Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)
Part 8
Nè bastavano queste preziosità, perocchè si giungesse anche a disporre le soffitte de’ triclini in modo che si rivolgessero e rinnovassero, come si adoprerebbe da noi degli scenari in teatro, e l’una appresso all’altra si succedesse ad ogni mutar di vivanda. Ce lo dice Seneca: _Versatilia cœnationum laquearia ita coagmentat, ut subinde alia facies, atque alia succedat et toties tecta quoties fercula mutentur_[113]. Come reggessero a tutte queste infinite portate, ciascuna ricca di molte vivande, lo spiega l’invereconda costumanza, pur menzionata da Cicerone ad Attico, di provocarsi con una piuma il vomito.
Poichè sono a dire de’ _Fercula_, o portate, uopo è sapere fossero essi come barelle piene di piatti di diverse vivande. Petronio, nel _Satyricon_, alla cena di Trimalcione, ne descrive una che conteneva dodici statue, da’ nostri scalchi addimandate trionfi, ciascuna delle quali portava varii piatti. Ma Eliogabalo, scrive Averani, siccome uomo per golosità e prodigalità sovr’ogn’altro mostruoso, in un convito mutò ventidue volte la mensa di vivande: e vuolsi osservare che ciascheduna muta di vivande era per poco una splendida cena; e però ogni volta si lavavano, come se fosse terminata la cena. Questi ventidue serviti rispondevano alle lettere dell’alfabeto, venendo in tavola prima tutte le vivande, delle quali i nomi cominciano per _A_, e poscia quelle i cui nomi principiano per _B_ e simigliantemente le susseguenti fino a ventidue. Si legge una simile bizzarria nelle cene di Geta; e pare che Giovenale per avventura accennasse che l’usassero i golosi del suo tempo, scrivendo nella satira undecima:
_Interea gustus elementa per omnia quærunt_ _Numquam Animo pretiis obstantibus_[114].
Tornando alle soffitte, Nerone immaginò di far iscendere dalle medesime una pioggia d’unguento e di fiori, per diletto de’ convitati. Svetonio lo ricorda nella vita di questo Cesare, e il costume fu adottato, e come nei teatri, pioggia di croco e d’altre profumate essenze tolsero alle nari de’ voluttuosi conviva i graveolenti odori dei diversi cibi.
Per mettersi a tavola non si tenevano tampoco gli abiti ordinarj: ognuno vestiva una toga leggiera, detta _synthesis_, o _cœnatoria_, che veniva fornita o dal padrone di casa, o che il convitato si faceva recare dal proprio schiavo. I bassorilievi e i dipinti di banchetti, che si trovarono o giunsero sino a noi, spiegano com’essa lasciasse o la parte superiore del corpo nuda, o più abitualmente non avesse cintura, talvolta avesse e talvolta non avesse maniche. Ne’ pasti dimettevansi persino gli abiti di lutto, acciò la mestizia non producesse indigestione. Si levavano i calzari, _calcei_, per mettere dei sandali, _soleæ_, che poi si abbandonavano, a miglior pulitezza de’ preziosi tappeti, atteso che nel cavare i calzari, che Petronio dice alessandrini, giovani schiavi versassero sì alle mani che ai piedi acqua fresca ed anche gelata, sovente profumata. E profumi, come essenze di nardo e di croco, spargevansi su’ capegli, che poi incoronavan di rose, fiori ed erbe odorose che serbavano durante tutta la cena. Anche il pavimento era tutto sparso di fiori e credevasi che questi fossero altrettanti preservativi contro l’ebrietà. Dopo spiegavansi le tovaglie, _mantilia_, portavasi i tovagliolini, _mappæ_, che troviam ricordati da Marziale nel seguente epigramma:
_Attulerat mappam nemo, dum furta timentur:_ _Mantile e mensa surripit Hermogenes_[115].
Le tovaglie erano talvolta bianche come le nostre, molti nondimeno le avevano di porpora o di broccato d’oro.
Fatti questi preparativi, ne’ banchetti più solenni, costumavasi eleggere il re del festino: si portavano i dadi od astragali, _tali_, e si gettavano le sorti per la scelta. Non avevano i dadi che quattro faccie piane; 1 e 6 su due faccie opposte; 3 e 4 sulle due altre; 2 e 3 non erano segnati; ma quattro tali si gettavano insieme. Il miglior tiro, chiamato _venus_, avveniva quando ciascuna faccia presentava un numero differente, come, 1, 3, 4, 6 e chi l’otteneva veniva dichiarato re. Era il tiro peggiore detto _canis_, quando tutti e quattro i numeri riuscivano gli stessi. _Fritillus_ dicevasi il bossolo, entro cui agitavansi gli astragali e da cui si gittavano sulla tavola.
Eletto il re, tutti gli altri convitati dovevano, sotto pena d’ammenda, eseguire gli ordini suoi. Egli fisserà il numero delle coppe che si dovranno bevere, comanderà ad uno di cantare, all’altro, se poeta, di improvvisar versi, designerà la persona, in onor della quale si dovrà brindare. Se taluno infrangeva gli ordini, veniva dal re multato nel bere un nappo di più e dicevasi _cuppa potare magistra_. Non si confonda il re del convito col _Tricliniarcha_, che era quegli che aveva su tutti gli altri servi addetti al banchetto la maggioranza e l’amministrazione della mensa.
La cena regolare, _cœna recta_, componevasi, oltre del pane che portavansi ne’ canestri, come c’insegna Virgilio
. . . . _Cereremque, canistris_ _Expediunt, tonsisque ferunt mantilia villis_[116], il più spesso di tre serviti, talvolta fin di sei. Valeva il primo a solleticar l’appetito e cominciavasi per consueto colle ova, onde venne l’espressione d’Orazio _cantare ab ovo usque ad mala_, cantar dalle ova alle frutta, e la attuale nostra _cominciare ab ovo_, per significare che si pigliavan le mosse del dire dal principio più lontano; ma poi si capovolse e le ova si recarono in fine. Poi seguivan lattuche, fichi, olive, radici, ortaggi e salse acri e stimolanti la fame, secondo avverte Orazio:
_Acria circum_ _Rapula, lactucæ, radices, qualia lassum_ _Pervellunt stomachum, siser, alec, fæcula coa_[117].
Cicerone conta in questo primo servito, ch’ei chiama _promulsidem_, dal vin melato, _mulsum_, che si beveva, Petronio _gustationem_, Apuleio _antecœnia_, Varrone _principia convivii_ e Marziale _gustum_, come noi appelleremmo antipasto e i francesi _hors-d’œuvre_; conta, dicevo, anche la salsiccia, nell’_epistola_ 16 del libro IX: I[118].
Il secondo servito, o anche _secunda mensa_, costituiva il pasto sodo, e componevasi d’arrosti di vitella, di lepre, di oche, tordi, pesci, gigotti e cosiffatte leccornie, delle quali parla distesamente Ateneo nel libro XIV delle _Cene dei Savi_. E contavansi in esse le pasticcerie, i latticinj, e mille cose dolci, che comprendevano sotto il nome di _bellaria_. Non essendo ancor conosciuta la manipolazione dello zuccaro, sebbene se ne avesse notizia come esistente presso gli Indiani, servivansi in quella vece del miele, che sapevano impiegare maravigliosamente[119]. — Noto qui che se aveansi coltelli e cucchiai, non consta che conoscessero la forchetta; onde avendo a prender tutto colle mani, Ovidio raccomanda agli amanti, che il faccian con grazia affine di non lordarsi il viso.
Qui potrebbesi tutto distendere un trattato di gastronomia romana e pompejana, ricordando i piatti più succulenti e peregrini di carni, di selvaggina e di pesci, rammentando gli eroi della cucina, gli Apicii[120], (i Carême e i Vatel di allora), onde anzi fu detta l’arte culinaria arte d’Apicio, da quello principalmente vissuto sotto Augusto e Tiberio, che consumò per la gola un ingente patrimonio, e giunto alle ultime duecentocinquantamila lire, preferì uccidersi di veleno, anzi che non potervi più soddisfare e lasciando dietro di sè un partito fra i cuochi; ma cadrei troppo in lunghezze. Oltre di che già sa il lettore dei cinghiali che Antonio faceva ad ogni ora cucinare per averne uno pronto ad ogni istante; sa del garo pompejano, di cui già gli tenni parola; delle murene che si ingrassavano ne’ vivai ed alle quali Pollione gittò uno schiavo; e persino della grossa perla che il figliuol del comico Esopo, strappata dall’orecchio della sua amica Metella e stemprata nell’aceto, e che Orazio tramandò ricordata a’ posteri ne’ versi che piacemi rammentare:
_Filius Æsopi detractam ex aure Metelli_ _(Scilicet ut decies solidum exsorberet), aceto_ _Diluit insignem baccam_[121]. Gusto del resto pur diviso da Cleopatra e da Caligola, di cui narra Svetonio: _Pretiosissimas margaritas aceto liquefactas serbabat_[122].
Egualmente dovrei dire de’ vini; ma già il lettore non ha dimenticato che ne’ capitoli della Storia io l’avessi ad erudire dei tanti e celebrati vini che produceva la Magna Grecia, del Falerno, del Sorrentino, del Massico, del Celene, del Cecubo, del Pompejano, che bevean in coppe coronate di fiori, sicchè allora aveva ragione di chiamarsi questa nostra Italia _Ænotria_, quasi regione dei vini; ma non pareva bastassero alla gola di que’ ghiottoni che furono i Romani, se ne tirassero da Grecia, se dalla Rezia che comprendeva i vini del Benaco e bresciani, i quali oggidì, se meglio conosciuti, rivaleggerebbero co’ meglio rinomati di Germania e di Francia, dalla Spagna, dalle Baleari, dalla Linguadoca e dalle Gallie, e tutti ambissero di vecchia data, sì che si contassero per consolati e ne tracannassero all’ubbriachezza uomini e donne, come lasciò Seneca scritto: _Non minus potant et oleo et mero vires provocant, atque invitis ingesta visceribus per os reddunt et vinum omne vomita remediuntur_[123]. Nè priverò di commemorazione a questo punto quel mio concittadino Novellio Torquato milanese[124], ricordato da Plinio, ammesso a que’ tempi in Roma a’ primi onori della città, il quale fu cognominato Tricongio[125], dal bere che faceva tre cogni di vino tutto d’un fiato, senza nè riposarsi, nè respirare, nè lasciarne pur una gocciola nel boccale da gittare in terra per far quel rumore che addimandavano _cottabo_.
E a tutte queste sontuose mense private servivano molti schiavi, al cenno del tricliniarca.
Prima era il _coquus_, che nella cucina confezionava le vivande e il cui valore, al dir di Plinio, fu tempo che s’agguagliò alla spesa d’un trionfo; poi il _lectisterniator_, che sprimacciava i letti su cui giacevano i commensali; il _nomenclator_ che annunziava le vivande e i loro pregi, il _prægustator_, cui era commesso di gustare i piatti a tavola, onde conoscere se fatti a dovere ed a tutela che non ascondessero veleno, lo _structor_ che disponeva le vivande su’ vassoi nei diversi serviti e collocavali sul portavivande, che Petronio chiama _repositorium_, e fungeva altresì da scalco, lo _scissor_ che trinciava le vivande, il _carptor_ che le tagliava in parti; il _pincerna_ o coppiere che mesceva a’ convitati il vino ed erano per lo più eletti a tale ufficio i meglio avvenenti e lindi giovinetti schiavi, e il _vocillator_ che compiva suppergiù la stessa cosa.
I banchetti poi rallegravansi con musicali istrumenti, come alla cena, già ricordata, di Trimalcione descritta nel _Satyricon_; con danze di leggiadre e lascive fanciulle, _saltatrices_, celebri in questo le ballerine _gaditane_, ossia venute da Cadice, come le più avvenenti e procaci. Donne simili veggonsi rappresentate nelle pitture pompejane, e per lo più apparivano vestite d’un ampio e trasparente pezzo di drappo, che sapevano avvolgere talora attorno alla persona in pieghe graziose, talora lasciavano spandersi a modo d’un velo su parte del corpo, e tal altra affatto rimovendo dalle membra e facendo svolazzare per aria così da mostrarle tutte all’occhio degli spettatori. Costume codesto pur in Grecia vigente allora ed esercitato dalle auletridi, o suonatrici di flauto, che pria durante il banchetto facevano intendere i suoni delle loro tibie e quindi, allorchè le vivande e i vini avevano mandati i fumi alla testa e convertito in orgia il banchetto, si mescolavano a’ lubrici conviva.
Quando poi, per dirla col Parini,
Vigor dalla libidine La crudeltà raccolse,
si spinse il pervertimento fino a darsi a mensa spettacolo di lotte gladiatorie, non ischifando avanti il pericolo che il sangue avesse zampillato fin sulla sintesi e sul _mantile_ o sovra il piatto medesimo.
A tutte queste distrazioni che allietavano le mense, Plinio il Vecchio, secondo ne scrisse il nipote nelle sue Epistole, sappiamo com’egli preferisse udir buone letture d’alcun autore greco o latino. Ma pochi erano allora del gusto e dell’onestà dell’insubre magistrato e letterato.
Finita la cena, se ne dividevano gli avanzi dell’ultimo servito fra i convitati; ciascuno era libero d’inviar quanto gli fosse piaciuto a’ parenti od agli amici. Qualche parasita, che fornì materia alle arguzie di Marziale, li serbava per goderseli l’indomani.
V’erano poi di quelli che non avevan portato seco il tovagliolo alla cena, e che poi si intascavano quello che aveva loro fornito il padrone di casa: e il medesimo Marziale li ha personificati in Ermogene, quello stesso che già ricordai, il quale non avendo potuto involare i tovaglioli, perchè nel timore di vederseli rubati, nessuno gli aveva portati, pur d’esercitare l’industria sua, aveva pensato di rubar la tovaglia:
_Ad cœnam Hermogenes mappam non attulit umquam_ _A cœna semper retulit Hermogenes_[126].
Ciò fatto, si recavano dagli schiavi i calzari, si accendevano le torcie per rischiarare i convitati che toglievan congedo dall’anfitrione e, quand’erano in senno, salutavansi fra loro augurandosi la salute del corpo e dello spirito.
Sovente erano alla porta attesi da’ loro schiavi con le lanterne di Cartagine, non tanto per illuminare le tenebre, giacchè allora per le vie non fosse illuminazione, o per proteggerli dai ladri, quanto per respingere gli attacchi de’ giovinastri, perocchè a que’ tempi anche figli di buone famiglie si recassero a piacere di assalire i viandanti in ritardo, di applicar loro una buona bastonatura, o far loro qualche cattivo scherzo, come nel primo quarto del nostro secolo vedemmo praticarsi egualmente in Milano dalla _Compagnia della Teppa_. Si sa che Nerone imperatore aveva pure di simili gusti, e si camuffava perfin da schiavo, affine d’abbandonarvisi le notti, e di brutti pericoli egli corse per ciò, e la sua vita stessa fu posta a repentaglio più d’una volta.
Rivelati i misteri della mensa antica, cerchiamo adesso di indagare quelli della toaletta, nè forse riusciranno meno interessanti. Dovendo ricordare anche le vesti femminili, farò pur un cenno di poi delle maschili e di quelle particolari agli schiavi e così imporrò fine a questo capitolo, nel quale la sovrabbondante materia mi affaticò a contenermi nei limiti proporzionati dell’opera.
Ho già superiormente accennate le diverse schiave od ancelle addette al servizio delle matrone: ora veggiamole in movimento intorno a queste. — Sono tutte silenziose e nude fino alla cintura ad attendere il cenno della padrona che si risvegli sul suo letto d’avorio incrostato d’oro e di gemme nel _cubiculo_ vicino. Si risveglia finalmente, e, vinta l’inerzia lasciatale dal sonno, facendo crepitare le dita, le chiama, e senza far rumore entrano le più favorite _cubiculari_ e l’aiutano a scendere dalle sofici piume. La sua faccia è ancora tutta impiastricciata della mollica di pane inzuppata nel latte di giumenta, che nel coricarsi si è applicata onde serbar morbida e liscia la pelle, suppergiù come le moderne signore, pel medesimo scopo, si ungono della inglese pomata, il _cold cream_. Gli adoratori del giorno non la ravviserebbero in quel punto. Oltre quella maschera screpolata di disseccata mollica, invano le cerchereste il volume di sua superba capellatura, nè le ben arcuate sopracciglia, nè le perle della bocca. A ricostruire la sua bellezza, ella entra nel gabinetto attiguo. Una schiava ne custodisce l’ingresso, perocchè occhio profano non debba sorprendere i misteri della sua artifiziata toaletta, giusta il precetto d’Ovidio, erudito maestro nell’arte d’amare:
_Hinc quoque præsidium læsæ petitote figuræ:_ _Non est pro vestris ars mea rebus iners._ _Non tamen expositas mensa deprendat amator_ _Pyxidas: ars faciem dissimulata juvet._ _Quem non offendat toto fex illita vultu_ _Cum fluit in tepidos pondere lapsa sinus?_[127] . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _Multa viros nescire decet; pars maxima rerum_ _Offendat, si non interiora tegas_[128].
Anzi, aggiunge il Poeta:
_Tu quoque dum coleris, nos te dormire putemus_[129].
E le cosmete si pongono all’opera. Con tepido latte di giumenta appena emunto l’una rammollisce le arse molliche della faccia e la lava; l’altra mastica le pastiglie greche che debbonsi applicare, dopo avere sullo specchio di metallo fiatato e provato aver ella sano e profumato l’alito; una terza l’imbelletta col rossetto, _fucus_; una quarta, sciolto in una conchiglia il nero, le tinge le sopracciglia; poi v’ha chi pulisce col _dentifricium_ i denti e colloca i posticci nelle gengive, assicurandoli con un filo d’oro. Il medesimo Ovidio dell’artificio del liscio ne dettò un poema: _De Medicamine faciei_, che non ci giunse per altro completo.
Succedono alle cosmete le parrucchiere, _Calamistræ_, ajutate dai _ciniflones_, dai _cinerarii_ e dalle _psecas_[130]. L’opera loro è tutto un faticoso lavorio. Scelgono esse il colore ai capelli che richiede la moda, e però usavan del _sapo_, pallottole di sego e semi di faggio, per colorirli di un color bruno chiaro; o si facevano giungere capellature sicambre, quando il color favorito era il rosso e vi spendevano di grosse somme; oppur si tingevano a celare la canizie. È sempre lo stesso Ovidio che di tutto ciò ne ammonisce:
_Femina canitiem Germanis inficit herbis;_ _Et melior vero queritur arte color._ _Femina proceda densissima crinibus emptis;_ _Proque suis alios efficit ære suos_[131].
Talvolta disponevano i capelli a ricevere la tintura, lavandoli con acqua di calce, estirpando prima i canuti colla _volsella_, che noi diremmo pinzetta. Pettinati, poscia calamistrati, unti e profumati, il pettine o quello più precisamente detto il _discerniculum_[132] e la mano industre acconciano in mille fantasie le chiome ed i ricci, spesso raccolti in reticelle o nastri di seta o di porpora. Vi raffigurano elmi, _galeri_, grappoli od eriche, _corymbia_, mitre orientali; vi infiggono spilloni aurei ed effigiati, _acus domatorio_, e topazj e rubini e ametiste e perle e, dopo tutto, la dama si specchia nel lucidissimo disco d’argento. Pompei offrì esempi di siffatti specchi d’argento; uno si rinvenne di forma circolare il più usuale, con un manico per reggerlo quando si adoperava; altro di forma oblunga rettangolare, che doveva esser tenuto davanti alla padrona da uno schiavo, mentre altri aggiustavano la toaletta. Mantenevasi lucente la superficie dello specchio con una spugna, per consueto attaccata al telajo dello specchio stesso con una corta cordicella e con polvere di pomice. Guai alla schiava se le treccie non saranno state ben rannodate! guai se non ben foggiato il _galerus_, se alcun capello sfuggirà indisciplinato, se verrà usata lentezza! perocchè la crudele elegante le punzecchierebbe il seno o le braccia a colpi di spillone, o la schiaffeggerebbe, quando pure non la rimetterebbe al lorario, che sospesa la sventurata penzolone pe’ capelli, la flagellerebbe finchè non piacesse alla padrona di cessare.
Quindi è alle ugne che dona le sue cure e insomma ogni istrumento è adoprato a diversi altri ufficj, non escluse le essenze, gli olj, i diapasmi o polveri fine di fiori odorosissimi istropicciati sul corpo, respingendo l’_epilimna_, perchè unguento della qualità più comune.
Visitando la casa delle Vestali in Pompei, in una camera della terza corte, si trovò una quantità di questi oggetti di toaletta femminile, che i Romani compendiavano col nome di _mundus muliebris_: uno dei suddetti specchi di metallo, decorato nel rovescio d’arabeschi, dei fermagli d’oro di forma rotonda, degli spilloni d’avorio per i capelli, un pettine, una cassettina di manteche, vasetti di vetro che contenevan belletto, boccette d’acqua d’odore, braccialetti d’avorio, orecchini, _dentiscalpia_ o stuzzicadenti, monili, forbici, ecc., ecc.
Da ultimo entrano i paggi numidi che recano l’uno un vassoio d’argento con latte per lavarsi le dita che la dama asciuga ne’ capelli ricciuti di lui, gli altri i cibi dello _jentaculum_, o colazione, e il vin di Cipro, o retico; e, mentre ella asciolve, si intrattiene o col filosofo di casa, o col mercante, o coll’unguentario che ha trovato nuove pomate, o colla sua segreta _veneria_, la schiava che presiede ai piaceri de’ suoi amori, ed alla quale dischiude le confidenze de’ suoi adoratori, chiedendo se costoro abbian mandato nella mattina i _salutigeruli_, o tal altro messaggio per lei.
Una breve parola adesso di queste _veneriæ_, perocchè in Pompei più d’una iscrizione vi faccia cenno. E basti per tutte citare quella di una Tiche, che fu venerea di Giulia, figlia di Augusto, e allora nel vederne consacrata la memoria fra tombe cospicue, si è indotti a conchiudere che la qualità di tali femmine o schiave non dovesse essere ignobile e turpe, come dovrebbe parere a prima giunta. I costumi del tempo portavano che le schiave favorite, o liberte, fossero destinate a tale officio di osceno lenocinio. I lessici non recano, e neppur quello del Forcellini, spiegazione di sorta di tal nome applicato a schiava avente incarichi quali ho mentovati; ma, come dissi, ciò avrebbero rivelato gli scavi pompejani. Notarono per altro i lessici il _venereum_ come luogo addetto a’ bagni e destinato per avventura alle amorose voluttà, e si riferirono all’iscrizione da me riportata nel dire dell’annunzio d’appigionarsi nei predii di Giulia Felice, dove, fra gli altri molti locali, presso al _balneum_, si ricorda il _venereum_. E le _venereæ_ erano esse particolarmente addette al servizio di codesti _venerei_? Nulla di più probabile. Veggasi più avanti il Capitolo delle Tombe, dove è ricordata quella di Tiche venerea di Giulia, la figlia di Augusto.
La volta è venuta delle _sandaligerulæ_, delle _vestisplicæ_, e delle _ornatrices_, le funzioni delle quali ho già al lettore spiegato. Vediamo adesso i diversi abiti ed abbigliamenti ond’erano chiamate a vestire ed adornare la loro padrona.
La _tunica_ era per le donne il primo e più indispensabile de’ vestimenti di sotto, e la portavano sempre ed anche in casa. Fu dapprima di lana, ma dopo le frequenti relazioni coll’Egitto, si mutò in lino. Gli abiti di seta e i fini e trasparenti tessuti di Cos, che Petronio chiamò nel suo _Satyricon_ vento tessile, divennero un oggetto di lusso e di civetteria. Tunica _interior_, chiamata eziandio _intima_, era quella che vestivasi sotto un’altra tunica, portandosene fin quattro dalle persone dilicate. Dicevasi anche _intusiasta_ una specie di camicia o veste che portavano in casa.
La _stola_, ho detto altrove come fosse una lunga veste bianca, che si portava sopra la _tunica_, e si attaccava sulla spalla a mezzo di un fermaglio: discendeva fino a terra coprendo ben anche i piedi, ed aveva fimbrie d’oro e di porpora. Ho già riferito i versi di Ovidio, che così la ricordano:
_Scripsimus hæc istis, quarum nec vitta pudicos_ _Contingit crines, nec stola longa pedes_[133].
Nell’altro poema _De Arte amandi_, vi accenna in questo distico del pari:
_Este procul villa tenues, insigne pudoris;_ _Quæque tegit medios, instita longa pedes_[134].
La _calthula_ era un piccolo mantello d’una stofa color della _caltha_, la _calendula officinalis_ di Linneo, fiore di color giallo.
Il _cerinum_ era un abito di stofa pur gialla.
La _crocota_ era la veste di gala del colore del zafferano, imitata dalle greche, che la portavano alle feste Dionisiache. Dicevasi anche in diminutivo _crocotula_.
La _cymatilis_, abito del color dell’acqua marina e di stofa marezzata, come potrebbe essere il moderno moerro.
La _impluviata_ era veste di color bruno, riquadrata a’ quattro lati, come appunto l’_impluvium_ d’una casa. Sebbene Varrone parli dell’_impluvia_ come di un mantello contro la pioggia, pure vi doveva essere anche l’_impluviata_ o l’_impluvium_ come veste, se così lo noma Plauto nella scena seconda del secondo atto dell’_Epidicus_.
Ecco in qual modo fa narrare l’incontro di una cortigiana col suo ganzo:
EPIDICUS