Pagine di storia letteraria

Part 23

Chapter 233,511 wordsPublic domain

La calata di Carlo VIII distrasse e ruppe il cerchio degli uditori; la morte ghiacciò la mano del poeta su ’l principio della terza parte, che gli rimaneva a cantare la disfatta e la morte del re Agramante invasore del regno di Francia, con la fine degli amori di Orlando, di Rinaldo, di Ruggero: morendo, egli lasciava i saracini vittoriosi intorno Parigi. Per la curiosità volgare potea bastare la continuazione affrettata dell’Agostini. Ma la miglior generazione del miglior tempo del Rinascimento, la generazione a cui il Bembo e il Sannazaro insegnavano la lingua e la poesia, e dava precetti di cavalleria il Castiglione, di politica il Machiavelli, di filosofia il Pomponazzo, la generazione per cui il Bramante costruiva palazzi che il Primaticcio ornava e Giulio Romano affrescava, la generazione per cui Leonardo e Raffaello dipingevano, Michelangelo scolpiva, il Cellini cesellava, quella generazione voleva qualche cosa di meglio.

Ecco perché Ludovico Ariosto continuò l’_Innamorato_ del Boiardo componendo il _Furioso_.

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L’Ariosto compose il _Furioso_ negli anni che passò al servizio del cardinale Ippolito d’Este, come gentiluomo di fiducia adoperato negli offici solenni o nei casi ed affari di maggior momento e piú rischiosi. Il cardinale credeva, o almeno affermava, avergli dato d’entrata presso a trecento scudi; ma il poeta, interponendo un suo cugino a raggiustare le partite co ’l padrone, lagnavasi di non avere piú di 150 lire, e queste pagategli a sbalzi ed a sgoccioli. La provvisione ordinaria da una lettera del cardinale (21 gennaio 1511) parrebbe determinata in 240 lire marchesane (1200 fr. circa) su’ proventi della cancelleria arcivescovile di Milano: c’erano di piú i frutti di certi benefizi ecclesiastici che l’Ariosto godé per qualche tempo e avrebbe fors’anche potuto accrescere e conservare se avesse patito la chierica: il pagamento gli era fatto ogni tre mesi, ritenendosi il costo dei panni e vestiarii che erano, pare, forniti dalla guardaroba del cardinale. Il poeta aveva anche, da due o tre anni all’infuora, anni di guerra, le spese del vivere; nel 1516 vino e frumento per due bocche, paglia e fieno per due cavalli. In tali condizioni di vita fu scritto il _Furioso_, che del resto fu tutt’altro che l’unico pensiero e lavoro dell’Ariosto in quei tredici anni. Per feste del cardinale, compose nel marzo del 1508 la _Cassaria_, nel febbraio dell’anno seguente _I Suppositi_, e tradusse e riadattò per le scene qualche commedia di Terenzio.

Veniva intanto la lega di Cambray ad avvolgere gli Estensi nella guerra contro Venezia e nelle furie di Giulio secondo. Due volte nel nove l’Ariosto fu spedito a Roma; la seconda, di decembre, in gran fretta e fra pericoli grandi a sollecitare soccorsi contro l’armata che i veneziani spingevano su per Po. Ebbe notizia in Roma, ai 25, della battaglia vinta da Ippolito su l’armata veneta alla Policella tre giorni innanzi, nella quale avean combattuto tre Ariosti; e scriveva subito al cardinale rallegrandosi «di avere istoria da dipingere nel padiglione del mio Ruggero a laude di Vostra Signoria». Su la fine dunque del nove era di certo tutta ordita e già bene avviata la favola del poema, poiché sol nell’ultimo canto figura il padiglione nuziale di Bradamante e Ruggero: non però che il poeta fosse allora, come talun suppose, a scrivere l’ultimo canto: anche nei canti terzo, quindicesimo e vigesimoquarto è menzione della vittoria di Policella. Nel 1510 il papa voltatosi co’ i veneziani contro i francesi bandiva scomunicato e scaduto d’ogni diritto il duca di Ferrara tenutosi fedele alla lega di Francia, e intimava al cardinale fratello di ridursi tosto a Roma. Ippolito non la intendeva, e si moveva di mala gamba; e l’Ariosto nel maggio e dal giugno all’agosto fu in Roma a _placargli la grand’ira di Secondo_, che una volta in Castel Sant’Angelo minacciò di farlo buttare in fiume se non gli si toglieva davanti. Stretto poi il duca e Ferrara dai veneziani e dai papali, il poeta partecipò i pericoli della patria. Egli stesso, come ne lo lodò il fratel Gabriele nell’epicedio latino, «tutto armato fu in campo, non per istudio di veder la battaglia e cantare della battaglia li eventi, ma preparato a morire di onesta morte per la patria e aggiungere onore agli onori del nome suo». Ciò fu sotto i comandi di Enea Pio da Carpi in una seconda battaglia della Policella, che il duca anche vinse su’ veneziani il 24 settembre del dieci, e nella quale è fama che il poeta assalisse e conquistasse egli una nave dei nemici. Subito dopo la battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), ove il duca Alfonso fece miracoli con la sua artiglieria distruggendo la fanteria spagnola senza molti riguardi agli alleati francesi ( — Tirate, tirate, — gridava a’ suoi, — son tutti barbari a un modo e nostri nemici — ), egli vide il campo:

Io venni dove le campagne rosse Eran del sangue barbaro e latino. Che fiera stella dianzi a furor mosse;

E vidi un morto all’altro sí vicino, Che, senza prender lor, quasi il terreno A molte miglia non dava il cammino.

Ma la vittoria di Ravenna fiaccò e disciolse l’esercito francese; e il duca dovè nel luglio andare a Roma, con salvacondotto, alla sottomissione. Se non che Giulio troppo incalzava con le pretese, e poco cedeva Alfonso; che finalmente non ostante il salvacondotto, ebbe di catti a scampar dalla _grand’ira di Secondo_, tra le armi dei Colonna, che lo tenner celato tre mesi nel loro castello di Marino, onde sotto piú travestimenti di cacciatore, di famiglio, di frate, si salvò per la Toscana a Ferrara nell’ottobre. L’Ariosto accompagnò fra que’ pericoli e in quelle fughe e travestimenti il signore; e il primo d’ottobre in riparo a Firenze scriveva a un Gonzaga: «Sono uscito delle latebre e de’ lustri delle fiere e passato alla conversazion degli uomini. De’ nostri pericoli non posso ancora parlare: _animus meminisse horret luctuque refugit_. Da parte mia non è quieta ancora la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da levrieri, da’ quali Domine ne scampi. Ho passata la notte in una casetta da soccorso, vicin di Firenze, co ’l nobile mascherato, l’orecchio all’erta ed il cuore in soprassalto». Nel marzo del ’13, con la elezione di Leon decimo, rinacquero o crebbero le speranze di meglio nel duca e piú forse in Ludovico, che era stato dei famigliari del cardinal de’ Medici, e che subito mandato a Roma per _faccende ducali_ vedeva intorno al nuovo papa i suoi vecchi amici, il Divizio, il Sadoleto, il Bembo. Se non che ben presto (7 aprile) scriveva con la sua ironia bonaria a Ferrara: «È vero che ho baciato il pié al papa, e m’ha mostrato di odir volentera: veduto non credo che m’abbia, ché dopo che è papa non porta piú l’occhiale. Offerta alcuna né da Sua Santità né da li amici miei divenuti grandi novamente mi è stata fatta: li quali mi pare che tutti imitino il papa in veder poco». Di Bernardo Divizi aggiungeva: «È troppo gran maestro, ed è gran fatica a potersegli accostare; sí perché ha sempre intorno un sí grosso cerchio di gente che mal si può penetrare, sí perché si convien combattere a dieci usci prima che si arrivi dove sia: la qual cosa è a me tanto odiosa, che non so quando lo vedessi; né anco tento di vederlo, né lui né uomo che sia in quel palazzo». E conchiudeva: «Io intendo che a Ferrara si estima che io sia un gran maestro qui: io vi prego che voi li caviate di questo errore». Meglio che la fortuna gli arrise l’amore: di ritorno da Roma, in Firenze, per le feste di San Giovanni, s’innamorò fermamente della fiorentina Alessandra Benucci, per la quale scrisse rime bellissime, e la cui leggiadra imagine egli vagheggiava tra le favoleggiate battaglie e dinanzi alle ferite del piú gentile dei suoi cavalieri (nel c. XXIV):

Cosí talora un bel purpureo nastro Ho veduto partir tela d’argento Da quella bianca man piú ch’alabastro Da cui partire il cor spesso mi sento.

Su ’l finire del tredici si raccolse in Ferrara, dove il suo cardinale, esperimentato Leone di volontà non migliore che Giulio, s’era ridotto, e dove anche Alessandra venne, vedova com’era d’un Tito Strozzi gentiluomo ferrarese.

Per un anno e mezzo attese a fornire e limare il poema, del quale nel luglio del ’12 alle dimande del marchese di Mantova avea risposto non essere _limato né fornito ancora come quello che è grande ed ha bisogno di grande opera_. Amore la agevolò. Dicono che la Benucci esigesse, per aprire al poeta, compiuto un canto ogni mese. Al 25 ottobre del ’15 l’Ariosto supplicava al doge di Venezia, che, avendo egli «con lunghe vigilie e fatiche, per spasso e ricreazione de’ signori e persone di animo gentile e madonne, composta un’opera in la quale si tratta di cose piacevoli e dilettabili d’armi e di amori, e desiderando ponerla in luce per sollazzo e piacere di qualunque vorrà e che si diletterà di leggerla», volesse il doge dar privilegio nel suo dominio alla stampa che l’autore preparava. Piú d’un mese innanzi (17 settembre) il cardinal d’Este aveva scritto al suo cognato marchese di Mantova, come, _essendo per far stampare un libro di messer Ludovico Ariosto suo servitore ed a questo bisognandogli estrarre da Salò mille risme di carta_, lo pregava per esenzione dal dazio al porgitor della lettera. Il _Furioso_ era dunque finito nella seconda metà del ’15, che l’Ariosto aveva quarantun anno, età giusta, pensa un francese del giusto mezzo, per l’epica: troppo presto il Tasso, troppo tardi il Milton. E a’ 22 aprile del ’16 era finito anche di stampare da Giovanni Mazzocchi dal Bondeno in Ferrara.

Nella seconda carta di cotesta prima edizione si può leggere una bolla di Leon X del 26 marzo contrassegnata dal Sadoleto, con la quale il pontefice, lodando la singolare e antica osservanza dell’Ariosto a sé e alla sua casa, la egregia dottrina in lui delle lettere e arti buone, l’elegante e chiarissimo ingegno nei piú miti studi e specialmente nella poesia, risolve che tutti questi e meriti e pregi paiono quasi per diritto esigere che il pontefice conceda liberalmente e graziosamente al poeta ogni cosa che possa tornargli in vantaggio, specialmente dimandando egli cose giuste ed oneste: séguita anche lodando i libri dell’_Orlando furioso_ scritti in volgar lingua ed in verso, scherzevolmente (_ludicro more_), pur con lungo studio e meditazione e con molte veglie: dopo che viene alle solite comminazioni di multe e pene, compresa la scomunica, a chi riprodurrà o venderà senza il permesso dell’autore il _Furioso_. Per un poema dove l’apostolo san Giovanni figura per dimostratore di certe cose nel mondo della luna non c’è male da parte d’un papa; ma fu la sola larghezza che il patrono di Baraballo facesse al maggior poeta del secolo; se pur larghezza s’ha a dire, dando retta al poeta nella satira quarta:

Di mezza quella bolla anco cortese Mi fu, della quale ora il mio Bibbiena Espedito m’ha il resto alle mie spese.

Il Machiavelli a’ 17 decembre del ’17 scriveva a Luigi Alamanni in Roma «Io ho letto a questi di Orlando furioso dell’Ariosto; e veramente il poema è bello tutto, e in dimolti luoghi mirabile. Se si trova costí, raccomandatemi a lui; e ditegli che io mi dolgo solo, che, avendo ricordato tanti poeti, mi abbia lasciato indietro come un...». Il paragone è sboccato, come il termine della qualificazione che il cardinale avrebbe data alle fantasie del suo cortigiano, se fosse vera la dimanda sarcastica che tutti sanno. Ma è poi credibile che il _Furioso_ riescisse cosí nuovo al cardinale, se il poeta glie ne scriveva sin dal nove certi particolari di lodi sue, se egli stesso l’avea fatto stampare? Che del resto Ippolito volesse dall’Ariosto altri servigi che di versi e che ciò all’Ariosto apparisse ingratitudine schifa, troppo chiaro lo disse il poeta nelle satire, e glielo fe’ ripetere in un dialogo intitolato _Equitatio_ un cortigiano vero del cardinale, Celio Calcagnini, dove induce l’Ariosto a parlar cosí: «Se ne vada pur quel mio libro che mi trasse fuori dal petto quasi ogni mio sapere, poiché, sforzandomi di gradire ad Ippolito sommo principe nostro, in quello le notti e i giorni tutti impiegai, e il miglior mio tempo malamente perdei». Dalla lettera del cardinale al marchese di Mantova citata piú sopra apparirebbe che egli facesse le spese della stampa; e che lasciasse al suo cortigiano il provento della vendita apparirebbe da altra lettera del poeta (8 novembre 1520) con la quale chiede conto a Mario Equicola di certe copie lasciate a vendere a un libraio in Verona, e annunzia, come oggi si direbbe, esaurita la prima edizione. Dai _Memoriali d’uscita_ dell’archivio estense apparisce che il cardinale nel ’17 acquistò un esemplare del _Furioso_ al prezzo d’una lira (fr. 4,86 circa), nel ’16 il duca Alfonso aveva comperato dall’autore per due lire e otto soldi un esemplare legato e coperto.

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E ora che dire del _Furioso_? Anzi tutto, non cose nuove.

Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da’ cavalieri i quali si ostinano a seguitarle rendano immagine del genio d’Italia, che anche Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal filtro del medio evo, che l’Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono, alle risate del volgo il vecchio Cesare il quale aveva di tante illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l’impero di Carlo V e il regno di Francesco I rimandando essi oltr’alpe con in dosso a pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva ammantato le loro povere persone, sono volate di fantasia storica che nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perché movono da un principio di vero; ed è, che il _Furioso_ è tutto informato al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da un’idea estetica del Gioberti, il quale cercando invano con dottrinali preoccupazioni nel _Furioso_ una finalità epica, scoprí in quella continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.

Ma la finalità del poema romanzesco è in se stesso, è, come scriveva l’Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione delle persone d’animo gentile. L’Ariosto in questi propositi continuava il Boiardo: il quale scherzò anch’egli su gli eroi e su le donne, e mescolò l’umore all’entusiasmo e la novella all’epos, e pure è giustamente annoverato fra i piú seri e sentimentali poeti della cavalleria. L’epopea romanzesca, nel lavorío di rifacimento co ’l quale gli italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase né potea rimanere in fedel soggezione d’uno spirito tradizionale o quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma né fu né si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi. E come gli autori dei poemi franco-italiani e dei cantàri veneti del secolo decimoquarto avevano con un primo natural processo italianizzati i paladini francesi delle canzoni di gesta, e come i cantastorie di Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni e alle fattezze intellettuali de’ ciompi; cosí l’Ariosto vide e ritrasse gli eroi del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori fra il prisma del molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per intenzionale ironia quel fino spirito del tempo nuovo che scherza luminoso e tranquillo fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame del buon tempo antico. E male si giudica prosaicamente ironico e volgarmente scettico quel tempo, nel quale anzi lo spirito italiano (e fu questa la sua gloria e la sua grazia immortale) giunto al sommo dell’ascensione parve abbracciare, se mi si conceda l’immagine, l’antichità e il medio evo, l’occidente e l’oriente, con tale una potente gioia di amore espansivo che anche parve un momento volerli e poterli in quel suo divino abbracciamento fondere e confondere in sé. La generazione poi della quale era l’Ariosto serbava ancora, malgrado gli Sforza ed i Borgia, qualche sentimento di cavalleria: lo attestano i soldati francesi in quella memorabile liberazione e resistenza di Pisa giuratisi campioni e difensori alle dame, lo attesta la disfida di Barletta e la figura di Baiardo cavalcante severo e gentile fra i lanzichenecchi. La luce del _Furioso_ spuntò fra la battaglia di Ravenna e la battaglia di Marignano, vinta quella da un giovine capitano che per amore della dama vi combatté con un braccio tutto ignudo, vinta questa da un giovine re che prima di dar dentro volle esser armato cavaliere da Baiardo. Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata dalla fanteria villana del Dumolard e dalla artiglieria sapiente del duca Alfonso (le due arme della rivoluzione e della monarchia moderna), la cavalleria italiana fece nella resistenza dalla parte de’ confederati prove gloriose; e Fabrizio Colonna, dopo romanamente respinti dalle mura della città sette assalti, si precipitò nella battaglia caricando a capo de’ suoi cavalieri i cannonieri e i cannoni d’Alfonso e di Francia sin che fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E la battaglia di Marignano che durò tre giorni, e nella quale eserciti di tre lingue si mescolarono al lume di luna per iscannarsi, e il re di Francia credendo aver raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo a ottomila svizzeri che per farsi riconoscere gli puntarono (com’egli scrisse) seicento picche al naso, e bevve dell’acqua d’un ruscello tutta sanguinosa, mentre un trombetta italiano al suo fianco soffiava tutta notte nel corno, come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di Unterwald ed Uri; la battaglia di Marignano non è veramente ariostesca? Tanto poi l’Ariosto fu di per sé lontano dall’intenzione d’una finale ironia contro l’ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della lancia fe’ maledire a Orlando l’arma da fuoco e l’artiglieria, forza e vanto del suo duca. Ma come si può parlare d’ironia intenzionale dell’Ariosto? dell’Ariosto che al personaggio di Carlomagno mortificato dalla famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze restituí la maestà d’imperatore e il contegno d’eroe? dell’Ariosto che d’Astolfo fatto buffone dal Boiardo rifece un cavaliere d’avventure e miracoli, pronto a tutto affrontare, le porte cosí dell’inferno come del paradiso, con una seria audacia inglese, che lo fa degno d’essere l’istrumento della provvidenza alla salute d’Orlando? dell’Ariosto che in Orlando il peccato dell’amore, peccato per l’eroe e pe ’l cristiano, punisce con la terribil pazzia? E come si può parlare d’ironia continua e finale dinanzi alla terribilità tragica di quella pazzia in quella piú che descrizione e narrazione epica, la quale dalla minuta e fedele osservazione dei succedentisi momenti psicologici va a passo a passo crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno scoppio titanico? dinanzi all’eroica grandezza dell’ultimo abbattimento fra i tre re saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore, del poeta, su ’l cadere di Brandimarte,

Padre del ciel, dà fra gli eletti tuoi Al martir tuo fedel omai ricetto?

La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l’idealità della cavalleria civile colorava ancora di un’ultima luce crepuscolare l’Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative. Francesco I invecchierà, e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà la trista figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna, toccava colla spada la testa di chi voleva esser cavaliere dicendogli _Esto miles_; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui, gridando — _Sire, sire, ad me, ad me_ —, che egli stanco e sudato e dicendo a’ cortigiani — _No puedo mas_ — inchinò sopra tutti la spada, soggiungendo — _Estote milites, todos, todos_ —; e, cosí replicando, gli astanti partirono cavalieri tutti e contentissimi. Allora Teofilo Folengo frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie della rea penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio d’Orlando di Rinaldo e d’ogni cavalleria. L’Ariosto no: egli era troppo gentiluomo e troppo poeta.

Che l’Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando, come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal tempo del poeta il Pigna, e raccontò com’egli avesse fin tradotto per suo uso romanzi francesi e spagnoli; lo provarono fin dal cinquecento il Dolce il Lavezzuola il Ruscelli mettendo in vista favole descrizioni comparazioni ch’egli ebbe derivate da greci da latini da italiani. Ultimamente compié le ricerche con un libro ove nulla, credo, si desidera, Pio Rajna, il critico che piú originalmente ha studiato le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca fra noi. Ma dopo tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane all’invenzione dell’Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese da altre o conserva della leggenda comune od opere d’arte individuali egli lo ha cosí trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel crogiuolo dell’arte sua, che a distinguerlo ci vuole il piú delle volte un vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa assai piú alla storia della letteratura che a quella dell’arte. Era negl’instituti, per cosí dire, dell’epopea romanzesca, che ogni nuovo autore prendesse liberamente da’ suoi antecessori e vicini tutto che gli giovasse o piacesse: era nel costume del Rinascimento rivestirsi delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo il _Furioso_ alla chiesa di San Marco che i veneziani fabbricarono a colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con frammenti di tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan bene a riconoscere il frammento del tale arco romano, i marmi di quel tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e anche la rozza pietra d’un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne opera dell’architettura: c’è dentro il dio? Sí? Adoriamolo.