelia_. E il capitano Atkinson nell’inviar questo prezioso autografo dava minuti ragguagli sulla sua figliuoletta che non aveva sofferto nemmeno un’ora di mal di mare e non aveva avuto nemmeno un capriccio; o a meglio dire ne aveva avuto uno solo, quello di tener qualche volta il broncio al suo babbo perchè non faceva venir la _zia_ Agnese. Del resto la _zia_ l’avrebbe trovata cresciuta di statura e florida d’aspetto. Anche Tom, dopo quella sua birichinata in principio del viaggio, s’era condotto benissimo. Non solo aveva adempiuto scrupolosamente ai suoi due uffici di custodir l’Ofelia e di dar la caccia ai topi, ma s’era altresì reso meritevole di una decorazione salvando, con lo slanciarsi spontaneamente nell’acqua, un mozzo che stava per affogare. Figuriamoci, scriveva il capitano, ciò che farebbe quella buona bestia se, Dio guardi, l’Ofelia avesse a correre un pericolo analogo!

Una delle lettere dei nostri corrispondenti di Hiogo conteneva un lungo poscritto relativo al salottino giapponese, poscritto vergato tutto quanto dalla mano di M. James Holiday in persona, il quale si dichiarava lietissimo di rendere un piccolo servigio all’egregio signor Prosperi e alla sua _most gracious lady_, da lui rammentata con rispettosa ammirazione. Il detto signore confidava di poter raccogliere in brevissimi giorni tutti gli oggetti necessari per l’arredo del salottino, pagandone una somma inferiore a quello che i suoi amici eran disposti a spendere. Egli si riprometteva eziandio, in un suo futuro viaggio in Europa, di visitare questo salotto alla cui formazione egli avrebbe contribuito e di prendervi una tazza di tè, preparata dalle mani della più gentile signora ch’egli avesse avuto la fortuna di conoscere ne’ suoi viaggi.

Queste galanterie dettele in faccia sarebbero parse alla signora Agnese sciocche e dozzinali; avrebbero provocato sulle sue labbra uno di quei motti freddi ed alteri con cui ella scoraggiava i corteggiatori, e riusciva, lei, bella, ricca, elegante, a tenerne lontano lo sciame importuno. Venute invece dal Giappone attraverso migliaia e migliaia di miglia, esse lusingavano il suo amor proprio, la empivano di gratitudine, la facevano arrossire di compiacenza.

Seguirono altre lettere di minor conto, finchè nella prima settimana d’agosto ne capitò una portante la data dell’ultimo telegramma, 18 giugno. Essa confermava la partenza del _King Arthur_, conteneva le polizze di carico, le fatture del riso, e la nota delle tratte emesse da Hiogo sui banchieri Eliot, Collins e C. Nell’importo di queste tratte era compreso anche il valore del salottino giapponese che ammontava, se non mi falla la memoria, a qualcosa meno di 800 lire sterline. I signori Holiday avvertivano di aver consegnato al capitano la distinta particolare degli oggetti e dei prezzi.

Inchiuso nel foglio dei signori Holiday c’era pure un bigliettino di Master Atkinson coi saluti e i baci dell’Ofelia per la zia Agnese.

La previsione che il bastimento arrivasse prima delle polizze di carico, non s’era avverata. Ma in ciò non v’era nulla di straordinario, tanto più che l’ultima posta aveva preso la via di San Francisco, la quale, se si trovano le coincidenze esatte, porta sempre qualche risparmio di tempo. Bisognava aspettare. E aspettammo.

V.

Aspettammo per alcuni giorni con la massima calma e serenità. La signora Agnese era di buonissimo umore e dava l’ultima mano alla cameretta ch’ella aveva preparata per la piccina. Era tormentata, pareva almeno, da un unico dubbio. Si doveva tenersi anche Tom? E, in ogni caso, era probabile che il capitano volesse privarsene? E, se non voleva, che dispiacere non sarebbe stato quello per l’Ofelia?

— Quando non ci fosse che questo, — replicava il signor Roberto che aveva preoccupazioni d’altra natura, — le procureremo un cane di Terranuova identico a Tom. I fanciulli si consolano presto.

I più impazienti erano i sensali a cui premeva di veder meglio che sui campioni la qualità di questo riso, sconosciuto fino allora a Venezia. Avevano già in serbo gli ordini dei loro clienti e anelavano d’eseguirli. D’altra parte appunto per l’incertezza della qualità, nè essi si credevano autorizzati, nè noi desideravamo di vender la merce viaggiante. Si contentavano di prender, come si direbbe, una specie di prenotazione. Taluno ci susurrava all’orecchio che non dovevamo tener troppo alte le nostre pretese, che i fratelli Gelardi stavano facendo anch’essi un carico a Hiogo e che questo solo annunzio bastava a raffreddare il mercato. Spauracchi vani. A ora che il carico dei Gelardi arrivasse, la nostra operazione sarebbe liquidata da un pezzo.

Però, alla metà d’agosto il _King Arthur_ non era ancora giunto. Telegrafammo a Suez per sapere se esso fosse passato di là; ci si rispose di no. Evidentemente la sollecitudine eccezionale del viaggio di andata ci faceva troppo esigenti pel viaggio di ritorno.

E continuammo ad aspettare. Ma non più con la stessa tranquillità di spirito.

Si capiva che la sorte del bastimento cominciava ad impensierir tutti.

Non potevamo andar alla Borsa senza che ci si domandasse: — E questo _King Arthur_?

E si trovava stranissimo, non tanto il ritardo, quanto la mancanza d’ogni notizia. Come mai il capitano, seppur costretto a ripararsi in qualche porto per cagion d’avaria, non aveva spedito un dispaccio?

La signora Agnese aveva per un pezzo usato violenza a sè stessa, s’era stordita proponendosi di dar la baia a Master Giorgio pel suo ritardo e facendo mille castelli in aria sulla villeggiatura autunnale con l’Ofelia; poi questa commedia era divenuta superiore alle sue forze ed ella non dissimulava più la sua inquietudine. Scendeva, saliva dalla casa al banco, dal banco alla casa; fissava addosso certi occhi scrutatori; non aveva pace un minuto.

Prosperi invitava ogni giorno due o tre persone a desinare. — Quando siamo soli a tavola, mia moglie ed io — egli diceva — o il discorso cade fatalmente sul _King Arthur_, o si tace.... E se si tace, è ancora peggio.... Quello sciagurato legno, è lì, in mezzo a noi.

Pur troppo esso era sempre lì, per quanti fossero i commensali, per quanto svariati gli argomenti che si mettevano sul tappeto. Si vedeva subito che non c’era rispondenza fra la parola e il pensiero, come non c’è mai allorchè lo spirito è occupato da una cura più grave.

Dopo uno di questi lugubri pranzi al quale avevo partecipato anch’io, la signora Agnese mi chiamò in disparte con un pretesto, e mi disse a voce bassa ma vibrata: — Mi si nasconde qualche cosa. È impossibile che non sia successa una disgrazia al _King Arthur_.

Le diedi la mia parola d’onore che non le si nascondeva nulla perchè realmente non si sapeva nulla. Tentai quindi alla meglio di dissipare le sue apprensioni. Certo il viaggio aveva una durata maggiore della prevista, ma le combinazioni son tante: contrarietà di venti, deficienza di combustibile, guasto alla macchina....

— Naufragi — soggiunse la signora Agnese guardandomi bene in faccia.

— Sì, anche naufragi — risposi. — Ma questi si vengono a sapere.

— Sempre? — ella insistè.

— Quasi sempre — diss’io.

— Ah, _quasi_ — ella ripetè cupamente. — Ci son dunque esempi di navigli perduti senza che rimanga alcuna traccia di loro, senza che si salvi un uomo dell’equipaggio, senza che una tavola galleggiante sul mare dia un indizio della catastrofe?

Non potei negarle che di questi casi ce ne fossero, ma erano così rari, così eccezionali da non doverci fermare il pensiero.

— Perchè vede, Ceriani — ella ripigliò — non so come sopporterei l’annunzio positivo d’una sciagura; so che l’incertezza mi ucciderebbe.... Ma, in nome del cielo — seguitò la povera signora attorcigliando nervosamente il fazzoletto alle dita — si è poi fatto tutto quello che si doveva per chiarire questo mistero?... Mio marito lo afferma; io non lo credo.

Le enumerai le lettere, i telegrammi che si erano spediti; l’assicurai che si sarebbe tornato a scrivere, a telegrafare.

Ella si strinse nelle spalle. — Scrivere? Telegrafare?... Ah se fossi un uomo!

Qualcuno s’avvicinava, ed ella mi lasciò con queste parole, slanciandomi uno sguardo metà di preghiera, metà di rimprovero.

Che pretendeva mai la signora Agnese? Ch’io andassi alla ricerca del _King Arthur_ come Stanley era andato alla ricerca di Livingstone?... Ohimè, l’impresa dello Stanley era stata una follia sublime; la mia non sarebbe stata che una follia ridicola.

Nè la signora Agnese me ne riparlò nei giorni seguenti. La sua agitazione febbrile aveva ceduto il posto a una calma apparente che ci impensieriva ancora di più. Ella stava per lunghe ore sdraiata sulla sua poltrona nel _salottino giapponese_, senza un libro, senza un lavoro, immersa in un cupo silenzio. A colazione, a pranzo, toccava appena il cibo, pronunziava appena qualche monosillabo, si faceva una legge di non menzionar mai nè il _King Arthur_, nè il capitano Atkinson, nè la piccola Ofelia. Solo una volta ella scattò dalla seggiola quando il dottor Gandolfi le suggerì un viaggetto di un mese. — Quest’anno non mi muovo da Venezia — ella risposo in tuono secco, reciso.

Passavano i giorni, passavano le settimane. Eravamo venuti a sapere d’un tifone che aveva infuriato nei mari della China fra il 25 e il 28 di giugno ed era penetrato nei nostri animi il convincimento che in quella occasione appunto il _King Arthur_ si fosse perduto con tutto l’equipaggio. Ma mentre si conoscevano i nomi d’altri legni ch’erano scampati miracolosamente al pericolo, e sbattuti, malconci avevano dovuto ripararsi in qualcheduno di quei porti, del _King Arthur_ nessuno poteva dir nulla. Nessuno lo aveva visto dopo la sua partenza da Hiogo.

Anche i danni materiali d’un simile stato di cose erano gravissimi. Le rimesse fatte a Londra per rimborsare il nostro banchiere importavano circa ottocentomila lire, somma della quale c’era forza rimaner scoperti finchè fosse spirato il termine necessario per acquistare il diritto d’abbandono verso le compagnie assicuratrici, e non c’è casa di commercio, per potente che sia, a cui non dia degl’impicci l’immobilizzare un capitale di quasi un milione.

Inoltre tutti i vantaggi sperati da un’iniziativa che doveva riaffermare la superiorità della nostra ditta andavano in fumo per esser raccolti in gran parte dai nostri rivali, i Gelardi, che avevano commesso a Hiogo un carico di riso dopo di noi e che lo aspettavano entro l’ottobre col vapore inglese _The Iron Duke_. Noi l’odiavamo questa Iron Duke che seguiva la via tenuta dal _King Arthur_, che probabilmente sarebbe passato sul punto ove il _King Arthur_ era stato inghiottito dalle onde. Non credo che nessuno di noi gli augurasse un disastro, ma è certo che a sentirlo nominare ci si rimescolava il sangue. E lo si sentiva nominare così spesso. I sensali, che in attesa del _King Arthur_ avevano imbastito degli affari con noi, adesso, con la compunzione di chi fa una visita di condoglianza, venivano a sciogliersi da ogni impegno e a dirci della _dolorosa_ necessità in cui si trovavano di trattare coi Gelardi per l’acquisto della merce di prossimo arrivo con l’_Iron Duke_. E poi gli stessi Gelardi, alquanto vanitosi per loro natura, stimavano opportuno di comunicare ai giornali cittadini le varie tappe del loro bastimento. Era partito il tal giorno da Hiogo; aveva nel tal altro toccato Point-de-Galle; era passato per Aden, era a Suez.... Il comandante dell’_Iron Duke_ non faceva economia di telegrammi.

Finalmente, ai primi di novembre, una mattina, il bastimento entrò in porto e andò ad ancorarsi alla Giudecca, proprio dove, in aprile, era ancorato il _King Arthur_. Ed io procurai nella giornata medesima di vedere il capitano per chiedergli se gli fosse venuta all’orecchio nessuna voce circa al vapore che due mesi prima di lui aveva lasciato il Giappone alla volta di Venezia. Ma egli non ne sapeva più di quello che ne sapevamo noi.

Quando tornai in banco dopo questa mia pratica vana, il principale mi disse: — Mia moglie ha ragione. L’incertezza è il peggiore dei mali, e una speranza voluta conservare a ogni costo è una fonte perenne d’inquietudine.... Ma che speranza? — egli corresse con un gesto d’impazienza. — Noi non ne abbiamo più; noi non dubitiamo che il _King Arthur_ sia perduto.... Ci manca però la forza di rassegnarvisi finchè non abbiamo in mano un documento, una prova.... Ah, questa prova, questa prova chi ce la darà?