Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 5

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Appiano, scrittore già da noi citato, conta perfino ventitrè legioni costituite da Silla in colonie per un ammontare di centoventimila uomini; sì che nella sola Italia si potevano di poi annoverare ben cencinquanta colonie; senza tener conto delle sessanta dell’Africa, delle trenta di Spagna e delle altre molte disseminate nelle Gallie e nel resto dell’orbe romano; nè fosse per ciò esagerato il dire che nessuna regione vi avesse in cui colonia non esistesse e si trovasse per tal foggia il mondo costretto ne’ ceppi e sobbarcato alla dizione ed all’imperio di Roma.

I Pompeiani — non c’era modo a ricattarsi dinanzi a quel potente — accettarono la dura legge; ma non così che piegassero ad accordare diritti di cittadinanza ai soldati a piedi ed a cavallo, di che si componevano le tre coorti.

Sventuratamente al comando di essi aveva il dittatore preposto il proprio nipote Publio Silla, uomo rotto ad eccessi e ribalderie, il qual facevasi scudo d’impunità l’essere a Lucio Cornelio congiunto, e in luogo di reprimere la prepotenza e gli abusi dei coloni, li fomentava del proprio esempio.

Qui dovrei collocare, per seguire il corso cronologico degli avvenimenti, l’insurrezione degli schiavi che aprì la seconda Guerra Servile, capitanata dal gladiatore Spartaco già di nostra conoscenza; ma risparmio ritessere la storia de’ primi suoi combattimenti pugnati contro le romane legioni al Vesuvio, perchè nel primo Capitolo di questo libro già ne toccai. Altrove ho pur narrato di lui più lungamente[41]: qui basti dire che, battuti fra Pompei e il Vesuvio due pretori, si recò nella Gallia, poi forzato a rientrare, sconfisse i due consoli Lucio Gellio e Cornelio Lentulo, finchè, nella battaglia, presso il Silaro, Licinio Crasso lui sconfisse alla sua volta ed uccise, così imponendo veramente fine a quella guerra, che aveva fatto paventar Roma, alle cui porte erasi quasi il trace gladiatore condotto; quantunque Cneo Pompeo, distruggendo nella Lucania i cinquemila gladiatori superstiti, osasse scrivere al Senato: «Crasso ha sconfitto gli schiavi, io la ribellione estinta.»

Ma nuovo e grave pericolo sorse poco tempo dopo alla salute della Romana Republica nella congiura di Lucio Sergio Catilina, la quale doveva scoppiare il primo giorno dell’anno 691 di Roma, ma che quel giorno abortì; lo che per altro non tolse che l’autore principale di essa spudoratamente si presentasse ne’ comizi per chiedere il consolato. Respinto, lavorò indefesso alla congiura, nella quale seppe collo ingegno e colle arti trascinare più di venti personaggi senatorii ed equestri. Publio Silla, il tiranno de’ Pompejani, ed Autronio Peto, che avevano agognato al consolato, ed anzi designati già consoli, accusati d’àmbito, n’erano stati condannati, tenevansi, per comune avviso, nelle trame consenzienti[42].

Trovavasi essere console Marco Tullio Cicerone, l’oratore, il quale a mezzo di Quinto Curio, — tramutato da congiurato in delatore, quando da Fulvia, donna di nascita egregia ma di non egregi costumi, fu alla sua volta denunziato, — venuto ordinatamente in chiaro di tutto ed avendo in mano le fila dell’intera cospirazione, la rivelava in Senato, investendo Catilina medesimo con quell’arringa che rimase celebre ed è popolare tuttavia. Non è del mio còmpito rifar la storia di quel gravissimo avvenimento, con sì eleganti ma non sempre veridiche pagine dettata da Sallustio; basti si sappia che la battaglia, impegnata con un coraggio che fu detto degno di miglior causa da Catilina contro i soldati del console Antonio, fosse da lui perduta ed ei medesimamente restasse sul campo, insieme a diecimila congiurati, trucidato.

Nè a quella congiura soltanto il capo de’ coloni pompejani, Publio Silla, aveva preso parte, ma prima ben anco ad altra, essendo consoli in quel tempo Lucio Tullio e Marco Lepido, e della quale aveva dovuto rispondere avanti il Senato, contro l’accusa datagli da Lucio Torquato. Difeso dall’oratore Ortensio, n’era stato purgato. Tratto in giudizio una seconda volta, sulla accusa ancora dello stesso Lucio Torquato, d’avere, cioè, avuto parte nella cospirazione catilinaria, ei venne pure imputato d’aver cercato di indurre in essa anche i Pompejani, e d’avere tra questi e i coloni suscitate discordie, alimentati rancori.

Infatti i coloni da lui capitanati, una volta stabiliti in Pompei, non contenti delle migliori terre, pretesero anche il diritto appellato _Ambulationis_ e l’altro detto _Suffragii_, cioè di poter passeggiare nello stadio, nell’anfiteatro, nel ginnasio, nel portico ed in altri luoghi publici e di poter convenire nelle assemblee per dar voto nelle elezioni. Per questi due diritti, che i Pompeiani negavano d’accordare, seguì un fiero dissidio tra coloni e cittadini, che fu scambiato per una publica rivolta avente attinenza per avventura, come si pretese, coi moti catilinarj. Cajo Crispo Sallustio nella sua storia punto non esitò a collocarlo col fratello Sergio nel novero de’ congiurati. Deferita la causa al Senato, venne Publio Silla revocato, e poichè si vide da gravissimo pericolo minacciato, in ragione altresì de’ suoi cattivi precedenti, la propria difesa affidò all’eloquenza di Marco Tullio Cicerone.

Parve strano e non vero che quegli il quale era stato lo scopritore ed il punitore della congiura di Catilina, avesse poi a perorare per altro de’ più tristi, che se ne dicea, nel generale sentimento, partecipe; anzi Lucio Torquato accusatore, quantunque amico a Cicerone, avendogliene mosso publicamente biasimo, egli a scagionarsene impiegò buona parte della sua orazione, adducendo per lo appunto che il fatto di essere egli stato acerrimo persecutore di quella cospirazione, difendendo fra gli accusati il solo Publio Silla, dovesse a tutti esser prova ch’ei lo tenesse per innocente, di lui nulla avendo, durante il proprio consolato, scoperto che gli concedesse diritto a ritenerlo colpevole.

Trovai scrittori i quali pensarono che Cicerone assunta avesse la difesa di Publio Silla onde ingraziarsene lo zio dittatore e per timore di lui; ma essi accontentandosi dell’intitolazione dell’arringa, non la badarono troppo pel sottile, nè la lessero tampoco; perocchè dalla medesima sia chiaramente manifesto come Lucio Cornelio Silla fosse già morto all’epoca ch’essa fu recitata, se vi si tratta come l’accusatore Torquato avesse altresì opposto: che P. Silla comperasse i gladiatori sotto pretesto di fare l’appresto degli spettacoli, i quali Fausto figliuolo del dittatore Lucio Cornelio Silla, dovea dare in ordine al testamento del padre per solennizzarne i funerali; ma che veramente venissero comperati per dar mano alla congiura[43]. Vuolsi dunque ritenere che tutt’altre ragioni lo inducessero ad assumere un tale officio.

Ecco il brano dell’arringa che riguarda in ispecialità i Pompejani e che alla meglio reco nel nostro idioma[44].

«Già quello poi che si mette innanzi, essere stati i Pompejani eccitati a questa congiura e ad entrare in questa nefanda impresa, di qual modo possa stare, non io valgo a comprendere. E che? sembra a te, o Torquato, abbiano i Pompejani veramente congiurato? Chi mai ebbe a dir questo? o qual minima sospicione fu mai di siffatta cosa? Li disgiunse, egli dice, da’ coloni, acciò con questo dissidio, suscitata la dissensione, potesse recare la città alle sue mani e i Pompejani infrenare. Ma innanzi tratto, ogni differenza de’ Pompejani e de’ Coloni è deferita a’ patroni[45], poichè sia da molti anni agitata e pendente; poscia è per guisa la cosa cognita a’ patroni che in nulla sia Silla dissenziente dalle opinioni degli altri; e da ultimo i coloni stessi vanno convinti non essere stati i Pompejani più che essi medesimi da Silla molestati. La qual cosa, o giudici, potete argomentare da questa frequenza di coloni, tutti onestissimi uomini, i quali sono qui presenti in penosa aspettazione, perchè se questo patrono, vindice e custode di loro colonia, non poterono essi avere in ogni circostanza e ad ogni aggravio incolume, in questo frangente almeno, nel quale addolorato giace, desiderano sia per voi reso sicuro e conservato.

«Con eguale ansia assistono qui del pari i Pompejani, che da quelli pur si chiamano in colpa, e che per tal guisa dissentirono da’ brogli e da’ suffragi co’ coloni, da convenire in tutto con lui circa il bene comune. Ma neppure mi sembra doversi passare sotto silenzio il merito, che da lui questa colonia essendo stata dedotta, ed avendo l’autorità della republica distratto da’ possessi de’ Pompeiani quanto dar si doveva a’ coloni; nondimeno ad entrambe le parti è così caro e giocondo, che non appaja aver gli uni molestato, ma e questi e quelli costituiti.»

La ciceroniana arringa, alla quale s’era pur fatto intervenire un fanciulletto di Silla, a intendimento di muovere a compassione i giudici, fu coronata di buon successo e Publio Silla assolto: ciò venendoci attestato da Cicerone medesimo nell’epistola terza del libro terzo a Quinto fratello suo, con quanto gusto de’ poveri Pompejani, lo giudichi il lettore.

Fu per avventura in benemerenza di questo fatto e con denaro de’ coloni, che al grande oratore venne in Pompei eretta nel foro a cagione di somma onoranza una statua.

Devesi contuttociò ritenere che siffatto procedimento contro di Silla riuscisse ad alcun bene per essi, se i coloni militari dovettero acconciarsi a stabilirsi fuori della città, nella parte occidentale. Si costruirono essi a tal uopo un sobborgo che fu denominato _Pagus Felix_, ancora in memoria ed onore di Lucio Cornelio Silla da sè stesso soprannominatosi _felice_, fondatore della colonia Pompejana.

Ninnio Mulo, valorosissimo capitano ed assai dentro nelle grazie di Silla perchè già militato avea sotto il di lui celebre parente L. Cornelio, fu deputato al comando della colonia, beneficio insperato raccolto dal giudizio promosso contro il primo capitano e patrono Publio Silla.

La _Colonia Veneria_ continuò ad essere per tal modo retta anche dopo e nelle iscrizioni rinvenute negli scavi e del tempo di Augusto — tre lustri circa avanti Cristo — la si trova disciplinata in guisa da vedervi patroni e clienti. Questo diritto di clientela[46] del resto non era già circoscritto alle sole persone; le colonie, le città deditizie o conquistate, le nazioni alleate e i re barbari seguitarono l’esempio degli individui, eleggendosi i loro patroni nell’Urbe. Cicerone lo era dei Campani, Fabio Sanga degli Allobrogi, Catone dell’Isola di Cipro e del reame di Cappadocia, Marcello della Sicilia, ed io più sopra notai di Publio Silla essere stato altro de’ primi patroni di Pompei: a’ giorni di Augusto, ci apprendono le dette iscrizioni, che nel novero di essi pur fosse Marco Olconio Rufo figlio di Marco, decemviro in questa città, incaricato per la quinta volta di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal popolo, personaggio al quale i Pompejani avevano rizzato una statua nel foro in ricambio di publiche liberalità e sopratutto d’aver eretto un tribunale presso l’_Ecatonstylon_, il gran teatro, una cripta e il muro laterale del tempio di Venere Fisica, onde formare l’ambulatorio nel portico dell’Agora antica.

Si sa che i facoltosi romani avessero più d’una villa ed esse a seconda delle stagioni abitassero: Plinio il giovane nelle sue lettere ci fa sapere come ne avesse in Toscana, Romagna e Lombardia e ne lasciò minute e interessanti descrizioni[47]. Ne apprende eziandio il medesimo Plinio di Silio Italico, che possedesse in uno stesso luogo più ville e, per lo soverchio amor delle nuove, ponesse in non cale le vecchie[48]. Pur Cicerone ne aveva più d’una, anzi l’abate Chaupy gliene noverò fino a ventiquattro, desumendolo da’ suoi scritti e sarebbesi perfino a cagion di esse, come ne scrisse ad Attico (Ep. I, lib. 2), fortemente indebitato, malgrado ch’egli dovesse essere ben ricco. Perocchè tutto che onest’uomo e persecutore dei depredatori, nel solo governo di Cilicia pose da banda due milioni e dugentomila sesterzi, vantandosi d’aver ciò fatto legalmente. Io non rammenterò delle sue ville che le più note, e sono due, e lo apprendiamo dalle stesse opere sue[49], l’una era quella di Tuscolo, l’altra quella di Pompei, la quale già m’avvenne di più addietro ricordare e i cui ruderi può il visitatore vedere tuttavia nella via delle Tombe; se pure nella scienza che qui egli avesse una villa, non si è di troppo affrettati a riconoscerla in questa casa, che da lui nelle Guide si intitola ed è a’ visitatori come sua designata.

Oggi codesta casa, che si vuole dell’immortale Oratore, non è più riconoscibile, a causa che pel cattivo metodo che si teneva in addietro negli scavi, essa venne ricolma di terra, a risparmio della spesa del trasporto. Fu nondimeno da essa che vennero tolte le pitture de’ Centauri e de’ Fauni danzatori di corda, le quali presentano per l’arte tutto quello che di bello, ideale e di poetica fantasia è lecito d’immaginare. Furono pure rinvenuti in essa due superbi mosaici, rappresentanti scene comiche del più delicato e squisito lavoro, della mano di Dioscoride di Samo, che vi appose il proprio nome.

Or fu in questa casa di campagna che Cesare Ottaviano, onorato poscia dall’adulazione col nome di Augusto[50], essendo ancora Triumviro, venne a visitar Cicerone ed officiarlo onde averne la protezione contro di Antonio nella lotta fra essi impegnata a disputarsi la successione di Cesare, e nel comune intento di spegnere l’aristocrazia, non a vantaggio certamente della democrazia, la quale non ebbe di poi altro frutto dal suo trionfo che di conoscere cui dovesse obbedire.

Piantata da lui l’autorità imperiale sopra il popolo romano, incominciò la serie dei Cesari che dominarono l’orbe romano.

Fu Augusto che inviò a Pompei una nuova colonia di Veterani, e come quella mandatavi da Silla avesse mutato il nome alla città sostituendovi quello di Colonia Veneria Cornelia; il sobborgo che la nuova fondò venne appellato _Pagus Augustus Felix Suburbanus_, che è forse il luogo stesso nel quale sorge la casa di Marco Arrio Diomede e stanno le tombe della famiglia Arria, della Istacidia, di Nevoleja Tyche e d’altri. Già fin dal momento che Roma avea cercato di mandar coloni a Pompei e questa ne li aveva rifiutati, le erano state guaste le mura, che dipoi aveva cercato di riparare, come ancor se ne vedono traccie; ma sotto Augusto sparvero affatto le lunghe cortine di queste mura, per modo che privati edificj poterono sorgere sull’area loro, e la città, spoglia affatto di difesa allora, si confuse colla colonia. Di ciò fa fede una iscrizione trovata nel teatro.

Tiberio Claudio, fratello di Germanico e zio di Caligola, prima che i Pretoriani lo acclamassero, alla morte di quest’ultimo, imperatore e il confermassero i soldati, il popolo, i gladiatori e i marinaj, malgrado la sua imbecillità, — onde era stato il trastullo del nipote e la madre stessa solesse dire: bestia come il mio Claudio, — ebbe a soggiornare alcun tempo a Pompei, dove gli moriva il figliuolo Druso, avuto da quella rinomatissima impudica che fu Messalina Valeria sua moglie, affogato da un frutto che aveva inghiottito.

Succedutogli nell’impero Nerone, accadde nell’anno 59 dell’era volgare un fatto nella città di Pompei, che fra i poco numerosi eventi di questa città che ne meritarono il ricordo, prima che ne seguisse la catastrofe, vuole essere memorato, come pur ne tenne conto Cajo Cornelio Tacito nel quattordicesimo libro degli _Annali_ con queste parole che riferisco dalla traduzione del Davanzati:

«In questo tempo, di piccola contesa tra i Nocerini e i Pompejani uscì molto sangue nella festa degli accoltellanti che faceva Livinejo Regolo, raso, come dissi, dal Senato. Imperocchè dalle insolenze castellane vennero alle villanie, a’ sassi, all’armi; e vinse la plebe pompejana, che aveva la festa in casa. Molti Nocerini furon portati in Roma feriti o storpiati o morti, e pianti da’ lor padri e figliuoli. Il principe rimise la causa al Senato; esso a’ consoli: e ritornò a’ padri, i quali vietarono a’ Pompejani tal festa per dieci anni; disfecero lor compagnie fatte fuor di legge e sbandirono Livinejo e gli altri primi rissanti»[51]. Il qual fatto è pur menzionato da una caricatura politica, accompagnata da un’ironica iscrizione, state rinvenute negli scavi sulle mura esterne della via di Mercurio, iscrizione che suona così:

_Campani, victoria una cum Nucerinis periistis;_

cioè: Campani, una vittoria sui Nocerini vi ha distrutti.

È in questo tempo che l’imperatore mandò in Pompei come suo flamine perpetuo Valente, figlio di Decio Lucrezio Valente, di cui avverrà di citare più innanzi l’epigrafe, nella quale, a’ cinque delle calende d’aprile (28 marzo), avvisa una caccia nello anfiteatro.

È lo stesso severo storico che nel medesimo libro in cui racconta la colluttazione de’ Pompejani e Nocerini, narrando della morte data da Nerone alla madre Agrippina a Baja, mentre constata che quel mostro alfine conobbe la grande scelleratezza fatta ch’ei l’ebbe, e come nella notte che seguì il matricidio rimanesse affisato e mutolo, si rizzasse spaventato e sbalordito e «perchè i luoghi non si metton la maschera come gli uomini», non potesse veder quel mare e que’ siti. A vituperio delle città campane, lasciò poi ricordato ch’esse dell’orribile misfatto mostrassero con sagrifici e ambascerie allegrezza: vigliacca adulazione ripetuta in Roma, quando rassicurato che non gli si dava carico di quella morte, ritornatovi frammezzo alle ovazioni, ascese a render grazie agli dei in Campidoglio.

Ma più funesto e grave avvenimento toccò a Pompei nell’anno 63 sotto l’imperio dello stesso Nerone, consoli essendo Memmio Regolo e Virginio Rufo, ed è con la narrazione di esso che porrò fine a questo Capitolo, e che fu precursore dell’altro onde si chiuse l’esistenza e la storia della sfortunata città.

L’imperatore, stordito il mondo delle sue crudeltà ed uccisioni, incendiata Roma, persino accompagnandone il crepitante sfascio co’ suoni della cetra, s’era preso della libidine di rivaleggiare co’ migliori artisti da teatro e citaredi. Trovatasi egli ne’ primi di febbrajo di quell’anno in Neapoli ed attendeva in teatro a cantare, quando un terribile terremoto squassò quella vulcanica terra. Avvertito Cesare dell’evento, non volle abbandonare la scena se prima non ebbe compiuto il trillo di un suo canto favorito.

E la terra traballava sotto i suoi piedi!

Uscito egli appena dal teatro l’edificio intero crollava.

Quanto durasse il terremoto, quanta ruina cagionasse a Neapoli, ma più ancora ad Ercolano e Pompei, ci lasciò ricordato Seneca nel seguente passo:

«Pompei, celebre città della Campania, intorno alla quale la riva di Sorrento e di Stabia da una parte e quella d’Ercolano dall’altra formano col loro incurvamento un golfo ridente, è stata rovinata, ed i contigui luoghi molto maltrattati da un tremuoto accaduto nel verno, vale a dire in una stagione che i nostri antenati credevano esente da pericoli di tal sorta. Fu a’ cinque di febbrajo, sotto il consolato di Regolo e di Virginio, che la Campania (la quale era stata sempre minacciata, ma almeno senza alcun danno e sol travagliata dal timore fino a quel momento) venne con grande strage devastata da questa violenta scossa della terra. Una parte della città d’Ercolano è stata distrutta, e ciò che ne rimane non è ancora sicuro. La colonia di Nuceria fu, se non rovesciata, certo malconcia. Neapoli ha sofferto delle perdite piuttosto particolari che publiche e lievemente fu tocca da questo gravissimo flagello. Molte case di campagna risentirono della scossa senza effetto. Si aggiunge che delle statue furono spezzate e che dopo di questo avvenimento funesto si videro errare pe’ campi persone prive di conoscenza e di sensi»[52].

I Pompejani salvatisi dalla rovinata città, l’abbandonarono e non vi fecero la più parte ritorno che qualche anno dopo, ponendosi allora a riedificarla o restaurarla, a seconda del bisogno, presto dimentichi della patita sciagura e spensierati che rinnovar si potesse nell’avvenire; e però tutti intenti a decorarla coll’arti belle, a rallegrarla di festosi conviti, a inebriarla di spettacoli e ringiovanirla di vita più gagliarda che mai.

[Illustrazione: Mensa Ponderaria. — _Fig. I._ B. E. Misure per gli Aridi. — A. C. D. F. G. H. I. Misure pei liquidi. — _Fig. II._ Spaccato della fig. I. — _Fig. III._ Extra misura. — Questa tavola è tolta al N. 15 del giornale degli Scavi, Nuova Serie. _Vol. I. Cap. IV._]

CAPITOLO IV.

Storia.

PERIODO SECONDO

_Leggi, Monete, Offici e Costume._

Il Municipio — Ordini cittadini — Decurioni, Duumviri, Quinquennale, Edili, Questore. — Il flamine Valente — Sollecitazioni elettorali — I cavalieri — Gli augustali — Condizioni fatte alle Colonie — Il _Bisellium_ — Dogane in Pompei — Pesi e Misure — Monete — _La Hausse_ e _la Baisse_ — Posta — Invenzione della Posta — I portalettere romani — Lingua parlata in Pompei — Lingua scritta — Papiri — Modo di scrivere — _Codicilli_ e _Pugillares_ — Lusso in Pompei — Il leone di Marco Aurelio — Schiavi — Schiavi agricoltori — Vini pompejani — Camangiari rinvenuti negli scavi — Il _Garo_ o caviale liquido pompeiano — Malati mandati a Pompei.

Quando l’Allighieri, tratta occasione dalle accoglienze oneste e liete fatte nel _Purgatorio_ da Sordello a Virgilio per ciò solo che il riconobbe della sua terra, si fa a rimproverare l’Italia di sue civili discordie ed ironicamente poi si gitta sulla sua Fiorenza, quasi costei presumesse essere di condizione diversa da quella infelice e di tutti i popoli d’Italia e prorompe quindi nel rampognarne la mobilità de’ provvedimenti, così si esprime:

Quante volte del tempo che rimembre, Leggi, monete, offici e costume Hai tu mutato e rinnovato membre[53].

Nel secondo verso di questo terzetto compendia l’immortale poeta tutto quanto ha tratto al viver civile; ond’io pur intendendo di versare intorno a ciò per Pompei in questo Capitolo, spiccai quel Verso per mettervelo in fronte e, a non guastarlo, non vi tolsi le _monete_, di cui veramente non ho ragioni ad occuparmi qui a lungo, perocchè Pompei non ne contasse di speciali, ma tenesse quelle che avean corso in Roma, essendo diritto particolare prima de’ consoli, quindi dell’imperatore il batter moneta d’oro e d’argento, e del Senato il battere quella di rame; sebbene a talune colonie e città venisse conservato il privilegio di monete particolari.

Ho già toccato di Pompei passato dallo stato autonomo originario a regolarsi con que’ diritti che erano inerenti a’ municipj romani. Dopo la Guerra Sociale era ciò avvenuto, e Mario vi aveva d’assai contribuito: Pompei, come gli altri paesi entrati nella lega latina, avendo ottenuta la romana cittadinanza e perciò divenuta, nel vero senso del diritto latino e italico, municipio[54], reggevasi con leggi proprie e proprj comizj modellati per altro alla foggia romana. In virtù di che, il pompejano, membro della propria indipendente comunità, non cessò di essere cittadino romano, così appunto avverandosi quella sentenza di Cicerone che ho già ricordata, che a’ municipj competessero due patrie, l’una di natura, di diritto l’altra.