Papà Eccellenza

Part 4

Chapter 43,016 wordsPublic domain

Intanto, di precisato, — per le nostre indagini, — nell’articolo dell’_Avanguardia_, c’è un _fatto_ e un _nome_. Il giuoco al rialzo, sulle _Italo-Americane_, compiuto venti giorni fa....

MATTEI.

Appunto! Venti giorni fa!... Precisamente! Il giorno dopo che io ho ricevuto il telegramma! Quando io solo potevo saperlo!... Quando io solo lo sapevo?! E il nome?... Non ricordo il nome....

SCARLINI.

Dell’agente di cambio che avrebbe giuocato per tuo conto? Enrico Gardani!

MATTEI.

Gardani?... Mai sentito nominare. Ma non può esserci stata indiscrezione, malafede, dall’altra parte?... Da parte delle _Itale_?

SCARLINI.

Potrebbe darsi. C’è, però, una grave circostanza, della quale bisogna tener conto. Questo Enrico Gardani è un uomo di pessima fama. In Borsa, dalla gente seria, accreditata, è tenuto il più possibilmente alla larga. Sono venuto a sapere che è, invece, in intimi rapporti con tuo nipote.

MATTEI.

Alvise?

SCARLINI.

Appunto; il contino di Venezia, il diplomatico a spasso. Ho saputo che.... si divertivano insieme. Passavano la notte, giuocando.

MATTEI maravigliato.

Giuocando?

SCARLINI.

Nei mezzanini di un caffè; una bisca di Via Nazionale.

MATTEI.

Mio nipote?... Perchè non me l’hai detto prima?

SCARLINI.

Anch’io non l’ho saputo che un’ora fa.

PONTEDERA.

Da chi?

SCARLINI.

Dal più abile dei nostri _reporters_, Tito Squaglia. Ha l’ardore, il fiuto di un branco di segugi.

MATTEI.

E ha aspettato proprio un’ora fa?

SCARLINI.

Tito Squaglia segue il fatto del giorno. Consegnandomi la prima prova dell’_Avanguardia_, ancora fresca di stamperia, mi ha dato le informazioni che mi potevano occorrere.

MATTEI.

Alvise? Chi sa?... Ancora un ragazzaccio!... Raggirato, trascinato. — Il giuoco?... — Uhm! Mi ha sempre detto che non giocava mai!

SCARLINI.

Eh!... Dal _fare_ al _dire_.

MATTEI

nervoso; batte sulla spalla al Pontedera.

Sì! Hai ragione! Lo faremo partire! Subito!

Mormorando tra sè.

E anche il.... tedesco aveva ragione!

Forte.

Ma un’azionaccia, una bricconata.... — Mio nipote?... — No.

Rassicurandosi; sorridendo.

E poi.... Alvise?... Che cosa poteva saperne Alvise del contratto del Governo con le _Italo-Americane_?

SCARLINI.

C’è però ancora....

MATTEI.

Ancora una circostanza?

SCARLINI.

Un fatto; del quale subito gli chiederai conto.

MATTEI.

È di là: lo chiamo.

SCARLINI.

Tito Squaglia ha saputo che c’era in giro una cambiale di tuo nipote per dieci mila lire, girata e fatta scontare alla Banca da Enrico Gardani.

MATTEI.

Alvise? Dieci mila lire? Ma chi vuoi che gli presti dieci mila lire? — Se non ha un soldo, di suo, povero diavolo!

SCARLINI.

Appunto; è tanto più grave che il Gardani gliele abbia prestate. Vuol dire, chiaramente, che costui ha messo gli occhi sopra tuo nipote e ha voluto averlo nelle mani premeditando qualche grasso affare.

MATTEI

si avvia precipitoso verso l’uscio, a sinistra.

PONTEDERA lo ferma.

Che fai?

MATTEI.

Di là.... Alvise....

PONTEDERA.

Vuoi far nascere uno scandalo?

MATTEI.

Si perde la testa!... Si perde la testa!

PONTEDERA.

Sii uomo! Uomo! Pensa chi sei!

SCARLINI.

Lo fai chiamare da Luigi.

MATTEI.

Sì!

Fa cenno a Pontedera di chiamare Luigi.

PONTEDERA si avvia.

SCARLINI

lo ferma con un cenno. — A Mattei.

Devi interrogarlo da solo a solo; e devi costringerlo a dirti la verità. Io ti dirò soltanto come il tuo amico Mauro: _pensa chi sei_. E pensa che non sei padrone _tu_, del tuo onore. Il tuo onore, in questo momento, è anche il nostro; è l’onore dei tuoi amici; è l’onore dei tuoi colleghi. Se c’è un colpevole, anche in casa tua, qualunque esso sia, parente, _nipote_, nessuna indulgenza; deve rispondere del proprio fallo. Ricòrdati: tu non hai diritto di lasciar parlare il cuore, di nascondere gli altri con la tua persona. La tua persona, per te e per noi, deve sempre apparire com’è: incontaminata.

MATTEI

risoluto: a Pontedera.

Chiama Luigi.

LUIGI

entra; — si ferma sull’uscio.

MATTEI a Scarlini.

Annunzia nel tuo giornale che Pietro Mattei dà querela all’_Avanguardia_ con la più ampia facoltà di prova. E sia telegrafato subito da tutti i corrispondenti, in tutta Italia.

SCARLINI

stringe la mano a Mattei, fortemente.

Mi telefoni più tardi?

MATTEI.

Sì.

SCARLINI

esce in fretta, scambiando un saluto con Pontedera.

MATTEI a Luigi.

Chiama un momento il.... il signor Alvise.

LUIGI via.

Quando l’uscio di sinistra è aperto, si sente di dentro la voce di Alvise — “_Alla figlia di Papà Eccellenza!_„ — La musica, al pianoforte, di _Madama Angot_: “_Sono la figlia_„, ecc. — Uno scoppio di risa; — poi di nuovo silenzio.

MATTEI fissa Pontedera.

LUIGI

attraversa la scena; — va via, a destra.

MATTEI

a Pontedera, sottovoce.

Mauro, Mauro, non andar via!

PONTEDERA.

Sono di là. Quando vuoi, mi fai chiamare.

Via.

SCENA SESTA.

MATTEI — ALVISE — poi REMIGIA.

ALVISE

allegrissimo, per lo _champagne_ bevuto.

Mi hai fatto chiamare?

MATTEI

lo fissa torvo, muto.

ALVISE.

Eccomi a’ tuoi ordini, zio Eccellenza!

MATTEI con voce sorda.

Ricòrdati, che non lo sono un pagliaccio.... E tanto meno il _tuo_ pagliaccio.

ALVISE.

Cos’hai?

MATTEI.

Che rapporti esistono fra te e un certo Enrico Gardani, agente di cambio?...

ALVISE

colpito; — si domina subito.

Nes.... suno.

MATTEI.

Tu lo conosci.

ALVISE.

Ap.... pena di vista.

MATTEI.

Bugiardo!

ALVISE.

Zio....

MATTEI.

Bugiardo! E bada: con me non si fa il Rodomonte. Tu dici una menzogna. Passi con lui tutte le notti, a giuocare, in un caffè, — una bisca, — di Via Nazionale!

Continua a fissare Alvise, avvicinandosi.

ALVISE.

Sempre no; qualche sera, al bigliardo. Ma non ho mai avuto nessun rapporto, con lui.

Sicuro, disinvolto.

Ci vuol altro, aver rapporti con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè! — Si saluta: — buon giorno! — buona sera! — E chi t’ha visto, t’ha visto!

MATTEI c. s.

Ma con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè, — con le persone con le quali non abbiamo rapporti, — non si scontano cambiali per dieci mila lire!

ALVISE

ha un leggero sobbalzo.

MATTEI

piomba addosso ad Alvise: lo afferra con le due mani per il bavero del frak e scotendolo gli parla faccia a faccia.

È vero! Non lo puoi più negare! Te l’ho letto in faccia! — È vero! E se adesso non dici la verità, ti ammazzo! Com’è vero Dio, ti ammazzo!

ALVISE.

È vero!... Avevo perduto, giocando con lui.... a _baccarà_.... — Gli ho firmata.... una cambiale....

MATTEI.

E l’hai pagata?

ALVISE.

.... No.

MATTEI.

Sì.

Scotendolo: — sempre con la voce sorda.

L’hai pagata, pagata, pagata....

ALVISE.

Sì.

MATTEI c. s.

I danari? I danari?... Dove hai trovato i danari?

ALVISE.

Giocando ancora, ho vinto.

MATTEI.

A che giuoco?

ALVISE.

Al solito!... Al _baccarà_....

MATTEI.

Alla Borsa! Alla Borsa! Hai giocato col Gardani alla Borsa!

ALVISE.

Sì....

MATTEI.

Al rialzo! sulle _Italo-Americane_?

ALVISE.

Sì....

MATTEI.

Venti giorni fa?

ALVISE.

Sì....

MATTEI.

E alla liquidazione, avete esatto di saldo...?

ALVISE.

Duecento mila lire....

MATTEI.

Divise col Gardani?

ALVISE.

Sì....

MATTEI.

E come hai saputo del mio contratto con le _Itale_? Come lo hai saputo?... Come?...

ALVISE

sciogliendosi, respinge Mattei vivamente.

Questo, è affar mio!

MATTEI.

Tuo?

ALVISE sicuro, spavaldo.

Ho arrischiato; l’ho indovinata.

REMIGIA

si presenta sull’uscio, a sinistra.

MATTEI

sempre a mezza voce.

Tu sei.... un ladro!

ALVISE.

Signor Mattei! Da uomo a uomo....

MATTEI

interrompendolo con violenza ma sempre sottovoce.

Sì, da uomo a uomo, senza riguardi, senza pietà, per nessuna memoria, per nessun vincolo del sangue. Da uomo a uomo!

REMIGIA.

Papà! Papà!

Spaventata, si slancia fra Mattei e Alvise.

MATTEI

sempre con voce bassa, sorda.

Tu sei un ladro!

ALVISE

ha un impeto di collera. — È trattenuto da Remigia.

MATTEI.

Hai rubato, hai frugato tra le mie carte, i miei segreti. Hai rubato. Ladro! — Quella è la porta! — Qui non si ritorna più! — Ma io dò querela, senza riguardi, sai! Voglio difendermi! Domani, ti farò interrogare dal giudice....

ALVISE.

Va bene. Risponderò a chiunque quello che ho risposto a te. Non ho altro da aggiungere.

Via.

SCENA SETTIMA.

MATTEI — REMIGIA.

REMIGIA smarrita, tremante.

Papà!... Oh, papà, papà!

MATTEI.

Tu non sai?... Ha commessa una truffa! E ne sono io, la vittima! L’_Avanguardia_ accusa me, esplicitamente, di speculazioni vergognose e grossolane! — Io!... — È assurdo, oltre essere infame! È grottesco! Ma i nemici, e anche gli avversari credono tutto! È il loro interesse! Il loro mestiere. — In tutta Italia, — capisci? — a quest’ora, sono accusato di servirmi dei segreti della mia carica, per rifornirmi lo scrigno! Querela! Querela! E il processo a tuo cugino, ad Alvise, a quella canaglia! Duecento mila lire!... Come ha fatto a sapere?... Come ha fatto?

A Remigia.

Oh, ma domani, sai, parlerà! Il giudice, il procuratore del re, lo faranno parlare!

REMIGIA

buttandosi fra le braccia di Mattei.

Oh, papà, papà.... perdonami....

MATTEI.

Perdonarti? Che c’entri tu con Alvise?

REMIGIA.

Sì! Perdonami! Perdonami!

MATTEI c. s.

Diventi matta?...

REMIGIA.

Non sapevo di far male....

MATTEI

colpito, respinge Remigia che cade in ginocchio.

Non sapevi di far male?

REMIGIA.

Di far tanto.... male!

MATTEI

la fissa, terribile con tutta la vita negli occhi: le fa cenno col capo di proseguire.

REMIGIA

sempre in ginocchio.

Ti giuro.... ti dirò.... ti confesserò tutto. Avevo paura di te.... di Federico.... Quella mattina Federico era stato a Roma....

MATTEI

fissa la collana di Remigia. Il suo viso sconvolto, terreo, ha una contrazione nervosa. Si lascia cadere sulla poltrona.

REMIGIA continuando c. s.

Anche allora.... volevo gettarmi a’ tuoi piedi.... Ma.... quando mi hai detto di aver venduta la casa.... non ho più avuto.... coraggio.... Dio.... come ho sofferto.... Non potevo più chiuder occhio.... credevo di morire.... ero qui.... con te.... quando tu hai ricevuto il telegramma del ministro....

MATTEI

che ha sempre fissato la collana, si alza strappandogliela dal collo, e gliela mette sotto gli occhi con la mano tremante, con le lacrime che gli colano spesse sul viso contraffatto; — poi, con voce rauca, sempre più tremante, spaventato di sè stesso, di ciò che potrebbe commettere nell’impeto della collera.

Va via.... Va via!

Alza Remigia di colpo, spingendola verso l’uscio, a sinistra.

Va via!... Va via!...

REMIGIA via.

MATTEI

è come ubriaco, barcollante; — si prende il capo fra le mani; comincia a comprendere tutta la verità.

Scarlini.... Scarlini.... No.... la querela.... No la querela....

Corre barcollando alla scrivania; fa per scrivere a Scarlini, ma non può; fa per telefonare, ma non riesce a profferire le parole. Continua a borbottare:

Scarlini.... Scarlini....

Finalmente, strappandosi il colletto, si precipita verso l’uscio, dal quale era uscito Pontedera, urlando:

Mauro!... Mauro!

SCENA OTTAVA.

PONTEDERA e DETTI.

MATTEI a Pontedera.

Scarlini! Scarlini!... No! No!... Querela.... No!... No la querela.... Impossibile! Io! Io! Sono stato io! Colpa mia!

PONTEDERA

che ha indovinato; fissandolo.

Alvise?... Remigia?...

MATTEI

scoppia in un pianto dirotto buttandosi fra le braccia di Pontedera.

Sono rovinato! Sono rovinato!

Cala la tela.

FINE DELL’ATTO SECONDO.

ATTO TERZO.

Il giorno dopo, verso sera. — Il salottino di Remigia attiguo alla sua camera da letto. Molta eleganza, moltissimo lusso. Nella camera da letto, — aperta, con gli usci spalancati, si vedrà Claudina preparare i bauli e le valige di Remigia. — Un baule grandissimo, quasi pieno di roba, nel salottino. Sul letto, — nella camera da letto, — vestiti, biancheria finissima di Remigia, e un altro baule già pronto. Nel salottino, due scatoloni da cappelli. Pure nel salottino vestiti, cappelli, altra roba di Remigia. — A sinistra, le stanze interne: a destra, le stanze attigue all’anticamera. Una lucerna accesa nella camera da letto; altre lucerne, pure accese, nel salottino.

SCENA PRIMA.

REMIGIA, seduta sopra un sofà, con molti cuscini; col capo fra le mani, pallida, con gli occhi fissi nel vuoto. — CLAUDINA, nella camera da letto, prepara i vestiti che devono essere messi nel baule.

CLAUDINA

dopo un momento che è alzata la tela, si avvicina a Remigia; — col tono dolce e la voce pietosa.

Signora.... il vestito _bleu_, _tailleur_, del _Doucet_, lo mette nel baule?... Se per caso a Milano facesse un po’ più fresco?... E poi, se si va in montagna?...

REMIGIA.

sempre c. s. — si stringe nelle spalle senza rispondere.

CLAUDINA

dopo un momento di attesa.

Io, tanto, lo metto nel baule. È sempre meglio!

Via, verso la camera da letto.

REMIGIA con un fil di voce.

Claudina....

CLAUDINA ritornando.

Signora?...

REMIGIA

con le lacrime nella gola.

Hai spiegato bene, al portiere?

CLAUDINA.

Non dubiti. — Deve dire a tutti, che la signora è già partita per Milano.

REMIGIA fissandola.

Nè amici, nè.... parenti. A tutti?

CLAUDINA.

Sissignora. Anche al signor Schmidt.

REMIGIA

al nome di Federico rabbrividisce.

CLAUDINA

a Remigia, indicando verso l’uscio, a sinistra.

Il signor dottor Pontedera.

REMIGIA alzandosi.

Va, va!... Non perder tempo!

CLAUDINA

ritorna nella camera da letto: ricomincia a preparare i vestiti; — mette dell’altra roba nel baule, ecc. — Tutto ciò finchè dura il dialogo.

SCENA SECONDA.

REMIGIA — CLAUDINA nella camera da letto — PONTEDERA.

REMIGIA

andandogli incontro, ansiosa.

Il papà?

PONTEDERA scrollando il capo.

Come t’ho detto, stanotte... l’ho visto molto male. Oggi, ancora, ha avuto un nuovo assalto, ma non così grave. La digitale ha ottenuto il suo effetto.

REMIGIA.

Ora?... Ora?

PONTEDERA.

Verso le quattro s’è un po’ assopito, poi — è un miracolo! — ha cominciato a riaversi ed ora.... è di là nel suo studio, e s’è messo a scrivere!

REMIGIA

fa un grande sospiro, levando gli occhi al cielo.

PONTEDERA continuando.

Ha parlato di tutto, ricordando.... tutto, con una calma straordinaria.... impressionante. Gli ho promesso, dopo che ti avrei accompagnata a Milano, di ottenere dal direttore dell’ospedale qualche altro giorno di licenza per poter tornare a Roma e ripartire poi con lui, appena avrà disposto.... ogni cosa, appunto per poter partire.

REMIGIA angosciata.

Non vuol più vedermi?... Più?...

PONTEDERA.

Più?... No, pover’uomo! Gliel’ho consigliato io stesso. — L’ho persuaso a lasciarti partire senza vederti. Nello stato in cui si trova.... — bada, non è proprio il caso di illuderci. Qualunque nuova emozione gli potrebbe essere.... fatale. Passati questi primi giorni, vi rivedrete con più calma a Milano, o dove avrete fissato di andare.

REMIGIA

si butta sulla poltrona, e si mette a piangere.

PONTEDERA

Si guarda attorno; — dà un’occhiata ai vestiti, ai cappellini, a tutta quella roba che deve essere messa nei bauli; — osserva Remigia e scrolla tristamente il capo.

CLAUDINA

viene dalla camera da letto e si ferma un po’ distante da Remigia.

Signora.... I due cappelli nuovi, da giorno, li porto a Milano tutti e due?

REMIGIA

si stringe nelle spalle, infastidita, senza rispondere.

CLAUDINA

mentre continua il dialogo tra Remigia e Pontedera, apre un armadio, ne leva due cappelli, uno lo mette sul tavolino, l’altro sulla poltrona vicina allo scatolone, poi ritorna nella camera da letto.

REMIGIA

a Pontedera che sta osservando Claudina; — scrollando il capo.

L’ironia della vita?... Si può morire di dolore.... eppure....

PONTEDERA.

Eh, sì!... Hai ragione! La vita.... è ironica! — Tuo padre, intanto, ha mandato le sue dimissioni al Presidente del Consiglio, e al Presidente della Camera. “I ripetuti assalti della sua grave malattia di cuore non gli permettono più di lavorare, di occuparsi, e soprattutto di poter resistere ancora ad una guerra troppo accanita e sleale.„ — Queste spiegazioni, chi avrà interesse a crederle, le crederà.... siano o non siano le vere. Chi avrà interesse a non crederle.... siano o non siano le vere, non le crederà. — Ironia.... della vita.

REMIGIA.

Mi perdonerà?

PONTEDERA.

Tuo padre?

La fissa con un sorriso amarissimo.

Certamente!... Soltanto....

Dà un’occhiata all’orologio.

Cerca di far presto.

REMIGIA.

Io potrei partire anche subito; — Claudina, con la roba, partirà quando potrà. — Subito! Subito!

Con un brivido pensando a Federico.

Non vedo l’ora di essere in ferrovia, di essere in viaggio, di essere lontana da Roma!

PONTEDERA.

Io vado a mangiare un boccone.... Ho da fare anch’io la mia roba.... Vedrò ancora tuo padre, e prima delle dieci, verrò a prenderti con la carrozza.

REMIGIA come spaventata.

Chiusa!

PONTEDERA.

Chiusa.

Guarda ancora tutti quei vestiti, quella roba, con un’espressione molto significativa; — poi dà un’altra occhiata a Remigia, — senza che questa se ne accorga, — molto espressiva.

Sai, il....

REMIGIA

lo fissa; capisce che si tratta di Alvise.

PONTEDERA

fa un cenno affermativo col capo.

A quest’ora è a Genova. S’imbarcherà domattina, direttamente per il Brasile. Carriera.... non se ne parla più. Mi ha dato la sua parola d’onore che, per molti anni almeno, non manderà più sue notizie a.... nessuno. E credo.... la manterrà. — Dunque alle dieci! — Trovati pronta!

Via.

SCENA TERZA.

REMIGIA, CLAUDINA sempre nella camera da letto, poi FEDERICO.

REMIGIA

affranta dal dolore si lascia cadere sul sofà.

CLAUDINA

uscito Pontedera, rientra dalla camera da letto nel salottino, si avvicina a Remigia; — la guarda affettuosamente.

Signora.... Vuol proprio mettersi in viaggio, così, senza prendere nemmeno una tazza di brodo?

REMIGIA.

No....

Tra sè.

Tutti contro di me.... Senza nessuna pietà!

Ascolta verso l’uscio a destra.

CLAUDINA

ascolta pure verso l’uscio a destra.

LUIGI di dentro.

Mi creda!... Glielo giuro, signor Federico!

REMIGIA

balza in piedi, spaventata.

LUIGI c. s.

Sua Eccellenza sta poco bene!... È ammalato! Non può proprio veder nessuno!

Entra parlando con Federico e facendo cenno a Remigia di allontanarsi.

Il dottor Pontedera glielo ha proibito!

FEDERICO

entra scostando Luigi; — con molta fermezza:

Non cerco di mio suocero.

A Remigia.

Ho da parlare con te.

LUIGI

via, dopo un cenno del capo di Remigia.

CLAUDINA

rientra nella camera da letto, ricominciando a metter via la roba.

REMIGIA

riprende il coraggio e l’audacia.

Hai da parlare con me? Cosa vuoi?

FEDERICO.

Manda via la cameriera.

Indicando verso la camera da letto.

E chiudi quella porta.

REMIGIA a Claudina.

Va un momento di là.

Chiude l’uscio: si avvicina di qualche passo e si mette in faccia a Federico fissandolo, muta.

SCENA QUARTA.

REMIGIA — FEDERICO — in fine MATTEI.

FEDERICO

con molta freddezza e con molta calma.

Desidero sapere da te, la vera ragione delle dimissioni di tuo padre.

REMIGIA.

Da me?...

Stringendosi nelle spalle.

Io non so....

FEDERICO sempre con calma.

Come?... Tu, sua figlia, non sai, non hai cercato di sapere perchè Pietro Mattei ha dato, — proprio in questo momento, — le sue dimissioni da ministro e da deputato?

REMIGIA.

No....

Correggendosi.

Io soltanto so che da molto tempo era stanco, oppresso dal troppo lavoro, disgustato, irritato da una guerra iniqua a colpi d’ingiurie e di calunnie....

Diventando a mano a mano, sotto l’occhio freddo, attento di Federico, sempre più nervosa.

E poi, il papà non sta bene. Ha detto tante volte di volersene andare, di voler riposare. Anche Mauro.... come amico.... come dottore, lo ha consigliato a.... far così.

Vedendo che Federico osserva i vestiti, i cappelli, i bauli, ecc.

Io.... vado per qualche giorno a Milano, per.... preparare....

FEDERICO.

Il vostro appartamento? — No, perchè la casa è stata venduta.

REMIGIA.

Andiamo in casa di Mauro, per alcuni giorni. Poi, il papà.... ti scriverà.... appunto per.... avvertirti.... perchè io possa accompagnarlo per qualche tempo al mare, o in montagna... dove Mauro ci consiglierà di andare.

FEDERICO sempre c. s.