Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 25

Chapter 253,521 wordsPublic domain

. . . . a poco a poco Te aggregheranno del bel numer uno Quei che accerchian la fronte in lunghe bende, E tutto avvolgon di monili ’l collo. Ne’ penetrali lor, con ampie tazze E ventraia di tenera porcella Placan la Bona Dea. Ma quelle soglie, Con rito inverso, or non avvien che tocchi Piè femminile: a’ soli maschi l’ara Apresi de la Dea. Lungi, o profane! Alto s’intona; no, che qui non geme Tibia ispirata da femmineo labbro. Tal’orgie i Batti usar fra tede arcane Solean, stancando l’Attica Cotitto. _Id., Ibid._ Trad. di Gargallo.

[166]

. . . Via, fuori . . . . qual vergogna! S’alzi Da l’equestre cuscin, chi non possiede L’equestre censo; e de’ mezzan d’amore Vi sottentrino i figli, in qual sia chiasso Nati pur sien. Costinci applauda il figlio Del grasso banditor tra la ben nata Da’ rezïari giovinaglia, e quella Degli accoltellatori. V. 153-158. — Tr. Gargallo.

[167]

È vecchia usanza, o Postumo, ed antica Far cigolar gli altrui letti, e il santo Genio schermir che a talami presiede. V. 21-22.

[168]

Lascio i parti supposti, i gaudi, i voti Spesso appagati dal Velabro. Oh quante Volte raccolti son dalle sue fogne Gli ignoti bimbi, sul cui falso corpo Nome di Scauri apponsi, e poi ne ottiene Suoi pontefici Giove, i salî Marte. Capricciosa fortuna ivi la notte A que’ nudi bambin volteggia intorno, E con l’alito suo tutti gli scalda, E in grembo se li avvolge. Allor tra gli alti Palagi li dispensa, e ne prepara Segreta farsa a sè: l’amor son questi, Questi son la sua cura; e che sien detti Figli delle Fortuna ella gioisce. _Sat._ VI, vv. 602-609.

[169] «Nei quadrivii e ne’ chiassi.» _Carmen_ LVIII, _Ad Cœlium_.

[170]

Amo ed odio insiem, se chieda A me alcun come succeda? Io l’ignoro, eppure il sento E ne provo un gran tormento. _Carmen_ LXXXV. — Mia trad.

[171]

_Iam ne exciderunt vigilatis furta Suburræ_ _Et mea nocturnis trita fenestra dolis?_ _Per quam demisso quoties tibi fune pependi,_ _Alterna veniens in tua colla manu._

E già i bei furti di Suburra e il caro Trescar notturno, e il mio Balcon per te socchiuso, agli altri avaro, Ti caddero in obblio? Il mio balcon, d’onde alla fune appesa Spesso vêr te calai, E con alterna delle mani offesa Al collo tuo sbalzai? Trad. Vismara.

[172]

Pria della mensa è poca cosa assai, Ma il vin le dona mille grazie e mille.

[173]

Bianca e fredda a veder, ma tra i bicchieri Un di goderne, un di sfidarne ha petto. Trad. Vismara.

[174]

Non più vezzoso ad occhieggiar qual fai, O fra i spettacol’ del lascivo Foro, O sul passaggio di Pompeo n’andrai. E d’ora innanzi non ti dar la pena Di torcer suso il collo agli alti scanni[175] Ne l’affollata teatrale arena. Nè per la via farai fermar lettica O aprir portiera onde ficcarvi il capo E parlottar colla passante amica. Ma pria di tutto fuor di casa, fuori Ligdamo, fonte d’ogni mal; si venda, E con i ferri ai pie’ serva e lavori.

[175] Dissi già nel capitolo de’ Teatri come le cortigiane fossero nel quattordicesimo gradino del teatro, citando all’uopo il _Satyricon_ di Apulejo.

[176] _Amorum_, Lib. III. Eleg. XV:

Madre di amori teneri, Cerca novel poeta. Trad. di Francesco Cavriani.

[177]

Che vidi incauto? perchè i fati vollero Che arcana colpa il guardo mio scorgesse? Vide a caso Atteone ignuda Cinzia; Pur de’ suoi cani pasto egli è rimaso. Trad. di Paolo Mistrorigo.

[178] _Sopra la Vita di Publio Ovidio Nasone, Discorsi._ Discorso I.

[179]

Punito io son, chè un turpe fatto videro Gli incauti occhi; son reo che gli occhi ebb’io. Trad. di Paolo Mistrorigo.

[180]

Versi ed error, due colpe mi perdettero. _Id., Ibid._

[181] Fu Sotade poeta di Tracia, che scrisse in verso ogni sorta di libidini, e sembra che scrivesse in quel genere che i Francesi chiamano poesie fuggitive e che in latino diconsi _commatæ_, cioè incise, spartite. Così le chiama Quintiliano; e pare che a’ tempi di lui fossero conosciute, perciocchè egli proibisse agli istitutori di parlarne a’ giovinetti. Intitolavansi quelle poesie del poeta Sotade _Cinaedos_, per cui Marziale lo chiama Cinedo, ed altri chiama Jonico quel poema, giacchè l’epiteto di jonico davasi a tutto ciò ch’era molle e lascivo. Visse questo poeta a’ tempi di Tolomeo, che il fece gittare in mare entro una cassa di piombo.

[182] Molti de’ carmi di Catullo tengo da me volgarizzati inediti; epperò mi valgo sempre per questo poeta della mia traduzione non edita per anco.

Donna non fu che tanto Amata fosse, come or tu da me; Nè mai servata, quanto Da me lo fosse, la giurata fè. Lesbia, or tu m’hai condotto, Fossi pur buona, a più non ti stimar: Nè, s’anco più corrotto Tu avessi il cor, ti lascerò d’amar.

[183]

Abbastanza io fui la favola De le mense scioperate, E di me ciascun fe’ ridere A sua posta le brigate. Tr. Vismara.

[184] _Sat._ 2, lib. I:

Facil Venere e pronta amo e colei Che ti dice: fra breve; e fia maggiore La voluttà, se partirà il marito.

Mi son sostituito nella traduzione al Gargallo, che questa volta non ho proprio capito che dir si volesse.

[185] _Sat._ I. Lib. 11.

. . . . . Canidia, figlia D’Albuzio, a’ suoi nemici erbe e veleno. Tr. Gargallo.

[186] «Irritabil genia quella dei vati.» Oraz.

[187]

Il diritto dei tre figli mi diede, De’ miei studi poetici in mercede, Chi potea darlo: addio consorte: vano Il don sortir non dee del mio sovrano. Trad. Magenta.

[188]

LA PROSTITUZIONE DELLE MUSE[189

Or la misera fame, ed i sottili Distillati veleni entro le dapi, Tutto un popolo esangue e amici pingui Per ricchi funerali, ed un impero, Che sotto il nome della pace infinto, Mollemente si solve e si consuma, Quanto fa dir la nostra età la bella Età dell’oro, canteran le Muse. E canteranno i lagrimosi incendi Della marmorea Roma[190], agli occhi loro Vaghi sollazzi della negra notte, Egregie gesta di colui che baldo Dell’assassinio della madre esulta, Che alle Furie materne altre ne oppone, Alle serpi altre serpi, ognor la mano Pronta a nuovi pugnali e di peggiori Stragi a far tutto esterrefatto il mondo. Canteranno esse scellerati carmi, Oscene voluttà, sozzi imenei D’un favorito della sposa infami[191], Di Venere nefandi monumenti; Nè l’onta proveran de’ loro canti Le svergognate Muse, e di lor nome Verginal, di lor fama immacolata Fatte immemori adesso. Ah! via gittato Ogni pudor, sotto color bugiardo Di lor saver, prostitüir sè stesse, E le figliuole dell’olimpio Giove Sovra gli umani eccelse, ancor che nulla Sentan necessità, fanno a vil prezzo Di lor sacra persona empio mercato. Esse al capriccio dei superbo Mena[192] Piegan codarde, ovver di Policleto Obbedïenti al cenno, anco beate D’esigua lode, appassionate, ardenti Delle recenti impronte, onde una fronte Va maculata, o delle ree vestigia Che lasciò la catena od il flagello A un Geta[193], che da jer fatto è liberto. Immemori, che più? del divo padre E de’ numi cognati e dell’antico Onor di casta e verginal pietate. Oh dolor! Alle Furie e a mostri orrendi Hanno eretto l’altare e i cenni impuri Dell’ignobile Tizio[194] osano voci Del Destino appellar: quanto ha l’Olimpo Consacrarono all’Erebo; già templi Osaron scellerati ergere ed are Sacrileghe, e per quanto è di lor possa, I cacciati dal cielo empi Titani Tentan ripor nelle superne sedi E stolto crede a’ loro accenti il mondo. ]

[189] Con una sacra indegnazione e con maggior calore per avventura di Persio, Turno, vissuto sotto il regno di Nerone e vecchio sotto quello degli imperatori di casa Flavia, compose satire che quello imperante stigmatizzarono a fuoco. Vuolsi che le sue composizioni non publicasse finchè visse quel tiranno; ma se ciò fosse, sarebbe stato minore il suo coraggio, nè di lui avrebbe Marziale potuto dettare il seguente epigramma:

_Contulit ad satyras ingentia pectora Turnus: Cur non ad Memoris carmina? Frater erat._

Turno piegò l’ingegno suo sovrano Al satirico stil: perchè di Memore Non i versi emular?... Gli era germano. _Epigr._ lib. XI, 11. — Tr. Magenta.

Da tal epigramma apprendiamo adunque che Turno fosse fratello di un Memore, poeta tragico, come nel precedente epigramma lo stesso Marziale lasciò ricordato:

_Clarus fronde Jovis, Romani fama cothurni._

Del romano coturno illustro e cinto Della fronda di Giove. _Id. ib._ 10.

L’unico frammento rimasto delle Satire di Turno è, come dissi, codesto che traduco: taluni vollero perfino attribuirlo a Lucano, ma i più lo assegnano a Turno.

[190] È chiara in questo verso l’allusione all’incendio di Roma avvenuto sotto il regno di Nerone, il quale ne fu ritenuto autore.

[191] Son note le pazze e infami nozze di Nerone con Sporo, celebrate publicamente in Roma. Questo verso ricorda quello della _Sat._ II di Giovenale:

_Dives erit, magno quæ dormit tertia lecto._

. . . . Sposa che in ampio letto Terza a dormire adattisi, fia ricca. V. 60. Trad. Gargallo.

[192] Mena fu liberto e favorito del giovane Pompeo; fu vanitoso sino al ridicolo, e di sua perfidia andò famigerato nella guerra di Augusto e di Sesto Pompeo. Orazio lo berteggia in una satira. Morì nella guerra che Ottavio sostenne contro gli Illirii.

[193] Geta è altro favorito, che eccitò sotto Nerone una sedizione a Roma. Di lui parla Tacito nel lib. II, cap. 72 delle _Storie_.

[194] Tizio, cavalier romano, preposto a guardia di Messalina. Di lui pure fanno menzione gli _Annali_ di Tacito lib. II, cap. 35.

[195] Lib. VII, ep. 21.

[196] Lib. VII, ep. 24.

[197] Lib. XII, 18.

[198] _Études de moeurs et de critique sur les Poètes latins de la décadence_. M. D. Nisard. Bruxelles 1834.

[199]

..... Ascondere Con segni intelligenti I lusinghieri accenti.

[200] Cic. _Pro Cælio_. «Libidini, amori, adulterii, banchetti e commessazioni.»

[201]

I Bagni, i vini e Venere Riducon l’uomo in cenere, A’ mortali gradita Fan nondimen la vita.

[202]

Vuoi tu forse ch’io segga in fra codeste Prosede e avanzi d’Alicarie, amiche A’ panattier’, sciupate e infette serve? _Pœnulus._ Act. I, sc. 2, v. 53-55.

Noti il lettore come Plauto usi della parola _scœno_, invece di _cœno_, come dai Sabini si usava allora sostituire nella pronunzia la _s_ al _c_. Così _scœlum_ per _cœlum_, _scœna_ per _cœna_. La medesima cosa si fa oggidì, in alcune parti d’Italia e massime in Toscana.

[203]

La Blitea è una sporca meretrice La qual non pute che di vino.

[204] Il comico latino che di queste femmine se ne intendeva, nella già citata commedia del _Pœnulus_ non dimenticò la _scorta diobolaria_, che retribuivasi di due oboli, che è la stessa moneta del _dupondium_, e a siffatte sciagurate accenna pur Seneca nel Lib. VI _Controversiarum_, in quel passo: _Itane decem juvenes perierunt propter dupondios duos?_

[205]

ARGIRIPPO Non sono morto affatto, ancor mi resta Qualche poco di vita, e quel che chiedi Ancor darti poss’io; ma darò solo Che tu rimanga in mio possesso e sappia Che un anno intero tu mi serva e intanto Presso di te nessun altro tu ammetta.

CLEERETA E se tu il vuoi, quanti ho in mia casa schiavi Evirerò; ma se d’avermi brami, Il singrafo mi reca, e come chiedi E come piace a te, dettane i patti: Ma insiem portami il prezzo, agevolmente Il resto accetterò. Son dei lenoni Pari alle porte de’ gabellieri, S’apron se paghi, se no, restan chiuse.

[206]

DIABOLO Fra me, l’amica mia e la mezzana Leggine i patti, perocchè poeta In codesti negozi unico sei. Suvvia, mostrami il singrafo che hai scritto.

[207] Pag. 70. Milano, Edoardo Sonzogno editore, 1872.

Non so trattenermi dal riferire un tale contratto, simile in tutto a’ singrafi di fedeltà di cui sopra è parola.

GOSTANZO, _il_ PROCURATORE, _il secondo_ NOTAIO.

_Pro._ Presto, Alessandro, quei patti obbligatorî: state ad ascoltare.

_Gos._ Ascolto.

_Ales. In Christi nomine amen. Millesimo quingentesimo quinquagesimo primo._

_Pro._ Etc. vieni al merito: lascia stare le clausole generali.

_Ales._ M. Gostanzo figliuolo di M. Massimo Caraccioli, parte una, e Madonna Andriana da Spoleti parte altera _omnibus modis etc. etiam_ con consentimento di Madonna Dorotea sua figliuola, tutti presenti, e che accettano volontieri etc. son divenuti agl’infrascritti patti, _videlicet_ che la detta donna Andriana lascerà Madonna Dorotea sua figliuola al detto M. Gostanzo un anno intero da star seco dì e notte.

_Gos._ A lui solo e non ad altri.

_Pro._ Gliel’aggiungo io. Presto, Alessandro.

_Gos._ Sì in ogni modo: vedete di grazia d’imbrigliami sì bene quest’asina, non le voglia il trarmi de’ calci.

_Pro._ Udite pur, seguita.

_Ales._ E che nel detto tempo non metta in casa nessun amico, parente, o innamorato suo antico, moderno, imaginario, _quovis modo_.

_Gos._ Se non me solo.

_Pro._ Intendo; che non dicesse poi che sete escluso ancor voi; passa oltre.

_Ales._ Non ricevi nè mandi lettera, non abbi in casa carta e inchiostro per scrivere; non tenghi ritratto degli innamorati vecchi, e passato il terzo giorno gli sia lecito _impune et de facto_ abbruciarli; non vada a festa, a banchetti, nè a chiesa; non inviti nessuno a mangiare, non stia in porta, non facci trebbe, non guardi giù dalle finestre, non oda cantilene o sospir di gente che passi per la strada, e sia lecito al detto M. Gostanzo di chiuder le porte e tenerle chiuse quanto gli piace senza alcuna replica.

_Gos._ Oh mi piace; oh come va bene!

_Pro._ Aspettate pur, seguita.

_Ales._ Levi tutte l’occasioni di farlo sospettare; non calchi il piede a nissuno, non tocchi la mano, non pizzichi, non si levi, non si muova.

_Gos._ Piano, anzi voglio ch’ella si muova e scherzi meco in camera.

_Pro._ Con altri, con altri, s’intende.

_Gos._ Passate oltre.

_Ales._ Non alzi un occhio, non starnuti, non fiati senza suo consentimento, non rida dietro alla finestra a nessuno, non si lasci baciar la mano, o veder gli anelli, non facci cenno, non motteggi, non guardi, non mostri di tossir e quando è sforzata, non faccia vezzi nè favore a nessuno; di più non si finga ammalata per farsi ungere, stropicciare e sia lecito al detto M. Gostanzo durante il detto termine per qualsivoglia minima occasione di gelosia ch’ella gli dia, chiuder la detta Dorotea in camera, in cucina, in sala, di sotto, di sopra e in qual parte più gli piacerà della casa, _quomodocunque et qualitercunque_ et ella accetti ogni cosa per bene.

_Gos._ Benissimo; ma voi mi lasciate il meglio e più importante.

_Pro._ Che cosa?

_Gos._ Preti, Frati, Scapuccini, Guastallini, Pinzocheri, Chietini, Giovanelli, Riformati, Gabbadei, Zoccolanti, Collitorti nè per confessione, nè per visita, nè per altro non mettano il piede in casa sotto alcun pretesto.

_Pro._ Buon ricordo per mia fè. Presto, Alessandro.

_Gos._ Aggiungeteglielo in ogni modo, perchè non sono al mondo lenoni più veementi di queste canaglie.

_Pro._ Mi meraviglio che la somma Orlandina non ne faccia menzione, donde ho cavato questo estratto. Hai spedito, Alessandro? seguita.

_Ales._ E che nel sopradetto termine la detta Andriana non abbi alcuna autorità in casa, ma si stia cheta e goda e taccia et attenda solamente a covar il fuoco, cuocer castagne, ber vin dolce, sputar nella cenere, e se pur vuol gridar gridi alla gatta, solleciti il desinare e si faccia legger dal ragazzo qualche leggenda; del resto lasci il dominio della casa in podestà del detto M. Gostanzo, sotto la pena di non ber vino, e di esser staffilata all’arbitrio del detto M. Gostanzo.

_Gos._ O buono! seguita.

_Ales._ Dall’altra banda sia obligato il detto M. Gostanzo numerargli subito, senza alcuna dilazione, sessanta scudi d’oro, de’ quali possono disporre a lor modo, senz’alcun obbligo di restituirli.

_Gos._ Andiam dentro.

[208]

Il pastor Coridon d’Alessi ardea, D’Alessi bel fanciul, delizia prima Del suo signor. _Egloga_ II. Tr. di Prospero Manara.

[209] Vedi _Giornale degli Scavi_, Nuova Serie n. 13, 1870.

[210]

Nè già di lei, che nuda il piè, calpesta L’aspra selci, è miglior l’altra che ’l collo Preme d’assiri lettighier giganti. _Satir._ VI, 350. Tr. Gargallo.

[211]

L’ippomane, gli incanti, i beveraggi, Colchici dovrò dir? _Sat._ VI. 133. — Tr. Gargallo.

[212] «Porgi l’acqua fredda, o ragazzo.» Notisi il _fridam_ per _frigidam_ quanto s’accosti alla nostra parola _fredda_.

[213] «Una bianca m’apprese a odiar le brune.» Vedi Vol. I. Cap. _Le Vie_, ecc.

[214] «Agli uomini di Nola augurano felicità le fanciulle di Stabia.»

[215] Vedi Plauto: _Asinaria_ Att. V, Scena 2, v. 76 e 84.

Ma dorme ancora il cuculo, o amatore, Su ti leva e va a casa.

Il _cocolo mio_, vezzeggiativo delle amanti veneziane, ne sarebbe forse la traduzione e l’applicazione, senza l’idea del disprezzo?

[216] «Non è questo il luogo agli oziosi: passa oltre, o passeggiero.»

[217]

Così del fuoco di sozza lucerna, Brutta e incrostata il viso, il tetro odore Del bordello al guancial recò d’Augusto. Giovenale, _Sat._ VI. 130-131. Trad. Gargallo.

[218] «E le misere madri di null’altro più pregavano se non che fosse loro concesso di raccogliere l’estremo sospiro de’ figli.»

[219] Trad. di Paolo Maspero.

[220] _Æneid._ Lib. IX. 486. 487:

Ed io tua madre, Io cui l’esequie eran dovute, e ’l duolo D’un cotal figlio, non t’ho chiusi gli occhi.

[221] Lib. III, v. 539-540.

Sol col tacito volto invoca i baci E del padre la man che i rai gli chiuda.

[222] «Affermavano passarsi sotto terra l’altra vita dei morti.» _Tuscul._ 1, 16.

[223]

. . . . e con supremi Richiami amaramente al suo sepolcro Rivocammo di lui l’anima errante. _Æneid._ Lib. III, 67, 68. Tr. Ann. Caro.

L’espression di Virgilio _animam sepulcro condimus_, resa letteralmente, appoggia meglio la credenza da noi riferita, ed io però tradurrei:

L’anima sua chiudemmo entro il sepolcro.

[224] _La Cité Antique_, Cap. 1.

[225] «I diritti degli Dei Mani sono santi: questi datici da morte abbiansi come numi e si onorino di spesa e di lutto.»

[226] Lib. II, 22.

[227] «Le anime di virtù maggiore si chiamano Mani, quelle che son nel nostro corpo diconsi Genii; fuori di esso, Lemuri; se infestano colle loro scorrerie le case, Larve; ma se pel contrario ci son favorevoli, si chiamano Lari famigliari.» _De Deo Socratis._

[228] V. 91-96.

[229] Virgilio, lib. VI, v. 219:

. . . . intorno al freddo corpo intenti Chi lo spogliò, chi lo lavò, chi l’unse. Trad. Ann. Caro.

[230] _Satira_ III. v. 261-267:

. . . . la buon’anima, Che già siede novizia in riva a Lete, Trema del tetro barcajuol, nè spera Varcar su la sua barca il morto stagno; Miser! nè il può senza il triente in bocca. Tr. Gargallo.

[231] _Storia Popolare degli Usi Funebri Indo-Europei._ Milano, Fratelli Treves, 1873, pag. 19. — Perchè alla vera dottrina è sempre gentilezza d’animo congiunta, l’illustre scrittore mi volle onorato del dono di questa sua opera, che mi tengo cara e della quale pubblicamente il ringrazio. E come no, se a’ dì nostri solo compenso a chi si pasce di studio sono o la noncuranza o la calunnia? Oggi è vezzo di portar la politica anche ne’ giudizi letterarii, e chi non s’imbranca coi gerofanti della politica è punito colla cospirazione del silenzio.

[232] _Satira_ III, v. 103-105:

Quindi le tube e le funeree cere. Steso e beato alfin nel cataletto, E d’aromi inzuppato, irrigiditi Slunga vêr l’uscio i piè... Tr. Vinc. Monti.

[233]

Di lutti non plebei teste il cipresso. _Pharsal._ III, 442.

Spiacquemi non usar qui della versione notissima del conte F. Cassi, perchè in questo passo si cavò d’impiccio, col dire semplicemente _i funebri cipressi_.

[234] Virgilio, _Æneid._ Lib IV, v. 665-668:

. . . . In pianti, in ululati Di donne in un momento si converse La reggia tutta, e insino al ciel n’andaro Voci alte e fioche, e suon di man con elle. Tr. A. Caro.

[235]

. . . . Quiriti, a cui fa commodo D’assistere alle esequie, è questa l’ora. _Phorm._ 5. 8. 37.

Ecco per altro la formula più completa della convocazione al funerale: _exequias_... (E . G . LUCII. LUCII. FILII) _quibus est comodum ire, tempus est: ollus (ille) ex ædibus effertur_.

[236] «Io Sesto Anicio Pontefice attesto avere costui onestamente vissuto.» Bannier, _Spiegazione delle favole_.

[237] «Da qualche anno in qua non si offerse altro sguardo del popolo romano una pompa così solenne e memorabile, come i publici funerali di Virginio Rufo, non meno egregio ed illustre, che fortunato cittadino.» Lib. II. epist. 1, Tr. Paravia.

[238] «Detti furono siticini coloro che solevano cantare canti lamentevoli a titolo d’onore, quando a taluno si facevano i funerali e recavansi a seppellire.»

[239]

Le prefiche che seguano pagate Nell’altrui funeral e piangon molto E si strappano i crini e ancor più forti Alzan clamori.

[240] _Riti funebri di Roma_. Lucca, 1758.

[241]

Spargete lagrime, Querele alzate, Lutto e gramaglie Or simulate, Del triste coro Echeggi il Foro.

[242] _In Vespasianum_, 19.

[243] Lib. II, Eleg. XIII:

Tu verrai dietro lacera E petto ignudo e chiome, Nè cesserai ripetere Del tuo Properzio il nome. Tr. Vismara.

[244] _Annali_, III, 2.

[245] «La nostra prosapia di tal guisa congiunge alla santità dei re, che assai possono in mezzo agli uomini, la maestà degli dei che sono i padroni dei re.» Svetonio, _In Cæs._ VI. Giulio Cesare da parte di madre si diceva discendere da Anco Marzio, re.

[246] Pag. 83.

[247] La legge vietava la cremazione del cadaveri in città a prevenire gli incendj. La basilica Porcia di Roma infatti erasi incendiata per le fiamme dal rogo di P. Clodio.

[248]

Sul freddo labbro gli ultimi Baci tu allor porrai Quando versar dall’onice Assiri odor vedrai. _Id. Ibid._

[249] «Addio: noi ti seguiremo tutti nell’ordine nel quale la natura avrà voluto.»

[250] Lib. IV. _Eleg._ VII:

Perchè il favor su la mia pira, o ingrato, Non invocar del vento? Perchè non arder su l’estremo fato Stilla di caro unguento? E t’era grave ancor non compri fiori Gittar sul mio feretro, E al cenere libar del vin gli onori Da lo spezzato vetro? Trad. Vismara.

[251] _Phaleræ._ Erano piastre d’oro, d’argento o altro metallo lavorate che si portavano sul petto, come attesta Silvio Italico nell’emistichio:

. . . . _phaleris hic pectora fulget_,[252]

da persone di grado, che venivano accordate per fatti di valore, come si farebbe oggidì colle decorazioni cavalleresche. Erano anche bardamenti di cavalli.