Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)
Part 18
M. PORCI M. F. EX DEC. DECRET. IN FRONTEM PED. XXV IN AGRVM PED. XXV[290].
Avanti a questa tomba venne trovata una statua in abito consolare, forse quella di Porcio stesso, il quale era per avventura il padre della sacerdotessa Mammia.
Fra la tomba e l’emiciclo si rinvennero sedici cippi funerarii, parecchi di essi di marmo, su taluno dei quali si decifrarono le seguenti iscrizioni:
C. VENERIVS EPAPHRODITVS — ISTACIDIA. N. F. RVFILLA SACERD. PVBLICA — N. ISTACIDIO CAMPANO — CN. MELISSAEVS APER — ISTAC.... MENOIICI
Nello stesso luogo si trovarono frammenti di statue ed una lucerna in terra cotta con una figuretta avente nelle mani un fiore in basso rilievo, e colla iscrizione:
ANNVM NOVVM FAVSTVM FELICEM MIHI[291].
È da questa parte sinistra della via che si incontra quella casa che comunemente vien detta essere il _Pompejanum_, o villeggiatura di Cicerone, ch’egli col _Tusculum_ prediligeva sovra tutte l’altre sue ville, se per ornarla con magnificenza ebbe a incontrar debiti, come lasciò scritto in una sua lettera ad Attico[292]. Ne ho già parlato altrove, nè però mi ripeterò: solo piacendomi far notare al lettore come a ogni modo, sia questa od altra la casa del grande Oratore Romano, sarebbe sempre stata una ricca abitazione, che non tolse al suo proprietario di abitarla e decorarla riccamente. L’essere nella non lieta via delle tombe, dimostrerà ognor più come la religione de’ sepolcri non fosse accompagnata allora quanto adesso, per forza di superstizione, da alcun pensiero di orrore. Ove poi si rifletta aver Cicerone difeso Publio Silla, che fu il primo patrono della Colonia Veneria Cornelia, nulla di più probabile apparirà che ne abbia ricevuto in guiderdone il terreno di quella casa e poi anche la casa stessa, che per essere nel _Pagus Felix_, spettava alla Colonia militare, la quale, giusta quanto m’accadde di più volte notare, Lucio Cornelio Silla vi aveva dedotta, e che però avesse appartenuto a lui.
Lungo questo lato è pur il sepolcro di Scauro, della tribù Menenia, che vuolsi dal punto di vista archeologico considerare siccome il più interessante, di quanti sepolcri si sono scoperti a Pompei. La base è quadrata ed è di tufo vulcanico: essa poggia con tre gradini sovra altra base più grande della stessa forma e materia, e nella quale è praticata la camera sepolcrale, o _columbarium_, con quattordici nicchie, come quadrato ne è il cippo. Il lato che è ora rivestito d’un ampio tavolo di marmo, il cui angolo superiore sinistro, essendo spezzato e perduto, lasciò imperfetta la iscrizione, che completata non a guari dallo studio, suona così:
A VMBRICIO A. F. MEN SCAVRO II VIR. I. D. HVIC DECVRIONXES LOCVM MONVM. ET HS ∞ ∞ IN FVNERE ET STATVAM AEQUESTR FORO PONENDAM CENSVERVNT SCAVRVS PATER FILIO[293].
Il gran basamento inferiore offriva già rappresentazioni a basso rilievo di stucco, oggi pel gelo compiutamente scomparse. In uno de’ quadri vedevansi due bestiarii con lance: l’un d’essi combatteva contro di un lupo, l’altro contro di un toro. Alcuni cani inseguivano de’ cinghiali furiosi, cervi e lepri correvano a precipitosa fuga. In un quadro superiore scorgevansi gladiatori armati di tutto punto che battevansi a oltranza, altri a cavallo che scagliavano lance a costoro; era curioso che dovessero menar botte all’orba, perchè le visiere de’ loro elmetti mancassero delle fessure per gli occhi. Interessa il vederne ricordati in grossolani caratteri neri i nomi con una cifra accanto; indicante il numero delle vittorie riportate. L’uno è nominato _Bebrix_, cioè della Bebricia in Asia e riportò quindici vittorie, il suo avversario è _Nubilior_ e ne conta undici; di altri due non è leggibile il nome. Degli altri quattro gladiatori, due _secutores_ e due _retiarii_, alle prese fra loro, leggesi il nome di Nitimus, reziario vittorioso cinque volte, e di _Hippolitus, secutor_, degli altri due no. Quello che pugna con _Nitimus_ vedesi ferito, cadere implorando la pietà degli spettatori, offerendo ad un tempo la gola al ferro del vincitore, come era la pratica già da me esposta nel capitolo dell’Anfiteatro. Superiormente a questi bassi rilievi stava una iscrizione, nella quale si lesse il nome di _Quintus Ampliatus_, il capo forse di questa famiglia gladiatoria, ed al quale per avventura spettava la tomba, perocchè si creda da molti che la tavola di marmo colla iscrizione di Scauro surriferita, trovatasi bensì di poco discosta, non le appartenesse, ma là venisse collocata, perchè scomparsa, per la rovina del tempo, ogni decorazione.
Eravi un terzo quadro sulla porticina con cinque figure di gladiatori armati, di cui l’uno egualmente ferito a morte.
_Sepolcro circolare_ è quello che segue subito, con base quadrata e torre rotonda su di essa. Sulle piccole piramidi del recinto sono i bassirilievi di stucco rappresentanti una donna che fa l’offerta su di una acerra, e un’altra che depone un lino sul suo bambino caduto sulle rovine, forse quelle del tremuoto del 63.
Appresso a questi sepolcri elevasi a poca altezza un cippo, sulla cui sommità figura una testa, sotto la quale si allargano le spalle, rendendo da lunge la figura d’uomo, quasi significasse l’ombra d’un defunto. Sul ventre, o specchio che vogliasi altrimenti dire, di essa, è questa iscrizione:
IVNONI TYCHES IVLIAE AVGVSTAE VENER[295].
Questa Tiche è la stessa Tiche Nevoleja che ha altro maggiore monumento in questa medesima funerale campagna? Taluni il pensarono: altri la vogliono una sorella di essa: ambe poi furono certamente addette al servizio di Giulia figliuola d’Augusto.
Non credasi qui che la parola _Junoni_ accenni alla Dea di questo nome, come erroneamente interpretò l’abate Romanelli, ma sì al genio tutelare di Tiche; perocchè _Junones_ si dicessero appunto le fate e gli angeli custodi di sesso femminino, dei quali si credeva che uno nascesse insieme a ciascuna donna, destinato a vegliarla tutta la vita ed a morire con lei. Sono figurate, dice Rych nel suo _Dizionario delle Antichità_, come giovani donzelle, colle ali di pipistrello o di falena e vestite da capo a piedi come è in una dipintura di Pompei; mentre l’angelo maschile (_Genius, Silvanus_) fosse abitualmente rappresentato nudo, o pressochè nudo e colle ali d’un uccello.
Tibullo consacra alla Giunone, o angelo custode di Delia e in nome di costei, l’elegia sesta del Lib. IV, che comincia appunto:
_Natalis Juno sanctos cape thuris honores_ _Quos tibi dat tenera docta puella manu_[296].
In quanto all’ultima parola della iscrizione, _Vener_, io seguii la comune interpretazione, leggendo _Venerea_; altri però lessero _Augustæ Veneri_, cioè a Venere Augusta: meglio sarebbe stato allora il dire _Augustæ Veneris_, perchè sapendosi che la famiglia Giulia si faceva scendere da Venere, si avrebbe una spiegazione allora più razionale.
Che per altro _Venerea_ fosse una condizione di schiava o di liberta, ho già toccato nel Capitolo precedente e potevasi legare al _Venerium_ o luogo aggiunto al bagno destinato non tanto a nettezza ed igiene del corpo, quanto a studio di piacere; onde abbiam già veduto considerato il _Venerium_ nell’annunzio già riportato da una parete pompejana: _In prædiis Juliæ Sp. F. locantur balneum, Venerium et nongentum tabernæ, pergulæ, cœnacula_. Rosini nella già citata _Dissertatio Isagogica_, trattando di altre due iscrizioni, nelle quali si nominano i _Venerii_, li crede schiavi che servissero a coloro che usavano del gabinetto venerio[297].
Si fecero maraviglie perchè questa Tiche fin nella propria tomba si vantasse d’essere stata mezzana di voluttà alla figliuola di Augusto; ma v’è da sorprendersi di ciò in tempo in cui Gajo Petronio, viceconsolo in pria in Bitinia e poi consolo, al dir di Tacito, _fu fatto maestro delle delizie: niuna ne gustava a Nerone in tanta dovizia che Petronio non fusse arbitro?_[298]
Un sepolcro incompiuto cui s’è dato il nome di Servilia e che succede a quello di Tiche, reca infatti questo frammento d’epigrafe, che per sè solo esprime gentilissimo affetto: SERVILIA AMICO ANIM...[299]; ma appunto per ciò non poteva essere la tomba di Servilia. Nel _columbarium_ si trovò un cippo colla iscrizione LVCCEIA IANVARIA. La struttura del mausoleo è simile quasi a quello di Calvenzio Quieto, che è pur da questa parte, costruito da marmi bianchi e di bello stile. Appartiene al genere de’ cenotafi, non avendo nè porta, nè _columbarium_, vuoto e fatto, cioè, a solo titolo di onoranza. Nella parte anteriore del quadrato è la seguente epigrafe:
C. CALVENTIO QVIETO AVGVSTALI HUIC OB MVNIFICENT. DECVRIONVM DECRETO ET POPVLI CONSENSV BISELLII[300] HONOR DATVS EST.
Sotto di essa vedesi sculto il bisellio, più compiuto ed elegante di quel di Munazio Fausto, del quale già parlai nella Storia e dirò ancora fra breve. Alle corone di quercia che i due lati del cippo recano, si argomentò che Calvenzio avesse anche conseguito l’onore della corona civica, ciò potendo essere autorizzati a ritenere dalle tre lettere O. C. S. (_ob civem servatum_) che si leggono sullo scanno. Le muraglie del recinto hanno basso rilievi in istucco, i quali or più non si distinguono: quelli dell’ara in marmo, leggiadramente decorata, vennero spiegati rappresentare Edipo in meditazione per indovinare l’enigma della Sfinge, Teseo in riposo, e una fanciulla che incendia il rogo.
Del _triclinium funebre_, che è pur a sinistra formato da tre panchi di fabbrica e servienti al _silicernium_ o banchetto funerale, dissi più sopra.
Dal destro lato della via vuolsi riguardare alla abitazione che si designò col nome di _Giardino delle colonne in musaico_ od anco di _Sepolcro del Vaso blu_, da quattro colonne in musaico, che sono uniche finora nel genere e però del più grande interesse, e da una magnifica anforella di vetro azzurro sulla quale è, in basso rilievo di bianco smalto, espressa una scena bacchica, per la quale vien considerata come il capo più importante della collezione de’ vetri antichi del Museo Nazionale. Questa tomba fu scoperta il 29 dicembre 1837. Di faccia all’ingresso è una fontana entro una nicchia di musaico a conchiglie e in mezzo alle stesse sorgeva un amorino in marmo che stringeva un’oca, dal cui becco bellamente zampillava l’acqua.
Segue la tomba detta _delle Ghirlande_ da alcuni festoni sorretti da tre pilastri corintii. Essa è costruita di grossi massi di piperno rivestiti di stucco e due muri di fabbrica reticolata hanno a’ capi due are, denominate _acerræ_ secondo Pompeo Festo, o _aræ turicremæ_, come vengono dette da Lucrezio (11, 353) e da Virgilio (_Æneid._ IV, 453), perchè vi si bruciava, ad onoranza de’ morti l’incenso; onde Ovidio (_Heroid._ 2. 18) chiamò _turicremi foci_ le vampe che levavansi da esse e Lucano (_Phars._ lib. 9. 989) _turicremi ignes_.
L’albergo e scuderia che si rinviene da questa parte e di cui tenni già conto a suo luogo, è novello argomento del come indifferentemente gli antichi abitassero, senza il sacro orrore che pur inspirano oggidì le tombe, in mezzo alle stesse. L’assenza de’ cadaveri, la presenza delle sole ceneri vi doveva contribuire d’assai ad eliminarlo, l’impossibilità della corruzione non turbava la salubrità dell’aere.
Il sepolcro _dalle porte di marmo_ è in _opus reticulatum_, cioè in materia di fabbrica ad aspetto di maglie di rete, ricoperta di stucco. La piccola porta nel basamento scorge ad una camera quasi sotterranea che riceve luce da piccolo spiraglio, sotto cui è una nicchia in cui si rinvenne un gran vaso d’alabastro orientale con ceneri ed ossa, un grande anello d’oro con zaffiro, sul quale era inciso un cervo, ambi ora al Museo Nazionale.
In un recinto che segue, due ceppi si trovarono che lo fecero chiamare il sepolcreto della famiglia Istacidia o Nistacidia, come altri scrivono, unendo la N. che i primi leggono separata sulle tre seguenti iscrizioni:
N. ISTACIDIVS HELENVS PAG. — N. ISTACIDIAE SCAPIDI[302].
Sul muro di faccia alla via era scritta quest’altra iscrizione:
N. ISTACIDIO HELENO MAG. PAG. AVG. N. ISTACIDIO IANVARIO MESONIAE SATVLLAE IN AGRO PEDES XV IN FRONTE PEDES XV[303].
Bréton trae occasione da questa iscrizione per determinare la lunghezza del piede in uso a Pompei, fissandola a 0 m, 287, stabilendo così la prova che i Campani avevano adottato il piede romano, del quale è tale appunto la lunghezza indicata da molti monumenti antichi.
Secondo poi le nuove ricerche del comm. L. Canina, di cui la scienza lamenta ancora la recente morte, la lunghezza reale del piede romano sarebbe stata di 0 m, 296.35. Il miglio romano componendosi di 5000 piedi, sarebbe stato per conseguenza di 1,481 m 75.
Tien dietro la Tomba di Nevoleja Tiche e di Munazio Fausto, de’ quali ho già riferita, nel Capitolo IV che tratta della Storia, la iscrizione ed al quale però rimando, a scanso di ripetizione[304]. È fra i più interessanti mausolei. Si compone di un gran basamento quadrilungo di marmo che posa per due gradini su altra gran base di pietre vulcaniche: ha un’elegante cornice, pregevoli ornati e termina ai lati estremi con un ravvolgimento di fogliami. Nella base superiore evvi scolpito il busto di Nevoleja: al disotto, dopo l’iscrizione, v’è in bassorilievo un sacrificio con diciotto figure in due gruppi; è la consacrazione del monumento. L’un gruppo è costituito dai magistrati municipali, colleghi di Munazio; l’altro da Nevoleja stessa e dalla sua famiglia. Dal lato verso la città è effigiato il bisellio, o seggio d’onore del quale trattai pur lungamente nel detto capitolo; dall’altro lato verso Ercolano una nave con due alberi, l’un diritto, traversale l’altro alla sommità del primo; da cui si sostiene una vela quadrata. Sta il pilota al timone: due giovanetti sono in atto d’ammainare la vela, mentre altri due si arrancano sulle corde, che un uomo va riunendo. Era codesta un’allegoria della vita umana, arrivata dopo la tempesta in porto, o piuttosto un simbolo della mercatura nella quale Munazio si sarebbe arricchito? Significhi ciò che voglia: i particolari del naviglio non riescono meno interessanti allo studio della navigazione antica. La prora di questa nave è decorata da una testa di Minerva, la poppa termina in collo di cigno.
A mezzo d’una porta a sinistra del monumento e dietro di essa s’entra nella camera sepolcrale, di due metri in lunghezza e larghezza, con due fila di nicchie per le urne cinerarie che si trovarono al loro posto, ed erano in terra cotta, all’infuori d’una più grande olla d’argilla contenente le ceneri di Nevoleja stessa o di Munazio Fausto, o fors’anco d’entrambi. Tre belle urne di vetro chiuse ermeticamente contenevano al tempo di loro scoperta (1813), ceneri ed ossa galleggianti in un liquido che fu dall’analisi giudicato una mistura d’acqua, olio e vino, avanzo certo delle libazioni fatte nelle esequie.
Nelle urne di terra cotta si rinvennero altresì picciole monete, pel passaggio sulla palude stigia a Caronte e qualche lucerna di terra comune.
Chi fosse questa Nevoleja, può essere fantasticato, ma nulla si sa di positivo, all’infuori di quel che ne dice l’iscrizione; una liberta, cioè, di Giulia, figliuola dell’imperatore Augusto, forse _concubina_ dipoi di Munazio Fausto, col quale certo per la primitiva sua condizione non avrà potuto vincolarsi in giuste nozze con Munazio, augustale e maestro del sobborgo Augusto Felice, lo che equivarrebbe a sindaco o confaloniere de’ nostri giorni.
Dentro il recinto di questo sepolcreto si trovò un’urna coll’epigrafe:
C. MVNATIVS ATIMETVS VIX. ANNIS LVII[305].
Un bel mausoleo scoperto nell’anno 1812 in forma di ara, con zoccolo e cornice eleganti, sormontata quest’ultima da un plinto e da un bel fogliame d’alloro, sorge, perfettamente conservato, in travertino e la iscrizione che si ripete eguale nei due lati meridionale ed occidentale, lo dice spettante a Marco Allejo Lucio Libella padre e Marco Allejo Libella figlio. Eccola:
M. ALLEIO LVCIO LIBELLAE PATRI AEDILI II. VIR PRAEFECTO QUINQ. ET M. ALLEIO LIBELLAE F. DECVRIONI VIXIT ANNIS XVII LOCVS MONVMENTI PVBLICE DATVS EST ALLEIA M. F. DECIMILLA SACERDOS PVBLICA CERERIS FACIVNDVM CVRAVIT VIRO ET FILIO[306].
Questa iscrizione dà motivo a sorprendersi come mai a soli diciasette anni il figlio Marco Allejo Libella potesse essere già decurione in Pompei. Perocchè ognun rammenti che lesse le Epistole di Cicerone, come questi constatasse essere i pompeiani assai gelosi dell’onore del decurionato. Avendo uno de’ suoi amici sollecitato presso di lui perchè gli ottenesse una tal carica, egli rispose: _Romæ si vis, habebis. Pompeis difficile est_[307], significando essere più difficile cosa diventar decurione in Pompei, che non divenire Senatore in Roma.
Presso i Romani, non si poteva essere decurione in età al disotto de’ venticinque anni, come si può raccogliere nel libro secondo del Digesto: _De Decurionibus_: tuttavia potevasi derogare a questa legge in virtù di privilegio accordato a determinata famiglia che se ne fosse resa meritevole. Di questo novero doveva certamente essere stata la famiglia dei Libella in Pompei.
Da questo monumento dei due Libella, eretto dalla pietà di sposa e di madre, si passa al cenotafio di _Cejo_ e _Labeone_, epperò senza colombaio. Guasto assai di presente, un dì, attese le sue proporzioni grandiose quantunque irregolari, deve essere stato di non dubbia importanza. Vi dovevano essere bassorilievi di stucco e statue: forse quelle medesime che vennero rinvenute presso ed erano un personaggio in toga e parecchie matrone egregiamente palliate. Eranvi nel zoccolo del gran piedistallo delle iscrizioni in grossi caratteri rossi, ma così sbiaditi che non si poterono leggere. Si lesse invece quella nello stesso monumento, che fu poi trasferita al Museo. Eccola:
L. CEIO L. F. MEN. L. LABEON ITER D. V. I. D. QVINQ. MENOMACHVS L.[308].
Come superiormente ho fatto, nel leggere l’iscrizione sul monumento di Scauro, interpretando la parola MEN, abbreviatura della prima linea, per _della Tribù Menenia_; io pure, in questa di Lucio Cejo, interpretai con Mazois ed altri l’egual abbreviatura nella stessa maniera: Bréton nondimeno la dichiarò per _Menomachus_, adducendone una ragione abbastanza plausibile. _Un usage_, scrive egli, _presque constant, était que les affranchis empruntassent le nom ou le surnom de leurs patrons, et que c’est sans doute ce qu’avait fait Menomachus fondateur du monument_[309].
Nella camera mortuaria del monumento si raccolsero due balsamari di terra cotta e un’urna bellissima di vetro con ossa.
Il Bonucci afferma che qui presso, a piccola distanza l’uno dall’altro, si rinvenissero cinque scheletri, tra’ quali quello d’una donna di ricchissima taglia. Recavano sopra di sè monete di argento e di bronzo e un materozzolo di chiavi con de’ grimaldelli; lo che lascia supporre che fra di essi vi fosse qualche ladro rimasto nella città per esercitare il suo infame mestiere e che il Vesuvio lo abbia giustamente sorpreso e punito[310].
Dietro di tal monumento scopronsi le rovine di due grandi sepolcreti, ed evvi un recinto sepolcrale, ove erano diversi cippi che dicevansi _columellæ_, perchè appunto erano colonnette, _columella_ essendo diminutivo di _columna_. Su d’una di essa era scritto:
ICEIVS COM MVNIS
Una columella che sta avanti una nicchia con un frontispizio segna il sepolcro di Salvio, fanciullo di anni 6, come lo fa sapere l’iscrizione:
SALVIVS PVER VIX. ANNIS VI.
Presso è altra nicchia in fondo della quale era dipinto un giovane, su cui pendevano ghirlande di fiori: era il sepolcro del fanciullo dodicenne, Numerio Velasio Grato, giusta l’epigrafe:
N. VELASIO GRATO VIX. ANN. XII.
Poichè sono a dire delle _columelle_, ne trovo ricordata una nel _Viaggio a Pompei_ dell’Abate Domenico Romanelli, la quale terminava in un busto marmoreo con testa di bronzo e della quale parlarono gli Accademici Ercolanensi nella _Dissertazione Isagogica_. Si esprimeva nell’epigrafe essere il simulacro _di Cajo Norbano Sorice attore delle seconde parti nelle tragedie, maestro del pago suburbano Augusto Felice, cui fu assegnato il luogo per decreto de’ decurioni._
Così almeno traduce il Romanelli il seguente testo dell’epigrafe
C. NORBANI SORICIS SECVNDARVM MAG. PAGI AVG. FELICIS SVBVRBANI EX D. D. LOC. D.
Ed una tale traduzione egli eseguì dopo certo aver veduto le illustrazioni fattene dal signor Millin che appella _erudito_ e dal signor De Clarac in due dissertazioni stampate in Napoli. Ma a me è pur lecito di domandarmi come mai ad un attore delle seconde parti nelle tragedie si potesse concedere l’onore dapprima di essere _maestro del pago_, e poscia l’onor del posto speciale, per decreto de’ decurioni, se noi sappiamo che se a’ più grandi attori non isdegnavano i più eminenti uomini intimità ed affetto come a Roscio ed Esopo, agli altri, massime se minori, riserbavasi l’ignominioso titolo di istrione, la fustigazione del larario e il trattamento servile?
L’iscrizione d’altronde tace della qualità di Cajo Norbano Sorice, nè la parola _secundarum_ parmi, congiuntamente al resto dell’epigrafe, non autorizzi a sottintendere le parole che le si affibbiano _actoris secundarum partium in tragœdiis_.
Scoperta nel 1775, succede la camera sepolcrale di Gneo Vibrio Saturnino figlio di Quinto, della tribù Falerina, come si leggeva al di fuori del triclinio funebre unito, ci avverte la seguente iscrizione:
CN. VIBRIO Q. F. FAL. SATVRNINO CALLISTVS LIB.
Dissi che si leggeva, perchè ora l’iscrizione fu trasferita al Museo di Napoli. Piace anzitutto constatare nell’atto pietoso del liberto Callisto che a propria spesa rizza un monumento all’antico padrone come la riconoscenza fosse, più che del nostro, virtù de’ secoli andati; siffatti omaggi di liberti non erano infrequenti. Io ne ho già recati più d’uno.
Dopo di questo, ci troviam dinnanzi alle sepolture della famiglia Arria o di Diomede, state scoperte nell’anno 1774, le quali, per trovarvisi di fronte, diedero il nome alla casa di campagna, che già ho descritta, e fu ritenuta essere proprietà di Marco Arrio Diomede liberto.
La tomba di Diomede, il padre, è la prima e la più importante che esamineremo. La fronte del monumento la indica nella seguente iscrizione:
M. ARRIVS I. L. DIOMEDES SIBI SVIS MEMORIAE MIGISTER PAG. AVG. FELIC. SVBVRB[311].