Pensieri, Discorsi, Illustrazioni
Part 7
In questo Camposanto riposa Antonio Benci, scrittore forbitissimo della patria favella. Nacque in Livorno, e per quanto gli concesse lo ingegno, che sortì pronto e vivace, onorò la patria sua con opere assai fregiate. Il Benci avrebbe provveduto molto meglio alla sua fama, se invece di ostinarsi dietro alla composizione di commedie e di romanzi ed altre cosiffatte opere d'immaginativa, per le quali mi parve sempre poco per natura disposto, avesse atteso a dettare scritti di morale, di storia e di critica, in cui fu reputato eccellente.
Questa sua ostinazione, come a lui, nocque a moltissimi, e troppo spesso ci tolse opere egregie. Una volta eravamo doviziosi d'ingegno, e con dolore sempre, ma con danno non grave di questo nostro paese, vedevamo sprecarlo. Ora poi cominciamo a patirne penuria, e ragion vuole che attendiamo a farne risparmio. La vita dissipata, la vertigine dei casi, il desiderio soverchio di provvedere ai beni terreni, il poco rimerito di fama, o qualunque altra causa più vera, ci hanno dissuaso dall'educare nel povero tetto un alloro con lungo studio, il quale ornava a un punto le tempie dell'uomo e della patria. Come colui che ha poco lume, a noi bisogna ripararlo col cavo della mano onde venti maligni non ce lo spengano e rimanghiamo desolati da tenebre insolite. Giova pertanto non logorarci in vani conati; poniamo diligente cura a conoscere noi stessi, dacchè insieme col difetto di volontà noi ci accorgiamo essere questi i vermi che rodono la gloria delle lettere italiane.
Ma per tornare al Benci, la sua morte accadde inosservata, mancarono pompe, e memorie; non gli mancarono affetti, perchè egli seppe amare, ma furono di pochi amici che non fuggono mai il capezzale dell'uomo dabbene. Or come avvenne questo? E sì ch'egli ebbe pratiche molte, che io mi guarderò bene profanare col nome di amicizie; ma per sua somma sventura ei l'ebbe principalmente tra i professori di umanità, tra i rigattieri di filantropia, e simile geldra d'ipocriti vecchi e nuovi, che putono un miglio lontano di mozzicone di _lumen christii_ e di pappe di asili infantili. Il Benci per certe sue fantasie si allontanava dal mondo, e il mondo, siccome avviene, lo dimenticava; allora i professori di amore del prossimo, considerando che nell'onorario avrebbero rimesso le spese delle lacrime e del moccolo, non se ne dettero per intesi, e lo lasciarono cadere nel regno delle ombre senza sonetti, e senza necrologie co' Genii in fondo, i quali con una mano tengono la face rivolta a terra, e con l'altra facendosi velo agli occhi figurano piangere un pianto uguale a quello di coloro che ne ordinarono la stampa. Ma via, meglio così; imperciocchè mi paia meno tristo andare sconsolato di pianto, che sentirsi schernito col pianto bugiardo. — Egli scomparve quieto e indistinto, come una gocciola di pioggia nel mare. — Povero Benci!
Difficilmente io per me penso che sia dato all'uomo morire in modo più tranquillo, ed anche più lieto, di quello col quale moriva il Benci; e questa sua pacatezza in parte mosse da costanza; ma in parte ancora (e mi è pur forza dirlo) da una cotale condizione del suo spirito che lo conduceva, io non saprei ben dire, se a raziocinare con rigore di logica sopra principii falsi, o a raziocinare stortamente con principii veri; — non sempre però, nè spesso, ma, per sua disgrazia, nei casi più solenni della vita.
Pochi giorni (credo due) prima ch'ei ci lasciasse, io andai a visitarlo. I medici lo avevano fatto spacciato, ed anche a me pareva che per questa volta avessero dello bene pur troppo, imperciocchè al male consueto di per se letalissimo, erasi aggiunto non so quale ascesso di umori nel capo. Tampoco vedeva lume, e l'affanno che lo travagliava grandissimo alzava con frequenza coperte e lenzuola: nonostante mi riconobbe alla voce, e subito vispo e lieto mi fece festa, come se non fosse stato mai infermo; mi stese la mano, e quantunque apparisse giallastra come cera vieta, serpeggiata da vene sporgenti colore di piombo e violetta verso la radice delle unghie — io gliela strinsi di cuore.... Però il madore freddo che n'emanava mi corse su doloroso pei nervi del braccio fino al gomito; — nelle viscere penetrò con prestezza elettrica: — era sudore di morte.
«Ti vedo volentieri» — cominciò egli con voce alta dominando l'affanno e lo spasimo — «prima di andarmene: perchè adesso me ne vado davvero, e tu non puoi immaginarti con quanto inestimabile gusto.»
Ed io, stringendogli un tal poco la mano, con suono più dolce che poteva ripresi: — «Ma come, Tonino mio, ci hai gusto lasciando vedova la moglie e orfano il fanciullo? Tu ora non pensavi a questo, Tonino mio?»
«Anzi io ci pensavo _ahora y siempre_, oh poverini! E appunto perchè ci pensavo, io mi persuado morire opportunamente. Morire opportunamente! Francesco dopo la disgrazia che l'uomo ebbe di nascere, questo è il beneficio più grande che sortisse dai cieli. Mia moglie non ha bisogno di me, ed io troppo più che non conviene ho bisogno di lei: ella è capacissima a governare la casa, massaia ottima, adattata ad amministrare il patrimonio, ed io nulla. La età mia che sopravanza di molto la sua, e la infermità, e la indole strana sempre, adesso poi stranissima, mi hanno reso un vero _impedimentum_, come Giulio Cesare diceva dei carriaggi. La pazienza di questa donna a sopportarmi è stata angelica, ma alla fine pazienza non è contentezza di spirito. Il bimbo, o mi perda adesso o mi conosca quando inoltrato negli anni io non potrò educarlo e soccorrerlo, parmi tornare il medesimo; — al che aggiungi il guadagno di non affliggersi per difetto di conoscenza. — E poi,» soggiunse in aria di mistero «io sono innamorato....»
Ed io, piegando verso lui l'orecchio per sospetto di avere frainteso, interrogava: «Tu sei...?»
«Innamorato — del più veemente amore che io mi provassi nella vita, — per la mia fossa. Un mese fa io me ne andai al Camposanto di Santo Iacopo e me la ordinai da me stesso.... — Oh come ella è riuscita bellina! precisa nei lati e negli angoli, sicchè mi tornerà attillata alla vita come un vestito da sposo. Per questa volta mi sono mostrato incontentabile; perchè, capisci bene, Francesco, non si può dire al becchino come al sarto: — portala via, e fammene un'altra; — questa veste deve durarti un pezzo, fino a quando? — Fino al giorno del giudizio. Prima di mettermi a letto, per non levarmi più, Dio mi concesse di rivederla: la terra scavata a canto a lei formava un arginello tutto coperto di una erbetta verde ch'era un incanto a vederla. Oh bellina la mia fossa! Oh come me ne innamorai cento e più doppii! Come vi riposerò io bene dentro, e come io farò onorevole figura tutto fasciato di verde! — Una cosa sola m'incresce, e se la morte, cortese creditrice, mi concedesse un mese di grazia a pagarle la cambiale che trasse sopra la mia vita, e che io accettai cinquantotto o sessanta anni sono, mi accomoderebbe assai....»
Commosso profondamente, m'ingegnai insinuare in lui la speranza che mi mancava, e con un filo di voce che mi usciva a stento dalla gola stretta, gli dissi: «Ella sarà cortese, e ti prorogherà il pagamento anche a molti anni.»
«Basta un mese per finire il mio romanzo côrso. Io lo composi con amore, vi meditai lungamente sopra, fu il consolatore delle mie notti d'insonnia, il compagno del mio esilio, ma di giorno in giorno io differiva a scriverlo, ed ora la morte mi sta sopra e il tempo si fa corto. Adesso io lo dètto notte e giorno, e quella mia povera moglie scrive a distesa; — mi pare correre un palio con la morte, ma la morte vincerà.... vincerà di certo. Onde tu, Francesco, amico mio, fa senno, e giovati delle mie estreme parole: non rimettere mai a domani quello che tu puoi fare oggi. Il pigro si volta ora da un canto ora dall'altro, come l'uscio sopra gli arpioni, finchè la morte arriva a dargli la spinta e a chiuderlo, a cagione della saracinesca che si apre per di fuori del tempo da chi ha in mano la chiave dell'eternità. Vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....»
Qui gli mancarono a un punto la conoscenza e la voce: muoveva le labbra, ma non articolava le parole. Io svincolai la mia dalla sua mano, nè lo rividi più. Seppi poi che morì contento come un Santo, non pure per la persuasione di andarsene nella dimora dei giusti, quanto, e molto più, per la contentezza di riposare nella sua fossa bellina!...
Di niente altro al termine del suo terreno viaggio egli ebbe cura, tranne delle sue commedie e del suo romanzo: e questo non fu stampato mai, e quelle non si rappresentano più. All'opposto si ristampano meritamente la sua bella traduzione della _Guerra dei Trent'Anni_ di Schiller, e le sue scritture filologiche, critiche, storiche e morali.
Ebbe natali illustri e larghezza di censo. La Fortuna con lo scemargli il secondo, offuscava alquanto lo splendore dei primi; ma poichè in lui furono copiosamente ingegno e virtù da bastargli sole per qualsivoglia stirpe o retaggio, e', finchè visse, fece onorato tesoro di amore di patria vero e di affetti pei congiunti e per gli amici. Così come fu dolce essergli amico in vita, torna cara e gradita la sua memoria, dopo la sua morte, a noi che lo riverimmo e lo amammo.
DISCORSO QUINTO.
DELLA INTRODUZIONE DEI MERINI IN TOSCANA.
Il pellegrino ariete, che tutti Abbandonando della patria terra I ritrosi costumi, a miglior culto Si arrese obbediente, e nuovo assunse Abito e tempra, e di Merino ha nome. ARICI.
Se, come i più dei filosofi concedono, la condizione pastorale costituisce il secondo periodo che l'uomo percorre onde ridursi a vivere vita civile, antichissimo è certo il commercio della Lana. Numa, per sentenza di Plinio, o piuttosto Servio, secondo quello che ne lasciava scritto Macrobio, faceva imprimere su le monete la immagine di bove o di pecora, o di qualche altro domestico animale, per promuovere la cura del bestiame, di cui parte principalissima compongono le pecore: e il denaro appunto presso i Romani fu chiamato _pecunia_, perchè portava impressa l'effigie di alcuni tra i rammentati quadrupedi, che si comprendevano sotto il vocabolo generale di _pecus_, come narra Varrone. Le donne latine dai tempi ultimi del regno, dove tanto furono severi i costumi, fino ai primi dell'impero, in che tanto apparvero corrotti, intesero allo studio della lana. Ci riferisce la storia come il figlio di Tarquinio rinvenisse Lucrezia occupata a' distribuire il compito della lana alle ancelle, e come Augusto imperatore non cingesse mai altre vesti che le tessute dalle mani di Livia sua moglie. I Censori, che furono magistrati preposti ai costumi, ebbero eziandio l'incumbenza di badare alla cultura delle pecore; e ciò non già perchè i Romani, considerando molti tra gli uomini in nulla differenziare dal bestiame, tranne nel numero dei piedi, li riputassero degni di custode comune, — ma perchè meglio si vigilasse questo ramo di pubblica economia. Instituirono premii, i quali narra la storia che si chiamassero _ovini_, pe' padri di famiglia che vi poneano pensiero, e ammende pe' trascurati. L'Italia nostra produceva in cotesta epoca lane siffatte che non cedevano alle affricane, nè alle asiatiche, e spesso occorrono versi in Virgilio che celebrano le lane pugliesi e le tarantine, come le migliori del mondo. I Barbari, che tutto (meno il cielo) distrussero tra noi, rovinarono anche questo ramo d'industria umana, e l'Italiano avvilito, non che pensasse a migliorare il suo stato, trovò brevi i giorni della vita — per piangere.
Imperando Claudio, Marco Columella, zio di quel tanto celebrato Columella che scrisse libri intorno le faccende rurali, introdusse primo nelle vicinanze di Cadice la pecora affricana, e la congiunse col montone spagnuolo. Tornarono invano le diligenze di quest'ottimo cittadino, imperciocchè simili imprese, dove non sieno protette da liberali Governi, o poco sussistono, o lentamente si allargano. I Mori, che parte della Spagna conquistarono, la industria della lana non neglessero affatto, ma il principio vero di questo commercio, che poi salì a tanta altezza presso gli Spagnuoli, vuolsi attribuire a Don Pedro IV. — I maligni che studiano del continuo un pretesto per essere ingrati ai benefattori dell'umanità, lasciarono detto, non essere derivato da animo benigno quanto operava Don Pedro, sibbene dalla necessità di affezionarsi i Castigliani, onde contro i fratelli bastardi di Eleonora loro madre lo difendessero. Noi però che lasciamo a Dio quello ch'è di Dio, la conoscenza del cuore, — e ci restringiamo a lodare gli effetti senza porre mente alla causa, collochiamo il nome di Don Pedro nello scarso numero di quelli che onorano la nostra specie. Il cardinale Ximenes, prevalendosi di alcune vittorie riportate dal re Ferdinando contro i Mori, trasse dall'Affrica quantità grande di Merini, ed ampliò nella sua patria il commercio della lana. Di lì in poi, il lanificio in Ispagna di male in peggio precipitava; sia che dobbiamo incolparne la vicenda consueta delle cose del mondo, o piuttosto l'accidia degli Spagnuoli, fuori di modo accresciuta dalle piastre che annualmente mandava loro Acapulco; nè in oggi sapremmo riportare in quale condizione vi si trovi, perchè nulla c'invita a ricercare le cose di quella infelice contrada. Buone e belle pecore, da tempi che non conservano memoria, ebbero certo gl'Inglesi; ma come quelli che per essere divisi dall'Europa assai lentamente progredirono nella civiltà, per molti secoli si ridussero a mangiarne le carni, ed a vestirne le pelli. I Fiamminghi li ammaestravano nella tosatura, e cotesti isolani, in meno che non fa mezzo secolo, di 10,000,000 di sterlini le finanze loro avvantaggiarono, Giovanni Kemp instruiva primo i suoi concittadini nel lanificio, ed Eduardo IV, per promuovere le patrie manifatture, proibì la introduzione dei panni stranieri. I successivi sovrani, intenti sempre alla maggiore prosperità del lanificio, vietarono l'estrazione delle lane. Giuliano e Lorenzo dei Medici è fama che da Enrico VII ottenessero estrarne quante loro ne abbisognassero, e i Veneziani 600 sacca soltanto. Enrico VIII, dai nostri storici tanto a cagione del suo scisma vituperato, richiese Carlo V di 3000 merini, e questi che cercava ogni via per farselo amico nella contesa contro Francesco I, di leggieri lo soddisfece. Ottenute le 3000 pecore, Enrico due per parrocchia con un montone distribuiva, alla custodia del principal possidente della contrada le commetteva, e così i fondamenti del regno glorioso di Elisabetta apprestava. Questa regina ogni privilegio dei Fiorentini e dei Veneziani soppresse, e l'estrazione della lana con la confisca dei beni e il taglio della mano, per la prima volta, difese; per la seconda con la pena di morte.
Venendo ora a parlare della patria nostra, troviamo scritto come gli Umiliati, Ordine utile di Frati, introducessero o perfezionassero il lanificio in Firenze. In breve que' sottili cervelli dei Fiorentini, superati i maestri, tanti miglioramenti seppero rinvenire, che furono i panni loro a tutti gli altri preposti; nè potendo co' propri soddisfare alle infinite richieste, presero ad incettarli greggi in Inghilterra, in Olanda, in Ispagna ec. ec., e poi _cardandoli_ — cioè cavando fuori il pelo col cardo, — _cimandoli_ — recidendo il pelo soverchio con forbici, e tingendoli, li facevano comparire maravigliosi. La tintura in ispecie occupava ogni loro diligenza, ed ognuno, per quanto leggermente versato nella storia del suo paese, conosce come dovessero i tintori _sodare_, ossivero prestare all'Arte della Lana malleveria per 300 fiorini d'oro; come ufficiali detti delle _magagne_ giudicassero della bontà delle tinte; finalmente come ogni giuoco, meno quello degli scacchi, fosse nelle botteghe appartenenti all'Arte della Lana proibito. Immensi tesori derivarono ai Fiorentini da siffatto commercio, dei quali perchè abbia idea il lettore, riferirò uno squarcio delle _Storie fiorentine_ di Benedetto Varchi, che dice così:[54] «E perchè niuno non si maravigli come ciò sia possibile, che il Comune di Firenze con meno di 25,000 fiorini di entrata il mese abbia fatte e sostenute tante e tali guerre contra tanti e tali principi e repubbliche, sappia che l'entrate straordinarie, cioè i balzelli e gli accatti posti a cittadini così sopportanti, come non sopportanti, sono state sempre, si può dire, molto maggiori che l'ordinarie; e che questo sia vero, racconta meser Cristofano Landini, uomo dotto ed eloquente, ed a cui deve non poco la fiorentina repubblica, nel principio del suo comento sopra la grande opera di Dante, che dal 1377 infino all'anno 1406 si spesero soltanto nelle guerre 115 centinaia di migliaia, per usare le sue proprie parole, cioè 11,000,000 e 500,000 fiorini d'oro; e perchè ogni 100 fiorini pesano una libbra giusta, 1,000 fiorini sono 10 libbre; dunque 40,000 fiorini fanno una soma di mulo, la quale pesi 400 libbre; onde saranno fra tutti 287 some di fiorini, e ne avanzano 20,000 che sono una mezza soma; e perchè 200,000 fiorini fanno una carrata di 2000 libbre, moltiplicano in tutto 57 carrate e mezzo appunto; e tanti ne spesero in meno di 50 anni in 4 guerre i Fiorentini.[55] Racconta il soprannominato Cristofano, che 77 case di Firenze (e racconta quali) pagarono di straordinari dall'anno 1430 infino al 1453, 4,875,000 fiorini, che sono in detto tempo più che 100 some d'oro, che fanno meglio che 20 carrate; ed io trovo che lo stato popolare dal 27 al 30 cavò di straordinari in 3 anni 1,419,500 fiorini d'oro. Nè sarà alcuno il quale prenda ammirazione onde tante e così gran somme di danaro si cavassero, solo che sappia che oltre l'Arte della Seta, secondo membro di Firenze, ed oltre le altre industrie, l'Arte della Lana sola, lavora ogni anno da 20 a 23,000 pezze di panni, come si può vedere a' libri dell'Arte dove dette pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» —
Esposta adesso sommariamente la storia del lanificio in Firenze, ci si presentano due quesiti da sciogliere: 1º Per quali cause cessasse in Toscana; — 2º Se si potesse, e come, ridurlo in parte alla primiera prosperità.
Agevole cosa è rispondere al primo. Fidenti troppo i Fiorentini nel mistero della propria manifattura, trascurarono i mezzi di raccogliere in patria la materia greggia. Svelato il segreto, per le leggi di Elisabetta proibito cavar lane dall'Inghilterra, ebbe il lanificio in Toscana terribile scossa; cadde poi in completa rovina, quando gli Spagnuoli e gli Olandesi, rifiutando le lane allo straniero, giunsero a saperle lavorare perfettamente quanto altri.
Riguardo al secondo quesito, affermiamo potersi ravvivare con l'introduzione del Merino nelle nostre campagne.
Il Merino, _ovis hispanica_, ha comune la patria col Merino inglese: ambidue sono figli dell'Affrica. Non sia grave al lettore leggerne la descrizione che fa di questo animale l'Arici nella sua _Pastorizia_:
Guarda che un misto di selvaggio ancora Dell'inospite suolo, onde a noi venne, Ti palesa Merin! se non che il grave Contegnoso andamento, e l'alterezza, Dell'ispanica terra esser ti dice Abitatore. Or chi n'acquista, al vello Badi, agli atti, alle forme, onde non erri Nella scelta il giudicio, e di non vera Ignobil razza adempia indi l'ovile. Tra le iberiche madri alto si estolle Il maschio, e nell'andar libero e pronto Par che ad arte misuri e studii il passo. Scuro e vivace ha l'occhio, oltre misura Largo il capo e compresso, irte le orecchie, E giù ravvolte a spira ambe le corna: Denso ha il ciuffo elevato, e sime nari, Grossa cervice, e breve il collo e largo; Tra i rilevati muscoli si spande Lanoso il petto, in molto adipe avvolto, Tonda è la groppa, e molle si riposa Sovra l'anca piegata agile e piena.
La coltura di questa razza di pecore nobili, ove fu promossa con intelligenza e in proporzione del terreno, partecipò nuovo impulso alla rurale economia. Afferma Lorenzo Pignotti non essere gran fatto acconcia la Toscana nostra a questa coltura, perchè piena di colline, dove l'olio, il vino, il grano e le biade sono ottimamente coltivate; non offre pascoli necessari per nudrire il bestiame, e perchè le nostre migliori pecore producono 3 4 libbre di lana ordinaria, mentre le spagnuole e le inglesi producono 8 o 9 libbre di lana eccellente.[56] La seconda di queste ragioni vien meno con la introduzione del Merino; la prima, comecchè in parte non vera, diverrà in breve falsa pei miglioramenti delle Maremme. Che se la coltura del Merino tanto è prosperata in Sassonia dove con travaglio e dispendio infiniti si conserva questo prodotto di regioni meridionali, quanto meglio potrebbe riuscire in Toscana, dove quasi sempre tepido è l'aere, e i giorni sereni! Qui poco è bisogno di stalle, e dì e notte può vagare il bestiame a suo bell'agio pei prati. Edgardo re, dopo tre anni di caccia ostinata, narrasi che estirpasse i lupi dalla Inghilterra: qui, sia benignità di clima, che favorevole ad ogni cosa gentile torni infesto alle dannose, o che altro, questi feroci animali di rado o mai si fanno vedere. Affermano i geografi lo Xenil e il Douro, riviere della Spagna, capaci di guarire alcune malattie a cui vanno sottoposte le pecore, la qual cosa non ardisco approvare, e negare nemmeno, ma anche le nostre pianure sono liete di _lavacri, che dai suoi gioghi a noi versa Appennino_, e qui puranche si bevono _chiare, fresche e dolci acque_. Sono le coste propizie agli armenti, però che i vapori salini di cui si impregnano l'aria e le piante producono nei visceri degli animali un acido salutifero, e le Maremme, come ognun sa, per bene 50 miglia si sprolungano lungo la riva del mare. Nè in Maremma soltanto occorrono luoghi acconci alla coltura del Merino. Le parti montuose della Toscana, dove crescono gli alberi destinati alla costruzione, offrono eccellente pascolo alla coltura delle pecore, buona è la terra magra ed asciutta; l'umida e bassa buonissima, come quella che può fornire fieni onde nudrirli nei pochi giorni che non possono pascolare pe' prati. Lieve sarebbe tra noi la spesa di fabbricare una stalla per ricovrarle nel tempo in che punge rigido il vento, o in quello affannoso della canicola, dacchè abbastanza ci provvide il cielo di conveniente legname. La maggiore spesa consisterebbe nella compra di un gregge: ma a tanto può giungere il guadagno che deriva dalla vendita della lana e degli agnelli, che noi non dubitiamo punto ad accertare che in 4 o 5 anni sarebbe ricuperato il capitale. —
Ed ecco quanto ci è parso bene favellare intorno questo soggetto. Sieno le nostre parole di eccitamento altrui a più profonde meditazioni, sieno eccitamento a tentare. Sentenza degl'infingardi, che amano gittare lo sconforto nell'anima dei generosi, si è quella che l'esperienza tentata e non riuscita, abbia a menare seco il ridicolo. Se la natura non fosse stata mai interrogata, mai avrebbe risposto. Lo studio di osservare manifesta non pure il buono ingegno, ma anche il buon cuore, imperocchè l'uomo accidioso sia uomo maligno. Rammentino i popoli che sono gli artefici della propria prosperità, e che Dio, secondo il bel pensiero di un moderno scrittore, ha detto all'uomo: «Debole opera delle mie mani, io non ti sono in nulla obbligato. Abbi in dono la vita: tu troverai il mondo, nel quale ti pongo, ingombro di beni e di mali: tua sia la cura per distinguerli, tuo il pensiero di schivare le spine, e incamminarti pel sentiero dei fiori. Sii l'arbitro della tua ventura: in te commetto i tuoi successivi destini.»
Vedete alla pagina seguente la Tavola fondata su L'esperienza del come possano moltiplicarsi i greggi, salvo inaspettati avvenimenti.
OSSERVAZIONI.