Orlando innamorato

Part 9

Chapter 94,190 wordsPublic domain

Subitamente salta gioso al piano, Dove è la fiera fera di natura, Che facea un crido tant'orrendo e strano, Che al mur de intorno potea far paura. Ranaldo prende sua Fusberta in mano, E de assalire 'l mostro si assicura; Ma quella bestia si scote sì forte, Che par che debbia romper le ritorte.

Ranaldo non li lascia prender fiato, Or la ferisce in capo, or nella panza, Or da il sinestro, ora da il destro lato; Il ferir de quel mostro era una cianza. Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato, Ma quella pelle ogni durezza avanza. Per ciò non è Ranaldo sbigotito, Ma subito pigliò questo partito:

A quella bestia salta sopra al dosso, La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare, E le genocchie strenge a più non posso: Mai non se vide il più fier cavalcare. Era il barone in faccia tutto rosso: Quivi ogni suo valor convien mostrare; E quivi più che altrove l'ha mostrato, Ché con le mani il mostro ha strangolato.

Poi che la bestia al tutto è suffocata, Pensa Ranaldo della sua partita; Ma quella piazza intorno era serrata De un grosso muro e de altezza infinita. Sol di verso il castello era una grata, Che de travi accialin tutta era ordita; Ben la assagiò Ranaldo con la spata, Ma troppo è sua grossezza smisurata.

Ora Ranaldo se vide pregione, Che già di questo non pensava in prima, E del suo scampo manca ogni ragione, Ché di morir di fame lui se estima. Guarda d'intorno per ogni cantone, Ed ha veduta in terra la gran lima, La lima che la dama avea portata; Stima il baron che Dio l'abbia mandata.

Con quella lima la pregione apriva, E poco manca che non possa uscire. Ciascuna stella nel cel se copriva, E cominciava il giorno ad apparire; Ed eccoti un gigante quivi ariva, Ma de venire a lui non ebbe ardire; Anci, come il barone ebbe veduto, Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -

In questo avea Ranaldo sbarattato Tutto il serraglio, e quella grata aperta; Ma per il crido di quel smisurato Gionge la gente crudele e diserta. E già Ranaldo fuora era saltato; Or li conviene adoperar Fusberta, Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo: Già son più che seicento senza fallo.

Nulla ne cura quel franco barone, Se ben sei tanto fosse il populaccio. Davanti a gli altri stava un gigantone, Quel proprio che Ranaldo prese al laccio. Mai non fu visto il più falso poltrone; Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio: Sotto il genocchio un colpo li disserra, E senza gambe il fie' cadere in terra.

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia, E sua Fusberta mena con ruina; Presto a lui sol rimase quella piaccia, Via ne fuggia la gente saracina. Chi senza capo va, chi senza braccia, Piena è di sangue la piaza meschina. La vecchia nel palazo era serrata, E dentro ha con lei molta brigata.

L'altro gigante ancora è dentro chiuso; Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare: Rompe la porta e favi entro un gran buso, Poi con la man la prende a dimenare. Il gran gigante se vede confuso, Tema e vergogna il fanno dubitare. Da capo a piedi egli era tutto armato: Apre la porta, e fuora fu saltato.

E nella gionta mostra molto ardire; Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato. Ridendo quel baron li prese a dire: - Io son contento di averti onorato. Il sir de Montealban te fa morire: Giù nello inferno tu serai lodato; Ché ben lì trovarai gran compagnia, Che io li ho mandato con Fusberta mia. -

Così dicendo quel baron valente Mena un gran colpo fuor de ogni misura, Fende al gigante il capo insino al dente; Or fuggon gli altri tutti con paura. Intra Ranaldo, e occide l'altra gente; Ma quella vecchia dispietata e scura Stava assettata sopra de un balcone; Giù si gettò, come vide il barone.

Ben cento pedi quel balcone era alto: Se la vecchia se occise, io nol domando. Quando Ranaldo vide quel gran salto, - Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. - Fatta è la sala già di sangue un smalto: Sempre mena Ranaldo intorno il brando. Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva, Non rimase al castello anima viva.

Da poi se parte, e torna alla marina: Non ha più voglia nel naviglio entrare, Ma così a piedi nel litto camina; Ed una dama venne a riscontrare, Che dicea: - Lassa! misera! tapina! La vita voglio al tutto abandonare. - Ma parlar più di ciò lascia Turpino, E torna a dir de Astolfo paladino.

Era partito Astolfo già di Franza: Baiardo il buon destrier menato avia; L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza, E va soletto e senza compagnia. Già passato ha il paese di Maganza, E già la Magna grande e la Ongaria; Passa il Danubio nella Transilvana, La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.

Alla man destra volta giuso al basso, E ne la Circasia fece la intrata. Or quella regïone era in conquasso, Tutta la gente se vedeva armata; Però che Sacripante, il re circasso, Una gran guerra aveva incominciata Contra Agricane, re di Tartaria; L'uno e l'altro segnor gran possa avia.

La cagione era di questo rumore Non odio antiquo o zelosia di stato, Né lo confin di regno o disonore, Né lo esser per vittoria reputato; Ma l'arme li avea posto in mano Amore, Perché Agricane al tutto è destinato Angelica per moglie di ottenire: Essa ha proposto più presto morire.

Ed ha mandato in ogni regïone, Presso e lontano, e per ogni paese; O sia re grande, o sia picciol barone, Invita ciascaduno a sue diffese; E già molte migliaia di persone, Per aiutar la dama, han le armi prese; Ma prima assai de gli altri Sacripante, Che lungamente li era stato amante.

Egli era innamorato oltra a misura Della donzella, e lei lui poco amava; Ma questa è più d'amor la gran sciagura, Che il non essere amato non disgrava. Or, per non far più lunga la scrittura, Re Sacripante sua gente adunava, E già se stava nel campo attendato, Quando li venne Astolfo apresentato.

Perché aveva quel re fatto ordinare Per ogni passo e per ogni sentiero Dove persone potea capitare, Che ciascun, paesano o forastiero, Avanti a lui se debba appresentare; E se de lui li faceva mestiero, Con bono accordio seco il retenia; Non se accordando, andava alla sua via.

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo, E fu da Sacripante assai mirato; E ben lo stimò fior de ogni gagliardo, Tanto lo vede gentilmente armato. Già non aveva la insegna da il pardo, Ma sopravesta e scudo avea dorato; E perciò sempre per quel tenitoro Nomossi il cavallier da il scudo d'oro.

Disseli Sacripante: - Sir valente, Che soldo chiedi per la tua persona? - Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente, Quanta ne è in campo sotto tua corona. Altro partito non voglio nïente: Così mi piglia, o così me abandona; In altro modo non sapria servire, Perché io so comandar, non obedire.

Ma acciò che pensi se me la dei dare (Perché forse me stimi per un paccio), Voglio una prova nel presente fare: Che me leghi di dietro il manco braccio; Questo esercito poi voglio pigliare, Da tua persona a l'ultimo ragaccio; E perché meraviglia non te mova, Adesso adesso ne farò la prova. -

Il re, rivolto a' soi baron, dicia Che li incresciva di quel cavalliero, Che a tal partito il senno perso avia; E che potrebbe anco esser de legiero Che lo intelletto li ritornaria, Quando di lui se pigliasse pensiero. Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare! Poco de un paccio se può guadagnare. -

E così Astolfo fu licenziato, E via cavalca senza altro pensiero. Quel re di Circasia molto ha guardato L'arme dorate e Baiardo il destriero; E ne l'animo suo si ha destinato De andar soletto dietro al cavalliero: Poca fatica a quello alto re pare L'arme ad Astolfo e quel caval levare.

De sopra a l'elmo trasse la corona, Ché già non voleva esser cognosciuto; Lo usato scudo e le insegne abandona. Era questo re grande e ben membruto, E forte a meraviglia di persona, Molto avisato in guerra e proveduto: Ma poi racontaremo sue prodece Nella gran guerra che a Albraca se fece.

Lui segue Astolfo, come è sopra detto, Che era davanti bene una giornata, E cavalcava via tutto soletto. Ed ecco scontra a mezo della strata Un Saracin, che un altro sì perfetto Non ha la terra, che è dal mar voltata; Sua gran virtù conviene che se scopra A quella guerra ch'io dissi di sopra.

Quel saracino ha nome Brandimarte, Ed era conte di Rocca Silvana; In tutta Pagania per ogni parte Era sua fama nobile e soprana. Di torniamenti e giostra sapea l'arte; Ma, sopra tutto, la persona umana Era cortese, il suo leggiadro core Fu sempre acceso di gentile amore.

Costui menava seco una donzella, Alor che con Astolfo se scontrava, Che tanto cara gli è quanto era bella, E di bellezza le belle avanzava. Or come Astolfo il vide in su la sella, Subitamente a giostra lo invitava: - Prendi del campo, - Astolfo li dicia - O ver lascia la dama, e va a tua via. -

Diceva Brandimarte: - Per Macone, Prima vi voglio la vita lasciare; Ma io te aviso, franco campïone, Poi che donzella non hai a menare, Che, se io te abato, te torò il ronzone, E converratti a pedi caminare; E già non stimo farti villania: Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. -

Aveva quel barone un gran destriero, Che fu ben certo delli avantaggiati. Or volta l'uno e l'altro cavalliero, Da poi che insieme fôrno desfidati, E ritrovârsi al mezo del sentiero, E de gran colpi se fôrno atrovati. Ma Brandimarte cadde con tempesta, E scontrarno e destrier testa per testa.

Morì quel del barone incontinente: Baiardo non curò di quella urtata. Ciò non estima il cavallier valente; Ma di perder la dama delicata Al tutto se dispera nella mente, Ché più che 'l proprio cor l'aveva amata. Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto, Trasse la spada per darse nel petto.

Astolfo, che a quello atto ben comprese Che il cavallier moriva disperato, Subitamente di Baiardo scese, E con parole assai l'ha confortato. - Credi, - diceva - ch'io sia sì scortese, Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato? Teco giostrai per vittoria e per fama: Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. -

Il cavallier che a piedi l'ascoltava, E prima di dolor volea morire, Or di tanta allegrezza lacrimava, Che non poteva una parola dire, Ma e piedi al duca e le gambe baciava, E forte singiottendo disse: - Sire, Or se radoppia la vergogna mia, Poi ch'io son vinto ancor di cortesia.

Ed io ben son contento tutta fiata Di avere ogni vergogna per tuo onore; Tu m'hai la vita al presente campata: Sempre perder la voglio per tuo amore. Io non posso mostrarti mente grata, Ché di servirti non aggio valore; E tu sei de ogni cosa sì compiuto, Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. -

Mentre che stanno in questo ragionare, Re Sacripante ariva alla foresta; E quando la fanciulla ebbe a mirare, Destina di lasciar la prima inchiesta, Ché quella dama volìa conquistare, Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa! Io feci aviso avere arme e destriero; Or far meglior guadagno è di mestiero."

Con alta voce crida il Saracino: - Di qualunche di voi la dama sia, A me la lascia, e vada al suo cammino, O che si prova alla persona mia. - - Tu non sei cavallier, ma sì assassino, - Il franco Brandimarte li dicia - Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi, Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -

E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare, E li dimanda con ogni preghiere Che il suo destrier li piaccia di prestare. Ridendo Astolfo con piacevol ciere Disse: - Il mio per nïente non vo' dare, Ma il suo ti donerò ben voluntiere; E guadagnar lo voglio per tuo amore: Tuo fia il cavallo, e mio serà l'onore. -

A Sacripante poi disse: - Barone, Prima che acquisti questa damigella, Convienti fare un'altra questïone; E se io ti getto fora de la sella, Io te farò partir senza ronzone; Se tu me abbatti, serò pure a quella, E tu te pigliarai questo destriero; Poi della dama a te lascio il pensiero. -

- O Dio Macon, - diceva Sacripante - Quanto aiutarme tua mente procura! Per l'arme venni e per quello afferante, E trovai questa bella creatura! Ed ora mi guadagno in uno instante La dama col destriero e l'armatura! - Così dicendo da Astolfo si scosta, E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -

Ora son mossi con molto furore; Nel corso ciascadun sua lancia aresta: L'un se crede de l'altro esser megliore, E vannose a ferir con gran tempesta. Ma Sacripante cadde con dolore, Sopra del prato percosse la testa. Astolfo quivi in terra lo abandona: Il suo destriero a Brandimarte dona.

- Odisti mai più piacevol novella, - Diceva Astolfo - di questo barone, Che se credette levarmi di sella, Ed esso ne convien andar pedone? - Così ne va parlando; e la donzella Gli dice: - Il fiume della oblivïone È qui davanti; sicché, cavallieri, Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri.

Se ogni om de noi non è cauto e prudente, Noi siam tutti perduti questa sera; Lo ardir, né l'arma non varrà nïente, Ché qui presso a tre miglia è una rivera, Che tra' l'omo a se stesso de la mente: Non se può racordar più quel che egli era. Onde io mi penso che assai meglio sia Tornare a dietro e lasciar questa via;

Ché la rivera non si può passare, Perché ciascuna ripa ha uno alto monte; Da l'uno a l'altro una muraglia appare, Che le due rocche tiene insieme agionte. Stavi una dama nel mezo a mirare, Sotto una torre, ch'è in guardia del ponte; Con una coppa lucida e pulita Ciascun che ariva a ber del fiume invita.

Come ha bevuto, perde ogni memoria, Tanto che il proprio nome ha smenticato; Ma se alcun più superbo, per sua boria, Volesse a forza il ponte esser passato, Serìa impossibil lui acquistar vittoria, Ché sempre alcun barone appregïato Tien quella dama fuora d'intelletto, Per far vendetta d'ogni suo dispetto. -

Con tal parole la dama procura Che il suo vïaggio si debba mutare. Ciascun de' cavallier non ha paura, Ed ha diletto tal cosa trovare; E per veder quella strana ventura, De esser là gionti mille anni li pare; E cavalcando, vicino alla sera Gionsero al ponte sopra alla rivera.

La damisella ch'era guardïana, A loro incontra sopra al ponte è gita, E con gentil sembiante, in voce umana, A ber del fiume ciascadun invita. - Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana! Ché l'arte tua malvaggia è pur finita: Morir convienti, tientene ben certa, Ché la tua fraude al tutto è discoperta. -

La damisella che il parlare intese, Lascia cader il cristal che avea in mano. Un sì gran foco nel ponte se accese, Che il volervi passar serebbe vano. L'altra donzella ben quello atto intese, Ed ambi i cavallier prese per mano: L'altra dama, dico io, di Brandimarte, Che sa di questa ogni malizia ed arte.

Lei prese a mano ciascun cavalliero, E quanto ne pô gir, tanto ne andava, Drieto alla ripa, per stretto sentiero. L'acqua incantata quivi si vargava Sopra de un ponte che passa al verziero. Per altrui quella porta non se usava, Ma la nova donzella, che è ben scorta Di questo incanto, sapea quella porta.

Brandimarte gettò la porta in terra, E già se vede quel falso giardino, Che tanti cavallier dentro a sé serra. Quivi era chiuso Orlando paladino, E il re Ballano, quel mastro di guerra, E Chiarïone, il franco saracino; Era lì dentro Oberto dal Leone, Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

Eravi ancora il forte re Adrïano, Ed eravi Antifor de Albarosia; Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano, Né sapria dire alcun quel che lui sia, Né se egli è saracino, o cristïano: Tutti son persi per negromanzia. Tutti li ha persi quella falsa dama, Che Dragontina per nome se chiama.

Or se incomincia una gran questïone, Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati. Il re Ballano e il forte Chiarïone Per Dragontina stan quel giorno armati. Adrïano e Antifor e ogni barone Son tutti insieme, li altri smemorati; Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto, Che la logia mirava per diletto.

Era ancor tutto armato il cavalliero, Perché gionto era pur quella matina; E Brigliadoro, il suo franco destriero, Legato è tra le rose ad una spina. Lui de altra cosa non avea pensiero; Ed eccoti qui gionge Dragontina, Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore Non anderai dove odi quel rumore? -

Altro non pensa il cavallier soprano, Salta in arcione e la visera serra: Alla zuffa ne va col brando in mano. Già Brandimarte ha Chiarïon per terra, Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano, Ed a cavallo e a pedi se fan guerra. Ma, come prima gionse il conte Orlando, Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

E crida forte: - O cavallier pregiato, Fiore e corona de ogni paladino! Oh sempre Dio del cel ne sia lodato! Non me cognosci ch'io son tuo cugino, Che tanto per il mondo te ho cercato? Chi te condusse per questo giardino? - Il conte de nïente non lo ascolta, Né se ricorda vederlo altra volta;

Ma con gran furia e senza alcun riguardo Un grandissimo colpo a due man mena; E se non fosse che il destrier Baiardo È di tal senno e di cotanta lena, Serebbe ucciso quel duca gagliardo, Ché morto l'avria Orlando con gran pena: Ben che il mur del giardin fosse molto alto, Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

Orlando fuor del ponte se ne uscia, Ché quel nemico al tutto vôl pigliare; E benché Brigliador forte corria, Già con Baiardo non puotea durare, Ma pur lo segue quanto più puotia. Or non più adesso per questo cantare; Ne l'altro avreti, se tornati a odire, Del duca Astolfo un smisurato ardire.

Canto decimo

Orlando segue Astolfo a tutta briglia, Forte spronando, ma nulla gli vale; Corre Baiardo più che a meraviglia: Giurato avria ciascun che l'avesse ale. Il duca in ver levante il camin piglia, Benché di Brandimarte gli par male, Che gli era stato un pezo compagnone; Or lo lasciava peggio che pregione.

Ma lui tanto temeva Durindana, Che avria lasciato un suo carnal germano. Or poi che Orlando per la selva strana Vede averlo seguìto un pezo invano, E che da lui più sempre se alontana (Già quasi più nol vede sopra al piano), Nella campagna lui non fe' dimora: Verso il giardin correndo torna ancora.

La battaglia là dentro ancor durava, Però che Brandimarte stava in sella, Ed or Ballano, or Chiarïone urtava, E ciascadun di loro a lui martella. Ma la sua dama piangendo il pregava Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella, E coi duo cavallier faccia la pace, Facendo quel che a Dragontina piace;

Perché altramente non puotrà campare, Quando non beva de l'acqua incantata; Né se curi al presente smemorare, Ma così aspetti la sua ritornata, Che certamente lo verrà aiutare. Né più nïente se fu dimorata, Ma volta il palafreno alla pianura, E via camina per la selva oscura.

Or la battaglia subito se parte, E son finite le crudel contese; E Dragontina piglia Brandimarte, E dàgli il beveraggio lì palese Della fiumana che è fatto per arte. Più oltra il cavallier mai non intese, Né se ricorda come qui sia gionto: Tutto divenne un altro in su quel ponto.

Dolce bevanda e felice liquore, Che puote alcun della sua mente trare! Or sciolto è Brandimarte dello amore Che in tanta doglia lo facea penare. Non ha speranza più, non ha timore Di perder lodo, o vergogna acquistare; Sol Dragontina ha nel pensier presente, E de altra cosa non cura nïente.

Orlando è ritornato nel giardino, Avanti a Dragontina è ingenocchiato, E fa sua scusa con parlar tapino, Se quell'altro baron non ha pigliato. Tanto li sta sumesso il paladino, Che ad un piccol fantin serìa bastato. Ora tornamo de Astolfo a contare, Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

Unde camina continuamente, E notte e giorno, il cavallier soprano. Il primo giorno non trovò nïente Per quel diserto inospite e silvano, Ma nel secondo vede una gran gente, Che era attendata sopra di quel piano: Ad uno araldo Astolfo dimandava Che gente è questa che quivi accampava.

Lo araldo gli mostrava una bandera, Che quasi il mezo de il campo tenìa, E dice: - Quivi aloggia con sua schera Il re de' re, segnor de Tartaria. - (Era quella bandera tutta nera, Un caval bianco dentro a quella avia, D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro: Non avea il mondo più ricco lavoro.)

- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco, È del re de Mongalia, Saritrone, Che non ha il mondo un baron tanto franco. Vedi la verde da il bianco leone? Quella è del smisurato Radamanto, Che vinti piedi è lungo il campïone, E signoreggia sotto tramontana Mosca la grande e la terra Comana.

Quella vermiglia, che ha le lune d'oro È del gran Polifermo, re de Orgagna, Che di stato è possente e di tesoro, Ed è gagliardo sopra a la campagna. Io te vo' racontar tutti costoro, Né vo' che alcun stendardo vi remagna, Che nol cognoschi e nol possi contare, Se in altre parte forse hai arrivare.

Vedi là il forte re della Gotìa, Che Pandragon per nome era chiamato. Vedi lo imperator de la Rossia, Che ha nome Argante, ed è sì smisurato. Vedi Lurcone ed il fier Santaria; Il primo è di Norvega incoronato, Il secondo de Sueza; e prossimana Ha la bandera del re de Normana.

Quel re per nome è chiamato Brontino, Che porta nel stendardo verde un core. Il re di Danna li aloggia vicino, Che ha nome Uldano, ed ha molto valore. Costoro a l'India prendono il camino, Perché Agricane è de tutti il segnore, E tutti sottoposti a sé li mena, Per dare a Galifrone amara pena.

Quel Galifrone in India signoreggia Una gran terra, che ha nome il Cataio, Ed ha una figlia, a cui non se pareggia Rosa più fresca de il mese de maio. Ora Agricane per costei vaneggia, Né tiene altro pensiero intro il coraio Che de acquistar quella bella fanciulla; Di regno o stato non si cura nulla.

Vero è ch'iersera il vecchio Galifrone Mandò nel campo una sua ambasciaria, Facendo molto d'escusazïone, Se non li dava la figlia in balìa; Però che quella, contro ogni ragione, La rocca de Albracà tolto li avia, E che, radotta in quella terra forte, Dicea volervi star fino alla morte.

Or potrebbe esser che tutta la gente Andasse a Albraca per porvi l'assedio; Ché il patre non ha colpa de nïente, Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio. Ma io m'estimo bene e certamente Che la fanciulla non vi avrà remedio A far con questo già lunga contesa: Meglio è per lei che subito sia resa. -

Dapoi che Astolfo la cagione intende Perché era quivi la gente adunata, Subitamente il suo vïaggio prende; Forte cavalca ciascuna giornata, Fin che alla rocca di Albraca discende, Dove stava la dama delicata; La qual, sì come Astolfo vide in faccia, Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

- Per mille volte tu sia il benvenuto, - Dicea la dama - franco paladino, Che sei giunto al bisogno dello aiuto! Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino! Questo castello avessi io poi perduto, E tutto il regno (io non daria un lupino), Pur che qua fosse quel baron iocondo, Che più val sol che tutto l'altro mondo. -

Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare, Che un franco cavallier non sia Ranaldo; Ma questo ben ti voglio racordare, Che a la battaglia son di lui più saldo. Alcuna fiata avemmo insieme a fare, Ed io gli ho posto intorno tanto caldo, Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso, E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."

E il simil ti vo' dire ancor de Orlando, Che della gagliardia se tien stendardo; Ma se mancasse Durindana il brando, Come a quell'altro è mancato Baiardo, Non se andarebbe pel mondo vantando, Né se terrebbe cotanto gagliardo; Non con meco però, ché in ogni guerra Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -

La dama non sta già seco a contendere, Perché sapea come era solaccevole; Né di Ranaldo lo volse reprendere, Benché odirlo biasmar li è dispiacevole; E ben ne sapea lei la ragion rendere, Perché era di quel tempo racordevole Quando vide a Parigi ogni barone, E di lor tutti la condizïone.

La dama fa ad Astolfo un grande onore, E dentro dalla rocca lo aloggiava. Ed eccoti levare un gran romore, Per un messagio che quivi arivava; Di polvere era pieno e di sudore: - A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava. Dentro alla terra se arma ogni persona, Perché a martello ogni campana suona.

Eran qui dentro cavallier tre millia, Dentro alla rocca avea mille pedoni. La dama con Astolfo se consiglia, E con li principal de' soi baroni; Ed alla fine il partito se piglia De diffender le mure e' torrïoni. La terra è di fortezza sì mirabile, Che per battaglia al tutto è inespugnabile.