Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)
Part 1
POMPEI E LE SUE ROVINE
PER L’AVVOCATO PIER AMBROGIO CURTI
GIÀ DEPUTATO AL PARLAMENTO NAZIONALE DIRETTORE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI ARCHEOLOGIA E DI BELLE LETTERE DI MILANO
VOLUME PRIMO
1872 MILANO F. SANVITO, EDITORE. NAPOLI DETKEN E ROCHOLL.
Proprietà letteraria.
Legge 25 Giugno 1865 Tip. Guglielmini.
A GIOACHIMO CURTI FRATELLO SUO NOBILE ECCEZIONE FRA I TANTI CHE IN OGGI I VINCOLI E GLI AFFETTI DEL SANGUE SOMMETTONO ALLO INTERESSE QUESTA OPERA DI _POMPEI E LE SUE ROVINE_ CHE EBBE DA LUI PRIMA E GENEROSA OCCASIONE L’AUTORE INTITOLA E CONSACRA.
INTENDIMENTI DELL’OPERA
Le profonde commozioni che si destano in coloro che, forniti di cuore e di mente, visitano questa antica e interessante città di Pompei, esumata più dal caso che dalla sapienza degli uomini, si traducono in così facili entusiasmi, che il più spesso imperiosamente addomandano d’essere in qualunque modo estrinsecati. — E ciascuno allora opera secondo la propria inclinazione.
Vedesi quindi aperta la gara degli ingegni: l’archeologo va divinando l’uso de’ pubblici e privati edifizj, legge le iscrizioni osche e latine, le interpreta e ne escono quelle splendide monografie di Arditi e di Mazois, di Fiorelli e di Mommsen, di Garrucci e di Overbek, per non dir d’altri molti; lo storico ne ricostruisce le vicende politiche e civili e ne somministra i materiali a tutti quanti si accingono a scrivere degli scavi; l’artista nelle statue e nei bronzi, nelle pitture e ne’ mosaici, negli stili e nelle linee architettoniche tien conto delle condizioni dell’arte ne’ tempi dell’Impero e appajono quelle superbe illustrazioni de’ Nicolini, la _Pompeja_ di Bréton e la terribile tela di Bruloff; la musica stessa si ispira e con Pacini vi delizia e fa fremere negli _Ultimi giorni di Pompei_, con Petrella nella melodiosa _Jone_; il letterato finalmente vi accende la fantasia e colla potenza di essa ripopola le deserte vie, rianima le diroccate case, risuscita i defunti uomini e vi trasporta e prima e al tempo della catastrofe e poi al romanzo di Bulwer, dall’egual titolo dello spartito di Pacini, al _Pompei_ di Vecchi, al _Curricolo_ di Dumas, all’_Arria Marcella_ di Gauthier, vi commovete, palpitate, piangete. Altri vi dettano libri e guide, spesso copiandosi, a minoranza di fatica, gli uni e gli altri, e ottenete pure lavori non ispregievoli, come quelli del Romanelli e dello Jorio, del Bonucci e dell’Aloe, del Nobili e del Monnier e vie via di altri; comunque a tutti questi io metta innanzi la piccioletta _Guida di Pompei_ anonima, uscita in Napoli dalla tipografia de’ Fratelli Testa e Compagni, a cui, dove mal non m’apponga, ha presieduto qualche ingegno che sta dappresso all’illustre dotto che ora è prescelto alla Direzione degli Scavi Pompejani.
Invaso io pure da quella febbre d’entusiasmo e questo volendo alla sua volta la propria pubblica manifestazione, io son venuto eseguendola, sotto l’aspetto d’un confronto della dissepolta città con Roma antica, quella parendomi, collo studiarla ne’ suoi avanzi, poter valere di supplimento o piuttosto di chiarimento alla vita publica e privata dell’immortale metropoli del mondo.
Oh, quante volte entrando nel Foro e nella Basilica di Pompei, nei templi e nelle taberne, nelle vie e nelle case e perfino ne’ ritrovi della procace Venere, ritrovai la spiegazione di passi prima incompresi di classici scrittori dell’aurea latinità, che riferivansi ad usi e costumi de’ Quiriti! Tali riscontri, siffatte tacite ma non meno eloquenti rivelazioni, mi suggerirono l’opera presente.
Veda il lettore la ragione allora delle frequenti citazioni che vi troverà, ma più ancora del soverchio intrattenermi ch’io fo di Roma. Non son primo ad affermarlo: presentare in piccolo Pompei ciò che in ampie proporzioni era la Roma dell’Impero, e scandagliare gli scavi di questa città, che si nomò pure _Colonia Veneria Cornelia_, per esservi stata dedotta una colonia Romana, costituisce il migliore commento agli storici e poeti di Roma.
Sotto questo punto di vista reputo aver compiuto cosa e nuova ed opportuna: oso dire non acconcia soltanto ad iniziare chi la vuol leggere a meglio intendere queste preziose reliquie che a migliaja ogni anno corrono nazionali e forestieri a visitare; ma a precisare eziandio nella mente dello studioso quella farragine di cognizioni che lo studio de’ classici esemplari, eseguito nelle scuole, gli ha messa per avventura disordinatamente nella testa.
Ho per altro pensato anche alla classe meno colta de’ lettori, ed alla testuale riproduzione dei brani che mi venivano a capello, ho soggiunto in calce ogni volta la versione relativa, spesso togliendola a prestanza dai volgarizzamenti più riputati e spesso ancora facendola io medesimo, quando non li avessi sotto mano, od a seconda di quegli intenti cui la mia opera mirava. E di libertà è facile accorgersi essermene prese a piene mani; perocchè io mi avessi ad arbitrare a conservare a frasi ed a parole il loro conio latino, come quello che rendesse più esatto il significato della storia. Mi parve infatti che certi nomi proprj speciali ad usi del tempo non si potessero, per aristocrazia e schifiltosità di linguaggio, camuffare alla moderna. Così, a mo’ d’esempio, il _pilentum_, il _carpentum_, l’_essedum_, il _petoritum_, e va dicendo, non potevansi per me ritenere sostituiti da _tregge, carrette_ ed altrettali vocaboli di italiana fattura, senza tradire la storica verità. E vorrei così aver fatto un leggier cenno, o indicazion di condotta a’ futuri traduttori, sicuro d’aver reso alle lettere ed alla storia segnalato servizio.
Tali almeno sono stati i miei convincimenti: al publico il giudicare se essi fossero un cotal poco boriosi e fallaci.
Queste cose ad ogni modo volevo si sapessero; perocchè ne avrei altrimenti d’assai scapitato, se si fosse creduto che con questo lavoro mio avessi inteso d’aggiungere lume a quelle dotte e fortunate indagini alle quali incumbono di proposito e quell’eletto ingegno del comm. G. Fiorelli, che presiede agli scavi di Pompei, e quegli altri che gli fanno onorevole corona e che nel _Giornale degli Scavi_ vengono mano mano sponendo illustrazioni e studi assai sapienti, ai quali nel corso dell’opera ho più d’una volta con buon frutto ricorso.
Sarebbe diversamente stato davvero un portar vasi a Samo.
Aperti così tutti i miei intendimenti avuti in questi miei studj, ho più animo a presentare i miei volumi al Publico ed a sperarne l’indulgenza migliore.
E qui mi corre il dovere, prima di prender commiato da chi mi legge — poichè la dedica dell’opera ha già detto l’animo mio verso l’amatissimo fratello che me ne fu prima occasione — di sdebitarmi degli obblighi di riconoscenza verso quel mio antico amico e dotto uomo che è il chiarissimo Pietro Cominazzi, nestore del giornalismo letterario ed artistico, il quale non solo fu tanta parte negli incitamenti a condurre quest’opera, ma nella tema che sbolliti i primi empiti, m’avessi a fermar a mezzo della via, ad impegnarmi in certo modo verso il Publico, mi poneva a libera disposizione il suo giornale _La Fama_, perchè in esso mano mano stampando i miei capitoli, potessi poi, senza quasi avvedermi, compiere il lungo lavoro e poi sul medesimo, praticare quante aggiunte e pentimenti mi fossero piaciuti. Di tal guisa, egli, che giovinetto mi sorresse ne’ primi tentativi letterarj, con ogni maniera di incoraggimenti e del quale posso veramente dire con Ovidio:
_Primus, ut auderem committere carmina Famæ_ _Impulit, ingenii dux fuit ille mei_,[1]
volle essere auspice eziandio a questi nuovi studi, che si ponno dire la ripresa di quelli ai quali m’aveva con tanto amore informato quella perla di prete e di maestro che fu Antonio Daverio e dai quali usciva appena il giorno che facevo la prima conoscenza di lui, che mi aveva ad essere il mio migliore e impareggiabile amico.
POMPEI E LE SUE ROVINE
[Illustrazione: Tomba di Virgilio. _Vol. I. Introduzione_.]
INTRODUZIONE
Sogliono dire gli Spagnuoli: _Quien no ha visto Sevilla, — no ha visto maravilla_. Penso che almeno altrettanto, dispensandosi dalla rima, si possa affermare del golfo di Napoli, o sottoscrivere al vecchio ma espressivo adagio: _Vedi Napoli e poi mori_; come all’incirca usava sclamare la gioventù d’Atene dinanzi alla bellezza dell’eteria famosa di Pericle: _Una notte con Aspasia e poi morire_. Nulla di più bello e ridente, nulla di più incantevole del suo gran panorama, sia che ti si presenti venendo per mare dal ponte di un battello a vapore, sia che a te si spieghi dinanzi, come a volo d’uccello e come io l’ho ammirato, prima dal terrazzo di San Martino, il più leggiadro chiostro ch’io m’abbia mai visto e che i seguaci di San Brunone hanno saputo procacciarsi, e poscia più su dal più alto ballatojo di Castel Sant’Elmo, che sovraggiudica la città.
Questo vaghissimo seno, a cui fanno tutt’intorno corona monti e colline verdeggianti, — fra cui il vecchio Vesuvio, che anche allorquando riposa o si cinge di nubi la testa, libera dalle sue fauci tremende bianchi buffi di fumo, sì che a que’ del paese ei fa dire che _pipa_, — si distende siccome anfiteatro, per una parte incominciando dal Capo Miseno e via via, seguendo que’ pittoreschi sobborghi di Pozzuoli, Posilipo e Mergellina, trova la popolosa città partenopea, che par di poi si prolunghi per San Giovanni e Portici, Resina e Torre del Greco, Torre dell’Annunziata e Pompei, e si chiude dall’altra con Sorrento, — il leggiadrissimo paese che già consolava gli affanni del Cantore della _Gerusalemme Liberata_, nella casa della sorella sposa a Marzio Sersale, — e col vicino promontorio di Minerva, sede un giorno delle Sirene, secondo l’antica mitologia[2].
Gli è tutto un miracolo dì terra e di mare; gli è tutto un sorriso di cielo.
Anche di cielo: perocchè se le pioggie incessanti che attristarono nel dicembre scorso il zaffiro del nostro firmamento, pur non graziarono Napoli in que’ giorni ch’io mi vi trattenni, colà chiamato dall’amore di un fratello, che testimonio mi voleva alla gioja più santa di sua casa — alle nozze, vuo’ dire, dell’unica figliuola; — nondimeno quattro o cinque di que’ giorni il sereno rifulse in tutto il più puro splendore ed ammirai taluno di que’ tramonti che io per lo addietro avevo scorto in qualche tela smagliante e giudicato traviamento di tavolozza, tanto calde e vaghe erano le tinte, tanto vaporose od accese, violacee e d’oro, sì che l’antica Caprea di Tiberio, che dal mio balcone di Chiatamone[3] vedevo sorgere in bella lontananza davanti, ne fosse tutta di quella luce circonfusa e splendente. Sotto quel cielo, con quell’aere così clemente anche nel verno, io compresi perchè le ubertose campagne che avevo attraversato avessero a quella terra meritato da’ Quiriti il nome di Campania Felice, e perchè il vecchio Plinio lasciasse scritto[4] che Bacco e Cerere si disputassero la gloria d’arricchirla, e i vini della quale producessero l’ebbrezza e fossero famosi per tutta la terra, siccome il falerno, il cecubo, il massico e quel di Celene cantati da Orazio. Con quegli spettacoli di natura io facilmente mi spiegai perchè in Pompei traesse Cicerone a riposarvi gli ozj consentiti dal foro, oppure da’ publici officj; perchè Sallustio vi venisse del pari a dettare le poco sincere, ma eleganti pagine della Guerra di Catilina; Ortensio riparasse nella sua villa di Bauli a trovare amena tranquillità[5]; e Virgilio soggiornasse in Posilipo e vi morisse; e Stazio e Silio Italico e altri illustri vi si ispirassero e le loro ville e le terme vi rizzassero, accorrendo dall’Urbe, i proconsoli a sfruttare le immense rapine fatte nell’Asia ai popoli trionfati, e i Cesari, sitibondi di voluttà e di libidine, quivi si conducessero siccome a più propizio teatro.
E Baja? E Nisida? E Procida? E Ischia? E Ventotene? E Ponza?... Luoghi od isole tutte vaghissime e lussureggianti pei colti e pei fiori e per naturali fenomeni che tengon del magico, che vi commovon la fantasia, che vi esilarano il cuore e le cui bellezze io non presumo nella povertà dello ingegno di pur accingermi a qui ritrarre.
E le altre terre dove lascio io mai, celebrate nelle immortali pagine degli storici e dei poeti antichi? E l’oppido Cimmerio, memorato da Omero nel Canto XI dell’_Odissea_[6]; e i Campi Flegrei visitati da Ercole, e la palude Acherusia vicina a Cuma, ove la Sibilla rendeva i suoi fatidici responsi, e i cui libri contenenti _fata urbis Romæ_ come attesta Lattanzio[7], ella offerse a Tarquinio il Superbo, e il lago Lucrino e quello d’Averno ad esso congiunto, ed entrambi illustrati dal Mantovano in que’ versi, che non so dispensarmi dal riferire:
_An memorem portus Lucrinoque addita claustra_ _Atque indignatum magnis stridoribus æquor:_ _Julia qua ponto longe sonat unda refuso_ _Tyrrenusque fretis immittitur æstus Avernis?_[8].
Venitemi ora a dire del Sannazzaro, del Marino, della Vittoria Colonna, del Di Costanzo e del Rota; venitemi a parlare ora della Guacci, della Milli, della Oliva-Mancini; venitemi a ripetere che più d’un bifolco persino registrarono le storie della italiana letteratura aver nel mezzogiorno della penisola ben poetato all’improvviso: ma e chi in mezzo a così fatti prodigi di natura, ricinto da così classiche memorie, non si sentirebbe poeta? Come non vi troverebbe ispirazione e canto?... _Où sourit le ciel_, ben sentenziò il Lamartine, _l’homme est tenté de sourire aussi_.
Ebbene, o Lettore, allorchè ho dovuto togliermi all’amplesso fraterno per ritornarmene alla mia natale città; quando dallo sportello del mio vagone io vidi poco a poco dileguarsi al mio sguardo e la piana superficie del Tirreno, e i palagi di Napoli, e i monumenti del suo gran Cimitero, distribuiti per la china del monte, che la locomotiva rasenta, e la vetta fumigante del Vesuvio, e via rapidamente portato frammezzo i colli della Terra di Lavoro, io mi ritrassi nel mio posto, brulicante il capo di memorie, e quasi a forza io mi voleva soffermare col pensiero in qualche cosa di più incantevole che avevo veduto, mi trovavo invece sospinto....
— Dove? — domanderete voi.
Fra le Rovine di Pompei.
Tra quelle rovine che qualche dì prima avevo visitato, fra cui ero rimasto una intiera giornata, e che di poi lasciate, non m’erano uscite più dalla memoria, in cui credo vi rimarranno tutta la vita, tanto malinconica e sublime era stata l’impressione che ne avevo ritratta.
In quella mia peregrinazione io avevo sperato d’avere a guida quel dottissimo uomo e fior di cortesia che è il commendatore Giuseppe Fiorelli, soprintendente agli scavi dell’antica e sventurata città, che si va disseppellendo, e direttore del Museo Nazionale in Napoli, e certo allora mi sarebbe stata più profittevole, come quegli che degli scavi ebbe inoltre a donare all’Italia un’opera, alla quale in un con altri suoi meriti legherà perpetuamente il suo nome. Ma il caso aveva voluto che il dì innanzi avesse egli dovuto accompagnare colà S. A. il Principe Ereditario d’Italia e S. A. il Principe Ereditario di Prussia: epperò mi fu forza acconciarmi d’altro de’ guardiani, organizzati militarmente dal Fiorelli, abbastanza istrutto della località, facendo nel resto richiamo per me medesimo a quanto già nella memoria serbavo della lettura di peculiari monografie, e più che tutto, ajutato dal ricordo de’ classici scrittori della latinità, di cui piacevami ad ogni tratto porre a raffaccio le citazioni coi luoghi.
L’artista che pinge il paesaggio, se avviene che percorrendo vallate e monti, campagne e selve, ritrovi nuovi orizzonti pittoreschi, punti vaghi di vista, rupi o cascate, macchie d’alberi o frondeggi di bell’effetto, ecco arrestarsi sollecito e sul cartone schizzare studj dal vero, e porre mano ai pennelli per ritrarne le curiose gradazioni della luce e dei colori: io adoperai alla mia volta egualmente in Pompei. Presi note alla matita, sgorbiai _ricordi_ a me solo intelligibili e passeggiandone tutte le silenziose vie, entrando nel foro, rovistando la basilica, esaminando le mura e gli archi, i templi e le terme, le _tabernæ_ e le case, le fontane e le porte, il lupanare e i teatri, così venni il tutto stereotipando nella mia mente, che mi è di presente concesso dare ordine alquanto a’ quei _Ricordi_ e confidarli a queste pagine meno labili della mia memoria.
Bartolo, insigne professore di diritto del secolo decimoquarto nella pisana Università, un dì scrivendo di Paolo, giureconsulto romano, così lagnavasi della costui oscurità da sclamare nel suo grosso latino: _iste maledictus Paulus ita obscure loquitur ut vix intelligi possit et si præsentem haberem, per capillos interrogarem_: or bene minor fatica accadrà certamente che compia chi vorrà interrogare le Rovine interessanti di Pompei, e renderanno anco una volta ragione a quello straniero scrittore che, rapito di entusiasmo dinanzi ai monumenti disseminati per tutta Italia, ebbe a dire non avere gli Italiani bisogno ch’altri scriva la storia del loro paese; perocchè ad essi l’apprenda ogni reliquia dell’antico e perfino quasi ogni sasso.
Esse diranno la storia e i costumi d’un popolo con bastevole chiarezza, riveleranno la vita publica e quella del domestico focolare, e ripeteranno quasi le intime parole di cittadini, cui nel vigore dell’esistenza sopravvenne il novissimo giorno accompagnato dai terrori di un cataclisma, per il quale sembrò vero ai loro occhi quel che il Poeta aveva pochi anni innanzi cantato, enumerando i gravi avvenimenti futuri, de’ quali il sole ha costume ammonire gli uomini, che, cioè, l’universo creduto avesse omai a sè giunta la suprema rovina:
_Impiaque æternam timuerunt sæcula noctem_[9].
E la succitata opera del chiarissimo commendatore Fiorelli[10], e l’altra colossale del pari, dei fratelli Fausto e Felice Niccolini[11], successori al loro padre cav. Antonio, architetto di Casa Reale e Direttore dell’Istituto delle Belle Arti che la iniziò e il _Giornale degli Scavi_, che si vien publicando del pari in Napoli, e il buon libro di C. Augusto Vecchi[12], troppo presto rapito alla Patria, cui ebbe il suo braccio e gli studj suoi consacrati; e Garrucci che illustrò le iscrizioni graffite sui muri di Pompei[13], ed altre monografie ed articoli e persino romanzi, come quello del Bulwer, sono là per attestarlo.
Io non ho l’ardimento di portar una luce qualunque nel rendermi interprete alla mia volta di quegli avanzi eloquenti: solo scrivendo questi _Ricordi_ ho voluto soddisfare ad un desiderio del mio cuore e alla preghiera di un amico, a me provatissimo, l’egregio publicista e letterato Pietro Cominazzi, il quale mi fu all’opera maggiore incitamento.
Milano, addì 1.º Gennajo 1870.
[Illustrazione: Strada all’Eremitaggio del Vesuvio. _Vol. I. Cap. 1. Il Vesuvio._]
CAPITOLO PRIMO
Il Vesuvio.
La Carrozzella napoletana — La scommessa d’un Inglese — Il valore di uno schiaffo — Pompei! — Prime impressioni — Il Vesuvio — Temerità giustificata — Topografia del Vesuvio — La storia delle sue principali eruzioni — Ercole nella Campania — Vi fonda Ercolano — Se questa città venisse distrutta contemporaneamente a Pompei — I popoli dell’Italia Centrale al Vesuvio — Combattimento di Spartaco — L’eruzione del 79 — Le posteriori — L’eruzione del 1631 e quella del 1632 — L’eruzione del 1861 e un’iscrizione di V. Fornari — L’eruzione del 1868 — Il Vesuvio ministro di morte e rovina, di vita e ricchezza — Mineralogia — Minuterie — Ascensioni sul Vesuvio — Temerità punita — Pompejorama.
Il mattino era bello ed io l’avevo salutato coll’inno migliore del cuore; perocchè avessi divisato d’irmene in qualunque modo a visitare la Rovine Pompejane.
Un egregio giovane, che vorrei nominare, mi dovea essere compagno nella vagheggiata escursione; e puntuale infatti egli venne colla carrozzella a levarmi dall’albergo.
Alla _carrozzella_ napolitana, permetta il lettore che io dedichi qualche riga: essa è tanta parte dell’esistenza di laggiù, essa è anche un gradevole ricordo per me che me ne sono tanto servito. Le vie della grande città sono ogni ora, di giorno e di notte, percorse, attraversate da migliaja di carrozzelle; i forestieri e la gente del paese se ne valgono egualmente per accorciare le distanze e ne è incentivo la poca spesa; tanto gli è vero il proverbio dei nostri vicini: _rien qui ruine plus que le bon marché_.
La carrozzella è il brougham di Milano, la cittadina di Firenze: con questo di divario che essa è sempre scoperta, come il più spesso domandi la mitezza del clima: è insomma un calessino ad un cavallo, leggiero e d’uniforme modello. È più che decente veicolo, e di ciò vuolsi dar ampia lode a quel solerte Municipio che, a bandir la vecchia e incommoda carrozzella, privilegiò la nuova di un aumento di prezzo, portando la corsa da quaranta a sessanta centesimi.
La carrozzella va, vola, guizza fra la vettura blasonata e l’omnibus, fra i carri e il curricolo campestre, sbiadita immagine del pittoresco curricolo antico messo omai in abbandono, fra un gruppo di persone ed un altro impedimento, senza che mai urti od offenda, perocchè i cocchieri di Napoli, a parte la foggia del loro vario vestire, che talvolta accusa l’avanzo del lazzarone, sono i primi cocchieri del mondo.
Essi han per altro una caratteristica tutta propria: rado o mai avverrà ch’essi, come i cocchieri d’altrove e come ne sarebbe il dovere, si accontentino della mercede che loro si dà. Avreste voi generosamente a pagar quattro volte quella portata dalla tariffa, che vi direbbero egualmente, sporgendo la mano e come un ritornello:
— _Uscellenza, per la bottiglia?_
Un inglese faceva un giorno l’eguale rilievo davanti a’ suoi amici napoletani, i quali forse per pudore municipale, richiamavanlo in dubbio. L’inglese fido al vezzo del suo paese, propose, a prova del proprio assunto, una scommessa e fu accettata. Entrò adunque nella prima carrozzella che gli occorse, ed al suo fianco sedette uno di quegli amici. Tennero breve la corsa: l’inglese, giunto al luogo che aveva designato, scendendo, porgeva cinque franchi al cocchiere, cioè più di otto volte quel che doveva secondo la tariffa; ma non per questo il cocchiere, portando la mano al cappello, ristava dall’abituale domanda:
— Uscellenza! per la bottiglia! — e la scommessa fu vinta dall’inglese.
In ricambio questi valenti automedonti, come tutti i buoni figli di quel popolo, sono passivi ai più acerbi rimbrotti, anche se talvolta essi vengano commentati col rovescio della mano. Esempio. Un forestiero, al par di me, si era fatto accompagnare in carrozzella alla stazione della strada di ferro per andare a Pompei. Là venuto a contesa col cocchiere, che pretendeva essere stato impiegato a servizio d’ora e non di corsa, si era lasciato andare ad applicargli uno schiaffo, quasi a perorazione della sua filippica: il cocchiere si tenne allora per pago e se ne andò. All’ora del ritorno, alla ferrovia le carrozzelle attendevano numerose gli arrivati, i cocchieri facevano chioccare la scuriada, urlavano le loro proferte. Fra di essi vi era pure il cocchiere della contesa del mattino, il quale vista la sua pratica vivace, lieto del rivederla, come fosse una conoscenza amica, per adescarlo ad entrare di nuovo nella sua carrozzella,
— Signorino, gridò; uscellenza, venite qui! Io sto quello _quaglione_ (ragazzo) de lo schiaffo di stamattina.
Il richiamo non riuscì vano: il forestiere sorrise a quel nuovo genere di raccomandazione, lui preferì e riparò così il troppo lesto suo procedimento del mattino.