Prima di partire

Part 15

Chapter 153,712 wordsPublic domain

Tutta questa scena aveva visibilmente conturbato il signor Roberto, ed egli non me ne fece mistero. Non avrebbe condotta sua moglie a visitare il _King Arthur_, mi disse, se avesse supposto di trovare a bordo l’interessante orfanella. In fatto di bimbi, l’Agnese, che aveva pure un sano criterio, andava soggetta a degl’impeti irriflessivi. Ora li sfuggiva con affettazione, ora se ne appassionava fuor di misura. E il peggio era appunto quando se ne appassionava. Se si fosse limitata ad accoglierli con piacere, a voler averne spesso qualcheduno intorno a sè, poichè il ciclo, fino allora almeno, gliene aveva negati de’ suoi, sarebbe stata una vera fortuna. Ed egli l’avrebbe assecondata di tutto cuore. Era tanto lieto di vederla lieta. Ma le esagerazioni lo sgomentavano. È sempre fatale il dimenticare la realtà delle cose. È inutile; dei figli altrui non si poteva disporre come se fossero propri; poteva accadere che dovessero allontanarsi temporaneamente, che dovessero cambiar domicilio, ed egli sapeva per esperienza quante lacrime e quanti singhiozzi costasse a sua moglie il rinunziare a ognuno di questi sogni di maternità. Adesso quell’infatuazione per l’inglesina sarebbe finita con una delle solite crisi. Di lì a un paio di settimane, alla partenza del _King Arthur_, l’Agnese avrebbe sentito più che mai il vuoto della casa, sarebbe ripiombata nella tristezza e nello scoraggiamento.

In mezzo a queste savie riflessioni si capiva però che al signor Roberto non bastava l’animo di opporsi in modo risoluto alle fantasie della donna ch’egli adorava. E io che in principio lo tacciavo di debolezza non tardai a spiegarmi la sua condotta. Ho anzi un rimorso; di non aver contribuito a renderlo più pieghevole in un momento decisivo e solenne.

Senza volerlo e senz’avvedermene io entravo nell’intimità della famiglia. Nei dì successivi a quello in cui il principale m’aveva rivelato le sue apprensioni, ebbi a trovarmi parecchie volte con la signora Agnese che aveva persuaso il capitano Atkinson a lasciarle ogni giorno per qualche ora l’Ofelia e che affidava a me l’incarico di ricondurla a bordo quando non poteva accompagnarla lei stessa o quando il padre non poteva venirla a prendere.

Qual cambiamento nella signora Agnese! Non serbava la minima traccia di quell’alterigia che i miei colleghi le rimproveravano ad una voce; non aveva più quell’aria tra uggita e sprezzante che io pure avevo notata in lei; era affabile, espansiva, sempre dolce di modi, spesso col sorriso sul labbro. Ed ella era la prima a riconoscere questa sua trasformazione, e ne dava il merito all’Ofelia. — È così buona, — diceva, — che si diventa buoni a starle insieme. Già i bambini sono una gran benedizione del cielo.... È incomprensibile che ci sia della gente che non li può soffrire, o che tutt’al più li tollera come una molestia necessaria.... Ah se non ci fossero, sarebbe pur triste il mondo!

Non duravo fatica a darle ragione.

Ed ella seguitava: — Anche a lei, Ceriani, piacciono i bambini.... Si vede subito.... E non è mai sprecato l’affetto che si ha per loro.... Li dicono interessati, egoisti.... Non è vero.... Son meglio di noi grandi.... Noi altri invece ripaghiamo spesso l’amore con l’indifferenza, l’indifferenza con l’amore.... A loro ciò non accade.... Essi amano chi li ama.... L’Ofelia le vuol bene, sa?

Di tratto in tratto la signora Agnese sospirava: — Se avessi avuto figliuoli...!

Un giorno mi arrischiai a dirle! — Ne avrà.... È tanto giovine.

Ella tentennò tristamente il capo e i suoi occhi s’inumidirono.

Io assistevo a un dramma domestico, a un dramma semplice e toccante, quantunque non vi fosse in gioco nessuna di quelle che si ha l’abitudine di chiamar forti passioni. Non l’adulterio con le sue febbri, non la gelosia co’ suoi furori, non l’ambizione con le sue inquietudini. Due persone nel fiore degli anni, certo con diversità notevoli d’aspetto e di carattere, ma tutte e due sane di corpo, e con un gran fondo di rettitudine morale, due persone che s’erano unite sotto gli auspici più lieti a cui un capriccio della sorte avvelenava resistenza! Nella moglie un istinto esagerato della maternità che le rendeva incomportabile il non aver prole; nel marito, che pur si sarebbe rassegnato a questa sventura, un cruccio, un rodimento continuo di saper infelice una sposa per la quale egli avrebbe versato fin l’ultima goccia del proprio sangue, un’acuta mortificazione di sentirla sempre più fredda, più riluttante fra le sue braccia di mano in mano che s’affievoliva la speranza di ciò che agli occhi di lei nobilitava l’amore.

Altri particolari non ricercati, non chiesti, ma sorpresi facilmente sulle labbra di questo o di quello contribuivano a illuminarmi sullo stato delle cose. Si alludeva a consulti medici fatti sino dal secondo anno di matrimonio e ripetuti poi, a cure contradditorie qua e là, ora certi bagni, ora certe acque, ora la doccia, o il ferro, o l’arsenico. E io mi figuravo la signora Agnese, lei così poetica, così riservata nei modi, me la figuravo sottoposta a interrogatorî delicatissimi, offesa ne’ suoi pudori più intimi senza che il sacrifizio approdasse a nulla. Qual maraviglia che l’amore non fosse sopravvissuto a queste prove dolorose, o che almeno esso ne fosse uscito col germe di qualche male organico ed insanabile?

— Sicuro, — mi diceva il dottor Gandolfi, medico dei Prosperi, — sicuro, quella che i moralisti chiamano psicologia ha sempre una base fisiologica. — Ed egli soggiungeva che quest’era veramente un caso singolare. A nessuno dei due coniugi si poteva imputare la sterilità del matrimonio. C’erano novanta probabilità su cento che il marito avesse avuto figliuoli da un’altra moglie e la moglie ne avesse avuti da un altro marito. A questo punto il dottore ch’era un uomo di manica larga si divertiva a sciorinar delle teorie molto ardite e a citar dei versi d’un poeta latino sugli effetti benefici di certi strappi alla fede coniugale. — Guai però a chi osasse tener questi discorsi alla signora Agnese! — egli si affrettava a concludere.

Fatto si è che comprendendo le pene, le delusioni della signora Agnese, vedevo anch’io che era una crudeltà l’insidiarle i suoi pochi momenti di gioia.

Adesso ell’era beata nella compagnia della gentile Ofelia. A poco a poco era riuscita a tenersela seco dalla mattina alla sera, la colmava di regali, la conduceva in gondola, a passeggio, tirandosi dietro, che già s’intende, l’inseparabile cane di Terranuova. Se il capitano Atkinson faceva qualche osservazione, ella gli dava sulla voce. — Non sia cattivo, si tratta di pochi giorni. — E intanto lo invitava spessissimo a colazione e a pranzo.

— Curioso tipo quella Prosperi, — dicevano i pettegoli di caffè. — Sempre con quella bambina cascata dalle nuvole! E co’ suoi gusti aristocratici, col suo fare schizzinoso, ha per unici commensali un capitano mercantile e un semplice commesso.

Il commesso ero io. Quando c’era l’Ofelia, la signora Agnese mi tratteneva sovente a desinare.

Una mattina ella mi pregò di fissarle un’ora dal fotografo. Voleva far fare un gruppo dell’Ofelia e di Tom. Ma badassi di non parlare della cosa nè con suo marito, nè con Master Atkinson, nè con altri. Doveva essere un’improvvisata.

Poche sere dopo, a tavola, il capitano trovò sotto il tovagliuolo una copia della bellissima fotografia, e fu una gradita sorpresa. La signora Agnese magnificò la discrezione dell’Ofelia. Una bimba di quell’età, non essersi lasciata scappare una parola! Era un prodigio.

E in un impeto di tenerezza si alzò dalla seggiola e andò ad abbracciar la fanciulla. Nel tornar al suo posto aveva le lacrime agli occhi; Prosperi, inquieto, non sapeva staccar lo sguardo da lei.

Gli è che l’idillio s’avvicinava alla fine. Eravamo al mercoledì e la partenza del _King Arthur_ era stabilita per sabato.

Ora la sera di quello stesso mercoledì, mentre il capitano Atkinson stava per accommiatarsi, la signora Agnese, stringendogli forte la mano, gli disse con una certa esaltazione: — Quanto durerà il suo viaggio, fra andata e ritorno?

— Non più di cinque mesi, spero.

— Ebbene, vuol fare una bella cosa?... Affidi a noi l’Ofelia per questi cinque mesi....

— Ma, Agnese.... — interruppe il signor Roberto. — come puoi domandare a Master George di privarsi della sua figliuola?

— Oh lo sa anche lui che non potrà condurla sempre in giro pel mondo....

— Appunto per questo la vorrà seco adesso, — replicò Prosperi, — evidentemente infastidito dal ghiribizzo saltato in capo a sua moglie.

La signora Agnese insistette. — Non lo si sforza mica. Sentiamo quel che ne pensa lui.... lui e l’Ofelia.

S’era chinata sulla bimba per agganciarle i bottoni del soprabitino e le susurrava in tono carezzevole: — Non è vero, Ofelia, che resteresti volentieri con la zia Agnese?

Per l’Ofelia il restar con la zia Agnese significava andar a spasso ogni giorno, far baldoria con Tom in giardino, aver sempre nuovi balocchi da ammirare e da rompere, tutte cose piene di attrattive per lei. Ma l’idea di separarsi per un pezzo dal padre non entrava nella sua testolina, ed ella espresse ingenuamente il suo pensiero: — Con la zia Agnese, col babbo e con Tom.

Il capitano Atkinson frattanto ringraziava la signora Prosperi dell’ospitalità ch’ella offriva all’Ofelia.... L’avrebbe affidata a lei come a una seconda mamma.... e avrebbe viaggiato sicuro, tranquillo, anche per qualche anno di seguito.... In quel momento però temeva che quella compagnia gli fosse necessaria.... Non s’era rimesso ancora dal dolore per la perdita della moglie, e la sua unica consolazione era quella di aver presso di sè la soave creaturina che nella voce, nei lineamenti gli ricordava la sua povera morta.

Parlava commosso, agitato, cercando con gli occhi l’Ofelia di cui la signora Agnese era sempre occupata ad agganciare i bottoni con mano incerta e febbrile.

Forse la bimba sentì quello sguardo appassionato che l’avvolgeva; fatto si è ch’ella si staccò dolcemente dalla zia, dicendo: — Lascia finire al babbo: ha più pratica....

La signora Agnese vedeva svanire il suo sogno.

— Capisco, — ella balbettò in risposta a Master Atkinson, — capisco.... Ma non mi dia subito una negativa assoluta.... Rifletta fino a domani.... La notte porta consiglio.

Ella diceva così, ma in fondo non sperava più nulla.

E quando il capitano e l’Ofelia furono usciti ella si abbandonò sulla poltrona, con la faccia rivolta verso la spalliera e si mise a piangere dirottamente.

A me parve delicato di lasciar soli marito e moglie e mi dileguai in silenzio.

III.

Era destino però ch’io non potessi, neppur volendo, tenermi estraneo alle faccende intime di casa Prosperi. Il giovedì mattina il principale non venne in banco che tardi e mi chiamò subito nel suo gabinetto. Era pallido, stravolto. — Ha fatto male ad andarsene iersera, — egli mi disse. — Forse la sua presenza avrebbe evitato una scena penosa.

Mi raccontò poi che sua moglie lo aveva investito fieramente perchè con le sue parole aveva incoraggiato la risposta sfavorevole del capitano Atkinson, il quale non poteva tener un altro linguaggio dal momento che le prime difficoltà venivano da una delle persone che avrebbero dovuto ospitar la sua figliuola.

— In verità, — soggiunse il signor Roberto, — a me sembrava di avere il diritto di far ben maggiori lagnanze dell’Agnese. Ell’aveva tirato in campo, senza essersi intesa meco, un argomento gravissimo, aveva tentato di forzarmi la mano, di vincere per sorpresa. Pur non le mossi rimprovero di sorta. Mi limitai a spiegarle le ragioni per le quali io giudicavo assolutamente inopportuna la sua proposta. È sempre un’immensa responsabilità l’incaricarsi dei fanciulli che non ci appartengono, ma la cosa può passare quando se ne conoscono a fondo l’indole, le abitudini, le disposizioni fisiche; e sopratutto quando se ne conosce a fondo la famiglia. Ora l’Ofelia si conosceva da pochi giorni, suo padre si conosceva ancora meno di lei, e in quanto ad altri parenti, fuori della madre ch’era morta, s’ignorava perfino s’esistessero. E se la bimba s’ammalava in questi cinque mesi che, nella più favorevole ipotesi, sarebbe durato il viaggio del capitano Atkinson? Se, con la volubilità dell’età sua, domandava di tornar col suo babbo mentr’egli era lontano migliaia di miglia?... Ma supposto invece che tutto andasse pel meglio, come mai l’Agnese non aveva considerato che il separarsi dall’Ofelia dopo cinque mesi di convivenza le sarebbe riuscito più grave che il separarsene adesso? Poichè non si poteva supporre che il capitano rinunziasse addirittura a sua figlia; e quand’egli vi avesse rinunziato si sarebbe dovuto pensarci su molto da parte nostra prima di risolverci a tenerla per un tempo indefinito....

Devo aver fatto un movimento inconsciente che il signor Roberto prese per l’atto di chi si accinge a sollevare un’obbiezione. E s’interruppe per dirmi: — Parli pure liberamente, Ceriani. Se ha un’opinione diversa dalla mia, non abbia riguardo a manifestarmela.... Le assicuro; quasi quasi vorrei aver torto.

Lo disingannai. I suoi argomenti mi parevano inappuntabili. — E la signora? — chiesi.

— Ah, giovinotto mio, — egli rispose — le donne non discutono con le ragioni, ma con le lacrime, ma con gli attacchi di nervi.... E questa è la loro forza.... le ragioni di mia moglie erano deboli, ma il suo pianto mi spezzava il cuore.... E al sentirla, in mezzo ai singhiozzi, chiamar Dio in testimonio ch’ella non desiderava, nè aveva mai desiderato nulla che non fosse onesto, a sentirla invidiar la sorte della donnicciuola del popolo che tornando dal lavoro trova un bimbo che le sorride e le stende le braccia e balbetta l’ineffabile parola _mamma_, io provavo una gran tentazione di gettarmele ai piedi e di domandarle perdono o di prometterle tutto quello che ella voleva. Non lo feci per orgoglio, per puntiglio.... Ella stette male tutta la notte cosicchè stamattina feci venire Gandolfi, il nostro dottore, e prima e dopo la visita medica parlai con lui delle cause che avevano provocato questa crisi, la quale, del rimanente, non ha nessuna gravità. Ebbene, caro Ceriani, Gandolfi non è alieno dal credere che la _vicematernità_, com’egli la chiama col suo frasario originale, sarebbe forse il rimedio più efficace allo squilibrio nervoso della mia Agnese. Anzi, nello stato presente delle cose, egli la ritiene preferibile alla maternità vera che in un organismo già scosso porta sempre gravi pericoli. Insomma, secondo lui, sarebbe stato miglior consiglio non contraddire ai desideri di mia moglie e veder di persuadere il capitano Atkinson a lasciar qui la bambina o durante questo, o durante un suo prossimo viaggio.... Eccomi in un bell’impiccio, perchè, lo confesso, le parole del dottore non mi hanno convertito che a mezzo e i miei dubbi restano intatti.... Ma d’altra parte se c’è un modo di ridar all’Agnese la serenità, la pace dell’animo, mi è lecito ostinarmi nella mia negativa?... Chi sa?... La soluzione intermedia accennata da Gandolfi, quella cioè di aver qui l’Ofelia durante un _prossimo viaggio_, potrebb’esser la buona. Se l’Agnese si acquetasse a una promessa formale del capitano in questo senso?... Perchè già è chiaro che, subito, egli non ci confiderebbe l’Ofelia quando pur gliela ridomandassimo.... Ah, Ceriani, — conchiuse il signor Roberto con un sorriso triste — prevedo che avrò bisogno dell’opera sua.

— Disponga — risposi. — Ma come?

— Per tasteggiare il capitano meglio che non possa farlo io col mio sciagurato inglese.... e anche per dir qualche parolina all’Agnese ove se ne presenti l’opportunità.... L’Agnese ha molta stima di lei.... E tutti e due, sa, mia moglie ed io, la consideriamo ormai come uno di famiglia....

Chinai il capo ringraziando.

Alle corte, non seppi esimermi da quest’ufficio di negoziatore che mi piombava sulle spalle. E riuscii oltre all’aspettativa. Così parve allora agli altri, così pareva a me stesso.... Più tardi, di fronte ad avvenimenti imprevisti, si levarono in me degli scrupoli, dei rimorsi.... Usando una maggiore insistenza con Master Atkinson avrei forse potuto ottenere.... quest’idea non mi vuole uscir dalla mente.... ch’egli aderisse alla primitiva richiesta della signora Agnese, nel qual caso si sarebbero evitati dei grossi guai.... Basta; si rimase d’accordo col capitano che se al suo ritorno dal Giappone i signori Prosperi fossero stati ancora disposti a tenersi per qualche tempo l’Ofelia egli l’avrebbe affidata a loro durante il nuovo viaggio da Venezia a Singapore e da Singapore a Liverpool che secondo l’ultima lettera de’ suoi armatori era definitivamente stabilito. I signori Prosperi s’impegnavano poi, a viaggio compiuto, di riaccompagnare o far riaccompagnare la bimba a Liverpool.

Quella clausola dubitativa _se i signori Prosperi fossero stati ancora disposti_, destò l’ammirazione del signor Roberto. — È un tratto di diplomazia sopraffina — egli esclamò. — In cinque mesi possono succedere tante cose.... e va bene non aver legate le mani.

Non era presumibile che la signora Agnese facesse un’accoglienza ugualmente festosa a questa specie di compromesso. Ciò ch’ella desiderava era di non separarsi dall’Ofelia, le cui grazie ingenue avevano conquistato il suo cuore. Invece le toccava separarsene tosto per non riaverla che di lì ad alcuni mesi, e per alcuni mesi soltanto, col patto espresso di restituirla al padre in un termine non breve ma certo non lunghissimo. A ogni modo, sia ch’ella si fosse convinta dell’impossibilità di ottener maggiori concessioni, sia che sperasse di convertir l’atto della restituzione in una semplice visita della figliuola al babbo, ella fu più ragionevole ch’io non avrei creduto. Mi ringraziò della parte presa in questa faccenda e si mostrò riconoscente anche al marito di ciò ch’egli aveva fatto per compiacerla.

Giunse così il sabato, giorno della partenza. S’era convenuto di recarci a bordo, i coniugi Prosperi ed io, la mattina per tempo, e di trattenerci non solo finchè il _King Arthur_ avesse levato le áncore, ma finch’esso fosse arrivato a Malamocco. Là si sarebbe scesi per tornare a Venezia col vapore che viene da Chioggia.

Il programma fu eseguito appuntino. Eravamo sul bastimento poco dopo le otto antimeridiane, e mi par sempre di veder l’Ofelia correrci incontro sul ponte co’ suoi bei capelli biondi che le ondeggiavano sulle spalle e con Tom che le galoppava a fianco. Ell’aveva un vestito di mussola bianca stretta alla vita da una cintura di seta nera e con due nastri pur neri svolazzanti sugli omeri. Erano nere anche le scarpine e le calze. Ella saltò al collo della signora Agnese baciandola e ribaciandola, ma non perdendo d’occhio un grossissimo involto che uno dei marinai aveva ricevuto da Beppi, il gondoliere, e portava su per la scaletta. Quando poi l’involto fu aperto e ne uscirono sei o sette scatole e scatolini, e quando il prezioso contenuto delle scatole fu messo in mostra sulla coperta, l’entusiasmo della bimba non ebbe confine. Erano balocchi d’ogni specie che la signora Agnese regalava alla sua piccola amica, e fra questi primeggiavano una magnifica bambola che chiamava _mamma_ e _papà_, e un can barbone che moveva la testa, apriva la bocca e alzava le zampe anteriori, con grande ira di Tom, non ben sicuro se avesse dinanzi a sè un fantoccio o un rivale in carne ed ossa.

Si fece colazione prima che il _King Arthur_ si movesse dal Canale della Giudecca, perchè il capitano voleva essere sul ponte del comando al momento della partenza. Alle frutta Master Atkinson bevette alla salute del signor Roberto e della signora Agnese ringraziandoli dell’infinite cortesie usate a lui e all’Ofelia e pregandoli di accettare un esemplare, uno dei due che gli restavano (l’altro era quello che avevamo visto appeso nell’anticamera della sua cabina), della fotografia del _King Arthur_ fatta fare a Liverpool alla vigilia del suo ultimo viaggio. Per lui quella fotografia aveva un pregio singolarissimo. In un gruppo di figurine appena percettibili che si vedevano raccolte sul castello di poppa c’era anche sua moglie. Naturalmente egli solo sarebbe riuscito a distinguerla, ma forse appunto per questo la fotografia gli era più cara. Pregava i signori Prosperi di serbarla per ricordo suo. Rispose il signor Roberto nel miglior inglese che gli fu possibile, accettando il dono con animo riconoscente e augurando prosperi l’andata e il ritorno al _King Arthur_. — Siamo al 5 di aprile, — egli disse. — Speriamo di trovarci qui uniti di nuovo il 5 di settembre.

Durante questo scambio di brindisi la signora Agnese s’era presa sulle ginocchia l’Ofelia e tenendosela stretta al cuore le susurrava dolci parole e le discorreva di ciò che avrebbero fatto insieme nell’autunno, a viaggio finito.

Risalimmo sopra coperta, e di lì a pochi minuti il _King Arthur_ lasciò la banchina e si diresse alla volta di Malamocco. Dietro di noi Venezia s’impiccoliva e sfumava come un quadro dissolvente.

In vicinanza del porto il vapore rallentò la sua corsa, e una barca s’avvicinò alla scaletta. Bisognava separarsi.

Ancora una volta l’Ofelia si aggrappò al collo della signora Agnese. — Vieni con noi — le diceva — vieni con noi.... Noi dobbiamo tornare.... Tornerai anche tu.

E poichè il signor Roberto si era accostato alla moglie per sollecitarla — Va via tu solo — gridò la fanciulla. — Cattivo, che vorresti la zia Agnese tutta per te.

Vi furono di nuovo baci, lacrime e strette di mano in quantità. Alla fine noi prendemmo posto nella barca che ci attendeva, il vapore ripigliò la sua rotta.

S’agitarono i fazzoletti; l’Ofelia, sollevata sulle braccia dal padre, mandava baci alla zia; Tom girava su e giù pel ponte abbaiando. Il _King Arthur_ oltrepassò presto la diga e scomparve; per qualche minuto si vide ancora una striscia di fumo nel cielo azzurro; si udì, o si credette udire, il vocione di Tom; poi non si udì e non si vide più nulla.

. . . . . . .

IV.

Se il signor Roberto sperava che con la partenza del _King Arthur_ sbollissero gli ardori di sua moglie per la figliuola del capitano Atkinson, la sua era proprio una speranza campata in aria. L’Ofelia non c’era, ma la signora Agnese ne parlava come d’un’assente che non si sarebbe fatta aspettare troppo e a cui bisognava apparecchiare gli alloggi. Ne aveva sempre sotto gli occhi la fotografia, divisava seco medesima mille cose da effettuarsi al ritorno della fanciulla, le modificazioni che avrebbe introdotte nella distribuzione della giornata, la cameretta che le avrebbe assegnata, la bambinaia che le avrebbe presa, le lezioni d’italiano che le avrebbe date lei stessa. Non voleva più dubitare di nulla; nè dell’assenso del capitano a rinunciare per sempre all’Ofelia, nè di quello di suo marito a tenerla definitivamente presso di sè, nè della buona riuscita ch’ella avrebbe fatto nelle sue mani. L’antico sogno, il sogno dolcissimo di diventar madre davvero cedeva il posto alla singolare fantasia di questa maternità fittizia.

Il signor Roberto tentennava il capo e si rimproverava la sua debolezza. Quest’è il modo di disfar la famiglia — lo intesi dire un giorno al dottor Gandolfi. — È già male che una donna trascuri il marito per non pensare che ai propri figliuoli: peggio ancora che lo trascuri pei figliuoli degli altri.

— In massima avete ragione — replicò quello scettico del dottore; — ma in casa l’essenziale è di aver la pace.... Se vostra moglie ve la dà a queste condizioni, accettatela con gratitudine; e tutt’al più.... cercatevi qualche svago.... Gli svaghi sono le valvole di sicurezza del matrimonio....