Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 13

Chapter 133,595 wordsPublic domain

Progredendo a dire delle _famosæ_ de’ poeti, non lascerò senza menzione la Citeride di Cornelio Gallo, figliuola forse di quella Citeride che amò Giulio Cesare, e alle libere comessazioni della quale non isdegnò il grave Marco Tullio Cicerone di intervenire conviva, e che Gallo cantò sotto il nome di Licori, perocchè omai uopo sia riconoscere che fosse un vezzo di sostituire ai veri, nomi supposti ne’ carmi che dovevano correre per le mani del pubblico. Ma eguale sventura che agli altri poeti, toccò in amore anche a Gallo. Reduce dalla guerra coi Parti e ferito, non trovò più fedele la sua Licori, ch’egli aveva sì amorosamente cantato: onde cercò allora altri affetti nelle due sorelle Genzia e Cloe, poi nella giovinetta Lidia leggiadra e ingenua; ma per quanto si studiasse di esaltarne i pregi, mai i nuovi amori non raggiunsero la forza del primo, fenomeno consueto in codesta passione, che ricusa ogni logica di ragionamento. È un vero peccato che il poema in quattro canti sugli amori per Licori non sia giunto infino a noi, se veramente ha meritato che Quintiliano ne paragonasse l’autore a Tibullo, a Properzio ed Ovidio e del suo vivente godesse dell’universale rinomanza come degno di star fra costoro. Anche le poche poesie che a lui sono attribuite, son soggetto di molte controversie tra i filologi, e la parte che gli è attribuita con meno di inverosimiglianza consiste in una elegia, della quale parecchi versi sono per soprammercato taluni incompiuti e taluni distrutti ed in tre soli epigrammi.

Le Delie, le Lesbie, le Neere, le Corinne, le Cinzie e le Lidie se ispirarono canti leggiadri a’ loro poeti amanti, strapparono altresì da essi imprecazioni e maledizioni, che ci sono pervenute del pari ne’ loro mirabili versi.

Accennai delle infedeltà di Lesbia a Catullo: l’infelice poeta invocava dagli Dei d’essere liberato da questo amore che chiamava la sua peste, perocchè tanto più sentiva d’amarla, quanto meno sentiva di stimarla:

_Nulla potest mulier tantum se dicere amatam_ _Vere, quantum a me, Lesbia, amata mea es._

_Nulla fides ullo fuit umquam fœdere tanta,_ _Quanta in amore tuo ex parte reperta mea est._

_Nunc est mens adducta tua, mea Lesbia, culpa,_ _Atque ita se officio perdidit ipsa pio;_

_Ut jam nec bene velle queam tibi, si optima fias,_ _Nec desistere amare, omnia si facias_[182].

La Cinzia, tuttochè la provai gelosa e colta e stimata da Properzio non solo, ma pur dagli altri illustri di allora; non ne procacciò meno colle sue incostanze gli sdegni, e senza dir delle altre elegie, nelle quali sfoga i suoi risentimenti contro di lei, leggasi l’elegia XXV del Lib. III, che altro non è che un addio di maledizione ch’egli le manda per averlo reso la favola di tutti.

Bastino al mio proposito questi versi:

_Risus eram positis inter convivia mensis_ _Et de me poterat quilibet esse loquax_[183].

Delle querimonie per i rigori di Delia e di Glicera e di Nemesi son piene le elegie di Tibullo; e quelle di Cornelio Gallo per l’infedeltà della Licori, e in difetto del suo poema, che perì come dissi, dobbiamo starcene alle allegazioni di Donato biografo di Virgilio, di Servio scoliaste di Virgilio stesso e di Quintiliano.

Ma chi più di tutti lasciò imperituri monumenti d’ira e di maledizione per le amanti sue, è Orazio Flacco, il più epicureo de’ poeti latini, ma in ricambio principe della lirica della sua lingua.

Se non che Orazio, che aveva detto amare la facile Venere e le cortigiane più alla mano e sguaiate:

. . . . _namque parabilem amo Venerem facilemque_ _Illam, post paulo, sed pluris, si exierit vir_[184],

parmi avrebbe perciò appunto dovuto essere più ragionevole e attendersi queste infedeltà ed epicureo com’era, volando da questa a quella simpatia, appare assurdo che pretender volesse da quelle donne costanza negli amori.

Seguendo i suoi carmi, si può ritessere la storia della sua vita voluttuosa ed erotica. La prima che si affacci è Neera, che tenne per oltre un anno, ed era valente cantatrice. Povero scriba e non anco famoso per le sue poesie e non ancora protetto da Mecenate discendente da atavi regi, nè però avendo di che pagarla, tornava assai difficile legarla a sè con vincolo di costanza e da lei abbandonato per correre agli amplessi di più facoltoso, si fa di necessità virtù e se ne ricatta predicando egual sorte al proprio successore.

Cominciando poi a farsi conoscere letterariamente, gli avvenne di stringere conoscenza con una illustre patrizia, della quale non si sa il nome, ma pare che putisse alquanto di poesia come di dissolutezza. Costei seppe accalappiarlo e l’ebbe alcun tempo nella sua soggezione, finchè egli seppe scuoterne il giogo e quand’ella a ricuperarlo si faceva a ingiuriare la nuova amante di lui, questi allora ne rintuzzò gli strali co’ più sanguinosi epigrammi.

Poi è alla buona Cinara che volge il suo cuore e di lei si rammenta anche quando le brine dell’età presero a imbiancarle il capo. Ma egli l’abbandonava per cedere agli artifici di Gratidia, bella, ma vile profumatrice e saga, che spacciava filtri afrodisiaci ed esercitava magia, ma che però non seppe valersene tanto da rattenerlo a lungo. Egli anzi, per sottrarsi a tutti i suoi maleficj, la designò a comune disprezzo, rivelandone co’ suoi terribili versi le esecrabili pratiche libidinose all’Esquilino, e le turpitudini tutte sotto il nome di Canidia, che quind’innanzi per lui passò nel volgare linguaggio come sinonimo di avvelenatrice, accusandola perfino che a’ suoi nemici ella cercasse propinare veleno, del quale egli, che le si era nimicissimo dichiarato, non ne morì per altro:

_Canidia, Albuti, quibus est inimica, venenum_[185].

La dipintura ch’egli ne fa nella _Satira_ VIII, lib. I è orribile: sarebbe troppo lungo il riferirla.

Ebbe di poi Inachia, quindi Lice tirrena, che molto amò e alla porta della quale, facile per tutti, rigorosa a lui, sollecitò lungo tempo i favori e sembra inutilmente; ma dopo alcun tempo, venuta meno la di lei bellezza, prese a vituperarla. Sfiorò appena l’amore di Pirra, senza neppure commoversi nel sorprenderla in braccio ad altro giovane amatore. Delirò poi per la giovinetta Lalage, liberta e amante del suo amico Aristio Fusco; poscia per Giulia Varina, liberta della famiglia Giulia e che cantò sotto il nome di Barina.

Dichiarò a Tindaride cantatrice vaghissima la sua passione e le profferse il suo cuore; ma la madre di lei, amica di Gratidia, volle sconsigliarla dall’accoglierlo, come quegli che sì indegnamente avesse trattato coll’amica sua, esponendola alla universale abominazione: onde il poeta pensò ammansar la ritrosa, esaltandone la bellissima madre e riuscì.

Dalla vezzosa Tindaride passò a Lidia che gli fu resa più appetibile dalla concorrenza di Telefo, a cacciarle il quale dal cuore, non valsero consigli e carmi; che anzi conseguì contrario effetto, perchè fu messo alla porta. Non si diè ciò malgrado per vinto ancora e curato che Telefo fosse alla sua volta scalzato da Calaide, ritornò a lei e seguì infatti la riconciliazione. L’interregno non lo aveva tuttavia tenuto inoperoso; esercitò gli affetti con Mirtale liberta, indi con Cloe, la bella schiava di Tracia.

Ma Lidia tornò a Calaide e Orazio a Cloe, che presto abbandonò per Fillide liberta di Santia, e questa pure per la Glicera, ch’era stata, come vedemmo, di Tibullo. Ed ammalò anzi per lei per irritabilità di nervi e a lei sagrificò parecchie delle passate amanti, vituperandole ne’ suoi versi, giusta il suo mal vezzo, spesso diviso dal _genus irritabile vatum_[186], lo che non impedì che venisse dall’attempata cortigiana un bel dì congedato.

Volle ritornare a Cloe, ma ne fu dispettato, perocchè ella si fosse invaghita di Gige, che alla sua volta correva presso di Asteria, e Orazio, a vendicarsi del rifiuto, incoraggiava co’ suoi carmi gli amori di Gige ed Asteria.

Si volse allora a Lida, auletride, ma l’amore che li stringe qualche tempo risente dell’età, la qual più si piace dell’orgia che non del tenero sentimento, e con questa passione tutt’altro che gentile chiuse l’immortale poeta degli Epodi e delle Satire la poco dicevole carriera de’ suoi amori libertini.

Più inanzi dirò di altri più depravati gusti di Orazio, ch’ei divideva d’altronde coll’età ed anche cogli altri poeti più teneri e sentimentali, come quelli che prima di lui ho ricordato; con ciò vedendosi come al libertinaggio del tempo, in essi si congiungesse quello di una più ardente fantasia.

Dovendomi ora arrestare in questo storico compendio della romana prostituzione a dire degli uomini e delle cose infino all’epoca della catastrofe pompejana, con che per altro ritraesi più che abbastanza per fornirne quasi completo il quadro, tutto il restante non essendo che varianti di epoca e di nomi, non mi posso dispensare dall’accennare a Petronio Arbitro, ed a Marziale, del _Satyricon_ del primo e degli _Epigrammi_ del secondo già m’occorse di allegare in quest’opera l’autorità, da che que’ due volumi costituiscano, colle storie di Tacito e di Svetonio, i documenti più autentici e irrecusabili della romana dissolutezza al tempo dell’impero.

Sa già il lettore essere il _Satyricon_ di Tito Petronio Arbitro un romanzo, o dipintura dei tempi e de’ costumi della Roma dell’impero, e l’universale consenso de’ commentatori ed interpreti ha determinato, sulla fede di Tacito, che Nerone ne sia il protagonista sotto il nome di Trimalcione, uomo estremamente appassionato d’ogni sorta di voluttà e fornito di vivacità e di cognizioni confusamente ammassate. Avendo Petronio avuto il sopranome di Arbitro, perchè fosse a comune notizia esser egli il direttore de’ piaceri del Principe, può farsi agevolmente ragione ognuno se viva e verace dovesse riuscire la descrizione ch’egli ha fatto di essi.

Marco Valerio Marziale venuto verso l’anno 40 dell’era volgare dalla nativa sua Bilbili — piccola città della Spagna nel regno d’Aragona e poco lungi dalla moderna Calatayud — a Roma, ebbe eziandio forse nella sua concittadina Marcella, della quale celebra l’ingegno, le grazie e la gentilezza nell’_Epigramma_ 21 del lib. XII, la sua _famosa_, se pure ella non fosse, come opinò lo Scaligero, la moglie sua. Ma di questa Marcella non sappiamo di più dalle indiscrezioni del poeta, all’infuori che nella villa di lei egli andasse a passare gli ultimi suoi anni. Della moglie poi che realmente egli ebbe, se in più d’un epigramma ne parlò, e se Domiziano gli ebbe a concedere in mercede de’ suoi poetici studi il così detto diritto dei tre figli, il che implicava la concessione di diversi privilegi, come già ebbi ad esporre nel capitolo antecedente delle Case, trattando della famiglia, ed egli, il poeta, togliesse da ciò pretesto per congedarla:

_Natorum mihi jus trium roganti_ _Musarum pretium dedit mearum,_ _Solus qui poterat: valebis uxor:_ _Non debet domini perire munus_[187].

Il volume degli _Epigrammi_ di Marziale ribocca di oscenità, quantunque non lo disdegnassero perfino le matrone padovane, che andavano celebrate per castigatezza di morale, e così aperte e senza velo esse sono, che il Pontano ebbe ragione di dire che taluni epigrammi sono tanto impudenti e inverecondi, che neppure sveglino concupiscenza. Avviene infatti lo stesso delle pitture e delle statue, che meno impudiche appajono quando rappresentino senza adombramento di sorta il nudo, mentre, pel contrario eccitino vieppiù a lascivia, se qualche parte appena della figura sia dall’artefice lasciata ignuda.

Nondimeno, ripeto, in questi brevi componimenti sono ricordate tutte le forme di libidini famigliari a quel tempo depravato, e l’italiano traduttore infatti, — il cavaliere P. Magenta — pel maggior pudore della lingua nostra, com’egli avvisa, dovette omettere espressioni od usare circolocuzioni, o sostituirvi anche sentimenti proprii, a palliare l’osceno.

Aveva allora veramente ragione Turno, il poeta satirico del tempo di Marziale, quando lamentava nel suo poema _In Musas infames_ (del quale non abbiamo sventuratamente che un frammento), che la poesia e i poeti contribuissero a tutta questa depravazione, rilegando le vergini muse al Lupanare. Sola reliquia e di breve proporzione di quel disdegnoso poeta, stimo riesca gradito al lettore il presentargliene il testo e in nota l’intero volgarizzamento, da me stesso espressamente condotto. È d’altronde così strettamente connesso al tema che svolgo nel presente capitolo, che parmi vi abbia tutta l’opportunità.

_IN MUSAS INFAMES_[188].

_Ergo famem miseram, aut epulis infusa venena_ _Et populum exsanguem, pinguesque in funus amicos,_ _Et molle imperii senium sub nomine pacis,_ _Et quodcunque illis nunc aurea dicitur ætas,_ _Marmoreæque canent lacrymosa incendia Romæ,_ _Ut formosum aliquid, nigræ et solatia noctis._ _Ergo re bene gesta, et leto matris ovantem,_ _Maternisque canent cupidum concurrere Diris,_ _Et Diras alias opponere, et anguibus angues,_ _Atque novos gladios, pejusque ostendere letum!_ _Sæva canent, obscena canent, fœdosque hymenæos_ _Uxoris pueri, Veneris monumenta nefandæ!_ _Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olim_ _Virginei, famæquæ juvat meminisse prioris._ _Ah! pudor exstinctus, doctæque infamia turbæ._ _Sub titulo prostant: et quis genus ab Jove summo._ _Res hominum supra evectæ, et nullius egentes,_ _Asse merent vili, ac sancto se corpore fœdant._ _Scilicet aut Menæ faciles parere superbo,_ _Aut nutu Polycleti, et parca laude beatæ;_ _Usque adeo maculas ardent in fronte recentes,_ _Hesternique Getæ vincla et vestigia flagri._ _Quin etiam patrem oblitæ et cognata deorum_ _Numina, ed antiquum castæ pietatis honorem._ _Proh! Furias et monstra colunt, impuraque turpis_ _Facta vocant Titii mandata, et quidquid Olympi est_ _Transcripsere Erebo. Jamque impia ponere templa,_ _Sacrilegasque audent aras, cœloque repulsos_ _Quondam Terrigenas superis imponere regnis,_ _Qualicet, et stolido verbis illuditur orbi._

Nè solo Turno alzava la poderosa voce a stimmatizzare quel tempo: perocchè non meno terribile scagliasse il giambo d’Archiloco il severo Giovenale, del quale ben disse il Nisard che basterebbe con Tacito alla completa storia del costume d’allora. Tutte le satire da lui lasciate e massime la prima, la sesta e la nona rimarranno monumenti più durevoli del bronzo della infame prostituzione dell’epoca. Le altre pingono e stigmatizzano altre piaghe non meno deplorevoli, altri uomini non meno ributtanti; e sa il lettore quante volte dovessi ricorrere alle citazioni di questo poeta per aggiungere autorità e fede a cose che altrimenti sarebbero sembrate incredibili. Svetonio, nella vita dei Cesari, la _Storia Augusta_ e la _Vita d’Eliogabalo_ lasciata da Lampridio, forniscono solo diversi osceni particolari, il parossismo della depravazione spinta alla demenza: il fondo rimanendo pur sempre lo stesso.

L’austerità nondimeno di Giovenale mal saprebbesi conciliare coll’impudicizia di Marziale, entrambi essendo da franca amicizia legati. Il poeta epigrammatico con alcuni versi gli accompagna il dono delle noci ch’ei chiama saturnalizie[195]; con altri diretti ad un _Maledico_ si scaglia contro costui, perchè avesse tentato mettere discordia fra lui e l’amico suo Giovenale[196]; e con altri finalmente gli descrive la vita che conduce a Bilbili[197]; lo che dimostra come col satirico poeta avesse fino agli ultimi giorni conservata l’amicizia. — Or come va che lo sboccato poeta degli epigrammi, che non conosce pudore di concetti e di parole, s’accordasse col poeta delle satire, che denunziava terribilmente alla posterità le infamie e le lussurie de’ suoi tempi? Nisard vorrebbe tutto ciò spiegare dicendo: non essere vero che la satira sia sempre la espressione fedele del carattere dell’autore, nè che a prima giunta scuoprasi l’uomo sotto il poeta; che in Giovenale la indignazione venga piuttosto dall’intelletto che dal cuore, e il fondamento della sua filosofia sia la noncuranza professata da Orazio, con un’anima più superba e forse con più pratica onestà[198]. Nell’ultimo epigramma succitato di Marziale diretto a Giovenale, come ne’ due precedenti, vi sono infatti imagini oscene, ciò che prova sempre più che i due poeti furono buonissimi amici, e che Giovenale non era così rigido nel conversare come si mostra ne’ suoi libri. Egli non si faceva scrupolo poi di frequentare il rumoroso rione della Suburra, dove dimoravano le cortigiane, nè di stancarsi sul grande e piccolo Celio a far la corte ai grandi, nè farsi vento alla faccia col panno della sua toga sulla soglia dei loro palazzi, come dice ancora il suo amico Marziale. Ed io v’aggiungo: che per quanto potesse essere stato castigato il costume di Giovenale, pur tuttavia, essendo di depravazione così costituita e satura quell’epoca e per così dire l’aria perfino, che dovesse riuscire affatto impossibile ad individuo qualunque il non parteciparvi in qualche porzione. Catone, il severo e rigido Catone, sebben di qualche generazione antecedente, e quindi di secolo non così corrotto come quello di Domiziano e de’ suoi successori, quante colpe e peccati non avrebbe a confessare! Ma eran colpe e peccati più del tempo che non dell’uomo.

Non entrerò poi qui in maggiori particolari della satira di Giovenale, perocchè dai frequenti brani che ne son venuto citando in questo capitolo ed anche altrove, il lettore ne sa già le cose più saglienti che han tratto al tema della prostituzione e de’ lupanari, e mi prema d’altronde di procedere più spedito in questa rapida rassegna delle antiche vergogne.

Sembrerà incredibile questo quadro che io sono venuto abbozzando della dissolutezza di quell’epoca; ma pur troppo io vi tolsi anzi che aggiungervi; perocchè se la riverenza verso il lettore non mi frenasse, assai e assai più dovrei dire. Era infatti così generale la scostumatezza, che la prostituzione si esercitasse sfrontatamente sulle pubbliche vie, e tanto anzi fosse entrata negli usi comuni e tutto respirasse, come dissi, prostituzione, che allora più non se ne facesse gran caso.

L’invito alla lussuria era pubblicamente fatto più con gesti che con parole. Ovidio, nel poema _De Arte Amandi_, che pare scritto sotto dettatura della più raffinata cortigiana, chiama questo infame linguaggio _furtivæ notæ_, e Tibullo dell’abilità in esso concede il vanto alla sua Delia:

_Blandaque compositis abdere verba notis_[199].

Ed anzi vuolsi citare al proposito di questo muto e inverecondo linguaggio, che anche i più licenziosi usassero del gesto assai più che della parola ad esprimere un lussurioso pensiero. Svetonio ci rammentò di Caligola che nell’atto di presentare la sua mano a baciare le desse una forma oscena: _formatam commotamque in obscenum modum_; e Lampridio, di quel mostro che fu Eliogabalo, che mai non si fosse permessa una parola oscena, anche allora che la esprimevano le sue dita: _nec umquam verbis pepercit infamiam, quum digitis infamiam ostenderet_. Non si comprende come si fosse adottata la frase _parcite auribus_, risparmiate le orecchie, ed egual reverenza non si fosse poi concessa agli occhi.

Se tale era la scostumatezza in publico, le scene più libidinose e tutte le evoluzioni della prostituzione compivansi nelle orgie e festini notturni, detti _comessationes_, o da _comes_, compagno, o da _comedere_, mangiare, e nelle quali perfino le coppe erano foggiate a _phalli_, e le ciambelle a figure oscene, e che però Cicerone mette a fascio cogli adulteri amori: _libidines, amores, adulteria, convivia, commessationes_[200]; ciò che per altro non tolse che egli pur non isdegnasse seder commensale, presso la greca cortigiana Citeride.

Come codeste orgie nuocessero a’ corpi non se lo dissimulavano; pur nondimeno non avrebbero saputo scompagnarne l’esistenza, chè loro non avrebbe sembrato di vivere senza di esse. Petronio, che fu, come già ne informai più sopra il lettore, il direttore della voluttà di Nerone, suggellò questo concetto nel seguente distico:

_Balnea, vina, Venus corrumpunt corpora sana,_ _Et vitam faciunt balnea, vina, Venus_[201].

In Roma le donne che trafficavano del loro corpo distinguevansi in _meretrices_ e _prostibulæ_, e il grammatico Nonnio Marcello ne dà la differenza dicendo che la meretrice esercita con più decenza il mestiere non disponendo di sè che la notte; mentre la prostituta trae il suo nome dallo stare davanti al suo _stabulum_, o abitazione per mercanteggiarvi e di notte e di giorno. V’erano poi altre particolari distinzioni, come le _prosedæ_ e le _alicariæ_ che ponevansi, come Plauto ricordò, alle botteghe de’ panattieri:

. . . . . _an te ibi vis inter istas vorsarier?_ _Prosedas, pistorum amicas, reliquias alicarias_ _Miseras scæno delibutas, servolicolas sordidas_[202].

le _blitidæ_ ch’erano della razza più vile, abbrutite dal vino e dalla dissolutezza, giusta il medesimo Plauto;

_Blitea et lutea est meretrix, nisi quæ sapit in vino ad rem suam_[203].

le _bustuariæ_ che attendevano alla prostituzione nei cimiteri; le _casoritæ_, prostitute dei tugurii; le _copæ_ o taverniere; le _diobolæ_ che non domandavano più di due oboli o di un dupondio, le _quadrantariæ_ perchè si contentavano d’un quadrante, ossia di qualunque vile moneta[204], e Quadrantaria appunto veniva, per cagion di dispregio e di sue lascivie, generalmente chiamata la sorella di Publio Clodio, che è la Lesbia che già conosciamo essere stata di Catullo; le _foraneæ_, campagnuole che venivano per vendersi alla città; _vagæ_, le erranti, _summentanæ_, quelle de’ sobborghi, ecc.

Per la prostituzione elegante, oltre le _famosæ_ che già ricordai e potevan essere patrizie, madri di famiglia e matrone, come pur troppo ha già veduto il lettore, ve n’avevan di quelle fra costoro che si prostituivan ne’ lupanari sia per libidine, sia per denaro; v’eran ben anco le _delicatæ_ che non si concedevan che ai cavalieri e ricchi d’ogni condizione.

Anzi sovente si stipulavano da codeste mantenute co’ loro amatori contratti di fedeltà a tempo, e la scritta che si redigeva a firmare da esse chiamavasi _syngrapha_ ed anche _syngraphus_, perocchè in ambe le maniere io trovi questo libello così denominato dal medesimo Plauto nella sua commedia dell’_Asinaria_. Questo poeta e fedele dipintore de’ costumi di quelle basse classi, ne dà contezza del _singrafo_ nella scena terza dell’atto primo di tale commedia:

ARGIRIPPUS

_Non omnino jam perii: est reliquum quo peream magis,_ _Habeo, unde istuc tibi quod poscis dem: sed in legis meas_ _Dabo, ut scire possis, perpetuum annum hunc mihi uti serviat,_ _Nec umquam interea alium admittat prorsus quam me, ad se virum._

CLEÆRETA

_Quin si tu voles, domi servi qui sunt castrabo viros._ _Postremo ut voles nos esse syngrapham facito afferas._ _Ut voles, ut tibi lubebit, nobis legem imponito:_ _Modo tecum una argentum afferto, facile patiar cœtera._ _Portitorum simillime, januæ lenoniæ:_ _Si affers tum patent: ei non est quod des, ædes non patent[205]._

DIABOLUS

_Agedum, istum ostende quem conscripsit syngraphum_ _Inter me et amicam et lenam: leges perlege_ _Nam tu poeta es prortus ad eam rem unicus[206]._

E pare che di cosiffatti mercimoni o singrafi non si smettesse così presto il vezzo, ma se ne serbasse l’usanza sin presso a’ dì nostri, se quel dotto critico che è Eugenio Camerini, della cui amicizia altamente mi onoro, nell’interessantissimo suo libro _Precursori del Goldoni_, me ne avverte l’esistenza riferendo in una nota del suo studio intorno a Giovan Battista Porta il Contratto fra Gostanzo amoroso e Andriana lena, che sta nella commedia _Gli Inganni_ del Secchi, atto terzo, scena IX[207].

V’erano anche le _pretiosæ_ che imponevano alle loro grazie un alto prezzo. Tutte queste meretrici affluivano a’ bagni massime di Baja, di Clusio e di Capua, dove era più facile, pel concorso dei fannulloni e de’ più sfondolati ricchi, l’andare a caccia di generosi amatori.