Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 9

Chapter 93,224 wordsPublic domain

_Sed vestita, aurata, crocote ut lepide! ut concinne! ut nove!_

PERIPHANES

_Quid erat induta an regillam induculam, an mendiculam,_ _Impluviatam? ut istæ faciunt vestimentis nomina._

EPIDICUS

_Utin’impluvium induta eat?_

PERIPHANES

_Quid istuc est mirabile?_ _Quasi non fundis exornatæ multæ incedant per vias?_[135]

Vi è dunque ricordato l’_impluvium_, ma con esso anche la _regilla_. Plauto nella stessa scena ricorda altresì le seguenti vestimenta:

. . . _vesti quotannis nomina inveniunt nova:_ _Tunicam vallam, tunicam spissam, linteolum cæsicium,_ _Indusiatam, patagiatam, callulam, aut crocotulam!_ _Supparum, aut subminiam, ricam, basilicum aut exoticum,_ _Cumatile, aut plumatile, cerinum aut melinum gerræ maximæ_ _Cani quoque etiam ademptum ’st nomen._

EPIDICUS

_Qui?_

PERIPHANES

_Vocant laconicum_[136].

La _patagiata_ era veste ricca del _patagium_, ossia della larga striscia di porpora e d’oro sul davanti, simile al _clavus_ che avevano gli uomini.

La _plumatilis_ era un abito, la cui stofa in certi punti di luce offriva come piume d’uccelli, nel modo stesso che la _Cymatilis_ illudeva vedersi, come già dissi, onde marine.

_Ralla_ dicevasi il mantello di una stofa chiara e leggiera, o di velo.

_Rica_ era un pezzo rettangolare di panno lano orlato di frangia, _vestimentum quadratum, fimbriatum_, como lo ha descritto Festo, portato a modo di velo sulla testa: il suo diminutivo _ricinium, recinium, ricinus_, o _recinus_, era pure a modo di velo portato sulla testa, più specialmente assunto come segno di lutto. Trovansi pure mentovati nei surriferiti versi il _basilicus_, l’_exoticus_, il _laconicum_, il _linteolum cæsicium_, il _melinum_, la _mendicula_, la _spissa_, il _supparum_ come altri effetti di vestiario, ma forse non saprebbesi precisarne il rispettivo uso.

_Flammeum_ nomavasi il velo di color giallo carico e brillante che copriva tutta la persona, e portavasi dalle giovani spose nel giorno delle nozze.

_Palla_, come spiegai altrove in quest’opera, era l’ampio mantello in cui s’avvolgeva la dama romana, che vietava vedersi il disegno della persona, e s’aggiustava mediante un fermaglio sopra le spalle. La statua della sacerdotessa Livia ritrovata in Pompei, e di cui già feci menzione, offerse esempio della _stola_, della _palla_ e dell’_amiculum_, o velo della testa.

Ho già detto nel capitolo delle _Tabernæ_ della calzatura delle donne, non che in molte parti dell’opera de’ giojelli e preziosità onde le donne si fregiavano, e tanto poi e in una parola dirò essere stato il lusso e la ricercatezza nel vestiario e nell’abbigliamento muliebre, che non alle sole cortigiane, come fece Plauto nel surriferito brano della commedia l’_Epidico_, ma a tutte applicar si potesse quel verso, che testè ho riportato, che, cioè, camminassero per le vie adorne di case e di terre.

Più spiccio sarò nel dire del vestiario degli uomini.

La _toga_ era il vestito distintivo del cittadino romano, che sempre si portava da tutti in tempo di pace: coprendo tutto il corpo, nè lasciando libero che un braccio, non potevasi tenerla durante il lavoro, nè in casa. Era di lana e bianca, e per lavarla davasi a’ _fulloni_, de’ quali gli intrattenni il lettore; onde argomentare è dato quanta fosse la importanza di costoro. Quelli che brigavano una carica publica, presentavansi al popolo colla toga resa d’un candore più brillante, usando di una preparazione cretacea, onde mettersi in rilievo maggiore, e ne venne perciò agli aspiranti il nome di _candidati_ pervenuto infino a noi. Della toga bruna, _pulla_, usavano solo i poveri, detti perciò anche _pullati_, come ci avvenne di ricordare nel trattar de’ teatri, o quelli eziandio che si trovavano nel corrotto. Sotto gli imperatori, cresciuto il lusso, si adoperò la seta per la toga.

La _toga prætexta_, lunga veste bianca e tutta unita, bordeggiata di porpora, d’origine etrusca, portavano i fanciulli ingenui d’ambo i sessi, l’abbigliamento de’ quali compivasi colla _bulla_ o piccolo globo o cuore d’oro pei ricchi, di cuojo pei poveri, sospesa al collo. Fu istituita la bulla da Tarquinio Prisco, che donolla al figliuol suo, il quale, pretestato ancora, ebbe in guerra ad uccidere un nemico: nell’uscir di puerizia, cioè nell’entrare dell’anno decimosettimo, la dimettevano colla pretesta per assumere la toga, offerendola ai Lari, secondo Persio ricorda:

_Cum primum pavido custos mihi purpura cessit,_ _Bullaque succinctis Laribus donata pependit_[138].

Indossavano la pretesta anche i principali magistrati, dittatori, consoli, pretori, edili, re, e certi sacerdoti.

_Trabea_ era la toga di porpora vestita dagli imperatori. Vedemmo già, parlando dell’ordinamento guerresco, cosa fosse la toga _palmata_, detta anche _picta_, portata dai trionfatori.

Meno lunga che la _toga_, era la _tunica_, che pur gli uomini indossavano immediatamente sul corpo. Fu prima senza maniche, poi le ebbe, ma non giunsero fino al gomito: più lunghe, la toga dicevasi _manicata_, ed era propria de’ disonesti. La mollezza fece adottare più d’una tonaca. Il portarla dimessa fino ai talloni, ciò che dicevasi _tunica dimissitia_, come il tener rilasciata la toga, era indizio d’animo effeminato e libidinoso. Leggesi infatti in Plauto:

_Sane genus hoc muliebrosum est timide dimissitiis._ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Heus tu, tibi dico mulier_[139].

La tonaca ordinaria non aveva distintivo; ma i senatori portavano il _laticlavium_, che era una tonaca bordeggiata dal petto fino al basso d’una larga striscia di porpora. _Angusticlavium_ fu detta la tonaca de’ cavalieri; la striscia di porpora che la frangiava era più stretta.

_Penula_, era il mantello con cappuccio, che in luogo della toga portavasi in viaggio, o in tempo di pioggia; _lacerna_ era un altro mantello aperto sul davanti come il _pallium_ de’ Greci, ed aveva pure cappuccio: già riportai l’epigramma di Marziale che la lasciò ricordata. La _læna_ era un largo mantello d’inverno e di colore scarlatto, _coccinea_, pei ricchi e dignitari; _purpurea_ pei sacerdoti. _Abolla_, un ferrajuolo di panno a due doppi attaccato con fibbia di sotto al collo o in cima alla spalla: era lo stesso che il _sagum_, tranne che questo era di più ampia dimensione e di stofa più grossolana. _Endromis_ appellavasi un mantello, o piuttosto una coperta di panno lano, in cui s’avviluppava dopo i giuochi ginnastici a prevenire il pericolo d’una infreddatura. Della _synthesis_, detta anche _cœnatoria_, ho già detto che fosse l’abito per il pasto: Nerone che si mostrava con essa in pubblico, veniva biasimato come di grave sconvenienza.

De’ calzari de’ Romani ho già informato il lettore nel capitolo delle _Tabernæ_, nè occorre però aggiungere verbo. In testa nulla portavano d’ordinario, solo coprivanla nelle solennità religiose. Ne’ saturnali portavano il _pileus_, più berretto che cappello; il _petasus_, che usavasi in viaggio e che Caligola permise portarsi in teatro per difendersi dal sole, aveva le tese larghe: _galerus_ era una specie di elmo di pelle; _apex_, fu quello de’ sacerdoti. A difesa della testa solevasi altresì recare un lembo della toga su di essa, ma si toglieva tosto in segno di rispetto, abbordando alcuna persona distinta.

In quanto al vestito degli schiavi, all’infuor della toga, propria dell’uom libero, della stola e della palla delle matrone, era eguale a quello delle donne e degli uomini che ho finito di descrivere: la tonaca avevano peraltro più stretta e bruna, e coprivan la testa col cappuccio della lacerna o della penula. Vuolsi notare tuttavia che gli schiavi degli imperatori, massime nei servizio della tavola, vestivano bianco.

Varrone ricordò tuttavia come i citaredi si servissero della stola: _apud Q. Hortensium, cum in agro Laurenti essem, Orphea vocari jussit: qui cum eo venisset cum stola et cithara, et cantare esset jussus, buccinam inflavit, ubi tanta circumfluxit cervorum, aprorum et cæterarum quadrupedum multitudo, ut non minus formosum mihi visum sit spectaculum, quam in circo maximo aedilium, sine africanis bestiis, cum fiunt venationes_, etc.[140] Le meretrici poi portavano la toga, interdetta loro la stola.

Detto così del vestire, i lavori femminili, che si compivano nel _gynæceum_, o appartamento delle matrone, chiuderanno il capitolo.

Abbiam veduto gli uomini nei fori, nella basilica, nella guerra, e gli schiavi nelle _tabernæ_ e nelle industrie: veggiam le donne adesso nell’interno della casa.

Si imbiancava da esse, si nettava, e cardava la lana, che traevan di poi dalla conocchia in filo. Quindi tessevano su proprii telaj e ne facevano stole e vestimenta per sè, e tonache e toghe per gli uomini, e già notai che l’occuparsi in siffatti lavori muliebri, ai primi tempi della republica, e l’incumbere alle cure domestiche, costituisse la miglior lode della donna: _domum mansit, lanam fecit_. L’imperatore Augusto non volle mai vestirsi d’altro che di quel che lavoravano le donne di sua famiglia. Poi si esercitavano le matrone anche al ricamo, che dicevano _acupingere_, pitturar coll’ago; e da ultimo, al dir di Tertulliano, nel suo trattato sulla _Esortazione alla Castità_, si aggiunsero altre occupazioni: l’amministrazione, cioè, della famiglia, la direzione della casa, la custodia delle chiavi, la cura e la distribuzione del lavoro tra gli schiavi, la compera delle provvigioni; cure tutte che le sterminate ricchezze e la effeminatezza del popolo fecero poscia consegnare agli schiavi. Laonde la matrona non pensò più quind’innanzi che alla toletta e agli adulteri amori e, scassinata così la famiglia da’ suoi cardini, si preparò la corruzione sociale, la decadenza e la irreparabile rovina di quel gran popolo e di quel maraviglioso impero.

CAPITOLO XXI.

I Lupanari.

Gli ozj di Capua — La prostituzione — Riassunto storico della prostituzione antica — Prostituzione ospitale, sacra e legale — La Bibbia ed Erodoto — Gli Angeli e le figlie degli uomini — Le figlie di Loth — Sodoma e Gomorra — Thamar — Legge di Mosè — Zambri, Asa, Sansone, Abramo, Giacobbe, Gedeone — Raab — Il Levita di Efraim — David, Betsabea, la moglie di Nabal e la Sunamite — Salomone e le sue concubine — Prostituzione in Israele — Osca profeta — I Babilonesi e la dea Militta — Venere e Adone — Astarte — Le orgie di Mitra — Prostituzione sacra in Egitto — Ramsete e Ceope — Cortigiane più antiche — Rodope, Cleina, Stratonice, Irene, Agatoclea — Prostituzione greca — _Dicterion_ — Ditteriadi, auletridi, eterìe — Eterìe celebri — Aspasia — Saffo e l’amor lesbio — La prostituzione in Italia — La lupa di Romolo e Remo — Le feste lupercali — Baccanali e Baccanti — La cortigiana Flora e i giuochi florali — Culto di Venere in Roma — Feste a Venere Mirica — Il _Pervigilium Veneris_ — Traduzione — Altre cerimonie nelle feste di Venere — I misteri di Iside — Feste Priapee — Canzoni priapee — Emblemi Itifallici — Abbondanti in Ercolano e Pompei — Raccolta Pornografica nel Museo di Napoli — Sue vicende — Oggetti pornografici d’Ercolano e Pompei — I misteri della Dea Bona — Degenerazione de’ misteri della Dea Bona — Culto di Cupido, Mutino, Pertunda, Perfica, Prema, Volupia, Lubenzia, Tolana e Ticone — Prostituzione legale — Meretrici forestiere — Cortigiane patrizie — _Licentia stupri_ — Prostitute imperiali — Adulterii — Bastardi — Infanticidi — Supposizioni ed esposizioni d’infanti — Legge Giulia: _de adulteriis_ — Le _Famosæ_ — La Lesbia di Catullo — La Cinzia di Properzio — La Delia di Tibullo — La Corinna di Ovidio — Ovidio, Giulia e Postumo Agrippa — La Licori di Cornelio Gallo — Incostanza delle _famosæ_ — Le sciupate di Orazio — La Marcella di Marziale e la moglie — Petronio Arbitro e il _Satyricon_ — Turno — _La Prostituzione delle Muse_ — Giovenale — Il linguaggio per gesti — _Comessationes_ — _Meretrices_ e _prostibulæ_ — _Prosedæ, alicariæ, blitidæ, bustuariæ, casoritæ, copæ, diobolæ, quadrantariæ, foraneæ, vagæ, summenianæ_ — Le _delicatæ_ — Singrafo di fedeltà — Le _pretiosæ_ — Ballerine e Ludie — Crescente cinedo e _Tyria Percisa_ in Pompei — _Pueri meritorii, spadones, pædicones_ — Cinedi — Lenoni — Numero de’ lupanari in Roma — Lupanare romano — _Meretricium nomen_ — Filtri amatorii — _Stabula, casaurium, lustrum, ganeum_ — Lupanari pompejani — Il Lupanare Nuovo — I Cuculi — Postriboli minori.

Sa il lettore, per quel che gliene ho detto nel capitolo de’ Templi, come in Roma, massime a’ tempi dell’impero e quindi a’ giorni in cui specialmente lo richiama quest’opera, meglio che a Venere celeste, si sagrificasse alla Venere _Pandemos_, la Iddia dal facile ed osceno costume, e già sa del pari della lussuria campana, onde Plauto, facendosi eco della brutta riputazione che s’avean fatta, designava gli abitatori di quella zona _molles et libidinosi_[141]. Egli sa pure di quegli ozj passati in proverbio, duraturo anche adesso, e che riuscirono tanto fatali al massimo capitano cartaginese, Annibale, che prima d’abbandonarsi ad essi era stato invincibile. Tutta questa plaga ridentissima del Tirreno, e massime le città in riva alla marina, avevano inoltre accolto, come delle buone istituzioni, così il contributo eziandio delle cattive, che portava seco quella immigrazione la quale avean causato le romane guerre in Grecia, in Africa e nelle Gallie, o l’andirivieni de’ mercatanti che accorrevano a recar merci all’Italia; onde agli ingeniti costumi e vizi del paese si fossero venuti annestando i vizii pur dello straniero. Il culto di Iside, venendo dall’Egitto, vi aveva dedotto la prostituzione sacra: i misteri di Eleusi importati da Grecia lo avevano più intristito, e la Grecia già alla sua volta li aveva avvalorati de’ riti osceni dei popoli asiatici. Di tutto ciò io dissi già a suo luogo.

È agevol cosa accorgersi, comparando la prostituzione greca colla romana, che entrambe si avessero per avventura una comune origine, nell’Asia; vale a dire che Grecia avesse direttamente derivato di là le pratiche della sua dissolutezza e che Roma e l’Italia le avessero adottate coi molti altri costumi dalla vinta Grecia; con questo solo di divario peraltro, che l’asiatico costume così assunse un tal carattere in Grecia da, per così dire, divinizzarsi e farsi perfino simpatica talvolta e recinta di poesia, mentre in Roma restò brutale e schifosa. Indarno quindi si cercherebbe a Roma la storia della sua prostituzione tale da poter esser letta, senza arrossir sin nel bianco dell’occhio. Invano le domandereste le Targelie, le Aspasie, le Frini, le Diotime, le Glicere, le Bacchidi e le cento altre cortigiane, che la Grecia salutò ispiratrici o di savia politica, o di dottrina o di poesia, e che anzi segnano, puossi dire, il progresso della greca civiltà: la cortigiana di Roma, ignorante e vendereccia, volubile e lussuriosa, segna invece il precipizio della gloria e della dignità della nazione.

Quanta differenza fra la _Via Sacra_, i boschetti di Pompeo, il portico di Livia di Roma e il Ceramico, od anche il Pireo d’Atene, fra il dicterion greco e il lupanare romano!

Gli scavi pompeiani dovevano portare una luce e costituir quasi un commento sul lupanare romano descritto da Giovenale, dove la imperial consorte dello stupido Claudio faceva copia di sè, come la più abbietta meretrice, alla feccia della plebe che vi traeva, e d’onde non partiva la svergognata che sfiaccata, ma non satolla:

_Et lassata viris nec dum satiata recessit_[142].

La mia mano deve adesso sollevare un lembo della cortina del lupanare pompejano, per iscriverne i possibili particolari, e dico possibili, perocchè tutto non sia lecito ripetere, da che l’età nostra siasi fatta estremamente pudibonda, se non dei fatti, certo delle parole: il contrario di quel diceva Catullo dovesse essere il poeta, al quale correva obbligo d’essere casto, mentre poi non fosse necessario che casti fossero i suoi versi:

_Non castum esse decet pium poetam_ _Ipsum: versiculos nihil necesse est_[143].

Ardua impresa io mi assumo: lo farò con quel riserbo che il lettore domanda, al quale per altro non ispiacerà che a larghi tratti io gli narri la storia dapprima e la condizione di questo abbrutimento dell’uomo, contro il quale finora invano lottarono la sapienza de’ legislatori e la civiltà dei tempi per diradicarlo, paghi soltanto d’averlo infrenato; ond’esso si accampi nella società sotto l’egida delle leggi, quasi una professione ed un diritto, e si convenne nomarsi prostituzione legale. Per ciò appunto che già notai che lo svolgimento più ampio e sfrenato di questa lebbra in Roma dati dall’epoca delle sue conquiste e dall’affluirvi delle diverse nazionalità, uno sguardo retrospettivo sulla storia, in cotale materia, degli altri popoli, varrà a notarne i punti di contatto ed a illustrare, quella che più presso riguarda il mio soggetto.

Ogni traffico osceno del proprio corpo è quanto corrisponde alla parola _prostare_, d’onde è derivata quella di prostituzione. Questo traffico, questo infame commercio ha pur troppo la sua storia, antica quanto il mondo, nè interrotta mai nelle sue più orribili tradizioni; nè, per quanto si ingentiliscano i costumi, per quanto splenda lume di civiltà, non può nutrirsi speranza che siffatta mala pianta si divella di mezzo agli uomini; solo essendo dato di credere che possa venir meglio infrenata e disciplinata. Importa altresì seguirne le fasi storiche, potendo giovare il conoscerne i particolari, i suoi periodi più accentuati e quelli di decrescimento, onde dallo studio delle medesime dedurne gli accorgimenti utili al miglioramento del costume.

Gli scrittori — e fra questi anche il Dufour nella sua _Storia della Prostituzione_, alla quale mi è impossibile non ricorrere, massime in queste prime pagine nelle quali ne indago le origini, — si accordano nel considerare tre distinte forme sotto cui si manifestò la prostituzione e la distinsero in prostituzione ospitale, in prostituzione sacra o religiosa e in prostituzione legale o politica. Originò la prima dalla prevalenza della forza dell’uomo sulla donna, per la quale questa fu presto ridotta sotto la sua schiavitù; ond’essa, perduta ogni dignità e divenuta all’uomo, cui era compagna, indifferente col tempo, nel primitivo stadio sociale in cui la face non brillava della civiltà, passò fra le concessioni dell’ospitalità. Perocchè vediamo presso tutti i popoli primitivi l’ospitalità spesso elevarsi a dogma e legge inviolabile, e la prostituzione divenire parte integrante della medesima. I doni che in ricambio la donna riceveva dall’ospite straniero e che soddisfacevano la cupidigia del marito, valsero a generalizzare la prostituzione ospitale. E l’ospite straniero, a rendere più ardenti, anzichè obbligatorie o di cerimonia, le carezze, lasciava talvolta credere la propria origine celeste e così poco a poco si venne a dare a codesta prostituzione il carattere di sacra. La mitologia infatti reca più esempi di numi presentatisi alle dimore ospitali di semplici mortali ed ivi avere beate di loro amplessi divini le mogli degli ospiti loro. Gli eroi più celebrati del poema omerico, quelli della storia greca ed anche della romana, fino a Cesare, che voleva da Venere esser disceso, tutti vantano origine divina. Non re, non capo di tribù potè far senza di questi fasti di famiglia; finchè tra le offerte che si facevano ne’ templi, la religione pagana accolse anche la prostituzione, il cui prodotto manteneva l’avarizia e la libidine sacerdotale. Facile allora era il passaggio della prostituzione dalla religione nei costumi e nelle leggi. Certo è tuttavia che tra l’esistenza della prostituzione antica e anteriore al Cristianesimo e quella posteriore corra una differenza enorme. Se ora la religione la vietò, se la morale la condannò; la legge, autorizzandola, la ridusse nondimeno entro determinati confini: mentre prima, se la sola filosofia la proscriveva, i costumi la consacravano ai dogmi religiosi.

Tutte queste transizioni appariranno dalle seguenti storiche narrazioni che rapidamente accennerò.

È nella Caldea, nella patria di Abramo, che si riscontrano le prime traccie della prostituzione ospitale e sacra e ce le additano da una parte la Bibbia ed Erodoto dall’altra.

Per la prima, sappiamo come gli angeli discesi sulla terra per conoscere le figlie degli uomini, ne avessero avuto figliuoli, ch’erano i giganti. A questa credenza avevan dato luogo i seguenti versetti del capo IV della genesi:

«Or avvenne, che gli uomini cominciarono a moltiplicare sopra la terra, e che furono loro nate delle figliuole:

«I figliuoli di Dio veggendo che le figliuole degli uomini erano belle, si presero per mogli quelle che si scelsero d’infra tutte»[144]. Poi ci fa sapere del corrotto costume e della malvagità così cresciuta, che pentissi il Signore d’aver creata la terra onde ebbe a mandar il diluvio a sterminare la razza umana; salva solo la famiglia di Noè. Vediam poi, sempre nella Genesi, che è il primo libro della sacra Bibbia, neppur rispettata più l’ospitalità; perocchè vi leggiamo che in Sodoma gli angeli che si fermarono nella casa di Loth per passarvi la notte, vi fossero fatti segno agli assalti de’ Sodomiti, che circondando la casa ne li reclamavano sì che Loth offrisse loro, a rispetto dei suoi ospiti, le due figlie, che non avevano conosciuto ancora gli uomini. Le quali figlie, ci dice poi lo stesso libro santo, come abusassero un giorno, a cagion di libidine, dell’ebbrietà del loro padre. L’incendio di Sodoma e Gomorra provano il traffico, più osceno ancora, contro natura; l’episodio di Thamar che si prostituisce a Giuda suo suocero per averne un figlio e il modo cui è narrato pongono in sodo che la prostituzione legale esisteva, sedendosi le meretrici perfino a capo delle vie ad attendere i loro avventori. Mosè poi, il grande legista, dovè ricorrere a penalità terribili pei crimini di bestialità e di sodomia; prova indubbia che gli Ebrei si abbandonassero troppo a questi brutti peccati.