Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)
Part 1
POMPEI E LE SUE ROVINE
PER L’AVVOCATO PIER AMBROGIO CURTI
GIÀ DEPUTATO AL PARLAMENTO NAZIONALE DIRETTORE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI ARCHEOLOGIA E DI BELLE LETTERE IN MILANO
VOLUME SECONDO
1873 MILANO F. SANVITO, EDITORE. NAPOLI DETKEN E ROCHOLL.
Proprietà letteraria.
Legge 25 giugno 1865. Tip. Guglielmini.
CAPITOLO XII.
I Teatri — Teatro Comico.
Passione degli antichi pel teatro — Cause — Istrioni — Teatro Comico od _Odeum_ di Pompei — Descrizione — _Cavea, præcinctiones, scalæ, vomitoria_ — Posti assegnati alle varie classi — Orchestra — Podii o tribune — Scena, proscenio, _pulpitum_ — Il sipario — Chi tirasse il sipario — _Postscenium_ — Capacità dell’Odeum pompejano — _Echea_ o vasi sonori — Tessere d’ingresso al teatro — Origine del nome _piccionaja_ al luogo destinato alla plebe — Se gli spettacoli fossero sempre gratuiti — Origine de’ teatri, teatri di legno, teatri di pietra — Il teatro Comico latino — Origini — Sature e Atellane — Arlecchino e Pulcinella — Rintone, Andronico ed Ennio — Plauto e Terenzio — Giudizio contemporaneo dei poeti comici — Diversi generi di commedia: _togatæ, palliatæ, trabeatæ, tunicatæ, tabernariæ_ — Le commedie di Plauto e di Terenzio materiali di storia — Se in Pompei si recitassero commedie greche — Mimi e Mimiambi — Le maschere, origine e scopo — Introduzione in Roma — Pregiudizj contro le persone da teatro — Leggi teatrali repressive — Dimostrazioni politiche in teatro — Talia musa della Commedia.
Gran parte della vita publica erano nell’orbe romano, massime al tempo de’ Cesari, i Teatri.
Quando si consideri che solo in questa, elegante sì, ma piccola città di Pompei vi fossero due teatri, il comico e il tragico ed un anfiteatro, tutti di tanta capacità, si può avere una prova abbastanza conveniente di questa asserzione, ed un’altra poi se ne avrà ancora nel fatto che non si fosse paghi di uno spettacolo solo al giorno, ma se ne volesse a tutte l’ore di esso, e s’egli è vero quel che taluni pretesero e che io ho pur riferito, che i Pompejani fossero stati sopraggiunti dal loro estremo disastro nell’anfiteatro, sappiamo allora che dovesse essere circa l’ora meridiana.
Non fu detto però a torto che il popolo non vivesse che di pane e di spettacoli, _panem et circenses_, e ognun s’avvede che qui sotto il generico nome di giuochi del circo s’abbiano ad intendere ben anco gli scenici ludi.
Una ragione più alta aveva contribuito a radicare profondamente nell’animo di tutti la passione e nelle consuetudini generali la frequenza de’ teatrali spettacoli, — la religione: — perocchè rimontandosene alle origini si trovi, per testimonianza di Tito Livio, che nella epidemia, onde fu Roma afflitta nel 390 di sua fondazione, la collera celeste serbandosi inesorabile alle continue supplicazioni, si fosse ricorso alle sceniche rappresentazioni, in cui attori erano commedianti etruschi, detti nella loro lingua _istrioni_, i quali trattavano artifiziosamente a suon di flauto e gestendo senza parole[1]. Fra i Romani stessi sorsero subito dopo imitatori; i giuochi scenici attecchirono e vennero per ciò considerati non come un semplice passatempo soltanto, chè per tali non si ebbero che gli spettacoli del circo, ma come una vera istituzione civile e sacerdotale.
Noi medesimi, se avessimo in oggi a restringere il teatro in que’ confini che lo fecero definire la morale in azione, e se la coscienza degli scrittori non escisse dai limiti assegnati dai veri intenti dell’arte, per libidine di facili e funesti plausi, non potremmo ricusarci dall’averlo tuttavia per una vera istituzione civile.
Nel desiderio di abozzare alla meglio anche questa parte della vita romana, di cui Pompei fornisce a noi ne’ suoi monumenti le più ineccepibili prove, converrà che prima m’intrattenga del Teatro Comico, detto altrimenti _Odeum_, nel quale poi c’intratterremo, giusta i richiami, della sua storia, delle sue produzioni; poscia del Teatro Tragico e della sua storia; riserbando all’ultimo il discorso intorno all’Anfiteatro e a’ suoi ludi; quantunque a vero dire si dovrebbe premettere di questi ultimi, se noi pure, come gli antichi, ritenessimo che gli spettacoli scenici non siano che appendici meno importanti di quelli del Circo.
Fin dal 13 maggio 1769 veniva scoperta sulla muraglia del Gran Teatro, o Teatro Tragico che si voglia dire e del quale sarà l’argomento nel capitolo venturo, la iscrizione seguente:
C . QVINCTVS C . F . VALG . M . PORCIVS M . F . DVO VIR . DEC . DECR . THEATRVM TECTVM FAC . LOCAR ; EIDEMQVE PROBARVNT[2].
Tale scoperta confermava la designazione, che fin dal 23 marzo precedente era stata fatta, che quivi esister dovesse l’Odeo, o Teatro Comico, avvalorata altresì da ciò che contiguo vi fosse il Teatro Tragico, pur in questo avendo i Pompejani seguito la comune consuetudine in congenere materia, e che noi troviamo consegnata nelle seguenti parole del capo IX, libro V di Vitruvio: _exeuntibus e theatro sinistra parte Odeum_[3].
L’Odeo, in greco Ωδεῖον, che in questo passo medesimo ci fa sapere Vitruvio essere per la prima volta stato eretto in Atene, ornato da Pericle di colonne, di pietre e coperto di alberi e antenne di navi, spoglie riportate in guerra contro de’ Persiani, vogliono tutti che fosse stato un piccolo teatro; ove si facessero le prove e le disfide musicali, come derivatone l’appellativo dalla voce greca ωδή, che significa canto.
In Pompei l’_Odeum_ era destinato alla recitazione delle commedie, ai concorsi poetici, alle rappresentazioni mimiche e satiriche, e se si vuole argomentare dall’uso generale di tali ritrovi, alle dispute filosofiche ed anche agli spettacoli d’inverno, e per ciò coperto; onde, per dirla con Tertulliano, l’impudico divertimento non fosse dal rigore della stagione turbato[4]. Il severo giudizio di questo padre della Chiesa cristiana era giustificato dalla licenziosa libertà sempre esistita nei ludi scenici e circensi, ma fatta ancor più sfrenata negli ultimi tempi dell’Impero.
Dal 1793 al 1796 venne questo teatro sgombro dalle macerie, messo nelle condizioni nelle quali trovasi di presente e in guisa da prestarsi alla sua intera descrizione.
Esso è fabbricato, egualmente che il Teatro Tragico e il Foro, sopra uno strato di lava vulcanica antichissima, che porge a questi edifizj il più solido fondamento; ma la sua costruzione è di tufo di Nocera, all’infuori delle scale che separavano le gradinate che son di durissima lava. Sopra l’estremità del muro semicircolare, ossia sul cornicione, ancor si veggono i luoghi ove stavano le colonne su cui il tetto poggiava, il quale si apriva tra l’una e l’altra colonna uno spazio vacuo, pel quale s’intromettevano la luce e l’aria. Tali colonne si rinvennero rovesciate, onde anche per la certa quantità di tegole numerizzate con carbone e là ordinatamente disposte, si argomentò che rovinato il teatro dal tremuoto del 63, si ritrovasse poi nel 79 in istato di restaurazione. Dyer crede rimonti la sua prima costruzione a poco tempo dopo la Guerra Sociale, così forse ottant’anni avanti Cristo.
Come di consueto, e come Vitruvio ne fa regola generale de’ teatri, la forma della cavea è d’un emiciclo, e sotto il nome di _cavea_ designavasi quella porzione dell’interno di un teatro od anfiteatro, che conteneva i sedili sui quali stavano gli spettatori, e che era formata da un numero di ordini concentrici di gradini sopra più ordini di arcate, quando essi non fossero praticati in qualche parte, od addossati a montuosità di terreno. Secondo la dimensione dell’edificio, questi giri di sedili erano divisi d’ordinario in uno, due o tre scompartimenti, distinti, separati l’uno dall’altro da un muricciolo detto _præcinctio_, abbastanza alto per impedire la comunicazione fra essi; cosicchè i diversi scompartimenti assumevano i qualificativi di prima, seconda, terza ed anche più spesso di _ima, media_ e _summa cavea_, cioè ordine inferiore, di mezzo e superiore. E così era dell’_Odeum_ pompejano.
Il pavimento per nove passi di diametro tocca l’uno e l’altro corno dell’emiciclo terminato in due zampe di leone di tufo vulcanico. Quindi incomincia la prima cavea in quattro ordini di gradini più grandi e spaziosi degli altri, ove sedevano i magistrati ed ivi erano collocati i bisellii e le sedie curuli. Indi seguono quattordici gradini in cui l’ordine equestre aveva il suo posto: vi tengono poi dietro diciotto altri ordini, ognun dei quali sempre più si va allargando nei lati per formare il diametro dell’emiciclo e stretto pel contrario nell’orchestra, della quale dirò fra poco.
Dopo i primi quattro gradini si vede un parapetto di separazione con un ripiano, o gradino più largo. Si riconosce da ciò subito una delle precinzioni, che i Greci chiamavano δίαζωματα, con cui, come dissi testè, precingeva, o separava il primo dal secondo, ordine della cavea, dove stava la gente più distinta.
V’era poscia una seconda precinzione, che separava la media, o seconda cavea, dall’ultima, dove sedevano la plebe e le donne. I gradini della media cavea, sono intersecati da sei piccole scale per linea retta dall’alto al basso, chiamate _viæ, itinera, scalæ_ e _scalaria_, che hanno principio da sei _vomitoria_, o porte superiori corrispondenti al corritojo coperto, donde arrivavasi alla prima precinzione. Da essi entravano gli spettatori per prendere il rispettivo posto, e da essi, a spettacolo ultimato, uscivano.
Quelle scalarie, intersecando i gradini circolari, costituivano cinque cunei o scomparti, ciascun dei quali veniva poi assegnato a determinata classe di spettatori; onde vi fosse quello de’ magistrati, quello de’ mariti, quello de’ giovani pretestati, quello de’ conjugati, e vie via degli efebi, oratori, legali, pedagoghi, soldati, che giammai si confondevano colla plebe, e le altre distinzioni del popolo, le quali venivano osservate, da che un decreto d’Augusto, secondo lasciò ricordato Svetonio nella vita di questo Cesare, le avesse a prescrivere, a ciò indotto dalle ingiurie che un senatore aveva ricevuto nel teatro di Pozzuoli.
«Egli, Augusto, scrisse quello storico, rimediò alla confusione ed al disordine estremi che regnavano negli spettacoli, mosso dall’ingiuria ricevuta da un senatore, che nella occasione di celeberrimi ludi in Pozzoli, che avevano attirato immenso concorso, non aveva trovato posto, ordinando con un senato consulto, che in tutte le rappresentazioni publiche il primo ordine spettasse a’ senatori. Vietò ai deputati delle nazioni libere e alleate di sedere nell’orchestra, perchè avesse sorpreso che molti fra di essi fossero del genere de’ liberti. Separò dal popolo il soldato. Assegnò posti particolari a’ mariti, speciali gradini a coloro che portavano ancor la pretesta, collocandone i precettori appresso. Agli abbigliati in bruno (_pullatorum_) interdisse il centro della cavea. Alle femmine, già confuse cogli uomini, non concesse assistere che dal posto superiore alle lotte de’ gladiatori. Destinò alle sole Vergini Vestali un separato posto nel teatro di contro alla tribuna del pretore»[5].
Petronio nel suo _Satyricon_, ci ha lasciato alla sua volta memoria che l’ordine più alto ne’ teatri fosse quello riserbato agli schiavi, alle cortigiane ed all’infima plebe, in quel passo in cui Criside, l’ancella della dissoluta Circe e mezzana de’ suoi amori, accostando Encolpo e invitandolo da parte della sua padrona, alla maraviglia di costui che schiavo di Eumolpione s’era infinto e mutato il nome in quello di Polieno, così risponde: «Quanto al dirti schiavo ed abbietto, questo è lo stesso che accendere il desiderio di colei che ti aspetta; perchè hannovi alcune donne che dilettansi di sucidume, o non sentonsi brulichio se non alla vista di schiavi, o di sergenti ben infiancati: ad altre un mulattiere coperto di polvere, ad altre un attore che figura su per le scene. Insigne fra queste è la padrona mia: ella sale dall’orchestra al quattordicesimo ordine, e in mezzo all’ultima plebe rintraccia chi più le piace»[6].
Eravi poi l’orchestra, che occupava, rispetto al rimanente dell’edificio, un posto corrispondente alla platea de’ nostri teatri e consisteva in uno spazio aperto, in piano, nel centro dell’edificio sul fondo, circoscritto di dietro dalle più basse file de’ sedili degli spettatori e dinanzi dal muricciuolo della scena. Il pavimento di questa parte è di marmi greci disposti in varii quadrati, e nel mezzo sopra una larga fascia di marmo cipollino, che ne occupa tutto il diametro, si legge in grandi lettere di bronzo incastonata questa iscrizione:
M . OCVLATIVS M . F . VERVS . VIR PRO LVDIS[7].
Dalla quale iscrizione apprendiamo il nome d’uno de’ due sovrintendenti dei giuochi o spettacoli in Marco Oculazio Vero.
Ai lati della scena ed al disotto de’ vomitorii o porte che mettevano all’orchestra, sonvi due _podii_ o tribune, a cui si giunge per quattro gradini praticati di dietro. Il _podium_ in un anfiteatro o circo o teatro, era un basamento alto circa sei metri dal suolo dell’arena destinato ad essere occupato dall’imperatore, da’ magistrati curuli e dalle Vestali, che sedevano quivi sopra i loro seggi d’avorio. Svetonio e Giovenale ne fanno menzione[8].
La scena poi, misurata da Bréton di 17.m 50, è assai bene conservata, è formata di mattoni e di opera reticolata di tufo rivestita di marmo bianco.
Il _proscenium_, o intero spazio del palco rialzato, chiuso fra il muro permanente della scena di dietro e l’orchestra di fronte, e che con moderno vocabolo diremmo palcoscenico, non appare così profondo come ne’ moderni teatri; nel mezzo di esso, in sito più elevato, sorgeva il _pulpitum_, o alta e lunga predella su cui gli attori stavano quando recitavano i loro dialoghi, o discorsi.
Vitruvio, parlando dei pulpito, che i Greci appellano λογεῖον, avverte essersi esso usato già ristretto in Grecia, meno altrove, e però colà i tragici e comici recitavan sulla scena, gli altri attori tutti nell’orchestra; onde hanno in greco diverso nome, gli uni di scenici, gli altri di timelici[9], forse sonatori codesti ultimi, se decomponendo la parola, troviamo che essa significhi _sollevar l’animo annojato_, dove pur non derivi da _Hymele_, con che si designava l’inno di Bacco.
In questo primo senso avrei avuto ragione anch’io, se imitando l’esempio greco, ebbi a chiamare orchestra il luogo che è destinato nei nostri teatri a’ suonatori.
Davanti al _pulpitum_, scorgasi ancora nell’ammattonato, al posto che ne’ moderni teatri serba la _ribalta_ dei lumi, un incavo correre tutto lungo la scena, nel quale stava il cilindro a cui s’avvolgeva l’_Aulæa_ od _Aulæum_, che era la tappezzeria o cortina, che faceva le veci dell’odierno sipario, ornata di figure ricamate su di essa, il più spesso rappresentanti storici fatti e paesane vittorie, come raccogliesi dal seguente passo delle _Metamorfosi_ d’Ovidio:
_Sic ubi tolluntur festis aulæa theatris,_ _Surgere signa solent, primumqne ostendere vultus,_ _Cætera paulatim; placidoque educta tenore_ _Tota patent, imoque pedes in margine ponunt_[10].
Tal cortina veniva adoperata nei teatri greci e romani per lo stesso uso che i nostri siparii, a fine di nascondere il palco scenico prima del principio della rappresentazione e negli intermezzi. Questa cortina, scrive De Rich[11], non era però sospesa come i siparii e non scendeva giù dall’alto; ma tutt’al contrario, quando cominciava la rappresentazione, si lasciava cadere la cortina entro l’incavo suddescritto, e per conseguenza, finito l’atto, si tirava su dallo stesso; quindi l’espressione _aulæa premuntur_[12] di Orazio, _cala il sipario_, significa che la rappresentazione sta per incominciare ed _aulæa tolluntur_ di Ovidio[13], il _sipario si alza_, che l’atto o la rappresentazione è finita. Questo incavo entro cui scendeva l’_aulæum_, per essere sotto il _proscenium_, appellavasi con altro nome _hyposcenium_.
Del resto v’han di coloro che l’_aulæum_ pretendono fosse proprio del teatro tragico soltanto, e che la commedia si servisse del _siparium_, che il succitato De Rich definisce una scena o paravento, adoperato nei teatri, e consistente in più spicchi, che potevano essere aperti o ripiegati l’uno sull’altro, come si fa ne’ paraventi che usiamo ora. Se non che Apulejo ha questo passo: _Aulæo subducto et complicatis sipariis scena disponetur_[14]; e si vede così usar egli de’ due vocaboli promiscuamente; quantunque il suo linguaggio implichi che l’_aulæum_ era fatto calare (_subductum_) sotto la scena, quando lo spettacolo principiava, e il _siparium_ era invece ripiegato in su (_complicatum_) nello stesso momento. Pare poi che questo ufficio di abbassare gli aulei, o siparii, de’ teatri spettasse specialmente a’ Britanni, cioè agli schiavi fatti nelle guerre della Britannia e condotti, secondo il costume, a Roma, se questi versi Virgilio pose in una sua Georgica, che vi fanno non dubbia allusione:
_Vel scena ut versis discedat frontibus, utque_ _Purpurea intexti tollant aulæa Britanni_[15].
Finalmente le due lunghe camere dietro la scena, di cui l’una doveva essere coperta, l’altra scoperta, e servivano alla preparazione degli attori, si chiamava il _postscenium_, o dietroscena, al quale ha tratto Lucrezio nel suo Poema al libro IV[16].
Il teatro Comico od _Odeum_ di Pompei era della capacità di forse millecinquecento spettatori: quindi abbastanza grande per tale città, pur calcolando che alle rappresentazioni tanto sceniche che circensi traessero molti dalle città vicine e borgate. Perocchè s’egli è vero che il Teatro Tragico ne contenesse quasi quattro volte di più e l’anfiteatro molte migliaja, come a suo luogo dirò, è altresì vero che la minore importanza degli spettacoli dell’Odeum voglia essere considerata; vedendo noi pure oggidì anche nelle più vaste e popolose città esservi diversi teatri, e secondo l’entità degli spettacoli che vi si offrono, avere anche la capacità.
Compirà la descrizione materiale di questo teatro pompejano, quale fu rinvenuto cogli scavi, l’accennare come presso all’ingresso siensi vedute molte iscrizioni graffite, evidentemente da schiavi, liberti e gladiatori, taluna recante spavalde imprese, tal altra oscenità, di cui non giova tener conto; ove si eccettui d’una di quest’ultimo genere publicata dal De Clarac, che portando la data dei 13 delle calende di dicembre dell’anno del consolato di M. Messala e L. Lentulo, cioè l’anno 731 di Roma, prova l’esistenza dell’Odeum a tre anni avanti Cristo, quindi più di ottant’anni prima della catastrofe della città.
Finalmente a tutto dire di quelle particolarità che sono attinenti al teatro antico, e che possono altresì riuscire a noi di non dubbio interesse e studio, per quelle applicazioni che nella costruzione di congeneri edifizj si potrebbero fare, ricorderò che nella parte superiore di esso dov’erano le carrucole e gli altri congegni del _velarium_, del quale non ho a dire in questo capitolo, non occorrendo di esso perchè l’Odeo era coperto, ma me ne riserbo nel venturo, sospendevansi specie di campane di bronzo o di terra cotta chiamate _echea_, la cui apertura era rivolta in basso verso la scena, sicchè la voce ferendone la cavità, ne produceva il suono più chiaro e più armonioso, come si legge in Vitruvio[17]. Queste campane, o vasi di bronzo o di terra cotta, erano proporzionatamente una più piccola dell’altra, acciocchè producesse l’una il suono più acuto dell’altra, e servivano solo, come chiaramente leggesi nel detto autore, per aumentare le voci corrispondenti, non per sonarsi con de’ martelli, come taluno si è avvisato di dire.
Una particolarità che non vuol essere a questo punto negletta, sono le tessere state ritrovate negli scavi dell’_Odeum_, e le quali servivano, come ora servono i biglietti, per avere ingresso al teatro. Esse sono di figura circolare e di un pollice di diametro ed è a presumersi che fossero in uso anche in tutti gli altri di Roma ed altrove in quel tempo, per quanto eziandio sto adesso per dire.
La dichiarazione di esse importa venga qui fatta, perchè mi aprirà l’adito a intrattenermi più avanti del genere delle rappresentazioni.
[Illustrazione: Teatro Comico od _Odeum_ di Pompei. _Vol. II, Cap. XII._]
Di tre tessere si hanno esemplari, rinvenuti negli scavi pompejani, senza tener tuttavia conto di quelle altre a forma di mandorle o di piccioni, le quali ultime credesi valessero per i posti destinati alla plebe; ragione forse codesta per la quale anche oggidì a siffatti posti si suol dare da noi il nome di _piccionaja_, scambiato per sinonimo di loggione, o di quel posto che è destinato alla plebe; o, dirò meglio, ai paganti prezzi minori.
La prima di quelle tre tessere rappresenta da un lato una specie di edificio e nel rovescio sono malamente incise queste parole:
XII AICX-YAOY IB
che si vollero interpretare, nella supposizione che nelle città della Campania si rappresentassero ancora le tragedie del più antico tra i sommi tragici greci, per XII _d’Eschilo_ e le parole IB come la ripetizione in greco della cifra XII.
Nella seconda è rappresentato in rilievo come una cinta di mura con porte rozzamente indicate, e che però si vuol indurre rappresentassero l’anfiteatro, e nel mezzo più alta una torre o _pegma_, specie appunto di torre eretta col mezzo di macchine, sulla quale collocavansi nel circo i gladiatori combattenti. Nel rovescio leggesi:
XI EMIK-KAIA IA
cioè undecimo Emiciclo: le lettere di sotto, IA, significano in greco ancora la cifra XI. Pretendesi poi che sia questa la tessera per lo spettacolo diurno; ma io confesso che non so argomentarne la ragione; perochè il dir solo che il disegno rappresenti l’anfiteatro, non significa che dunque si accenni a spettacoli diurni di combattimenti; mentre il fatto stesso d’esserci rinvenuta la tessera in luogo destinato a rappresentazioni musicali o comiche spiegherebbe tutt’altro; e d’altronde chi oserebbe affermare con asseveranza che un’identica tessera d’ingresso valesse e per spettacoli diurni e per rappresentazioni notturne, per scenici ludi e per esperimenti gladiatorj, se pur a’ dì nostri veggiamo che un identico biglietto, portante al bisogno emblemi musicali, o maschere di commedia, vale promiscuamente per rappresentazioni d’ogni genere, non escluse serate magiche od esercizj equestri?
La terza tessera reca un’iscrizione latina più completa delle altre, recinta da un serpe che stringendo nella bocca l’estremità della coda forma un circolo, e suona così:
CAV . II CVN . III GRAD . VIII CASINA PLAVTI
cioè cavea II, cuneo III, gradino VIII, _La Casina_ di Plauto.
Io non mi inframmetterò alla quistione agitatasi da Giusto Lipsio, dal Casaubono, dal Bolangero, dal Pitisco e da altri antichi, e rinvergate pur da’ moderni, se, cioè, queste tessere rappresentassero il prezzo d’ingresso, o il posto di favore, e se in teatro si andasse gratuitamente o contro pagamento.