Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 24

Chapter 243,455 wordsPublic domain

— Olà! quel servo in croce. — E per qual fallo? Chi accusa? chi testifica? Rifletti; Non tardasi mai troppo, ove si tratti Della morte d’un uomo. — È uomo un servo? Sciocco! È innocente? E sia; io così voglio, Così comando; il mio volere è legge. Trad. Gargallo.

[98] _De Re Rustica_. XII. 1. 2.

[99] «L’ingiuria fatta anche allo schiavo non si deve dal Pretore lasciare inulta.»

[100] Lib. VI, 39:

.... che la testa ha aguzza e in moto Tien sempre i lunghi orecchi al par d’un asino. Trad. Magenta.

[101] _De Clementia_ I, 24.

[102] Milano. E. Daelli e C. 1863 nella _Biblioteca Rara_.

[103] Oraz. _Sat._ 11. 6. 66; Ovid. _Fast._ 11. 631; Petronio, _Satyricon_, 60.

[104]

«Quest’opera non fe’ barbaro artiere Mangiator di polenta.» Plaut. _Mostellaria_. Act. 3, sc. 2 v. 14º.

[105] _Sat._ II, 5, 79. Non raccapezzandomi sulla versione del Gargallo, mi provo io:

Parca nel regalar, della cucina, Assai più che di Venere, curante La gioventù si mostra.

[106] _Od._ XIV. Lib. II. _Ad Posthumum_.

«L’erede tuo que’ cecubi Dissiperà più saggio, Che cento chiavi or serbano Del sole ignoti al raggio. Tal vin facendo scorrere Pe’ pavimenti alteri, Cui non spumeggi il simile Ne’ salici bicchieri.» Trad. Gargallo.

Orazio dice nelle _cene dei Pontefici_; Gargallo vi sostituisce i _salici bicchieri_. Il lettore s’avvede tosto che il traduttore ha mutato il pensiero del poeta, e la citazione, nella traduzione, non farebbe al mio caso. I Salii erano i dodici sacerdoti di Marte che custodivan gli ancili o scudi sacri, mentre i Pontefici eran bensì sacerdoti, ma sopraintendevan alla religione dello stato e alle cerimonie di essa.

[107] _Od._ XXXVIII. Lib. I. _Ad Sodales_.

«.... compagni a Divi Con saliari — cibi festivi I pulvinari — tempo è d’ornar.»

[108] «Son citaredi a’ pulvinari degli Dei ed a’ banchetti de’ magistrati.»

[109] «Cesare dittatore nella cena del suo trionfo, distribuì anfore di vin Falerno nel banchetto e cadi di Chio. Lo stesso nel trionfo ispanico largheggiò Chio e Falerno. Al convito poi del suo terzo consolato diè vin Falerno, Chio, Lesbio e Mamertino.»

[110]

Qui i Romulei magnati e i trabeati Cesare volle colle mille schiere Che sedessero insieme a laute mense.

[111]

. . . . i cibi apprestansi Alla tua mensa in aurei piatti accolti. Trad. Magenta.

[112]

«Se i ricchi nappi onde l’Egitto abbella I conviti di Roma, o quei che tinge Partico fuoco d’iride sì bella.» Lib. IV. _Eleg._ V. Trad. Vismara.

[113] «Così crebbe il numero de’ versatili soffitti delle cene, che d’un tratto l’uno appresso all’altro succeda e si mutino tanti quante sieno le portate.»

[114]

Frugan costor per gli elementi tutti Come appagar la gola; nè al capriccio Mai d’ostacolo è il prezzo. Tr. Gargallo.

[115]

A un pranzo u’ niun (temendone L’ugne) il mantil recò; Via la tovaglia Ermogene portò. _Ep._ Lib. XII, 29. Trad. Magenta.

[116] _Æneid._, lib. I, 703. — Il Caro poco fedelmente traduce:

. . . . Con Cerere a le mense Gli aurati vasi e i nitidi canestri, E i bianchissimi lini eran comparsi.

Avremmo avuto meglio serbato il costume d’allora se avesse tradotto:

Distribuiscon da’ canestri il pane E recan le tovaglie, a cui fur rasi I velli,

e avremmo appreso che le tovaglie potevan essere di pelli levigate; ma i traduttori soglion mirare più all’eleganza che alla precisione. Eppure, volgarizzando dall’antico, non si dovrebbe mai perdere di vista il concetto storico, pel quale anche i poemi diventano documenti di storia importanti. Giova il ripeterlo.

[117]

Piccanti rape e rafani e lattuche Gli fean corona: intingoli che stuzzicano Lo stomaco impigrito. Eranvi acciughe, Carote ed acquerello di vin coo. _Serm._ VIII. Lib. 2. Trad. Gargallo.

[118] «Nè riporre speranza nell’antipasto, perocchè tutto ora ho soppresso: mentre per lo addietro soleva deliziarmi d’olive e delle tue salsiccie.»

[119] Lucano vi allude nel verso:

_Quippe bibunt tenera dulces ab arundine succos._

Però che bevan gli Indi Della tenera canna i dolci succhi;

e Domiziano di queste canne di zuccaro ne fe’ gitto alla moltitudine fra tante altre squisite cose.

[120] Tre furono gli Apicii e tutti celebri per la loro ghiottornia. Il primo visse al tempo di Silla; il secondo sotto l’impero di Augusto e Tiberio e fu il più famoso e venne celebrato da Giovenale, da Seneca e da Plinio; il terzo sotto Trajano e rinomato inventore del marinar le ostriche, delle quali mandava all’imperatore desideratissime giare, quando quest’ultimo trovavasi a guerreggiare tra i Parti. Tanto impose l’abilità degli Apicj, che i cuochi si divisero persino in Apicj ed Antiapicj, come trovasi menzionato in Plinio il Giovane.

[121]

D’Esopo il figlio insigne margherita, Già di Metella da l’orecchio svelta, In aceto stemprò, mille migliaja Per bere di sesterzj in pochi sorsi. _Satira_ III. Lib. II. Trad. Gargallo.

[122] «Sorbiva preziosissime perle liquefatte coll’aceto.»

[123] «Nè bevon meno e coll’olio e col vino sfidano le forze, e giù cacciatili nelle svogliate viscere, lo rimettono per la bocca e rigettan col vomito tutto il vino.»

[124] Negli archi, volgarmente detti Portoni di Porta Nuova di Milano, recentemente raffazzonati, veggonsi tuttavia incastrate due teste antiche con iscrizioni che leggonsi: _Quintus Novellius Lucii filius Vatia sevir quæstor, Cajo Novellio Lucio filii Rufo fratri_, che ricordano adunque la famiglia Novellio, cui appartenne quel gran beone.

[125] Vedi nel I. vol. alle misure dei liquidi: il congio conteneva _sei sextarii_.

[126]

Mai col mantile Ermogene A cena non andò; Da cena col mantil sempre tornò. _Ep._ Lib. XII. 29. Trad. Magenta.

[127] _De Arte Amandi._ Lib. III, v. 207-212.

Quindi riparo alla figura offesa Cercate, che non è per gli usi vostri Inefficace l’arte mia. L’amante Non miri apertamente i vasi esposti Che l’arte ascosa giova alla beltade. A chi non piaceria mirar sul volto Stendere quella feccia, e lentamente Cader pel peso suo nel caldo seno? Trad. di Cristoforo Bocella.

[128] _Idem, Ibidem_, v. 229.

Molte cose ignorar gli uomini denno, Di cui gli offendon molte, se non copri Ciò che fa d’uopo di tener celato. _Idem, Ibidem._

[129]

Fa che pensar possiam che dormi allora Che tu ti adorni. _Idem, Ibidem_, v. 225.

[130] _Ciniflones_ eran gli schiavi incaricati di tingere i capelli soffiandovi sopra determinate polveri, _cinerarii_ quelli che riscaldavan nelle ceneri i _calamistri_ o ferri da arricciare: _calamistri_ appellavansi anche gli schiavi che usavano di quel ferro per arricciare; _psecas_ finalmente le schiave che profumavano i capelli e li ungevano d’olj odorosi.

[131] _Idem, Ibidem_, 163-166.

Con le Germanich’erbe asconder puote La donna la canizie, e può con l’arte Miglior del vero altro cercar colore. Vanne la donna con la chioma folta Per i compri capelli, e col denaro, In mancanza de’ suoi, compra gli altrui. _Idem, Ibidem._

[132] _Discerniculum_ era il pettine che si usava per far la divisa dei capelli sin giù alla fronte.

[133] _Ex Ponto_, III: 3, 51:

Io la scrissi per quelle, a cui l’onesta Chioma non è dentro la benda inserta, Nè lunga giunge infino al piè la vesta. Trad. di G. B. Bianchi.

[134] Lib. I, v. 31:

Gite lungi, o Vestali, e voi matrone, Che i piè celate sotto lunga veste. Trad. Cristoforo Bocella.

[135]

_Epid._ Come leggiadramente era vestita E dorata e fregiata! e che eleganza! Qual novità! _Perif._ Di che mai si vestiva? Forse della regilla o di mendicula Impluvïata, come queste danno Nome alle loro vestimenta? _Epid._ Come, Va d’impluvio vestita? _Perif._ E maraviglia Questo ti fa? E non van molte intorno Di terre adorne?

[136] _Epidicus_, act. 2, sc. 2, v. 45-50.

Nuovi nomi al vestir trovano ogn’anno: E la tonaca valla e quella spessa, E il linteolo cesicio e l’indusiata, La patagiata, callula, crocotula, Il suppar, la summinia, oppur la rica, L’esotico, il basilico, il cumatile, Il melino, il piumatile o il cerino E dal cane perfin tolgono il nome A prestanza. _Epid._ E qual mai? _Perif._ Quel di laconico.[137]

[137] Infatti v’eran certi cani detti Lacones o Laconici, come ce lo apprende Orazio nell’Ode 6 degli _Epodi_:

_Nam qualis aut Molossum aut fulvus Lacon._

Era la laconica un genere di veste assai succinta. Lo stesso Orazio rammenta la _Laconicas purpuras_, 2, Od. 18.

[138] _Sat._ V, v. 30:

Ratto che paventoso abbandonai La custode pretesta, ed ai succinti Lari la borchia puëril sacrai. Tr. Vinc. Monti.

[139]

Certamente è codesta effeminata Moda il portar la tonaca dimessa. . . . . . . . . . . . . . . Vergogna a te, e femmina ti dico. _Pœnulus_, Act V. Sc. V.

[140] _De Re Rustica_ 3, 13: «Quando mi trovava presso Ortensio nel territorio di Laurento, comandò venisse Orfeo, il quale essendosi presentato in lunga ruba (stola) e colla cetera, ed avendo ricevuto l’ordine di cantare, sonò la tromba, al cui suono fummo tosto circondati da sì grande quantità di cervi, di cinghiali e di altri quadrupedi, che tale spettacolo non mi parve men bello di quello che danno gli Edili nel grande circo, quando si fanno le cacce, ma senza pantere.»

[141] «I Campani gente molle e libidinosa.» _Trinummus_, Act. II, sc. 4, v. 144.

[142] _Satira_ VI, v. 130.

[143] _Carmen_ XVI. _Ad Aurelium et Furium_. Traduco:

Che il costume del poeta Sia pudico, a voi sol basti; Ma i suoi versi nessun vieta Ch’esser possano men casti.

[144] V. 1 e 2. Thomas Moore, lavorò su di tale credenza, un leggiadrissimo poemetto _Gli Amori degli Angeli_, che il cavaliere Andrea Maffei recò in versi italiani.

[145] Profezia di Osea. Capo 1 e 2: «Va prendi per moglie una peccatrice, e fatti dei figliuoli della peccatrice.» Traduzione di Monsignor Antonio Martini, del quale non è inopportuno riferire il commento: «Con questo straordinario comando fatto al santo Profeta di sposare una sordida donna, la quale era stata di scandalo nella precedente sua vita, il Signore prova ed esercita la pazienza e la ubbidienza di Osea e provvede alla salute spirituale di questa donna, e principalmente indirizza questo fatto profetico a rinfacciare a tutta Samaria il suo obbrobrio, ecc.» Non c’è più nulla a dire!

[146] _Osea._ Cap. III. V. 1, 2: «Or il Signore mi disse.: Va ancora ed ama una donna amata dall’amico e adultera.... ed io me la cavai per quindici monete d’argento e un coro di orzo e mezzo coro di grano.» Trad. Martini, il quale, non si sgomenta punto del _fodi eam_ e commenta che: per ritrarla dalla sua cattiva vita le dà il profeta quindici sicli d’argento ed il resto. E soggiunge: «Questa non è la dote con cui egli si comperi costei per sua moglie perocchè egli non la sposò, ma tutto questo si crede dato a colei pel vitto di un anno, e tutto questo messo insieme è sì poca cosa, che dimostra la vile condizione di essa e l’orzo serviva pel pane delle persone più meschine.»

[147] Così Apulejo fa parlare la Dea stessa: «Io sono la natura, madre di tutte le cose, padrona degli elementi, principio dei secoli, sovrana degli Dei Mani, la prima delle nature celesti, la faccia uniforme degli Dei e delle Dee. Io son quella che governa la luminosa sublimità dei cieli, i salutari venti dei mari, e il cupo e lugubre silenzio dell’inferno. La mia divinità unica, ma multiforme, viene onorata con varie cerimonie e sotto differenti nomi. I Fenici mi chiamano la Pessinunzia, madre degli Dei; quelli di Creta, Diana Dittina; i Siciliani, Proserpina Igia; gli Eleusini, l’antica Cerere; altri Giunone, altri Bellona, ed alcuni Ecate. Evvi ancora chi mi chiama Ranunsia; ma gli Egizii mi onorano con cerimonie che mi sono proprie, e mi chiamano col mio vero nome, la regina Iside.»

[148] Trattato _del Sublime_. Sezione X. pag. 25. Edizione Mil. 1822. Soc. Tip. de’ Classici Italiani.

[149]

Te mal tuo grado scuotere, Buon Bassareo, non vo’, Nè ciò che i sacri pampini Celano, al dì trarrò. Il frigio corno, e i timpani Deh! frena, il cui fier eco In noi di noi medesimi Desta amor folle e cieco; E con tropp’arduo vertice Ne segue Orgoglio il metro E sè di arcani prodiga, Lucida più del vetro. Trad. Gargallo.

[150]

LA VEGLIA DI VENERE

Inno

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore. Giunta è la primavera: Cantiam, che s’apre intera. In primavera a esistere Incominciato ha il mondo: Gli Amori ora s’accordano In nodo più giocondo; Melodïosi e belli S’accoppiano gli augelli. Dalle carezze, l’albero, Delle pioggie feconde Tutto dispiega il nobile Onor delle sue fronde, E degli Amor la Madre, In fra l’ombre leggiadre De’ bei boschetti splendere Doman vedrem più bella Intrecciar i tugurii Di rami di mortella E dal suo letto altero Dione avrà l’impero[151].

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Le spume dell’oceano Fecero in tal stagione Nascer, commiste al sangue Di un’immortal, Dïone, Del mar tra i numi fieri E i bipedi corsieri.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

L’anno ella tinge in porpora, Veste di fior smaglianti, Delle sue poppe, turgide Pei soffii fecondanti Di Favonio, ogni dove Soave il latte piove. Versa le stille roride Della notturna brezza, Tremule a lei le lagrime Brillano per grossezza, E sembra ognor che cada La goccia di rugiada. Ella i color purpurei Dona al pudico fiore, Spremuto in ciel da’ limpidi Astri il notturno umore, Le verginali spoglie Alla diman gli scioglie. S’accoppieran le vergini Rose al suo forte grido, Dal sangue già di Venere, Dal bacio di Cupido Nata e di sol vestita, Di fiamma e margarita. Il suo rossor che ascondere Vuol nella veste, ontosa, L’invido nodo a sciogliere Più non sarà ritrosa: Sposa ella pur fra poco Il mostrerà di fuoco.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Per lei le ninfe volgono Al bosco di mortella; Un bel fanciul le seguita: Se avesse le quadrella, Voi non lo credereste Partecipe alle feste. Ite, o Ninfe, nell’ozio Amor l’armi depose: Inerme e ignudo mostrasi. Siccome a lui s’impose, Perchè l’arco non tenda, Nè colta face offenda. Pur rimanete in guardia, O Ninfe, al vostro core; Senz’armi ancor, bellissimo Come le avesse, è Amore E allor non vale scudo Se si presenta ignudo.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core. Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Simili a te, noi vergini Venere a te c’invia, Noi ti preghiamo, o Delia Vergine, acciò non sia Brutta la sacra selva Da sangue mai di belva. Solo di questo supplici Noi ti moviam preghiera; Ella medesma a chiederlo Verrebbe lusinghiera; Se a vergin fia decente, Qui ti vorria presente. Per tre notti continue Gli spensierati cori, Scelti fra tanto numero, Coronati di fiori, Correr vedresti lieti Pe’ tuoi boschi e mirteti. Qui saran Bacco e Cerere E de’ poeti il Dio: Noi veglierem tra i cantici, Se tale è il tuo desio: Dïone alle foreste Regni, o Delia celeste[152]. Ella si elesse il seggio Sovra de’ fiori iblei, Recinta dalle Grazie, Darà i responsi bei; Ibla, dà tutti i tuoi Fior che produci a noi[153]. Ibla la veste spoglia De’ fior che son tua cura Per quanto lunga estendesi Dell’Enna la pianura:[154] Qui saran forosette E montanine schiette. Quante ninfe soggiornano Bosco, foresta o fonte, La Madre dell’Aligero Nume le vuol qui pronte. Vuol che, se nudo incede, Si neghi a Amor la fede.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Fia che dimani irradii Del suo sorriso amico I nuovi fiori e l’Etere Sposo alla terra antico, Che colle nubi ognora Paterne le ristora. Si scioglierà benefica In sen dell’alma sposa, Onde nell’ampie viscere La vita rigogliosa S’agita, si commove A creazioni nove. Dell’universo Venere Col soffio suo possente Entro le vene penetra E n’occupa la mente; Procreatrice eterna, Il mondo ella governa. Ella pei campi eterei, In terra, al mare in fondo Il creator suo spirito Infonde ovunque, al mondo Obbedïenti addita Le sorgenti di vita.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Ella portò nel Lazio I Trojani Penati, Di Laurento la vergine Del figlio univa ai fati. Lei dal suo tempio tolse Che sposa Marte accolse. Diè alle Sabine vergini I Romulei mariti, Onde i Ramnesi uscirono, Uscirono i Quiriti, Di Romolo la gente E Cesare possente.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Sentono i campi Venere, Voluttà li feconda: Ebbe tra i campi il figlio Di Dion culla gioconda E crebbe ai delicati Baci de’ fior’ più grati.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

Tutti si legan gli esseri Col vincolo d’imene: Sulla giovenca spingesi Il toro, ed ecco viene Mosso da questa legge Lungo i ruscelli il gregge. Vuole la Dea dispieghino Gli augelli i loro canti, Per le paludi stridono I cigni e i proprii vanti Moduli invidïata Di Terëo la cognata[155]. La voce sua melodica, Sarà d’amore invito, Nè la sorella piangere S’udrà pel reo marito: Taccio al canto gentile, Finchè verrà il mio aprile. Come la rondin garrula, Allor canterò anch’io, Onde la Musa arridami E l’Eliconio Dio; Però che già Amiclea[156] Sè col tacer perdea.

CORO

Chi non provò mai palpito Finor d’affetto in core, Doman lo dee dischiudere Al più fervente amore.

[151] Tradussi Dione, come nel testo: forse più giustamente dovea dire _Dionea_, da Dione che Omero dà per madre a Venere. Esiodo la dice figlia dell’Oceano e di Teti, e fa nascere Venere dalle spume del mare.

[152] Delia, soprannome di Diana, dall’isola di Delo, ove era nata. Vedi Virgilio, _Eglog._ 3, v. 67.

[153] Ibla, monte della Sicilia, celebre per lo squisito miele che vi si raccoglieva. Due città sicule portavano questo nome, _Hybla major_ e _Hybla parva_, sulla costa orientale, le cui rovine veggonsi tuttavia in riva al mare. I colli che la circondano, lungo il fiume _Alabus_, sono in tutte le stagioni coperti di fiori, di piante odorifere, di timo e di sermolino, d’onde le api traggono anche presentemente il più squisito miele. Già induce a credere che il miele d’Ibla, tanto vantato dagli antichi, fosse raccolto presso d’Ibla la piccola.

[154] Enna, città in luogo eminente in mezzo della Sicilia. Le praterie dei dintorni, inframmezzate da limpidi ruscelli, indorse di sempre verdeggianti boschi e di fiori odorosi, erano considerate come il soggiorno prediletto di Cerere. Fu in quella bellissima campagna che venne rapita la di lei figlia Libera, più nota sotto il nome di Proserpina.

[155] Tereo, dice la Mitologia, fu re di Tracia, figliuolo di Marte e della ninfa Bistonide. Ebbe per moglie Progne, figlia di Pandione re di Atene, la quale dopo alcun tempo, mostrò desiderio di rivedere la propria sorella Filomela. Tereo per compiacerla si recò in Atene, ed ottenne da Pandione che lasciasse partire secolui Filomela; ma invaghitosene cammin facendo, la violò in una casa pastoreccia, ed affinchè non palesasse il suo delitto, le tagliò la lingua facendo credere alla moglie che la sorella era morta in mare. Filomela giunse però a poter disegnare sopra una tela la sua disgrazia, e la fe’ poscia per mezzo d’una fantesca a Progne pervenire. Questa trasse astutamente la sorella dal luogo ov’era rinchiusa e seco la condusse nella reggia; indi per vendicarsi, prese il bambino Iti, partorito da Filomela, e dopo di averlo ridotto in pezzi, li diè a mangiare al padre. Tereo di ciò avvedutosi, prese ad inseguire con isguainato brando le due sorelle, le quali furono dagli Dei per compassione trasformate Progne in rondine, Filomela in usignuolo, Iti in fagiano e Tereo in upupa. — Vedi Ovid. _Met._, lib. 6. _Mitologia di tutti i Popoli_. vol 6.

[156] Amiclea od Amicla, città antica italiana, che dissero fabbricata dai compagni di Castore e Polluce, i cui abitanti astenevansi da ogni nutrimento animale. Furono distrutti dai serpenti, de’ quali abbondava il suo paese. Erano grandi osservatori del silenzio, onde taciti li chiamò Virgilio: _Tacitis regnavit Amiclis_ (_Æneid._ lib. 10, v. 565) e qui pure nel _Pervigilium_ vien designata Amicla d’essersi perduta col silenzio: forse non avendo invocato soccorso a tempo quando era devastata dai serpenti.

[157]

A placarla con suppliche voi chiama Tutte il dover: dipendon dal suo nome E onestade e bellezza e buona fama. Tr. G. B. Bianchi.

[158] Vedi nel Vol. I. il Cap. VIII. — _I Templi_, dove si parla di quello di Iside.

[159] «De’ ladri e degli augei vigil custode.»

[160] N. 176 del _Catalogo del Museo Nazionale di Napoli, Raccolta Pornografica_. — Napoli, 1866. Stabilim. Tip. in S. Teresa.

[161] Arditi, _Il Fascino_, pag. 45, nt. 2.

[162] Vol. II. Cap. XII, p. 106-113. Milano, 1873. Presso Felice Legros, editore.

[163]

Omai palesi della Buona Dea Fansi gli arcani, allor che il flauto i lombi Comincia a stuzzicar: del corno al suono, Del vino all’estro, di Priapo attonite Le Menadi, rotondo il crin, volteggiano. Oh quanta allora in que’ cervelli accendasi Libidinosa rabbia! Oh con qual impeto Guizzano, scoppian, s’agitan, vociferano! Del vecchio vin che bevvero, qual circola Acre vapor nel trasudante femore. _Sat._ VI, v. 314-319.

[164] V. 346-49:

Ed or qual ara del suo Clodio è priva? Vecchi amici, a l’orecchio il nostro avviso, Già datomi una volta, ancor mi sona: Chiudila, custodiscila. — Benissimo, Ma de’ custodi chi sarà il custode?

[165]