Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 2
Ora ritorno alla mia carrozzella.
Percorremmo con essa Santa Lucia, passammo dinanzi il Real Palazzo e il Gran Teatro e per la Porta del Carmine, famosa un dì per l’insurrezione di Masaniello, uscimmo alla stazione della ferrovia che da Napoli, passando per Pompei, mette capo ad Eboli.
Non s’era posto in movimento ancora il traino, che già una pioggerella veniva, come una beffa al mio inno di un’ora prima, inopinatamente a sbattere nei vetri del vagone; ma non fu infatti che una celia, perchè non eravamo ai Granili, che già essa con mia grande soddisfazione aveva cessato.
Dopo tre quarti d’ora all’incirca, s’arrestò il convoglio, e scendemmo al grido propagato dei conduttori:
Pompei!
Provai un palpito più frequente a quel nome, come l’avrà a un di presso provato il fido Acate, quando dalla prora del suo naviglio che recava il pio Enea e i penati profughi da Ilio, vide e salutò _Italiam! Italiam!_ e posto piede in terra, diedi collo sguardo una buona ricercata allo intorno, a riconoscere il luogo, e innanzi tutto lo tenni fisso al monte che, sogguardando la sua vittima antica, tranquillamente fumigava, come un indolente marinajo che sulla tolda sdrajato della sua paranzella mandi fuori spessi nembi di fumo dalla sua pipa bruciata.
Il Vesuvio è ben più di sette chilometri discosto da Pompei: or come avvenne, mi chiedeva io maravigliato, che potesse un dì eruttar sì gagliardo da seppellire sotto le sue ceneri e le sue pomici e quella città e Stabia? Che ciò accadesse ad Ercolano, ad Oplonte, a Retina; che Torre del Greco venisse per nove volte distrutta dalle lave invaditrici, si poteva benissimo capire, perchè disotto o poco meno; ma doveva essere stato un ben fiero cataclisma se il disastro aveva potuto raggiungere quelle due lontane città.
Prima ora d’introdurre meco il lettore nelle Rovine, soffra ch’io apra qui una parentesi e che favelli alcun poco di questo ignivomo monte, cagione sola di esse, e che costituisce anche in oggi una delle più curiose ragioni di intrattenimento a chi visita Napoli, come alle terre medesime che assai spesso visita e devasta reca fecondità e ricchezza.
È questo solo il motivo per il quale è dato coonestare quella incredibile temerità che spinge la gente di questo suolo ad abitarne in paesi le falde, come Bosco Reale e Bosco Tre Case; e più d’un signore a tenervi amena abitazione di campagna perfino a qualche miglio al disotto del cratere, sicchè appena il suo cono si possa dire disabitato, perchè scosceso affatto ed arenoso.
Non parrà vero infatti, ma sta che dentro un perimetro di quattro miglia allo intorno del Vesuvio si adagino spensierate altre undici popolose borgate: esse sono Portici, Resina, San Giorgio a Cremano, Torre del Greco, Torre dell’Annunziata, che fornisce da secoli i più animosi ed abili corallari[14], Ottajano, Somma, Sant’Anastasia, Pollena, Massa e San Sebastiano, con una popolazione complessiva di centoventimila persone, ricadendone così duemila per ogni miglio quadrato.
Il Vesuvio, che sin da’ tempi di Roma pagana appellavasi _Vesuvius_, o _Vesvius_ e _Vesevus_ più anticamente, è l’unico vulcano che abbia il continente europeo — poichè l’Etna sta nell’isola Sicula — e dista di sette miglia, ad oriente, da Napoli. La sua elevazione è di 1292 metri[15]; la base, alla distanza di 4 miglia in linea retta dal suo cratere, ha una periferia di 24 miglia. Le falde di sud-ovest si tuffano nelle onde del golfo di Napoli, e sono quelle che sostengono i territorj più soggetti alle lave, come lo sono quelle dell’est che sfumano per la pianura della Campania; le falde invece del nord, che degradano pur nella stessa, difese dalle creste del Monte di Somma che si elevano a guisa di un ferro di cavallo, e che un giorno non formavano col Vesuvio che una sola montagna, vanno immuni dalle eruzioni e dai loro guasti.
Se si pon mente così a’ vulcani del Puebla, dell’Orizaba, del Pichinca, dell’Artisana, dell’Arequipa, del Picco di Teneriffa ed anche del nostro Mongibello, esso non è certo fra’ più giganti; ma le sue eruzioni son nondimeno e terribili e frequenti; forse perchè, scrive Giuseppe Rudini in un suo cenno compendioso sul Vesuvio, intorno ad esso non ve ne sono altri, come avviene nelle Americhe e nella Oceania; l’isola di Giava essa sola contandone più di trenta, quantunque abbia una superficie inferiore all’Italia.
Ho detto frequenti le eruzioni del Vesuvio e qui, toccando appena di quegli incendj che qualche scrittore avvisa avvenuti molti secoli prima della presa di Troja, e di quell’altro ch’ebbe luogo, secondo Aurelio Alessio Pelliccia[16], dopo l’eruzione della Solfatara, negli anni 1000 avanti l’Era Volgare, e da cui egli opina abbia avuto origine il territorio Nolano, Sarnese e Nocerino, mi piace citare, poichè mi cade in taglio, un brano di Diodoro Siculo, il qual viveva al tempo d’Augusto, spiccandolo al libro quinto delle _Antiquitates Historicæ_, acciò sia prova che le eruzioni di questo Monte risalgono nella antichità sino ai tempi favolosi. Perocchè insino al secolo scorso i più dotti uomini di lettere, copiandosi l’un l’altro, avessero ripetuto che la prima eruzione del Vesuvio quella fosse stata in cui era seguìta la morte di Cajo Plinio Secondo il vecchio; errore codesto che divise altresì quel padre Della Torre, che pure una dotta dissertazione lasciò scritta nell’argomento:
«Hercules deinde a Tiberi profectus, per littus Italiæ ad Cumæum venit Campum: in quo tradunt fuisse homines admodum fortes et ob eorum scelera Gigantes appellatos. Campus quoque ipse, dictus Phlegræus, a colle qui olim plurimum ignis instar Æthnæ Siculi evomens, nunc Vesuvius vocatur, multa servans ignis antiqui vestigia[17].»
La presenza in questi luoghi di Ercole, ai quali egli recava, giusta la storia, la fiaccola della civiltà, fu segnalata a’ posteri eziandio dalla fondazione di quella illustre ed infelice città che da lui tolse gli auspicj ed il nome, e però fu chiamata Ercolano. Ivi ebbe l’invitto semidio e culto ed altare dai grati abitatori e da quanti, come Giulio Cesare e i Fabii, rapiti dalla superba leggiadria del luogo, vi eressero ville e palagi, infino al nefastissimo giorno in cui la travolsero prima i tremuoti e poi le lave irruenti senza posa del Vulcano che le incombeva, e fu quel giorno — secondo la fede dei più — che non dissimile sorte toccava a Pompei, a Stabia e ad altri borghi minori.
E dissi fosse il medesimo giorno, cioè il nono delle calende di dicembre (23 novembre) dell’anno 79 di Cristo; abbenchè non manchino argomenti a credere che Ercolano non venisse sepolta che anni dopo, se Plinio il giovane nelle due lettere in cui narra a Tacito l’eccidio pompejano, e che in altro capitolo riferirò, non fa menzione che ad Ercolano arrivasse la sventura medesima, e se Lucio Floro vent’anni dopo parlasse ancora di Ercolano come di città tuttavia sussistente. Dell’autorità di Seneca non m’avvaloro io qui a sostegno di tale congettura, come qualcuno ebbe a fare, perocchè non ignorasi come quello scrittore fosse morto molt’anni prima del 79.
Io non ho a scopo di sollevare e discutere questioni storiche ed archeologiche, nè mi vorrei misurare con chicchessia che altri studj ed altro tempo mi occorrerebbero: noterò quindi ora solo che se Ercolano e Pompei toccavano a un tempo stesso la tomba, quasi a un tempo stesso del pari gittavano il primo lembo del pesante coperchio, a mezzo il secolo scorso.
Fu a mezzo del quarto secolo di Roma che alle falde del Vesuvio si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale, quando i Romani, a sventare le cospirazioni del Lazio a danno della loro sicurtà, sospinsero Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, e fu quella, dice il Cantù[18], _guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità dei patrizj conservatori e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe_. Ma su di ciò sorvolo adesso, chè m’avverrà di ritornarvi nel capitolo seguente.
È a questo punto che a ricordar altro fatto famoso, il quale si lega ai fasti vesuviani, debbo registrare altro combattimento che vi ebbe luogo e fu glorioso a Spartaco, il trace gladiatore.
Era l’anno 682 dalla fondazione di Roma.
Rinchiuso quel gagliardo con altri gladiatori schiavi nel ludo di Lentulo Batiato in Capua, secondo narra Plutarco[19], stanco omai dell’iniquissimo costume che sè e i compagni condannava a duellare nel circo, a spettacolo di tristi padroni e di stolta plebe, a farla finita con quella degradazione, aveva spezzata la catena della servitù e vendicato si era a libertà. Un carnajo aveva costato a Capua quella sollevazione di schiavi e uscitone libero, a capo di settantaquattro rivoltosi al pari di sè determinati, erasi ritratto su per i balzi del monte Vesuvio. Quivi lo accerchiava e incalzava Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, e così costui l’ebbe ridotto al sottile, sospingendolo fino alla aspera sommità, che una sola escita vi fosse e quella guardasse egli e i militi suoi, onde ogni adito precluso, si credesse omai certo d’averlo agevolmente nelle mani. Ma Spartaco ricorse allora ad astuto espediente. Aveva in buon numero raccolti i tralci delle viti selvatiche di lambrusco che inghirlandavan la montagna e quelli a vimini attorcigliati siccome corde, li accomandò forte ai crepacci delle rocce, e per tal guisa, egli ed i suoi scivolando per essi lungo i precipizj, potè inavvertito calare alla pianura, da dove poi soprarrivando alle spalle delle milizie pretoriane così le ruppe e sbaragliò da maravigliare ognuno e d’assodare di tal forma la propria fortuna e comparir quasi subito di fronte alle legioni romane con diecimila combattenti e poscia con centomila, e da far paventare per lungo tempo Roma, la possente Roma, di sua salute. La guerra degli schiavi, _servile bellum_, da lui iniziata, e che fu chiamata seconda, perchè altra sollevazione dei servi erasi molt’anni prima combattuta, occupò seriamente assai la Republica, molte pagine interessanti vi consacrò a buon diritto la storia.
Tace questa del formidabile monte per il corso di cencinquant’anni; ma innanzi ad esso ci guida il primo anno d’impero di Tito Vespasiano, per farci assistere al più crudele e spaventoso spettacolo; ond’io riprendo il filo dell’interrotto argomento.
L’anno 79 dopo l’Era Volgare, avvenne quella formidabile eruzione che Taurania e Oplonte, Retina ed Ercolano, Pompei e Stabia desolò e seppellì, e della quale recherò in un capitolo venturo la miseranda istoria, e le vie stesse di Ercolano e di Pompei discoperte, e le costruzioni loro, in cui tanto entrano i graniti usciti liquidi dalla bocca del vicino vulcano, ne chiariscono de’ precedenti commovimenti, a scaltrire dell’errore coloro che, come dissi, pretesero datar le furie vesuviane da solo quest’anno. Altri molti seguirono di poi, quelli più memorandi assegnandosi agli anni 203, 472, 512, 685, 993, 1036, 1049, 1138, 1139, 1308, 1500, 1557, 1538, 1631, 1632, 1660, 1682, 1694, 1701, 1704, 1712, 1717, 1730, 1737, 1751, 1754, 1755 a cui s’arresta l’enumerazione che ne fece il padre Della Torre.
Fu avvertito come importante pel riguardo geologico quello del 1036, perchè fosse il primo, che secondo i ricordi storici, mandasse la lava liquida dal nuovo cono, avendosi anzi ragioni per credere ch’essa fosse giunta infino al mare.
Uno straordinario fenomeno vulcanico rammenta nella sua _Descrizione del Vesuvio_ l’inglese Logan Lobley, avvenuto nel 1538. «Negli ultimi tre giorni del settembre, dice egli, scorsi il Monte Nuovo, fra Barà e Pozzuoli. Questa collina è alta circa quattrocento piedi e contiene un vero cratere, quasi tanto profondo quanto è alto il monte. La formazione del Monte Nuovo è degna di particolare attenzione perchè offre una spiegazione probabile del modo con cui la parte più bassa del Vesuvio venne formata in origine, perchè dacchè vi ha una prova evidente che il Monte Nuovo è un cratere di eruzione, non sembra siavi molta inverosimiglianza nella nostra supposizione che il grande complesso del Vesuvio, come pure tante altre cime composte di materia vulcanica, abbiano avuto una cosiffatta origine.»
E di parecchi altri di essi commovimenti mi vennero alle mani non inopportune notizie, desunte le une dal _Giornale dei letterati_ dell’abate Nazari[20], le altre da un interessante manoscritto esistente presso il signor Camillo Minieri Biccio dal titolo _Historie Prodigiose_. Nelle prime si attesta a quanta distanza venissero spinte le ceneri vesuviane nell’eruzione del 1631 e in quale quantità, onde non sia a maravigliare che potesse essere stata dalle medesime ravvolta e sepolta nel 79 Pompei; e nelle seconde l’eruzione del 1632 verrebbe segnalata come la più terribile e disastrosa, dopo quella dello stesso 79. Io vi spicco pertanto quel tratto da entrambi che ne porge i meglio importanti particolari.
«Il 6 dicembre 1631, dice il giornale del Nazari, riferendo una lettera del capitano Willelm Badily, essendo egli nel golfo di Volo (Macedonia) sopra l’àncora, la notte intorno alle dieci ore dell’orologio, cominciò a piovere rena e cenere, e continuò sino alle due ore della mattina seguente. Era intorno a due diti alta sopra il tavolato in modo che la gittarono fuora con pale, e come fecero la neve il giorno avanti, ne portarono in Inghilterra una buona quantità e ne diedero a diversi amici.» Antonio Bullfon[21] del resto affermò che in molti luoghi d’Italia e sino a due sole giornate da Costantinopoli, furono portate le ceneri, e fuori della voragine furono balzati per aria sassi, di peso intorno a cinquecento cantara, e taluno portato dodici miglia lontano dal monte per la violenza dell’impeto che lo spingeva assai più che una bomba non sia dalla polvere trasportata.
Secondo il detto scrittore inglese in questa catastrofe sarebbero perite non meno di diciottomila persone; ma forse una tanta rovina non si avverò che nell’anno dopo. Infatti ecco quanto è nel manoscritto del signor Minieri Riccio circa l’incendio avvenuto nell’anno susseguente.
«Ma che si dirà della spaventevole apertura che fece detto monte (il Vesuvio) l’anno 1632 intorno alle feste di Natale, il quale si aperse con tanti truoni et tanta quantità di ceneri, ciò che fu cosa compassionevole con la perdita di molte migliaja di persone et molti animali. Ruinò molte terre allo intorno come la Torre del Greco, la Torre dell’Annunziata, Massa, Somma, Sant’Anastasio, Ottajano, et altre terre allo intorno di detto monte con la lava grandissima di ceneri ardenti et acqua bollente che produceva detto monte, giettava pietre dalla sua vacua apertura della grandezza della pietra di molino, et si fece la apertura di quattro miglia di rotondità.»
Nella eruzione del 1737 vuolsi che scaturisse un ruscello di lava che conteneva oltre a 33,000,000 piedi di lava. Sir Carlo Lyell ne’ suoi _Principles of Geology_, allude alla lava di questa eruzione quando dice che si può osservarla presso Torre del Greco, ove ha una struttura a colonne.
Le eruzioni del 1766, 1767 e 1770 sono state geograficamente descritte da sir William Hamilton nelle sue _Lettere alla Società Reale_ e massime dell’ultima reca curiose particolarità.
Quando avvenne il famoso terremoto delle Calabrie nel 1783, scrive l’illustre L. Palmieri, — cui si devono le più dotte elucubrazioni intorno ai fenomeni di questo vulcano e il trovato del sismografo che ne previene de’ medesimi —, esso finì con la grande eruzione dell’Etna dello stesso anno, seguita dal lungo eruttare del Vesuvio fino al 1788. Senza ricordarne altre eruzioni intermedie, quantunque terribile fosse quella del 1793 che durò dal febbrajo fino alla metà di giugno dell’anno susseguente, in cui secondo i calcoli di Breislak sarebbersi eruttati 46,098,766 piedi cubi di lava; quella non dimenticherò accaduta nel dicembre 1861, che tanto danno recò a Torre del Greco, perchè essa porse occasione a bell’esempio di patria carità, pel concorso di tutta Italia a temperarne la sciagura a quegli sgraziati terrieri. Il generoso fatto viene ai posteri rammentato da un’iscrizione dettata da V. Fornari, e scolpita in Torre del Greco stessa, la quale godo di riportare:
SARÀ PERPETUA LA GRATITUDINE DI QUESTI ABITANTI VERSO I FRATELLI DI TUTTA L’ITALIA NE’ QUALI FU TANTO VIVA LA CARITÀ DELLA COMUNE PATRIA RECENTEMENTE UNITA MDCCCLXI UN CROLLO DEL SOPRASTANTE VESUVIO RUINÒ QUANTO ERA MURATO ACCORSERO DA OGNI PARTE CON AJUTI SÌ GENEROSI CHE NE FURONO ALLEVIATE LE MISERIE PRESENTI E NE AVANZÒ DA FONDARE UN ASILO D’INFANZIA E IL RICOVERO PER DUE ORFANI.
Quasi continue arsioni vesuviane si vennero succedendo dal febbrajo 1865 fino al mese di maggio del 1868.
L’ultima fase della lunga attività del Vulcano, colla quale ha devastata la più amena e fertile contrada che ancor esisteva alle falde del monte, denominata delle _Novelle_, venne percorsa nel novembre di quello stesso anno 1868. Ad ammirarne i più formidabili fenomeni trassero a migliaja da ogni dove le genti, ed io, per la prossimità dell’epoca, sono eccitato a qui riprodurre quelle notizie che il sullodato signor Palmieri ha mandate per la stampa in una strenna apparsa il passato anno in Napoli, dal titolo appunto _Il Vesuvio_, edita a pro dei danneggiati dall’eruzione, e nella quale ebbi l’onore di essere collaboratore.
«Nel dì 15 del passato mese di novembre, scrive egli, il cono vesuviano mostrò dal lato di settentrione una linea di fumarole dalla cima alla base, e tosto alcune di queste si trasformarono in vere bocche di eruzione. Era quello il segno di una fenditura avvenuta, e quindi del cominciamento di una forte conflagrazione con la quale doveva fluire la lunga serie delle piccole eruzioni centrali che durava sino dal 1865.
«E veramente le lave apparvero ben presto copiose per tre fenditure alla base del cono, sulle quali si formarono tre serie di coni effimeri, i quali indicavano che la fenditura di eruzione partendo unica dalla cima del cono si tripartiva alla base. Questi coni mostravano una grande attività, imperciocchè con molto fumo cinereo gettavano in alto materie incandescenti, ed in mille guise strepitavano. Tre fiumi di fuoco con le loro sponde di scorie si vedevano scorrere nell’_Atrio del cavallo_, i quali precipitandosi per varie cascate nel fosso della Vetrana lo ricoprivano fino alle sponde ove ardevano alberi di querce e di castagni. Percorsa questa valle, che passa sotto le mura dell’Osservatorio, queste lave cadevano con nuove cascate di fuoco nel sottoposto burrone con grave spavento degli abitanti di Massa e di San Sebastiano, i quali ricordavano che le lave del 1855, venendo per la stessa via, aveano sepolta una parte delle loro case e delle loro vigne. Ma l’ignito torrente invece di spingersi innanzi pel _Fosso di Faraone_, si volge a sinistra sotto la coda di Apicella, dove nel 1855 erasi versato un rivolo di lava, ed invade furioso le campagne sottoposte accennando a San Giorgio. Nell’amena e fertile contrada detta delle _Novelle_ per vini e per frutta molto rinomata, eravi una quantità di case coloniche ed abitazioni campestri con una piccola chiesa dedicata a San Michele; la maggior parte di questi edifizj furono coperti dal fuoco, e noi vedemmo le solite scene dolorose della gente che fuggiva trasportando chi il letto, chi la marra e la scure e chi cercava di mettere in salvo le botti col vino non ancora venduto. Fortuna volle che dopo sette giorni le lave dall’alto prontamente scemarono, e quindi il fronte minaccioso si fermò prima di giungere a San Giorgio cui erasi approssimato. La sera del dì 26 si videro gli ultimi residui di quel fuoco presso l’Osservatorio, ed il dì 27 un maestoso pino si appalesò sulla cima del Vesuvio[22]. Mentre le lave sgorgavano dalla base del cono, la cima di questo non solo non si quetò, ma mostrò anch’essa un’attività più considerevole senza dare per altro alcun rivolo di lava. Questa usciva solo dai coni surti nell’Atrio del cavallo.
«Il segnale della diminuzione dell’incendio fu la gran copia di cenere che dalla cima del monte fu menata in aria insieme col fumo nei giorni 20 e 21, e la sera alcune folgori si vedevano solcare quel pino, che maestoso e tetro si elevava dalla bocca centrale del Vesuvio. Ebbi occasione di ripetere i miei studj e di rifermare le mie scoperte sulla elettricità del fumo e della cenere. Finito l’incendio sono entrato nei coni di eruzione, ho raccolte le svariate sublimazioni, dalle quali sono rimasti vagamente tappezzati, ed ho raccolto eziandio molti prodotti dalle fumarole. Ora sto facendo le analisi chimiche, i cui risultamenti saranno comunicati all’Academia insieme ad altre indagini scientifiche da me istituite.
«Dico solo che in dieci giorni uscirono dalle bocche di eruzione oltre a sei milioni di metri cubici di lava, la quale presso i coni nel tempo di massima attività aveva una velocità di 180 metri a minuto primo. Il danno arrecato ascende a circa mezzo milione di lire.»
Ecco adunque come il Vesuvio, ministro di rovina e di morte, possa esserlo altresì, come più sopra avvertivo, di ricchezza e fortuna alle circostanti popolazioni: perocchè cui tocchi tanto materiale, convertibile in uso di fabbriche e di selciature, equivalga ad una fortuna, molto più se di quella più pregevole qualità che a determinati servigi si richiede.
«Il Vesuvio, scrisse l’ab. Luigi Galanti, è un monte d’oro pe’ suoi ricchi prodotti: distrugge e crea, toglie e ridona. La cenere che distrusse i frutti nel 1794, gli animò nell’anno seguente; e nel 1796 le uve rimasero in parte per l’immensa quantità invendemmiate. Lo stesso accadde coll’eruzione del 1822, e molti corsi di lave affatto sterili, diventarono coltivabili coll’essere stati da quella eruzione coperti di sabbia. Le frutta e le uve massime crescono di bontà a misura che si sale sulla vastissima pendice.»
Nelle rocce inoltre componenti il cratere della Solfatara si aduna considerevole quantità di allume, da cui la chimica moderna estrae un metallo più pregiato dell’argento, di color bianco turchiniccio, che si destina a lavoro di spilli, vezzi, smanigli ed altrettali minuterie del mondo elegante.
Incontrasi del pari in queste medesime roccie e nelle materie eruttate dal Vesuvio quell’altro minerale che appellasi idocraso, che i mineraloghi collocano tra i silicati, e da’ gioiellieri è nominato _gemma o crisolito del Vesuvio_.
È cosa maravigliosa — notano finalmente gli academici Monticelli e Corelli — che circa un terzo delle specie cristalline conosciute e le roccie di ogni formazione trovinsi riunite nel breve spazio occupato da questo vulcano[23].
Fu poi notato come nelle eruzioni posteriori a quella del 1834 — e sono state anzichenò frequenti — la molta lava uscita contenesse gran copia di leucite più che fosse accaduto nelle precedenti e in conseguenza riuscisse molto più somigliante alle antiche lave del monte Somma in cui questo minerale è abbondantissimo. Il prof. Pilla attestò che, incorporati nella lava del 1845, si trovarono cristalli di leucite grossi come noci; lo che stabilirebbe essere stati formati entro lo spiraglio precedentemente alla eruzione.
Ma queste cose attinenti la mineralogia vesuviana io discorro rapidamente: chi ne voglia sapere di più, ricorra alle speciali monografie e farà bene.
E qui pongo per altro sull’avviso contro tutta quella minuteria di medaglioni, orecchini, spilloni, monili e braccialetti che si spacciano, singolarmente in Napoli, ai forestieri che vogliono a buon mercato, via portarsi alcuna memoria del paese, come materia di lava del Vesuvio e non è che di pietre litografiche già usate e smesse.