Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 17

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Il Foro, io già dissi altrove[244], derivò la propria denominazione a _ferendo_, cioè _portare_. La ragione di tal nome raccogliesi dal primitivo uso che ne venne fatto, essendo stato dapprima piazza di mercato e de’ popolani concorsi: se pure _forum_ non significhi piuttosto, come talun etimologista avvisa, un luogo aperto dinanzi a qualche edificio, massime a sepolcro, ed abbia allora l’etimologia propria dall’avverbio latino _foras_. Quasi tutte le italiane città avevano anticamente il Foro, introdotto ad imitazione de’ Greci, che egual luogo di convegno si avevano sotto il nome di _agora_, destinato a’ mercati ed alle popolari adunanze. Vi furono anzi degli oppidi, o grosse borgate, a cui traevasi per provinciali negozj, che assunsero perfino il nome di _fori_: così il Foro Aurelio in Etruria, il Foro di Livio nell’Emilia, ora Forlì, il Foro di Giulio, Cornelio, Sempronio, ecc. Poi ne fu esteso l’uso, e intorno ad esso si eressero i principali edifizj publici cittadini; era anzi là che gli ufficj tutti si concentravano. Là i templi, i tribunali, le basiliche, il pubblico tesoro e i principali ritrovi ove maggiormente sviluppavasi l’esistenza cittadina; là la gioventù si dava agli esercizj ginnastici, là seguivano gli spettacoli scenici e gladiatorj: tutto questo poi cessando per riprendere unicamente le sole due prime sue destinazioni.

Più Fori tuttavia erano in Roma: servivano gli uni alle assemblee popolari ed ai tribunali in cui rendevasi giustizia, ed appellavansi _Fora judicialia_ o civili: i circostanti edifizj di questi fori erano nondimeno occupati dai banchieri (_argentarii_) e dagli usurai (_fœneratores_) principalmente. Era naturale: le principali transazioni concernenti i più importanti affari pertrattati venendo nel foro, usurai e banchieri ritrovavano necessariamente nel foro più vasto e ricercato arringo.

Gli altri fori minori, detti anche venali, servivano pei mercati, ed assumevano quel nome che, a seconda delle merci che vi si spacciavano, loro meglio conveniva.

V’erano, a cagione d’esempio, il _forum boarium_, di cui Ovidio nel Primo de’ _Fasti_:

_Hic ubi pars Urbis de bove nomen habet_[245],

ch’era il mercato del bestiame; il _forum piscarium_, ricordato da Plauto in quel verso del _Curculione_:

_Symbolorum collatores apud forum piscarium_[246],

ove si vendevano i pesci; il _forum olitorium_, o degli erbaggi, dove c’era pure la _columna lactaria_, alla quale si esponevano dalle malvagie madri i bambini; il _forum suburanum_, ove que’ della campagna portavano a vendere alimenti, e di cui parla ne’ suoi epigrammi Marziale:

_Quidquid villicus Umber, aut colonus,_ _Aut rus marmore tertio notatum,_ _Aut Thusci tibi, Tusculive mittunt,_ _In tota mihi nascitur Subura_[247];

il _forum coquinum_, dove stavano apprestate le vivande già cotte; il _forum cupedinis_, o delle ghiottornie, posto secondo alcuni, nel Celio, secondo altri, nell’Esquilino, in cui dimorato aveva Numerio Equizio Cupes, dal quale si vuole tratto per avventura il nome, da chi non pensa che il vocabolo e la destinazione di tal foro bastano a chiarirne di per sè soli l’etimologia; il _forum transitorium_, perchè dava l’accesso a tre altri fori, pur detto palladio, ed era fra il Capitolino e il Quirinale; ed altri.

Negli ultimi tempi della Republica, crescendo il numero della popolazione, Giulio Cesare aprì un altro foro presso il vecchio, ed è di esso che parla Ovidio nel III libro dei _Tristi_:

..... _hæc sunt fora Cæsaris, inquit,_ _Hæc est a sacris quæ via nomen habet_;[248]

Augusto ne edificò un terzo meno ampio, ma ricchissimo di capolavori dell’arte greca; Nerva compì quello incominciato da Domiziano, ed è lo stesso che già mentovai sotto il nome di palladio, così chiamato perchè Minerva fosse la divinità tutelare a quel principe. Esso era d’ordine corintio. Un foro da ultimo, che fu detto _Ulpium_, costruì con architettura di Apollodoro, l’imperator Trajano, di cui furono scritte maraviglie, e del quale non rimane oggidì che la colonna trionfale. Ammiano così ne parla: _singularem sub omni cælo structuram, etiam numinum assentione mirabilem_[249].

I fori per altro venali non avevano nè la grandezza nè la bellezza, nè la prestanza de’ fori giudiziali, ed erano per lo più cinti all’intorno dalle botteghe de’ varj venditori o del piccolo commercio, che _tabernæ_ latinamente venivano appellate.

Così anche in Pompei v’erano il Foro Civile e il Foro nundinario, o venale.

In Roma, il maggiore foro veniva designato col solo nome di Foro, comunque venisse altresì onorato cogli epiteti di _vetus_ e di _magnum_, antico e grande, e serbavasi all’amministrazione della giustizia, alle popolari adunanze ed alla trattazione in genere di tutti i publici affari. Quivi perciò era il luogo de’ comizj, diviso tuttavia dal Foro col mezzo de’ rostri, ch’erano le tribune, da cui gli oratori arringavano il popolo e patrocinavano le cause con quella ricchezza di eloquenza che sola pareggia la grandezza del popolo dinanzi a cui si spiegava, e di che rimangono immortali monumenti nelle orazioni del sommo arpinate Marco Tullio Cicerone. Vicina a’ Rostri era la statua di Marsia coronato, intorno alla quale convenivano i litiganti, e vi han tratto que’ versi della satira sesta di Orazio:

_Deinde eo dormitum, non sollicitus mihi quod cras_ _Surgendum sit mane; obeundus Marsya_[250].

Quivi il _Tabularium_, cosidetto perchè conservava le Dodici Tavole, compendio della sapienza legislatrice degli antichi Quiriti. Quivi la _Curia Hostilia_, in cui si raccoglieva il Senato; la _Grecostasis_ per l’accoglimento degli ambasciatori stranieri; i templi a Giove Statore, alla Concordia, alla Dea Vesta, alla Pace; onde Ovidio ancor nei _Fasti_ potesse dire:

_Et tenet in magno templa dicata foro_[251];

qui le basiliche Giulia ed Emilia, gli archi, le colonne, e le statue a ricordare gloriose gesta e gloriosi nomi. E a un medesimo tempo ivi erano le orribili Carceri Mamertine, o Tulliane altrimenti dette, in cui perirono di fame Giugurta re di Numidia, di capestro Lentulo, Cetego, Gabinio e Cepario, complici nella congiura di Catilina sventata da Cicerone console; e di pugnale Elio Sejano, e Simone figlio di Gioas, capo ribelle degli Ebrei a’ tempi di Tito Vespasiano. Se poi non erra la pia tradizione, in esse sarebbero stati gettati, prima del loro estremo supplizio, gli apostoli di Cristo Pietro e Paolo.

Esaurita la menzione degli usi a che serviva il Foro, considerandolo singolarmente dal lato materiale, non basterà ch’io abbia fatto cenno ch’esso valesse alle popolari convocazioni, senza dirne più oltre; per rispondere agli intenti del mio libro, toccherò con brevità altresì del modo onde nelle adunanze si conducessero. Uno era il modo in Roma, come in Pompei. Di quello dicendo, parlasi egualmente di questo.

Cosiffatte adunanze chiamavansi col nome generico di _comizii_, _comitia_, e questi erano _centuriati_, detti anche _maggiori_ (_majora_), se vi poteva intervenire tutta la cittadinanza e della città e della campagna; oppure erano _comizii tributi_ (_comitia tributa_), se la votazione proceder dovesse per tribù.

I primi comizj tenevansi per eleggere i superiori magistrati della Republica, come consoli, pretori, censori e tribuni militari; per approvare le leggi che questi magistrati proponevano; per deliberare la guerra, pei giudizii di perduellione o contro lo stato, e per quelli cui era comminata la morte, e venivano indetti da un magistrato superiore, almeno diciasette giorni avanti, ne’ quali potevano discutere le proposte e v’erano oratori publici che le propugnavano, altri invece che le combattevano, e così il popolo aveva campo di pesarne l’opportunità e pronunziarsi poscia con cognizione di causa.

Venuto il dì del comizio, consultavano gli auspicj, e se buoni, lo si teneva, se contrarj, lo si rimetteva ad altro giorno.

Il comizio aprivasi solennemente col leggersi la proposta del magistrato, che lo presiedeva, e con acconcio discorso in cui svolgeva la proposta stessa, terminando colla consueta clausola: _Si vobis videtur, discedite, Quirites_; o anche: _ite in suffragium bene juvantibus diis, et quæ patres censuerant vos jubete_[252].

[Illustrazione: Veduta generale del Foro Civile in Pompei. _Vol. I. Cap. IX. Il Foro._]

E la votazione allora aveva principio per centurie. Se trattavasi di progetto di legge, le due tavolette (_tabellæ_) che si distribuivano portavano l’una le lettere _U. R._ (_uti rogas_, come proponi), e l’altra _A._ (_antiqua volo_, cioè sto per l’antico ordine); se trattavasi di giudizj, l’una tavoletta aveva la lettera _A._ (_absolvo_), l’altra _C._ (_condemno_), ed una terza colle lettere _N. L._ che significavano _non liquet_, cioè il fatto non è accertato.

Di qui ne venne che la lettera _A_ si chiamasse _salutare_, e _triste_ la lettera _C_. La maggioranza de’ voti decideva. La nuova legge votata incidevasi in rame e veniva poscia esposta al publico, conservandosene sempre una copia nello _ærarium_ (tesoro).

Nei comizj, in cui s’era trattato di alcuna elezione, il nuovo magistrato eletto, proclamato che era, pregava gli Dei, prestava giuramento, e quindi dai _suffragatori_ era accompagnato festevolmente a casa, dove egli adornava di corone le immagini degli avi.

Data così per me una generale idea del foro, modellandola, come adoperarono tutte l’altre città italiane, su quel di Roma, pel visitatore di Pompei questa idea verrà concretata ancor meglio e precisata, esaminandone il Foro Civile.

A seconda degli ammaestramenti di Vitruvio, il Foro Civile era situato nella parte della città più vicina al mare[253].

La sua figura è rettangola, è decorata da due ali di colonne di travertino, che formar dovevano un peristilio coperto onde passeggiarvi in tempo di pioggia, fattovi fabbricare da V. Popidio, come ne rende testimonianza questa iscrizione, che venne ivi trovata il 24 marzo 1824:

V . POPIDIVS . EP . F . Q . PORTICVS FACIVNDAS COERAVIT[254].

Solo al nord si chiudeva dal tempio di Giove, che ho già descritto, circondato da tre altri templi, cioè quel di Venere, d’Augusto e di Mercurio e da altri stabilimenti publici, come la Basilica, l’Edificio d’Eumachia, e il _Calcidico_, la Curia consacrata alle assemblee dei principali magistrati della città, le Prigioni, il _Pecile_ o porticato pel publico passeggio, ad imitazione de’ Greci, da cui i Pompejani dedussero la denominazione, i tribunali e va dicendo da altri precipui monumenti; rispondendo così in tutto alla descrizione, che d’un foro lasciò il succitato Vitruvio[255], di cui Bonucci è indotto a credere che gli architetti pompejani avessero indubbiamente consultata l’opera[256].

Il Foro di Pompei, secondo l’osservazione fatta nell’ultima edizione dell’opera sua _Pompeia_ nello scorso anno 1869 da Bréton, non era accessibile che ai pedoni, desumendolo da certi scaglioni rovesciati rinvenuti e da certi rialzi che vi si trovano, i quali avrebbero certo reso il luogo impraticabile a’ veicoli.

La piazza del Foro pompejano misurava in lungo trecento quarantaquattro piedi ed in largo centosette all’incirca.

L’escavazione fattane dal 1813 al 1822 permise rinvenire ventidue piedistalli con iscrizioni, che portar dovevano le statue di Rufo, di Sallustio, di Pansa, di Lucrezio Decidiano, di Scauro, di Gelliano e di altri illustri pompejani e personaggi più distinti della colonia.

Come le colonne, anche il pavimento era coperto di larghe tavole di travertino.

«Io non posso, scrive il Bonucci con quella autorità che gli attribuiva la qualità di architetto e di direttore degli scavi reali di Pompei e d’Ercolano[257], trattenermi dal fare le seguenti importantissime osservazioni. Dopo i danni del tremuoto dell’anno 63, si ricostruiva il Foro con maggiore magnificenza. Le colonne dei portici che non erano dapprima che di semplice pietra vulcanica, erano state sostituite dalle più eleganti di travertino. Il pavimento che è coperto di larghe tavole dello stesso marmo, ma solo in qualche parte, stava per allora interamente finito. Le statue di questi portici dei templi e dei monumenti che lo circondano da tutti i lati dovevano trovarsi nell’officina di qualche scultore per essere restaurate, perchè non se ne trovò che i frammenti di qualcuna ch’erasi lasciata per il momento al suo posto. Il tempio di Venere era già riedificato. La Basilica e la Curia erano quasi al termine di loro ricostruzione. Il Calcidico era ultimato; ma il suo vestibolo attendeva ancora l’ultima mano. Non vi mancavano che le colonne e i marmi che dovevano coprirne i muri. Il tempio detto di Quirino era ancora spoglio de’ suoi stucchi e degli altri suoi ornamenti. Finalmente le colonne di tutto il lato destro del Foro e del peristilio nel tempio d’Augusto non erano al loro posto. Si lavoravano esse in mezzo del Foro, colle basi, i capitelli, le cornici e con tutti gli ornamenti d’architettura che dovevano appartenere agli altri monumenti. Questi numerosi pezzi di marmo vennero d’ordine del Re, trasportati al Museo Borbonico (ora Nazionale), onde servir di modello a’ giovani artisti del nostro reale Istituto.»

Ecco le iscrizioni che si lessero sui detti piedistalli:

M. LVCRETIO DECIDIAN. RVFO D. V. III QVINQ. PONTIF. TRIB. MILITVM A POPVLO PRÆF. FABR. M. PILONIVS RVFVS[258]. — M. LVCRETIO DECIDIAN. RVFO II VIR III QVINQ. PONTIF. TRIB. MIL. A POPVLO PRAEF. FABR. EX D. D. POST MORTEM[259]. — Q. SALLVSTIO P. F. II VIR. I. D. QVINQ. PATRONO... D D[260]. — C. CVSPIO. C. F. PANSAE II VIR. I. D. QVART. QVINQ. E X. D. D. PEC. PVB.[261]. — C. CVSPIO. C. F. PANSÆ PONTIFICI II VIR I. D. EX D. D. PEC. PVB.[262]

Dalle quali iscrizioni rilevasi come si potessero nel Foro erigere per diversi meriti più d’una statua allo stesso personaggio.

Era qui che i Pompejani, oltre de’ Comizj ed oltre della trattazione de’ più importanti affari di publico e privato diritto, non che de’ negozj più importanti al loro commercio, dovevano celebrare le maggiori solennità; qui le processioni delle Canefore, di cui toccai parlando del tempio di Venere nel Capitolo precedente; qui avvenivano i giuochi de’ gladiatori, quando a spettacoli più grandi non fossero chiamati nell’anfiteatro, siccome vedremo, favellando de’ Teatri, più avanti.

Chiuderò il dire intorno al Foro Civile pompejano col tener conto della pittura che fu rinvenuta sulla parete che cinge il portico interno verso settentrione, fatta con molta grazia e varietà, e suddivisa in parecchi comparti.

In uno di questi è rappresentata l’origine della commedia ed una Baccante: in altro la scena di Ulisse quando si presenta alla sposa Penelope, in sembianza di vecchio mendicante e col falso nome di Etone, e non ne è riconosciuto: subbietto spiccato alla _Odissea_ di Omero e del quale avverrà che faccia novella menzione quando avrò a trattare in un capitolo successivo del _Calcidico_ sotto altro aspetto, cioè come pertinenza della Basilica.

Era consuetudine generale del resto che sotto i portici del Foro si pingessero per lo più gloriosi fatti della nazione, ad imitazione di Grecia, dove sotto i portici dell’agora ateniese era dipinta la battaglia di Maratona da Milziade valorosamente e gloriosamente combattuta, perchè servissero al popolo di generoso incitamento e scuola.

FORO NUNDINARIO O TRIANGOLARE.

Anche Pompei aveva dunque il suo Foro venale, o nundinario, come vien più comunemente designato, a cagione che, secondo il costume romano, traessero i rustici ogni nono giorno a Roma pel mercato, del modo stesso che oggidì tante borgate hanno i mercati settimanali, per vendere, cioè, e comprare derrate, per ricevervi le leggi, giusta il seguente passo di Macrobio: _Rutilius scribit, Romanos instituisse nundinas, ut octo quidem diebus in agris rusticis opus facerent nono autem die intermisso rure, ad mercatum legesque accipiendas Romam venirent, et ut scita atque consulta frequentiore populo referrentur, quæ trinundino die proposita a singulis atque universis facile noscebantur_[263].

Questo Foro in Pompei, per ragione della configurazione della sua pianta, vien chiamato eziandio triangolare; come invece da altri viene unicamente ritenuto non più che una semplice stazione o quartiere de’ soldati. Ma per quest’ultima opinione, osserverò che da costoro verrebbe per avventura scambiata la parte per il tutto; perchè infatti in questo foro si ritrovi un quartiere, quantunque non di soldati, ma piuttosto, a quanto pare, di gladiatori; ma di codesto dirò a suo luogo più avanti, parlando dell’Anfiteatro.

Il Foro nundinario sorgeva sovra una delle parti più elevate della città, e forse la più antica a giudicarne dai suoi monumenti: dominava il mare e costituivasi d’un gran rettangolo, nel cui mezzo era il tempio greco che già ho descritto, intitolato ad Ercole, e da due lati correva un Hecatonstylon o gran portico, sorretto da ventidue colonne per ciascun lato, di tufo vulcanico ricoperto di stucco con fondo rosso, metà tonde e metà scannellate d’ordine dorico, senza base.

Siccome a mezzo d’una larga gradinata scendevasi al teatro, così argomentar è dato dell’uso di questo portico, che valer dovesse, cioè, oltre che al passeggio, anche a riparare gli spettatori nel caso di frequenti acquazzoni che avessero turbata la rappresentazione. Anche a Roma, testimonio Eusebio, esisteva un Hecatonstylon al campo di Flora, presso al terreno di Pompeo, che, consunto dal fuoco, instaurò Tiberio ed abbellì Caligola; se pur non viene esso confuso coll’altro egualmente di Pompeo vicino al campo Marzio, e del quale è menzione in Strabone e nel libro XXXVI dell’_Istoria Naturale_ di Plinio il Vecchio; ed un altro parimenti presso il teatro di Marcello nella stessa città.

Ponevano a questo Foro i propilei, o antiporti, come il greco nome esprime, di bello stile ed eleganti, formati di otto colonne d’ordine jonico stuccate e dipinte in giallo, decorati da mensole per sorreggere busti di personaggi e da una fontana. Nei resti di questi propilei si riscontrano tuttavia i luoghi degli arpioni su cui giravano le porte che dovevano chiudere il Foro; ciò che indusse a sospettare che non a tutti indistintamente fosse questo aperto; onde vedrebbesi di qual modo si fosse potuto contenderne l’adito e il passeggio dei portici a’ coloni che vi dedusse Publio Silla, come a suo luogo, trattando dell’orazione tenuta a favore di Silla da M. T. Cicerone, ho pur fatta parola, e fu causa di tanto e sì lungo piato.

Avanti alla fontana de’ propilei, su d’un piedistallo, leggendosi la iscrizione:

M . CLAVDIO . M . F . MARCELLO PATRONO[264].

veniamo a conoscere il nome d’un altro patrono o protettore della città, forse lo stesso Marco Claudio Marcello, che nella guerra civile avendo seguito le parti di Pompeo, questi riuscito vinto, temendo l’ira di Cesare esulò a Mitilene, dove visse nello studio delle buone arti per alquanto, finchè Lucio Pisone, Claudio Marcello fratello di lui e il Senato ne supplicarono il perdono, che fu concesso; onde Cicerone ne rese publiche grazie a Cesare in quella splendida orazione che ci è ancor conservata.

Una curiosa particolarità ci addita un emiciclo che fu scoperto nel 1765, il qual riguarda alla marina. Su di esso è un quadrante solare, od orologio, statovi del pari che la banchetta semicircolare, o _schola_, come latinamente appellavasi, a proprie spese collocato da Lucio Sepunio Sandiliano, figlio di Lucio, e da Marco Erennio Epidiano, figlio di Aulo, duumviri di giustizia, secondo suona l’iscrizione seguente:

L . SEPVNIVS . L . F . SANDILIANVS M . HERENNIVS . A . F . EPIDIANVS DVOVIR . S . D . SCHOL . ET . HOROL .

Sono i medesimi duumviri dei quali parla l’iscrizione da me recata nel parlar del tempio di Venere, e nella quale Bréton, diversamente interpretando le ultime sigle, credette leggere la menzione della collocazione in quel tempio d’un altro quadrante solare. Su di che, a tutta risposta, si potrebbe chiedergli: perchè allora que’ duumviri invece delle sigle D. S. P. F. C. non si servirono dell’eguale dicitura usata in questa iscrizione scolpita nel Foro triangolare, dove la parola Horol spiega la cosa senza lasciar dubbio di sorta?

Fin dall’anno di Roma 499, cioè 254 avanti Cristo, come consente la più parte degli scrittori ed a testimonianza eziandio di Plinio[265], Lucio Papirio Cursore collocava il primo quadrante solare, che avea portato dalla Sicilia, presso il tempio di Quirino. In seguito si moltiplicarono; ma non si creda tuttavia che si chiamassero tutti contenti del trovato e di questa divisione delle ore del giorno. Gli epuloni, cui pareva che di tal guisa si fosse lor messa addosso una importuna, comunque tacita censura, maledivano l’istituzione; ed anche un secolo dopo di Lucio Papirio (l’anno 535 circa), Plauto così la fa lamentare in una sua commedia, che andò sciaguratamente perduta, e che ebbe per titolo _Bis compressa seu Boeotia_, da un di costoro:

_Ut illi Dii perdant, primus qui horas reperit_ _Quique adeo primus qui statuit solarium._ _Qui mihi comminuit misero articulatim diem._ _Nam me puero uterus hic erat solarium_ _Multo omnium istorum optumum et verissumum._ _Ubi iste monebat esse: nisi cum nihil erat._ _Nunc etiam quod est, non est, nisi soli lubet_ _Itaque adeo jam oppletum est oppidum solariis._ _Major pars populi aridi reptant fame.[266]_

Questo è l’unico frammento di quella produzione smarrita e racchiude di per sè uno storico documento.

Marco Antonio pare tuttavia non si preoccupasse, come l’epulone di Plauto, più che tanto dell’orologio, perocchè avesse provveduto che la cucina propria rimanesse pronta a tutte l’ore del giorno ed a’ capricci del proprio stomaco; singolarmente curando che lo spiedo mantenesse sempre a disposizione di lui il porcellino da latte, di cui, si narra, fosse egli assai ghiotto.

[Illustrazione: La Basilica in Pompei. _Vol. I. Cap X. La Basilica._]

CAPITOLO X.

La Basilica.

Origine della denominazione di Basilica — Sua destinazione in Roma — Poeti e cantanti — Distribuzione della giornata — Interno ed esterno delle Basiliche — Perchè conservatone il nome alle chiese cristiane — Basiliche principali cristiane — Basilica di Pompei — Amministrazione della giustizia, procedura civile e penale — Magistrati speciali per le persone di vil condizione — Episodio giudiziario di Ovidio — Giurisprudenza criminale — Pene — Del supplizio della croce — La pena dell’adulterio — Avvocati e causidici.

Il significato affatto diverso che al tempo nostro si dà alla parola basilica, che si adopera per indicare le chiese più cospicue del culto cattolico, reclama che per me qui si fornisca alcun cenno sul significato e valore che si aveva in antico, e quindi a che servisse codesta di Pompei, della quale è ora giunto l’argomento.