Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)
Part 19
La sigla che segue al nome di _Arrius_, che io d’un tratto supplii con un I, ma che nel marmo ben non si comprende, fu interpretata diversamente. La più parte ritennero significare _Arrii_, seguendo l’ermeneutica adottata da Bréton nel leggere l’iscrizione di Cejo; ma Bréton è poi curioso che, abbandonandola in questa iscrizione, abbia voluto leggere nella sigla una J, che interpretò per _Juliæ_. La ragione sola che costei potesse essere la _Julia Felix_, una de’ più ricchi proprietarj di Pompei, non pare nè seria, nè da accettarsi. Piuttosto dovrebbesi essere meglio inclinati a ritenerlo liberto di Giulia la figliuola di Augusto, che avanti la morte del padre chiamavasi Livia, e così sarebbe stato conservo di questa imperiale matrona colle due Tichi, di cui menzionammo più sopra le tombe. Greche di nome codeste due liberte, parimenti greco sarebbe il nome di Diomede: forse quindi tutti compatrioti.
Il monumento pompeggia sull’altezza d’un muro con un terrapieno che serve di base a questa tomba di famiglia; esso si costituisce di un frontispizio con pilastrini d’ordine corintio ai lati ed è in cattivo stato ed ha nulla di rimarchevole fuor che alcuni fasci nella facciata, e due teste di marmo l’una di uomo, l’altra di donna, appena abozzate, che gli antichi avevano costume di collocar nei sepolcri per distinguerli.
Dietro la testa d’uomo, era questa iscrizione:
M. ARRIO PRIMOGENI
e ricordava il primogenito della famiglia di Diomede. Dietro la testa della donna eravi quest’altra:
ARRIAE M. L. VIIII
e ricordava la nona figlia di Marco Arrio Diomede liberto.
Sul detto muro inferiore poi che serve di monumento sepolcrale ad un’altra figlia del medesimo, sta questa iscrizione:
ARRIAE M. F. DIOMEDES L. SIBI SVIS
Tutta insomma una famiglia.
Presso questo sepolcreto di famiglia è un vasto recinto che si prolonga verso la strada ed è tutto circondato da un solido muro che sosteneva un terrapieno, nel quale si videro de’ tubi per lo scolo delle acque: forse era tal luogo il _sepulcrum comune_ o cimitero delle classi inferiori, ed anche l’_ustrinum_. Vi si riconobbero infatti ossa umane in copia e reliquie di funebri banchetti.
E qui ha fine tutto quanto la Via delle Tombe in Pompei può presentar di rimarchevole e giova ad illustrare quanto m’accadde di dire intorno alla religione de’ morti nell’antichità romana.
Solo mi corre obbligo adesso, a pieno compimento e prima di congedarmi da questo capitolo onde si chiude il mio qualunque lavoro, di segnalare al buon lettore che mi ha seguito fin qui, una particolarità, che vale egualmente a confermare l’uso romano che tutti i sobborghi d’una città servissero a sepolture. Gli scavi eseguiti ne’ mesi di maggio e giugno 1854 fuori dell’altra porta pompejana detta di Nola hanno condotto a scoprire molte urne in terra cotta contenenti ceneri di bruciati cadaveri, e chi sa che altrettanto non venga forse di constatare negli scavi ulteriori fuori delle altre porte? Questo verificandosi, sarebbesi tratti allora a mettere in sodo che non solo a Roma, ma fuori quasi tutte le porte di tutte le città conformate agli usi di Roma, e più specialmente nelle colonie, si praticasse seppellire i defunti; cioè riporre le loro ceneri — perocchè non si costumasse inumarli — e rizzare monumenti funebri ed ipogei.
La quale consuetudine rispondeva al bisogno che provavasi e che son venuto dimostrando di onorare la memoria dei cari trapassati, avendone le dilette reliquie in vicinanza delle abitazioni, nè punto comprometteva la pubblica igiene. Non era come de’ nostri cimiteri suburbani, che raccogliendo non le ceneri, ma i cadaveri, saturano delle loro decomposizioni la terra, corrompono di loro esalazioni l’aere e infettano le acque che vi filtrano e via trascorrono seco traendo i tristi elementi della putrefazione, germi ignorati di epidemie e d’altri mali: il fuoco invece lasciava ceneri purificate ed innocue, e spogliava le tombe di quell’orrore — sia pur sacro — che adesso ispirano, malgrado vadano i sacri recinti eretti con superbe architetture e decorati di splendidi e marmorei monumenti.
Ond’è che naturalmente son condotto a chiudere l’argomento coll’associarmi al voto di chi in oggi si fè apostolo del ritorno al sistema della cremazione, come quello che sia per essere il solo che ci permetterà d’aver per sempre e senza nocumento a noi vicini i preziosi avanzi dei nostri cari.
CONCLUSIONE
Mi fu detto, all’apparire del primo volume di questa mia opera, come il tuono spigliato e leggero col quale l’avevo incominciata nullamente annunziasse che poi sarebbesi mutato sì presto per diventare accigliato talvolta e grave sempre; che d’un libro, il qual sarebbesi creduto di solo amena lettura, quale avrebbe potuto essere se unicamente di impressioni e ricordi di un viaggio, ne sarebbe poi uscito fuori un gazofilacio di classica erudizione. L’osservazione, od appunto che si voglia appellare, era giustissimo, e a dir vero non era stato pure ne’ miei primi intendimenti di riuscire al lavoro che solo adesso ho ultimato; ma, come con ragione sentenziarono i nostri vicini di Francia _c’est en mangeant que l’appetit vient_, toccando cose ed argomenti che furono sempre l’amore e lo studio miei fin da’ più giovani anni di mia vita, m’era stato impossibile farlo senza lasciarmi andare a percorrere tutto intero l’arringo.
M’addiedi allora di poter mirare anche a proficuo fine. Addentrarmi nelle questioni di pura archeologia e impancarmi co’ suoi campioni, nè avrei avuto la forza, nè parevami perdonabile tampoco l’ardimento, da che allora avrei dovuto, come gli altri fecero, eleggermi per lungo tempo a soggiorno i luoghi medesimi delle mie indagini ed intraprendere studj che le peculiari mie condizioni mi contendevano, per non giungere forse, in ultimo risultamento, a recar qualsiasi buon contributo alla scienza, alla quale sopra luogo attendono diggià nobilissimi intelletti pur del nostro paese. Mi sembrò quindi più profittevole scopo convergere quanto già l’archeologia aveva degli scavi pompejani illustrato, a chiarire più direttamente la vita pubblica e privata degli antichi Romani, da che Pompei ne fosse stata una colonia e così quanto era stato esumato della gentile città porre in armonia con quanto scrittori, storici e poeti di quell’età avevano lasciato a’ posteri ricordato a giovarsi così reciprocamente di commentario e illustrazione.
I giovani uscenti dalle scuole carico il capo di quella indigesta erudizione che loro infarciscono antologie e crestomazie, presto la dimenticano, perchè appunto confusamente e forse a mala voglia appresa ne’ brani scelti degli autori latini o greci che loro pongonsi avanti. Carità mi pareva venire loro in soccorso con opera che ordinata e distribuita seriamente, servisse a collocare tutta quella farragine di nozioni a proprio posto e rendere queste per tal guisa indimenticabili e di utilità efficace; onde per dirla con un concetto dantesco, _moleste nel primo gusto, lasciassero, digeste, vital nutrimento_[312]. Quello che in qualche modo avevano il barone di Theis ottenuto col suo _Policleto a Roma_, e Barthelemy coll’_Anacarsi in Grecia_, ed altri coi _Viaggi di Antenore e di Trasibulo nella Grecia e nell’Asia_, io vagheggiai poter fare con _Pompei e le sue Rovine_ in Italia, discorrendo alla mia volta delle romane istituzioni[313].
Vi sarò io riuscito?....
Non chieggo la risposta nè a Fiorelli, nè a Minervini, nè agli altri severi cultori delle archeologiche discipline. Il mio libro non è fatto per essi: v’ha un altro pubblico e più numeroso, quello che sulle opere loro irte di greco e di osco si addormenterebbe, il quale ha pur d’uopo d’essere confortato di buoni studj, ma che s’acciglierebbe e darebbe addietro davanti a forma troppo severa, a discettazioni troppo erudite, e il cui fine e la cui utilità non si vedon poi sempre coronate da esito felice.
La forma quindi leggiera stessa e per avventura amena colla quale aveva il mio lavoro esordito, così stando le cose, disponeva, a mio avviso, acconciamente l’animo de’ miei giovani lettori ad accostarsi più volonteroso al medesimo, s’egli è vero quel che cantò l’immortale Torquato:
Sai che là corre il mondo, ove più versi Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso E che il vero condito in molli versi I più schivi allettando ha persuaso: Così all’egro fanciul porgiamo aspersi Di soave licor gli orli del vaso: Succhi amari ingannato intanto ei beve, E dall’inganno suo vita riceve[314].
Avranno essi forse notato soverchie le citazioni degli autori; ma con quanto or dissi ne troveranno la giustificazione: non era il ripeto, un libro di solo amena lettura che intendevo di fare, ma opera quasi di complemento di classica educazione. E perchè più generale ne fosse il vantaggio, curai apporre in calce la traduzione delle testuali citazioni, approfittando all’uopo delle migliori e più conosciute versioni. Vero è che più d’una volta mi occorse di sostituire a quelle i miei volgarizzamenti; ma il feci allora o che si trattasse di traduzioni non ancor suggellate dalla fama, o di quelle che fatte alla libera, riproducendole, non avrebbero giustificata la ragion della citazione. Il più spesso ne avvisai con particolare mia nota il lettore.
Havvi poi un interesse ancor più generale in questi studj che mi sono proposto ed è che una più profonda conoscenza della antica società romana avesse a valere ad aprire gli occhi de’ presenti sovra erronee credenze ed estimazioni che si son venute facendo di essa infino ad ora e che tuttavia non sono senza discapito nostro.
Precettori e scrittori non hanno ancor cessato di mezzo a noi di mettere i tempi e le istituzioni dell’antica Roma a raffaccio coi nostri tempi e colle istituzioni nostre, di giudicare l’antica storia coi criterii dell’attuale, e di spiegare persino le storie dei nostri politici rivolgimenti colla storia di quel gran popolo, dicendosi continua la riproduzione degli eventi, identiche le passioni, virtù e vizi eguali in tutti i tempi. Epperò argomentarono essi possibile ed utile il risuscitare i provvedimenti di allora, mentre la nostra intelligenza, che s’è venuta di età in età modificando, e in continuo movimento di progresso, esiga che leggi della umana associazione non abbiano ad essere più le medesime.
Come vorreste voi conciliare infatti le antiche istituzioni, che sì strettamente si collegano colle credenze religiose, colle moderne che tendono a emanciparsi da ogni vincolo religioso? Come spiegarci tante leggi adesso, che allora avevano la ragion d’essere nelle istituzioni di patrizii e di plebei, di patroni e di clienti, di signori e di schiavi? Come invocare al nostro tempo, giusta quanto adoperiam sì sovente noi avvocati, seguiti anche troppo spesso da’ giudici, l’autorità de’ romani giureconsulti, quando la patria podestà antica non era che una mostruosa tirannide del diritto di vita e di morte, e di vendita per tre volte perfino del figlio; quando sproporzionata la successione tra il fratello e la sorella; quando, per non dir d’ogn’altra anomalia, il patriotismo stesso toglieva di mezzo ogni sentimento naturale e la libertà veniva così compresa da escludere qualsiasi guarentigia per quella individuale?
Richiamare pertanto adesso, in cui non è cessato ancora in Italia il periodo della incubazione legislativa, l’attenzione allo studio dell’epoca romana, mi sembrò di non lieve importanza ed anche di assai pratica utilità.
Dopo enunciati cotali intenti, avanti di congedarmi dal lettore, mi sia concesso rivolgere un ultimo sguardo agli scavi di Pompei. Essi procedono sotto la intelligente e dotta direzione di quell’illustre che è il summentovato comm. G. Fiorelli e sta bene, e sono con amore e studio seguiti da egregi cultori delle dottrine archeologiche, che li vengono illustrando principalmente nel _Giornale degli Scavi_ che si publica in Napoli, ma che sventuratamente è in mano di pochi, ed al quale ho io sì di sovente ricorso in questa mia opera, e sta bene ancora; ma intanto che si affatica da una parte ad esumare quanto è ancora sepolto, che fa dall’altra il Tempo? Prende la sua terribil rivincita di quanto non ha potuto distruggere sinchè la terra che vi stava sopra gli vietò l’opera demolitrice. Smantellati i tetti delle case, distrutti i piani superiori, arsi e caduti gli impalcati, spezzate e giacenti le colonne, disperse le pietre sepolcrali, la pioggia, il sole, il vento hanno presa sui ruderi antichissimi e già in più luoghi essi non serban pur l’ombra di quel che furono in addietro. Invano si ricorre a riparazioni, proteggendo alcune muraglie con tegole, ricoprendo di tetti recenti taluni edifici; invano si procura lasciare quanto si può in luogo, acciò ne sia conservato il carattere[315]; invano si creano regolamenti e discipline; il tempo, più potente di tutto, permette intravvedere, in epoca non lontana, che pria che tutta la restante città venga dissepolta, quella che già lo è abbia a ridursi a un monte di indistinte macerie e si avveri quel che Foscolo constatò degli antichi monumenti, che
Il Tempo colle fredde ali vi spazza Fin le rovine[316].
Già più pareti di camere delle loro dipinture non hanno che qualche traccia appena: altre l’hanno perduta affatto; già segni ed emblemi caratteristici scomparvero, caddero graffiti, scomparvero iscrizioni, rovinarono muri, da che la distruzione dei tetti fosse già opera del cataclisma vesuviano, e chi visita con interesse Pompei se ne preoccupa e tanto più in quanto la parte primamente scoperta si giudichi, come provai, la più interessante.
Che avrebbesi dunque a fare?
V’ha chi crede che por mano a riparazioni e ristauri sia opera profana poco meno di empia e si ha forse ragione: epperò per que’ tratti almeno, ne’ quali la rovina si determina così da togliere ogni ulteriore interesse per l’archeologo e pel curioso osservatore, non potrebbe mo’ cavarsene partito, purchè ceduti, dietro apposite discipline e dicevoli corrispettivi, a ricchi privati, si imponesse ai cessionari di ricostruire sulla originaria architettura pompejana? Delle migliaja di ricchi sfondolati che visitano ogni anno gli scavi, chi può dire non si trovi alcuno che ami avere in questo ridentissimo ed ubertoso pendio che il Vesuvio sogguarda, al par di Cicerone, il suo vaghissimo _Pompejanum_?
Come Cuvier ha dalle ossa fossili rinvenute ricostruito perfino animali preistorici e da più secoli scomparsi dalla terra, più facilmente potrebbesi dalla pianta degli edifici rifare gli alzati e l’architetto governativo e la commissione che si dovrebbe creare fornirebbero le architetture e così mano mano sull’antico verrebbesi riedificando il novello Pompei, perenne e non indegno scopo di curiosità e di studio a nazionali e forestieri.
È un’idea codesta siccome un’altra.
Una ne emise assai prima l’illustre autore dei _Martyrs_ e del _Génie du Christianisme_ nel suo _Voyage en Italie_ nel brevissimo cenno che vi dettò su d’Ercolano, di Portici e di Pompei, e parmi che giovi di riferire, perocchè al medesimo fine essa miri della mia proposta. «En parcourant cette cité des morts — scrive il visconte di Chateaubriand, une idée me poursuivoit. A mesure que l’on déchausse quelque édifice à Pompeïa, on enlève ce que donne la fouille, ustensiles de ménage, instruments de divers métiers, meubles, statues, manuscrits, etc., et l’on entasse le tout au _Musée Portici_. Il y auroit selon moi quelque chose de mieux à faire: ce seroit de laisser les choses dans l’endroit où on les trouve et comme on les trouve, de remettre des toits, des plafonds, des planchers et des fenêtres, pour empêcher la dégradation des peintures et des murs; de relever l’ancienne enceinte de la ville; d’en clore les portes, afin d’y établir une garde de soldats avec quelques savants versés dans les arts. Ne seroit-ce pas là le plus merveilleux Musée de la terre, une ville romaine conservée toute entière, comme si ses habitants venoient d’en sortir un quart d’heure auparavant?
«On apprendroit mieux l’histoire domestique du peuple romain, l’état de la civilisation romaine dans quelques promenades à Pompeïa restaurée, que par la lecture de tous les ouvrages de l’antiquité. L’Europe entière accourroit: les frais qu’exigeroit la mise en œuvre de ce plan seroient amplement compensés par l’affluence des étrangers à Naples. D’ailleurs rien n’obligeroit d’exécuter ce travail à la fois, on continueroit lentement, mais régulièrement les fouilles; il ne foudroit qu’un peu de brique, d’ardoise, de charpente et de menuiserie pour les employer en proportion da déblai. Un architecte habile suivroit, quant aux restaurations, le style local dont il trouveroit des modèles dans les paysages peints sur les murs mêmes des maisons de Pompeïa.»
Come si può accorgere il lettore, di poco la mia idea si discosta da codesta di Chateaubriand, la quale per altro, limitandosi ad una semplice opera di restauro, oltre che è combattuta fieramente dagli archeologi, è forse di poco pratica attivazione, avuto riguardo alla condizione delle muraglie in generale che mal sopporterebbero la sovrapposizione di quell’altra parte di muro che valesse a completarla, senza dire che in più luoghi il salnitro e altre ragioni di degradazione vieterebbero il ritorno delle dipinture.
Qualunque sia il pensiero tendente alla conservazione di Pompei, di questa così interessante città che si va ogni dì più evocando dal suo sepolcro in cui giacque presso a due mila anni, mette conto esser preso in considerazione ed esame, principalmente da chi è preposto alla pubblica cosa. Se lo stato trova di sua convenienza e decoro di consacrare alla conservazione de’ monumenti e de’ cimelii antichi disseminati per tutta Italia, istituti e somme ragguardevoli, per ragione maggiore volger deve le sue cure alla conservazion di questa antica città, perocchè ben dicesse l’inglese Taylor, scrivendo a Carlo Nodier intorno appunto ad essa e ad Ercolano:
«Roma non è che un vasto museo; Pompei è un’antichità vivente.»
Bacone, parlando di antichità, di storie sfigurate e di storici frammenti sfuggiti per avventura alla distruzione del tempo, li paragona alle tavole che galleggiano dopo il naufragio; ebbene le Rovine di Pompei sono preziose reliquie di un naufragio che meritano essere ad ogni costo salvate, che vogliono ad ogni modo essere strappate al continuo e latente processo di loro completa distruzione e allora soltanto potremo sclamare con Schiller:
L’are Sorgono ancor. Venite e il sacro foco Raccendete agli dei, chè troppo lunghi Secoli di votiva ostia l’han privi[317].
FINE.
APPENDICE PRIMA
I busti di Bruto e di Pompeo[318].
La lentezza colla quale ha proceduto, senza alcuna mia colpa e contro anzi ogni mia volontà, la stampa di quest’opera ha prodotto, fra gli altri, anche questo inconveniente, che si avesse a smarrire quella parte di manoscritto che recava la dichiarazione dei due busti di Pompeo e di Bruto, che doveva avere il suo luogo nel capitolo XVIII, che tratta dell’Arti Belle, e là proprio dove io venni intrattenendo il lettore della statuaria e ne notai lo scadimento allo invalere più frequente di questo genere di scultura che sono i busti, e avrei voluto recar esempi pompejani di questo genere. I disegni di tali busti furono tuttavia collocati a quel posto e li avrà veduti il lettore nel secondo volume: ora occorre che al difetto involontario sopperisca la presente appendice.
Nelle ultime stanze della casa di Lucio Popidio Secondo in Pompei nella Regione seconda ed alla altezza di pochi metri dal suolo vennero in questi ultimi anni (19 e 24 novembre 1868) ritrovati i due busti de’ quali è argomento[319]. Gli archeologi non esitarono a sentenziare raffigurare l’uno Cneo Pompeo, il gran capitano che rivaleggiò con Giulio Cesare, epperò denominato Magno, e il qual fu vinto da quello nella battaglia di Farsalia e quindi ucciso; e l’altro le sembianze di Marco Bruto, ultimo repubblicano di Roma e uccisore di chi aveva alla sua volta uccisa la romana libertà.
Comunque io abbia dovuto notare che la furia de’ busti in Italia segnasse l’era della decadenza dell’arti; pur tuttavia questi che si esumarono in Pompei sono ben lungi dallo accusare degenerazione di gusto. I migliori giudici e buongustai affermarono arditamente che considerevole sia il valore artistico di queste opere, e che appartengono a greco scalpello. Sono esse del più puro e fino marmo pario; ma ciò non tolse che la moda di allora non li avesse a colorire, come è dato di convincersene per alcune traccie che vi si riconoscono tuttavia di colore: lo che è importante per la storia dell’arte di tener conto.
E venendo prima a dire del busto del magno Pompeo, dinanzi ad esso è mestieri ammettere che dove la storia non ci avesse nel narrare le gesta di questo illustre appreso il carattere di lui, questa opera elettissima del greco artista sarebbe venuta opportuna a riempiere la lacuna, perocchè l’espressione che vi assegnò attesterebbe di quella nobiltà naturale, di quella piena coscienza di sua nobiltà onde andava altamente distinta questa grandiosa figura storica sin dalla sua giovinezza. «Molte erano le cagioni, scrisse Plutarco di lui, che amar lo facevano: la temperanza nella maniera del vitto, l’esercitarsi che faceva nell’armi, l’attività di persuadere che aveva nel suo ragionare, la fermezza de’ suoi costumi e la gentilezza e l’affabilità nell’accogliere e nel trattar le persone; non essendovi alcun altro che men di lui molesto fosse in pregare, nè che s’impiegasse con più di piacere in servizio di chi nel pregava; mostrando egli alacrità nel far benefizii, e ritegno e gravità mostrando in riceverli. Da principio aveva egli ben anche l’aspetto che non mediocremente cooperava a cattivargli la propensione degli animi e che parlava in di lui favore prima ch’ei movesse parola. Imperciocchè l’aria amabile, che in esso appariva, maestosa era ad un tempo stesso e soave; e dalla sua giovine e florida età a tralucer cominciaron ben tosto i suoi onorevoli ed augusti costumi»[320]. Anche Vellejo Patercolo e Plinio il Vecchio, attestarono di questa sua decorosa bellezza dicevole alla grandezza del suo stato ed alla sua fortuna[321].
Qual maraviglia allora, che Lucano, nella sua _Farsaglia_, lui apostrofando nei giorni che la Fortuna aveva preso in fastidio i suoi trionfi, così gli dicesse:
_Cum conjuge pulsus,_ _Et natis, totosque trahens in bella penates,_ _Vadis adhuc ingens, populis comitantibus exul?_[322].
Questo busto pompejano che lo rappresenta vuolsi d’assai superiore, così per sentimento, che per esecuzione, alla statua di Pompeo che si trova nel palazzo Spada a Roma, e che si pretende essere quella a’ cui piedi, come ci raccontò e riferisce il succitato Plutarco, Giulio Cesare venne in senato assassinato da Marco Bruto.
Il secondo busto, quello cioè che raffigura la testa di quest’ultimo, fa al primo degnissimo riscontro per merito d’arte: epperò ha naturalmente una espressione ben diversa dall’altro. Il suo carattere è per lo appunto quello che Cicerone ed altri autori attribuirono a Marco Bruto; e poichè parlando di Pompeo m’avvenne di invocar l’autorità dello Scrittore delle _Vite degli uomini illustri_, farò la stessa cosa trattando di quest’altro personaggio.
«Bruto, scrive egli, modificando i costumi suoi cogli studi delle belle discipline e colla ragione per mezzo della filosofia, ed eccitando ad intraprendere grandi azioni il proprio suo naturale, che grave era e mansueto, sembra che avesse un’ottima e affatto acconcia temperatura al bello e all’onesto: cosicchè anche quelli che in odio lo hanno per la congiura contro Cesare, se in quella operazione v’ha pur nulla di generoso, lo attribuiscono a Bruto; e rivolgono quanto v’ha di dispiacevole addosso a Cassio, che famigliare era ed amico di Bruto, ma non già simile ad esso nella semplicità e gravità de’ costumi[323].»