Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 14

Chapter 143,301 wordsPublic domain

La prostituzione poi si esercitava da ballerine, massime le Gaditane, ossia giovani donne di Cadice, della più provocante lascivia; le Sirie, le lesbie e le jonie, chiamate, come narrai nel capitolo precedente, a rallegrar i banchetti, al pari delle greche auletridi, di suoni e di balli, e ad incitar la lussuria de’ banchettanti, alla quale prestavansi istromento, imitate più tardi dalle corrottissime matrone, giusta quanto ne disse l’inesorabile poeta che le satireggiò nei versi della _Satira_ VI (314-319) che ho superiormente riferiti, parlando dei misteri della Dea Bona. Le Commessazioni poi erano l’arringo più frequente alle lubricità di queste svergognate.

Quella che per altro fu la più vergognosa prostituzione, era quella de’ cinedi: uomini, schiavi, fanciulli prestavansi alla dissolutezza de’ romani, e fu un tempo, quello dell’Impero, che s’era così generalizzata da impensierire a tanta concorrenza la prostituzione femminile. Chiamavansi _pueri meritorii_ quelli che volenti o no prestavansi alla vergognosa passione del loro padrone: v’erano poi gli _spadones_, per lo più eunuchi che erano pazienti ed agenti, e _pædicones_, coloro che avevano subìto l’evirazione completa. Catullo ne’ suoi carmi, che certamente non van lodati per riservatezza di linguaggio, bollò a fuoco i nomi di Tallo, Vibennio e di quei due sciagurati libertini, Furio ed Aurelio, notissimi in Roma per tale vizio; ciò che non gli impedì ch’egli medesimo, il poeta, fosse intinto dell’egual pece, che più d’uno sono i carmi da lui lasciati in cui sono espressi i suoi delirii pel vago giovinetto Giovenzio. Così del resto era nel mondo romano una cotal bruttura invalsa da non mandarne immune perfino quel grandissimo uomo che fu Giulio Cesare, alla fama del quale nuoceranno mai sempre le indecenti libertà avute con Nicomede re di Bitinia, a lui rimproverate da Cicerone in Senato. Così bruttò Orazio la sua virilità cogli spasimi per Licisco e Ligurino, a cui la sua musa non isdegnò bruciare incensi; così quella di Cornelio Gallo, testimonio Properzio, spasimò per Ila; come quella più casta di Virgilio non aveva rifuggito in un’egloga di poetizzare i trasporti del pastor Coridone per il vago Alessi:

_Formosum pastor Corydon ardebat Alexin_ _Delicias domini[208]._

È poi opinione di alcuni che Virgilio sotto il nome del pastore Coridone ascondesse le proprie fiamme per Alessandro, fanciullo di Asinio Pollione.

Tutto il _Satyricon_ di Petronio ha per eroi cinedi e per soggetto i loro laidi amori, e Marziale osa perfino giustificarsi colla moglie, perchè divida egli pure col cinedo i proprii abbracciamenti.

E come no, se a fianco di Giove, la loro religione aveva posto il leggiadro Ganimede?

Sclamiam noi pure coll’Oratore Romano: _O tempora! o mores!_

In Pompei, recenti scavi, mettendo in luce, nella Regione IX, Isola II, la casa che si designò col n. 18 all’entrata sul vicolo che forma il prolungamento di quello d’Augusto, offrì, dopo l’androne d’ingresso, la seguente iscrizione graffita sulla parete:

CRESCENS _PVBLICUS_ CINÆDVS

oltraggiosa iscrizione, che attesta nondimeno dell’esistenza della oscena piaga in codesta città, come attesta infame lussuria l’iscrizione graffita nella casa di Gavio Rufo scoperta nel 1868 e che così è ripetuta

_TYRIA PERKISA_ TYRIA PERCISA

lo che vale _pedicata_, per non dir l’altre molte congeneri sconcezze[209].

Tanto personale della prostituzione completavasi coi lenoni, uomini e donne ch’erano mediatori di lascivie. Esercitavasi il lenocinio eziandio dalle schiave, dalle veneree, ch’erano assai spesso liberte, dalle fantesche e dalle prostitute vecchie, che avevan perduta la clientela per conto proprio.

Publio Vittore conta quarantasei lupanari in Roma, senza tener conto che il meretricio si esercitasse nei bagni, nelle terme, nei pistrini o botteghe da fornaj, nelle tonstrine o botteghe da barbieri, negli enopolj o botteghe da vinaj, nelle _ganeæ_ o taverne sotterranee, e nelle _cellæ_ e _fornices_, intorno ai circhi e durante i ludi.

Ma a che numerare i lupanari, quando Giovenale ci dice nella sua implacabile _Satira_ che fosse per così dire Roma intera un solo lupanare; che nobili o plebee fossero tutte depravate del pari, che colei che calcava la polvere non valesse più della matrona portata sulle teste de’ suoi grandi soriani; questa poi peggiore della vile e scalza baldracca?

_Nec melior silicem pedibus qua conterit atrum,_ _Quam quæ longorum vehitur cervice Syrorum_[210].

La disposizione dell’interno d’un lupanare era stato dapprima un soggetto di controversia e cercavasi coll’aiuto degli scrittori antichi e massime di Giovenale, che ne disse alcuni particolari nell’episodio della imperiale prostituta che sotto il mentito nome di Licisca lo bazzicava, di ricostruirli fantasticamente, ma oramai gli scavi di Pompei hanno risoluta la questione. — Costituivasi di molte cellette o cubiculi angustissimi che aprivansi in un cortile od atrio, aventi appena lo spazio d’un letto formato di materia laterizia su cui si saran posti materazzi o stuoje. A sera una lampada itifallica accesa sull’esterno della porta, annunziava il luogo impuro, il cui ingresso era difeso da una coltrina. Sugli usci dei _cubiculi_ stava sospeso il cartello recante il nome della prostituta che vi operava dentro, il quale spesso era nome di battaglia, _meretricium nomen_, come quello di Licisca era di Messalina, e quando il cubiculo veniva occupato si voltava il cartello. Allora la camera, al dir di Marziale, si chiamava _nuda_. Camere e cortile avevano poi sporche le pareti di figure e di iscrizioni oscene. In uno de’ lupanari pompejani, in quello detto nuovo, lessi fra le altre inverecondie la seguente graffita: _Phosforus hic f...._

Vedremo più avanti come, oltre le camere terrene ad uso delle più abbiette, vi potessero essere anche quelle di un piano superiore pei lussuriosi disposti a maggiore spesa.

Le meretrici avevano poi un proprio abbigliamento, distinte principalmente dalla parrucca bionda, avendo presso che tutte le romane nera la capellatura, vietato poi loro di portare la benda alla fronte e la stola o tunica che scendeva al tallone, come portavano le matrone. Petronio nel suo _Satyricon_, che è il quadro, come sappiamo già, de’ cattivi costumi di Roma imperiale, ce le presenta nel lupanare nude affatto e perfino in questa guisa sulla porta di esso. Avrebbesi tutto un trattato a scrivere per dire di tutti gli artifici per destare la lussuria, e procacciarsi amori: de’ filtri afrodisiaci, degli unguenti, de’ fascini, che Ovidio nel _Remedium Amoris_ affermò nuocere alle fanciulle grandemente, contenendo i germi della pazzia furiosa, non che degli ausiliari della prostituzione nelle _medicæ juratæ_ o levatrici, nelle _sagæ_, nelle profumatrici e nelle cosmete. Ci son rimasti i nomi di alcuni fra i più usitati filtri afrodisiaci: Orazio menzionò il _poculum desiderii_ che preparava Canidia, Marziale le _aquæ amatrices_, Giovenale l’_hippomane_ in quel verso:

_Hippomanes carmenque loquar colcumque venenum_[211].

Voglion taluni fosse l’ippomane un liquore virulento, che eccitava gli ardori amorosi; altri invece che fosse un’escrescenza di carne nera che talvolta si forma sulla fronte d’un puledro appena nato e che gli antichi credevano materia a filtro potente. Teofrasto dice essere una composizione immaginata dagli Arabi; Esiodo e Teocrito che fosse invece una pianta che produce il furore ne’ cavalli, ed altri pel contrario vi almanaccarono su altre supposizioni. Buffon ne parla nel vol. IV dell’edizione in quarto dell’opera sua e riferisce tutte queste diverse opinioni.

La plebaglia poi rinveniva eziandio lo sfogo a’ propri sensuali appetiti in altri peggiori e più schifosi luoghi, come nelle _tabulæ_ sullo strame, nel _casaurium_ o baracca per lo più fuori di città, nel _lustrum_ o ritrovo isolato, e vie via altri nomi immaginati dalla depravazione.

Diversi furono i lupanari che gli scavi pompejani misero alla luce, e siccome la parte scoperta di questa città, come già dissi più volte, doveva essere la più nobile perchè prossima alla marina e perchè ricca di pubblici edifizi e templi e delle case dei maggiorenti, così è dato arguire che altri e più se ne scopriranno negli scavi venturi, come che siffatti infami ritrovi fossero più frequentati dalle classi infime della società, ciò rivelando eziandio la nessuna eleganza od agiatezza loro. Non è augurio, nè importa, da che quanto fu a quest’ora trovato può sopperire alle indagini nell’argomento.

Una casetta che fu detta dei _Cinque scheletri_, per gli avanzi di cinque infelici colti dalla catastrofe nel punto che cercavano involarsene col loro piccolo tesoro che si rinvenne ad essi vicino, consistente in armille, anelli d’oro e monete, scoperti nel 1872, in novembre, permise che nel successivo mese si trovasse la comunicazione con una taverna e unito lupanare, forse quella località che i latini denominavano _ganeum_, e già al lettore ho detto come _ganeum_ o _ganæa_ fosse appunto una taverna sotterranea, ove commettevansi oscenità, ed anche bottega che si prestava alla prostituzione. Il proprietario allora della casetta de’ Cinque scheletri non sarebbe stato anche il proprietario o conduttore di quell’infame ritrovo? È permesso trarne l’induzione. La taverna si apre nella via di Mercurio, ha un davanzale rivestito di marmi con una lastra di porfido verde, sventuratamente spezzata in due. Sono incastrate in esso tre urne di terra cotta, ed uno scalino di marmo che doveva servire alla mostra de’ comestibili e de’ vasi. A destra della stanza è un fornello per cuocervi le vivande e nel profondo s’aprono due porte, conducenti l’una in una specie d’anticamera, che doveva essere stata dipinta grossolanamente, ma che di presente nulla lascia intravedere che mai vi potesse essere un dì rappresentato, dove eran due usci, che davan accesso questo alla casetta de’ cinque scheletri suddetta, e quello ad un salotto pei bevitori; l’altra porta ad una camera che dava sul vicolo di Mercurio e che serba tutte le apparenze di uno sconcio postribolo. Pitture da imbianchino e sporche eran distribuite sulle sue pareti: sopra di una raffigurante un garzoncello d’osteria che versa a bere ad un soldato, si lessero queste parole scritte con qualche arnese a punta:

DA FRIDAM PUSILLVM[212]

Nel Vicolo degli Scienziati, che è in continuazione con quello che si noma Vico Storto, nel tempo che i Dotti erano riuniti pel settimo congresso in Napoli, e sotto i loro occhi, veniva sterrata quella casa, dai particolari della quale fu concesso imporle il tristo nome di Grande Lupanare. Le più oscene iscrizioni confermano la giustezza della denominazione: il possibile riserbo che mi sono proposto mi toglie di riferirle. Taluna tuttavia ho già desunto infra quelle che son leggibili anche da occhi pudici e riferite altrove di quest’opera, come la seguente che suona:

_Candida me docuit nigras odisse puellas_[213].

coll’arguta risposta che altro bizzarro spirito vi scrisse di sotto.

Altre si lessero non indecenti del pari, come questa gentile:

NOLANIS FELICITER STABIANAS PUELLAS[214].

L’atrio di questa casa è d’ordine toscano, ed ha un _compluvium_ di marmo bianco, sovra il quale vedesi ancora il tubo di bronzo da cui versavasi l’acqua piovana.

Il peristilio è per metà recinto da portici sostenuti da quattro colonne joniche ed ha nel fondo una fontana di musaico ben conservato e conchiglie, avente in mezzo un piedistallo, che un giorno avrà servito a reggere qualche figura, forse di bronzo. Sotto il portico è un larario o sacello per gli dei della casa e vi sta dipinto un serpente che divora una sacra offerta. Da questa casa così poco poetica vennero nondimeno tolte alcune non ispregevoli pitture come _Dedalo e Pasife_ e _Arianna abbandonata_, che furono trasportate al Museo di Napoli.

Dalla Via degli Augustali s’entra per quella tortuosa, però più acconcia ai libertini, denominata del _Lupanare_, a cagione di altro lupanare che si scavò nel 1862 e che prese il nome di nuovo, a differenziarlo dall’altro, del quale ho appena parlato. È quello medesimo di cui mi son valso non ha guari per descrivere l’interno d’un postribolo romano, perocchè sia forse l’unica località che si presenti con carattere spiccato e tale da non ammettere una diversa supposizione di destinazione.

Non a tutti i quali visitano la esumata città è dato di liberamente penetrar nel Lupanare Nuovo: il guardiano l’apre agli uomini soltanto. S’entra in una specie di vestibolo o corridojo che non raggiunge due metri di larghezza, e sei e mezzo di lunghezza, e doveva essere tanto di giorno che di notte rischiarato da lampade, perchè altra luce non vi potesse giungere che dalla porta d’ingresso, coperta anch’essa dalla coltrina che già accennai. Le parti di questo corridojo che da un leggiero fregio rosso son divise a comparti, in mezzo a’ quali stanno ippocampi e cigni, mette a cinque cellette, _cellæ_, come le chiama Giovenale, tre a destra e due a sinistra, sull’uscio delle quali doveva affiggersi il cartello col nome della sciupata che vi stava. Siffatte cellette maraviglia come fossero tanto anguste, misurando cioè due metri quadrati di superficie, e tanto più ciò sorprende in quanto vi sussista ancora il letto, rialzato dal lato della testa per l’origliere, di materiale laterizio, sul quale si sarà disteso alcun materasso, che vi occupa quello spazio per settanta centimetri.

Superiormente agli usci delle cellette, nel vestibolo o corridojo, stavano, come in ispecchi, delle pitture oscene e rispondenti per lo appunto al luogo, oltre le varie iscrizioni graffite del genere stesso, fra cui quella surriferita di Fosforo che ricorda le proprie erotiche prodezze.

Le cellette del lato sinistro più irregolari sono poveramente arieggiate da alte finestrelle munite di inferriate e respicienti sul Vico del Balcone, nel quale si usciva a comodo degli avventori, che amavano per avventura essere meno veduti a procedere di là e che a cagione d’ingiuria, si dicevano cuculi, parola codesta eziandio, secondo spiega Erasmo commentando quel verso:

_At etiam cubat cucullus: surge, amator; i domum_[215],

che si applicava una volta pur a coloro i quali venissero sorpresi in casa che fosse poco onesta.

Così un tal Vico si denomina del Balcone, da una specie di _mœnianum_, che sporgendosi all’infuori del piano superiore e chiuso, valeva a rendere più grande lo spazio del piano stesso. Là vi dovevano esercitare il loro traffico infame cortigiane di maggior considerazione di quelle rilegate al pian terreno: infatti e le camerette vi si veggono più del doppio spaziose, nè deturpate, come vedemmo in basso, da oscene pitture ed iscrizioni.

Argomentasi che questo lupanare sia stato frugato dopo la catastrofe, perchè non vi si scoprissero che pochi oggetti, fra’ quali, per altro, un bellissimo candelabro di bronzo, un gran _cacabus_, contenente cipolle e fagiuoli, che dovevan costituire la povera cena di quelle sciagurate, qui devolute alla venale prostituzione.

Sulla parete di una casa vicina a questo lupanare si lesse una iscrizione che avvertiva della presenza del luogo infame:

HIC NON EST OTIOSIS LOCVS, DISCEDE VIATOR[216].

Negli scavi di questi ultimi due anni, praticati sempre verso la marina e nella parte occidentale della città, un altro luogo venne ritenuto siccome abitazione meretricia alle sue proprie particolarità. Ma una speciale vi fu riconosciuta in una specie di podio laterizio a lato dell’ingresso, al quale evidentemente assisteva il lenone o la lenona che teneva il postribolo, per esigere il prezzo della prostituzione dagli avventori che vi capitavano.

È codesta una particolarità illustrativa del lupanare romano e che però mostra come piuttosto all’ingresso, anzi che all’uscita da esso si dovesse il detto prezzo pagare.

Altri postriboli si trovarono negli scavi pompejani, ma ancora più angusti ed ancor meno decenti: anzi si può credere che quel vico nel quale si è trovato il lupanare, del quale ho finito di parlare, non fosse che una serie continuata di essi, od almeno di ganei, come del resto fino ai nostri giorni, parve essere la via Capuana a Napoli. Pur un postribolo era, a mo’ d’esempio, quel bugigattolo che era dirimpetto alla panetteria che è sull’angolo del Vico Storto, e dalla quale originò il nome della via su cui si apre e però detta _del Panatico_: una oscena pittura che vi si distinse non lascia dubbio sulla sua destinazione.

Tale deve dirsi pure, perchè serba tutti i caratteri di una _cella meretricia_, la camera che si apre sola e senza comunicazione con altre sul Vico del Balcone; e tali devonsi pur dire quelle tre celle, isolate egualmente, che si trovano nella _Via degli Scheletri_ prima di giungere al vicolo d’Eumachia. In vicinanza ad esse sull’angolo del _Vicolo della Maschera_, quasi a loro indicazione, sta una grossa pietra angolare avente in rilievo una imagine fallica e scrittovi presso il nome di Dafne.

Che fosse stata così spinta la spudoratezza del meretricio in Pompei, da mettersene i richiami perfino agli angoli delle vie, come farebbesi d’una vantaggiosa ed importante officina l’esistenza della quale importasse grandemente che si conoscesse da tutti?

I costumi dell’epoca imperiale, omai noti al lettore che mi ha seguito fin qui, ne danno autorità a credere per possibile anche questo.

Ma la poco simpatica peregrinazione per questi volgarissimi luoghi di peccato parmi m’abbia serrato le fauci, quasi vi si respiri ancora il pestifero aere pregno del graveolente puzzo del fumo della lucerna che li schiarava miseramente, onde quella sozza baldracca che fu Messalina risentiva, allorquando, lasciando la cella, l’abito e il nome di Licisca, reddiva al talamo imperiale:

_Obscurisque genis turpis fumoque lucernæ_ _Fœda, lupanaris tulit ad pulvinar odorem_[217].

Epperò usciamo all’aperto. Meglio è che affrettiamo al fine del nostro lungo cammino.

Solo chiuderò il delicato argomento, esternando un pensiero, quasi cenno a chi possa meditarvi sopra più di proposito e farne subbietto di studi. Nello esame delle religioni pagane, vedesi troppo frequentemente credenze, riti e sacerdozio degenerare nelle lubricità della prostituzione, o questa anzi ammantarsi, a proprio sfogo maggiore, di religione. Il _phallus_ è emblema sacro che entra ne’ misteri di esse, e i segni itifallici accompagnano le cerimonie più serie e solenni. A’ sepolcri perfino, intorno al rogo sorgono i cipressi e gli scrittori indicandoli come alberi di dolore e di morte e sacri a Dite, li designano ben anco come alberi itifallici: or, perchè ciò?

Gli è forse perchè accanto alla morte sta il mistero della riproduzione?

La mitologia è presso che tutta costituita di episodii, di deificazioni di persone e cose, che noi registriamo nella storia della prostituzione. Il Tonante medesimo non isdegna convertirsi in pioggia, in cigno, in toro per isfogare i suoi erotici appetiti: gli altri numi si modellano su di lui e gli uomini danno loro adorazione ed incenso: i savii pur dei nostri tempi pretesero e pretendono ascondere tutto ciò reconditi veri; ed io medesimo in quest’opera ho toccato di che cosmico significato sieno state intese le fatiche di Ercole, di quale non meno profondo i misteri elusini e di Iside, e così d’altri grandi avvenimenti della pagana mitologia.

Che più? Pur nel presente capitolo ho menzionato personaggi e passi biblici, le azioni de’ quali e il cui senso non appajon migliori degli uomini e delle cose del paganesimo: e nondimeno trovarono reverenza o interpretazione diverse da quelli apprezzamenti che a prima giunta sembrano provocare. Tutto poi è superato da quel canto epitalamico che è il _Cantico de’ Cantici_, e che malgrado l’aperto senso letterale e le più carnali immagini che esse esprimono, pur tuttavia permise che i più timorati padri del cristianesimo vi trovassero santissime cose adombrate e condannassero alla riprovazione maggiore i profani che osarono, attenendosi al solo valore delle parole, maravigliarsi ch’esso fosse accolto tra libri santi.

Monsignor Martini, al suo volgarizzamento di questo libro, premise una prefazione tendente a rilevare la sublimità di esso, e dopo avere invocata l’autorità di gravissimi scrittori e santi, così si esprime: «Per le quali cose non sia meraviglia se lo Spirito Santo volendo alcuni secoli avanti non di passaggio, ma specificatamente, e pienamente annunziare e predire, e quasi direi dipingere questa divinissima unione del Verbo colla umana natura, e colla Chiesa, e gli effetti di essa; se essendo annunziare a tutti i venturi tempi l’altissima carità dello stesso Verbo, verso quel mistico corpo, il quale dovea da lui aver l’essere e il nome, ordinò e dispose che in questo Cantico con bella continuata allegoria, e con immagini prese dalle nozze terrene dipinto fosse questo mistero, perocchè avvenimento sì nuovo, e sopra ogni umana espettazione conveniva (come osservò S. Agostino) che in molte guise fosse annunziato, affinchè ora repentinamente si effettuasse, non cagionasse negli uomini stordimento e terrore, ma si aspettasse con fede, e con fede e amore si abbracciasse quando fosse eseguito. In Psal. CIX.»

Se così è, l’argomento che ho svolto in questo capitolo doveva richiamare, a petto degli altri, maggiore estensione di trattazione da parte mia, nè credo aver detto tutto; come penso abbia ad essere veramente materia di più profondo studio, come ebbi a dire più sopra, per la ricerca di que’ veri che si nascondono

Sotto il velame delli versi strani.

CAPITOLO XXII.

La Via delle Tombe.