Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 6
Si sa che i municipj _optimo jure_, come pare dovesse essere Pompei, avessero tutti i diritti e gli obblighi dei cittadini romani, mentre gli altri non godeano del suffragio, come i prischi plebei, e come persuadono le iscrizioni rinvenute lungo le vie sulle muraglie delle case a grandi lettere in color rosso o nero; come se i diciotto secoli trascorsi non fossero stati che diciotto giorni, nei quali i devoti, i riconoscenti per ricevuti favori, i parassiti e i liberali sollecitavano il publico a pro’ de’ loro proprj candidati. Così praticavasi largheggiar di elogi a’ cittadini che si volevano eleggere, e biasimo a’ più sconosciuti od immeritevoli di alto ufficio, come farebbesi suppergiù a’ dì nostri nell’occasioni delle elezioni amministrative e politiche. V’era pur anche questo di buono nei municipj d’Italia e delle provincie, che vi restasse più integra la dignità ed autorità che non in Roma; perocchè quivi ben potesse l’imperatore compiervi atti di arbitrio e violenza; ma essendo il carattere della politica romana di non fondarsi soltanto sull’esercito, nella polizia e di tutto regolamentare; ne conseguitava che a’ municipj venisse conservata quella vita, che più nell’Urbe non si riscontrava, e rispettata ne fosse l’indipendenza, e la legge municipale andasse immune da’ capricci del principe e dalle sottigliezze de’ giusperiti.
Pompei dunque, come _municipium_, che aveva, cioè, ricevuto il _munus_, o prerogativa speciale dei diritti di romana cittadinanza, teneva la costituzione pari a quella di Roma, la quale divideva i suoi abitanti in tre ordini: il senato, i cavalieri e il popolo. Perocchè nei municipj ed anche in Pompei vi fossero i _Sexviri Augustales_, ossiano sacerdoti in onore di Augusto, il cui collegio costituiva un ordine distinto fra il popolo e i Decurioni, e teneva luogo de’ cavalieri romani. Più sotto riferirò qualche lapide, in cui di tale dignità è fatta menzione.
Questi sacerdoti, come Tacito attesta, vennero prima in numero di ventuno istituiti da Tiberio, aumentati poi di quattro, pel culto di Augusto divinizzato. Presto anche alle colonie e a’ municipii vennero allo stesso fine estesi i collegi degli Augustali, ne’ quali i primi sei nominati si dicevano _sexviri augustales_ e si nominavano dai decurioni. Quindi crebbero d’assai e si divisero in collegi di giovani e di seniori, a’ quali i seviri erano preposti. Fu disputato se l’augustalità fosse una magistratura; ma Noriso, in una sua dissertazione su d’un Cenotafio pisano respinse trionfalmente una tale opinione.
L’ordine dei Decurioni vi formava la curia, la quale corrispondeva al Senato dell’Urbe e componevasi di cento. Nelle cose più importanti tuttavia dovevano intendersela col popolo; dal che venne l’_ordo populusque_ delle lapidi che pur si trovarono in Pompei. Plinio, nella epistola XIX del primo libro, ci avvisa che per essere ammessi a quest’ordine fosse mestieri possedere un patrimonio di centomila sesterzi, che equivarrebbero a ventimila lire d’Italia. Ai consoli equivalevano i duumviri con giurisdizione in certe cause; e come fossero la primaria magistratura, nelle colonie, aveano il privilegio de’ fasci, ma non potevano usarli fuori del loro territorio, a seconda del principio di diritto _extra territorium jusdicentis impune non paretur_. Di essi ritornerò a dire nel capitolo del _Foro_ e della _Basilica_. V’erano il quinquennale, o censore, il tribuno, il difensore, gli edili, gli attuarj, ed erano queste le varie cariche colle quali internamente si amministravano a loro piacimento. V’era inoltre il pretore, il questore gerente del reddito publico, il patrono della città, il maestro dei sobborghi e dei trivii, e vie via altre cariche minori.
Nelle iscrizioni pompeiane sovente si fa cenno ai maggiori magistrati, ed anzi una, che appare fatta publica di quel Valente che fu creato Flamine perpetuo da Nerone, ci rende edotti della presenza di questa dignità imperiale in Pompei e di certa importante autorità a lui conferita, se egli in essa iscrizione avvisa una caccia nell’anfiteatro, nel quale verrebbero distesi i velarii:
VALENTIS . FLAMINIS . NERONIS . AVG . F . PERPETVI . D . LVCRET . I . VALENTIS . FILII Y . K . K . APRIL . VENATIO . ET . VELA. ERVNT P . COLONIA
Queste due ultime parole, che significano _Pompejana Colonia_, appajono apposte dopo e da altra mano.
In altra è rammentato l’edile Marcellino, cui si raccomandano legnajuoli e carrettieri:
MARCELLINVM . ÆDILEM . LIGNAR I . ET . PLOSTAR I . ROGANT
I lavoratori delle Saline si raccomandano in altra a Marco Cerrinio Edile:
M . CERRINIVM . ÆD. SALINIENSES . ROG .
I facchini pregano Aulo Vezio in questa:
A . VETTIVM . ÆD . SACAR I . ROG .
Gli orefici l’edile Cajo Cuspio Pansa:
C . CVSPIVM . PANSAM . ÆD . AVRIFICES . VNIVERSI . ROG .
e Celio Cajo prega lo stesso edile, e Sergio Infanzione prega Popidio secondo edile, giovani probi degni della Republica, acciò esserne favoriti:
C . CVSPIVM . PANSAM . ÆD . OR . CÆlIVS . CAIVS . JVVENES . PROBOS . DIGNOS . R . P . O . V . F . SER . INFANTIO .
Una tale epigrafe constata la notizia che si ha dalla storia che due fossero nella città gli edili. Così appellati dalla sopraintendenza agli edificj (_a cura ædium_), avean particolare cura degli edificj della città, templi, bagni, basiliche, teatri, acquidotti e simili, e in difetto di censori, anche delle case private. Esercitavano una specie di polizia su’ mercanti, sulle taverne, sui pesi e misure, sulle rappresentazioni teatrali, ecc.
I fruttajuoli, _Pomarii_, si raccomandano coll’usata formola _rogant_ a Giulio Sabino edile e gli stessi in altra iscrizione all’edile Marco Cerrinio.
Cajo Giulio Polibio vien detto duumviro in una iscrizione a cui manca il nome di chi prega e il verbo:
C . JVLIVM . POLIBIVM . DVVMVIRUM .
Son pure ricordati edili un Marcello ed un Albucio in questa:
MARCELLVM . ÆDILEM . ET . ALBVCIVM . ORAT .
I Venerei salutano in quest’altra il giudice duumviro Paquio:
PAQVIO . DVVMVIR . I . D . VENEREI .
La carica di quinquennale, così detti da’ cinque anni che durava la loro carica ed avevano autorità di censori, è testimoniata dall’iscrizione ad Aulo Vejo, figlio di Marco, duumviro di giustizia, per la seconda volta quinquennale, tribuno de’ soldati eletto dal popolo:
A . VEJO . M . F . II . VIR . I . D . ITER . QVIN . TRIB . MILIT . AB . POPVL . EX . D . D .
E così altre molte iscrizioni publiche ricordano nomi e dignità e attestano ad un tempo della consuetudine pompejana, divisa pure da altre città dell’impero romano, di così i clienti raccomandarsi a’ magistrati.
L’ordine de’ Cavalieri veniva, in Roma, subito dopo quello de’ Senatori, ed era il più distinto. Per entrare in esso occorreva un patrimonio di quattrocentomila sesterzj, equivalenti a ottantamila lire italiane; onde Orazio ha nella Epistola I del lib. I:
_Si quadringentis sex septem milia desunt_ _Est animus tibi, sunt mores et lingua, fidesque,_ _Plebs eris_[55].
Non oserei asseverare con franchezza che l’egual patrimonio si richiedesse nelle colonie per entrare nell’ordine degli Augustali.
Nè fu ostacolo a tutti questi liberi ordinamenti, foggiati sul modulo di Roma stessa, l’essere stata Pompei dichiarala colonia e perfino l’essere stato a lei cambiato il nome in Colonia Veneria Cornelia; perocchè se negli anteriori tempi le romane colonie erano politiche istituzioni create ad unico beneficio della metropoli ed a vigilanza de’ nemici in mezzo a’ quali si piantavano, — onde ci avvenne già nelle pagine precedenti di vedere i prischi abitatori rivoltarsi contro i presidj romani e trucidarli, — la legge Giulia, dopo la Guerra Sociale, fece alle colonie migliori condizioni. Tutti gli Italiani divennero cittadini romani, adottarono le leggi di Roma, acconciandovi le patrie costituzioni, ed ebbero il diritto di suffragio e di eleggibilità; onde scomparir deve, a mio credere, la meraviglia che fra Paolo Sarpi ebbe ad esprimere nell’_Opinione in qual modo debba governarsi la Republica Veneziana_, che, cioè, le colonie romane siensi mantenute sempre con affetto alla madre patria, mentre i cittadini trapiantati da Venezia a Candia divennero selvaggi od avversi. Imperocchè la ragione abbiasi a rinvenire in ciò che Roma accordasse a’ nuovi coloni i diritti di cittadini romani: mentre Venezia invece a quelli mandati a Candia avesse a togliere i privilegi che avevano goduto innanzi di cittadini veneti.
E, poichè sono al tema delle leggi e degli officj, reputo dover qui toccare di quell’onore che gli antichi accordar solevano a’ principali loro magistrati e che nelle lapidi pompejane vediamo più d’una volta menzionato. Voglio dire dell’onore del _bisellium_, concesso in Pompei, come nelle altre colonie e municipj, a’ decurioni e duumviri.
Consisteva esso nel seggio onorifico e distinto cui davasi diritto nelle publiche adunanze di affari o degli spettacoli. I Romani dedotto avevano dagli Etruschi l’uso delle sedie curuli pe’ senatori e consoli; a loro imitazione nelle provincie venne introdotto il bisellio. Era un largo sedile capace di due persone, abbenchè in fatto non servisse che per una sola. Ambitissima era una tale distinzione e non veniva largita che a’ cittadini i quali si fossero meglio distinti nell’esercizio delle più alte funzioni e ben meritato avessero della patria. Lo si concedeva con un diploma dei decurioni, confermato dal popolo. Tanto apprendiamo dalla seguente iscrizione scolpita sul sepolcro di Cajo Calvenzio Quieto nella Via delle Tombe della città che ho presa a dichiarare:
C . CALVENTIO . QVIETO . AVGVSTALI HVIC . OB . MVNIFICENT . DECVRIONVM . DECRETO . ET . POPVLI . CONSENSV . BISELLII HONOR . DATUS . EST
Egualmente risulta che l’onore del bisellio conferivasi dai decurioni col consenso del popolo dall’iscrizione scolpita sul sepolcro di Nevoleja Tiche, che esprime appunto com’essa, liberta di Giulia, a sè stessa ed a Cajo Munazio Fausto Seviro augustale e pagano, cioè del Pago Augusto Felice, a cui i decurioni col Consenso del popolo decretarono il bisellio pe’ suoi meriti, vivente abbia elevato il monumento a’ suoi liberti e liberte ed a quelli di Cajo Munazio Fausto:
NÆVOLEIA . I . LIB . TYCHE . SIM . ET C . MVNAZIO . FAVSTO . VI . V . AVG. ET. PAGANO CVI . DECVRIONES . CONSENSV . POPVLI BISELLIUM . OB . MERITA . EIVS . DECRETAVERVNT . HOC . MONIMENTVM . NÆVOLEIA . TYCHE LIBERTIS . SVIS . LIBERTATISQVE . ET . C . MVNATI . FAVST . VIVA . FECIT .
Questo monumento di Nevoleja Tiche reca dal lato che riguarda la porta della città, scolpito in rilievo, il bisellio, e senza di esso e dei due di bronzo rinvenuti negli scavi pompejani, ci sarebbe ancora sconosciuta la forma di questo seggio d’onore. Vedesi senza spalliera e ricoperto di un _pulvinare_, o cuscino con frange pendenti.
Il _bisellium_, scrive Chimentelli, era al duumvirato ciò che era il laticlavo[56] all’autorità senatoria, ed il ceppo di vite a quella del centurione[57]. Parrebbe altresì che fosse talvolta attribuito anche agli Augustali[58], come infatti, dalla surriferita epigrafe di Nevoleja, lo vediamo essere stato accordato al seviro Cajo Munazio Fausto.
Il Falieri opina poi essere assai probabile che l’onore del _bisellium_ fosse proprio unicamente della _Augustalità_, ossia di que’ sacerdoti, che come più sopra ho notato, vennero istituiti in onore d’Augusto collocato fra i numi; ma non già perchè fosse comune a tutti gli augustali, ma perchè venisse concesso a coloro che nella augustalità fossero i più onorevoli e degni.
Il medesimo autore reca la deliberazione dei _centumviri_ del municipio di Vejo, che convennero in Roma nel tempio di Venere Genitrice, e piacque ad essi permettete a Cajo Giulio, liberto del Divo Augusto, che venisse il giustissimo onore decretato di essere ascritto nel numero degli augustali, e gli fosse concesso in tutti gli spettacoli di quel municipio sedere nei bisellio proprio fra gli augustali; e una iscrizione che Quinto Largenujo Chresimo diede di molti sesterzi alla republica de’ Pisani per l’onore del bisellio. Il Grutero ha pur una iscrizione antica dalla quale appare lo stesso onore accordato a Tizio Chresimo augustale.
Importa ora conoscere, alla migliore idea della publica amministrazione di Pompei, come si scoprisse nella _Via delle Terme_ uno stabilimento che corrisponderebbe ad una odierna dogana e che gli antichi appellavano con parola greca _Telonium_ — Τελωνὶσν — o banco de’ gabellieri ed anche _Ponderarium_, da _pondus_, peso, perchè luogo a pesare le merci. Vi si accede per una porta larga forse trenta piedi e si trova in un cortile, nel fondo del quale sta un piedistallo che un dì sosteneva forse una statua, rovesciatasi per avventura nell’anno 63, quando avvenne quel formidabile tremuoto, che tanto guasto menò alla città, e di cui ho già informato il lettore, nè più rimessavi poi.
Si rinvenne in questa località una discreta quantità di pesi di marmo e di piombo, circolari e di differenti grossezze ed altri marcati con buchi o con punti rilevanti. Su taluni si lessero le sigle =C. Pon=, cioè _centum pondo_, in altri =Pon=, _pondo_, ed in altri ancora =Ta=, _talentum_. Su molti piccoli pesi quadrati di piombo da un lato stava impressa la parola =Eme=, _compera_, dall’altro =Habebis=, _l’avrai_. Alcuni poi portavano inciso il visto del magistrato: _exacta in capita_.
Si trovò pure una stadera con ganci all’estremità della sua catena e nell’asta marcati i numeri da uno ad otto, col peso pendente di 22 once, raffigurante un Mercurio. In altra stadera i numeri appaiono duplicati nella parte opposta, e in una bilancia con coppa lungo la sua asta erano impresse le seguenti parole:
IMP. VESP. AVG. IIX. C. IMP. AVG. T. VI. C. EXACTA. IN. CAPITOL.
cioè: nel consolato ottavo di Vespasiano imperatore Augusto e nel sesto di Tito Imperatore, figlio d’Augusto, provata nel Campidoglio.
Qui mi conviene far cenno altresì di cinque altre bilancie romane, interamente di bronzo, notevoli pei modi diversi ond’è segnato il numero nei varj punti in cui puossi appoggiare il peso. Su due di esse sono impressi questi numeri, V, X, XV, XX, che significano 5, 10, 15, 20: su d’un’altra i seguenti XIIIIVIIIIXXIIIIVIIIIXXXIIII, che equivalgono da 10 fino a 54: sulla quinta finalmente questi: IIIVX, V, XX, XXX, IIII, cioè 2, 3, 4, 5, 15, 20, 30, 34.
[Illustrazione: Bilancie Pompeiane. _Vol. I Cap. IV. Storia, ecc._]
Piacemi per ultimo constatare che tutte queste bilancie veggonsi fabbricate con mirabile diligenza, e i contrappesi, _æquipondium_, rappresentano teste di donna, o satiri, di squisito lavoro.
Ora per menzionare di tutte le misure publiche che si scoprirono in Pompei, dirò che alla Porta alla Marina, presso al tempio di Venere, scorgesi il modulo di capacità per i solidi, e consiste in una pietra di tufo in forma di rettangolo con tre cavità coniche forate al disotto che si chiudevano con una placca di metallo e si riaprivano dopo che s’era verificata la quantità della granaglia.
A qualche distanza poi era un altro congenere monumento, più grande e più perfetto, che si vorrebbe anzi uno de’ più interessanti monumenti dell’antichità, trasportato al Museo già Borbonico, ora Nazionale, in Napoli. Conteneva esso non solamente le misure de’ solidi, ma ben anco quelle de’ liquidi, e ricercandole in quell’interessantissimo Stabilimento che non ha, cred’io, l’eguale in ricchezza e quantità d’antiche cose e preziosissime, vi leggerete ancora la seguente iscrizione, la quale vi farà sapere che Aulo Clodio Flacco figlio di Aulo e Narceo Arelliano Caledo, figlio di Narceo, duumviri di giustizia, vennero incaricati, per decreto de’ decurioni, di rettificare le publiche misure.
A . CLODIVS . A . E . FLACCVS . NARCEVS . N . F ARELLIAN . CALEDVS D . V . I . D . MENSVRAS . EXÆQUANDAS . EX DEC . DECR .
Tale rettifica venne, non ha dubbio, eseguita, secondo la pratica romana, tanto a riguardo dei pesi, che dallo _scripulum_, pari agli odierni grammi 1,136 andava all’_as_, o _libra_, eguale a grammi 327,187; e dall’_as_ e _dupondium_ che costituivasi di due assi, fino al _centussis_, ossieno chilogrammi 32,718; che a riguardo delle misure lineari e di quelle di superficie e di capacità.
Le misure lineari dividevansi in _uncia_; _palmus_, pari a 3 oncie; _pes_, che era unità di misura, pari a 4 palmi corrispondente a metri 0,295; _cubitus_ pari a un piede e mezzo; _passus_ eguale a tre cubiti e un terzo; _decempeda_ eguale a due passi; _actus_ pari a dodici decempedi; _miliarium_ pari ad _actus_ 41-2/3, corrispondente a chilometri 1,475.
Così le misure di superficie suddividevansi in _pedes quadrati_, di cui cento formavano lo _scripulum_, pari a metri quadrati 8; in _clima_ o 30 scripuli; in _actus_ o clima 4; in _jugera_ eguali a 2 _actus_ e formava l’unità dei quadrati, e nella sua divisione ricorre la partizione dell’asse in oncie e loro frazioni. Lo jugero era un bislungo di 240 piedi sopra 120, cioè 20,800 piedi quadrati. Un jugero sarebbe pari agli odierni ari 24 e metri q. 68 e come sarebbesi in addietro in Lombardia detto d’un’estensione di terreno, che si costituiva di pertiche e tavole, ed oggi di ettari ed ari, allora si parlava di jugeri, onde Tibullo, ad indicare uom facoltoso, ha in principio d’una sua elegia:
_Divitias alius fulvi sibi congerat auri_ _Et teneat culti jugera multa soli._[59]
Poi v’era _heredium_ costituito di due jugeri, richiedendosi 5 _heredia_ a formare un nostro ettaro, 48 ari e 8 metri q.; _centuria_ di cento _heredia_ e _saltus_ di 4 _centuria_.
Le misure di capacità erano: _ligula_ eguale a un decilitro nostro e 14 centilitri; _cyathus_ di 4 _ligulæ_; _acetabulum_ che era un _cyathus_ e mezzo; _quartarius_, o due _acetabula_ pari a odierni litri 1,375, _hemina_ o due _quartarii_; _sextarius_ che constava di 2 _heminæ_; _congius_ di 6 _sextarii_, _modius_ di 2-1/3 congii; _urna_ di un modio e mezzo; _amphora_, che era l’unità di misura di capacità e valeva 2 _urnæ_, corrispondente a 80 libbre di vino, secondo il computo di Festo, il che monta a litri 26,3995, posto il peso specifico del vino 0,9915. Dieci _amphoræ_ equivarrebbero a’ nostri ettolitri 2 e 44 decalitri. Finalmente il _culeus_ pari a 20 _amphoræ_, sarebbe quanto 5 ettolitri e 28 decalitri de’ nostri.
Delle Monete ho superiormente spiegato non constarmi che in Pompei se ne coniassero di particolari e ne fornii le ragioni, e se Roma ne fece battere nella Campania, si sa che vi adoprasse il tipo nazionale del Giano bifronte e la prora di nave. Sulle monete della Magna Grecia, fra le città della quale annoverar si deve Pompei, in luogo dei rostri, vedesi in rilievo il bove colla testa umana, sotto cui raffigurasi la divinità detta Eubone, che antichissimamente adoravasi, come simbolo di fertilità, in Neapoli. Di quest’ultima città poi si hanno moltissime monete antiche in rame ed in argento, le quali sono di squisito lavoro e presentano diversi tipi. La moneta romana era quella adunque che negli ultimi suoi anni Pompei usava ne’ suoi commerci ed usi quotidiani e che fu rinvenuta e si rinviene tuttora nelle escavazioni. Anche nella _Casa del Questore_ furono trovate monete romane degli ultimi imperatori di quell’epoca: egualmente altrove di Nerone, di Tito, Domiziano, Ottone e d’altri.
Darò brevemente alcune nozioni sulla moneta romana e sulla sua valutazione, nel quale argomento si è ancor lungi dall’avere la maggiore certezza.
L’_asse_, parola derivata forse dal nome del suo metallo _æs_, era una libbra da 12 once di bronzo non coniato, e costituì la prima unità monetaria romana. Essendosi al tempo di Servio Tullio impressa su di esso la figura d’una pecora, ricevette il nome di _pecunia_.
Venne di poi nel 485 di Roma il _denaro_, dalle due parole _dena æris_, perchè equivalente a dieci assi di bronzo, e fu la prima moneta d’argento. Il _quinario_ rappresentò la metà del denaro, il _sesterzio_ il quarto, cioè due assi e mezzo. Spezzati più piccoli furono la _libella_ pari ad un asse; la _sembella_ a mezzo asse o mezza libbra di bronzo; il _teruncio_ ad un quarto di libbra.
In seguito queste monete subirono variazioni: al fine della prima guerra cartaginese, l’asse fu ridotto a sole due once; nell’anno 537 l’asse scese al peso d’un’oncia; il danaro si sollevò a sedici assi, il quinario a otto, il sesterzio a quattro. La legge Papiria del 562 abbassò l’asse a mezz’oncia di rame, nè restò più che moneta di conto, divenuto unità monetaria il sesterzio.
E qui giova avvertire che il _sestertius_ non vuol essere scambiato pel _sestertium_, moneta di conto che valeva mille _sestertii_.
La prima moneta d’oro fu battuta dai Romani nel 547 alla ragione d’uno _scrupulum_ per 20 sesterzj. Poi si battè l’_aureus_, detto anche _solidus_ pari a 100 _sestertii_ e a 23 _denarii_.
Dureau de la Malle, nel suo libro dell’_Economia de’ Romani_, pareggia il denaro al principio della Republica a L. 1.63; sotto Cesare a L. 1.12; sotto Augusto a L. 1.08; sotto Tiberio a L. 1; sotto Claudio a L. 1.05: sotto Nerone a L. 1.02; sotto gli Antonini a L. 1.
La libbra d’oro, di cui sovente nelle scritture antiche si parla, può valutarsi a L. 900: a 75 quella d’argento. Sul declinare dell’impero, la libbra d’oro valse L. 1066.
Così abbiamo un primo cenno a quella fluttuazione, od altalena nei valori, che ora alla Borsa vien designata colle parole _rialzo_ e _ribasso_, o più comunemente colle forestiere di _la hausse et la baisse_, su cui si specula da’ mercadanti e non mercadanti, che sono la vera e più funesta piaga della odierna società, causa spesso come di improvvise fortune colossali, così di subite e precipitose ruine.
«Nel trattato d’Antioco coi Romani, riferito da Polibio e Tito Livio (scrive C. Cantù, alla cui _Storia degli Italiani_ debbo parecchie notizie per questo mio libro), si stipula che il tributo si paghi in talenti attici di buon peso, e che il talento pesi ottanta libbre romane. Sapendo d’altro luogo che il talento era seimila dramme, otterremo il peso della dramma = grani 82-1/7. Il talento attico può approssimare a lire seimila.»[60]
La esistenza constatata in Pompei di due publici alberghi, l’uno detto di _Albino_ e l’altro di _Giulio Polibio_ e di _Agato Vajo_, scoperto il primo nel 1769 e l’altro nel successivo anno, mi trae a dire di altra istituzione che s’ha ragione di supporre esistente in Pompei, quella, cioè, della posta.
Imperocchè nel primo singolarmente, dove vedesi una porta larga undici piedi e mezzo colla soglia senza scaglione e piano, accessibile quindi a’ veicoli, si rinvennero ruote, ferri e bardamenti di cavalli e si ritenne però che qui potesse sostare la posta. Svetonio nella vita di Ottaviano Augusto, rammenta come questo imperatore la stabilisse sulle vie consolari, con _rede, essede e plaustri_, e vi attivasse corrieri in tutte le _mansiones_, che così appunto appellavansi le stazioni postali. Siffatto sistema, prestando fede ad Erodoto, sarebbe stato imaginato dai Persi, e Senofonte lo conferma narrando di Ciro che nella spedizione contro gli Sciti, fissasse le poste del suo reame circa cinquecento anni avanti Cristo. Tiberio avrebbe d’assai vantaggiata l’introduzione d’Augusto; vuolsi anzi vi ideasse forme analoghe alle nostre. — In quest’albergo di Albino la posta doveva avere la sua mansione; a differenza dell’albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo, nel quale trovato essendosi gli avanzi di tre carri, — i cui cerchi di ferro si conservano al Museo Nazionale di Napoli — con fontane e abbeveratoj di animali e questa iscrizione: