Part 10
Delibrâr che la terra se guardasse, Che per ben quindeci anni era fornita. Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse Perdere un giorno qui della mia vita, Che quei re ad uno ad un non assaggiasse, Voria che l'alma mia fosse finita; Ed allo inferno me voglio donare, Se questo giorno non li faccio armare. -
E così detto le sue arme prende, Sopra Baiardo al campo se abandona; Dice cose mirabile e stupende, Da far meravigliare ogni persona. - Forsi ch'io vi farò sficar le tende, Soletto come io son! - così ragiona. - Nïun non camparà, questo è certano: Tutti vi voglio occider di mia mano. -
Vintidue centenara di migliara De cavallier avia quel re nel campo; Turpino è quel che questa cosa nara. Astolfo non li estima, e getta vampo. Dice il proverbio: "Guastando se impara": Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo, Che alquanto se mutò de opinïone, Governandosi poi con più ragione.
Ma nel presente tutti li disfida, Chiamando Radamanto e Saritrone; Polifermo ed Argante forte iscrida, E Brontino dispreza e Pandragone; Ma più Agricane, che de li altri è guida, E il forte Uldano, e il perfido Lurcone; Con quisti il re di Sueza, Santaria: A tutti dice oltraggio e vilania.
Or se arma tutto il campo a gran furore. Non fo mai vista cosa tanto oscura Quanto è quel populaccio, pien de errore, Che de un sol cavallier se mette in cura. Tanto alto è il crido e sì grande il romore, Che ne risuona il monte e la pianura, E spiegan le bandiere tutte quante; Dece re insieme a quelle vanno avante.
E quando Astolfo viderno soletto, Pur vergognando andârli tutti adosso; Argante imperator, senza rispetto, Fuor della schiera subito se è mosso. Largo sei palmi è tra le spalle il petto: Mai non fo visto un capo tanto grosso; Schizzato il naso e l'occhio piccolino, E il mento acuto, quel brutto mastino.
E sopra un gran destrier, che è di pel sôro, Con la testa alta Astolfo riscontrava. Il franco duca con la lancia d'oro For della sella netto il trabuccava: Ben fe' meravigliar tutti coloro. Il forte Uldano sua lancia abassava, Che fu segnor gagliardo e ben cortese: Cugin carnale è questo de il Danese.
Astolfo con la lancia l'ha scontrato; Disconzamente in terra il trabuccava. Ciascun dei re ben se è meravigliato, E più l'un l'altro già non aspettava. Movesi un crido grande e smisurato: - Adosso! adosso! - ciascadun cridava; E tutti insieme quella gran canaglia Contra de Astolfo viene alla battaglia.
Lui d'altra parte sta fermo e securo, E tutta quella gente solo aspetta, Come una rocca cinta de alto muro; Sopra Baiardo a gran fatti se assetta. Per la polvere il celo è fatto scuro, Che move quella gente maledetta; Quattro vengono avanti: Saritrone, Radamanto, Agricane e Pandragone.
Or Saritrone fu il primo incontrato, E verso il cel rivolse ambe le piante; Ma Radamanto da il dritto costato Percosse il duca; e quasi in quello instante Agricane il ferì da l'altro lato; E nella fronte de l'elmo davante Pur in quel tempo il gionse Pandragone: Questi tre colpi lo levâr d'arcione.
E tramortito in terra se distese, Per tre gran colpi che avea ricevuti. Radamanto è smontato, e lui lo prese, Benché sian l'altri quivi ancor venuti. Vero è che Astolfo non fece diffese, Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti. Ebbe Agricane assai meglior riguardo, Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.
Io non so dir, segnor, se quel destriero, Per aver perso il suo primo patrone, Non era tra' Pagan più tanto fiero; O che lo essere in strana regïone Gli tolse del fuggire ogni pensiero; Ma prender se lasciò come un castrone: Senza contesa il potente Agricane Ebbe il caval fatato in le sue mane.
Or preso è Astolfo e perduto Baiardo E il ricco arnese e la lancia dorata; In Albraca non è baron gagliardo Che ardisca uscir di quella alcuna fiata. Sopra le mura stan con gran riguardo, Col ponte alciato e la porta serrata; E mentre che così stanno a guardare, Vedeno un giorno gran gente arivare.
Se volete saper che gente sia Questa che gionge con tanto romore, Questo è quel gran segnor di Circasia, Re Sacripante, lo animoso core; Ed ha seco infinita compagnia: Sette re sono, ed uno imperatore, Che vengon la donzella ad aiutare; Il nome de ciascun vi vo' contare.
Il primo che è davanti, è cristïano, Benché macchiato è forte de eresia: Re de Ermenia, ed ha nome Varano, Che è de ardir pieno e d'alta vigoria. Sotto sua insegna trenta millia vano, Che tutti al saettare han maestria: E l'altro, che ha la schiera sua seconda, È l'alto imperator de Tribisonda,
Ed è per nome Brunaldo chiamato: Vintisei millia ha di fiorita gente. Il terzo è di Roase incoronato, Che ha nome Ungiano, ed è molto possente: Cinquanta millia è il suo popul armato. Poi son duo re, ciascuno è più valente: Ogniom di loro ha molta signoria, L'un tien la Media, e l'altro la Turchia.
Quel de la Media ha nome Savarone: Torindo il Turco per nome si spande. Questo ha quaranta millia di persone, E il primo trentasei dalle sue bande. Odito hai nominar la regïone Di Babilonia, e Baldaca la grande: Di quella gente è venuto il segnore, Re Trufaldino, il falso traditore.
E le sue gente mena tutte quante, Che son ben cento millia, in una schiera. Re di Damasco, schiatta di gigante, Ne ha vinti millia sotto sua bandiera. Bordacco ha nome; e segue Sacripante, Re de' Cercassi, quella anima fiera, Di corpo forte, de animo prudente; Ottanta millia è tutta la sua gente.
Giunsero ad Albracà quella matina Che la presa di Astolfo era seguìta; Ed assalirno il campo con roina, Benché Agricane ha una gente infinita. Era nella prima ora matutina, E l'alba pur allora era apparita, Quando se incominciò la gran battaglia, Che a l'una e l'altra gente diè travaglia.
Or chi potrà la quinta parte dire Della battaglia cruda e perigliosa? E l'aspro scontro, e il diverso colpire, E il crido della gente dolorosa, Che d'una e da altra parte hanno a morire? Chi mostrarà la terra sanguinosa, L'arme suonante e bandiere stracciate, E il campo pien di lancie fraccassate?
La prima zuffa fu del re Varano, Che senza alcun romor sua schiera guida. Comandamento fa di mano in mano Che pregion non si pigli, e ogni om se occida. Fu lo assalto improviso e subitano, Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida; Chi si diffende, e chi prende armatura, Chi se nasconde e fugge per paura.
Ma non bisogna già star troppo a bada, Ché li inimici entro alle tende sono; Vanno e Tartari al taglio de la spada, Né trovan delli Ermeni alcun perdono; Per boschi e per campagna, e fuor di strada Fugge tutta la gente in abandono. Ecco la furia adosso più li abonda: Gionto è lo imperator de Trebisonda.
Con la sua gente e Tartari sbaraglia. Ora ecco Ungiano, il forte campïone, Ch'è gionto con quest'altri alla battaglia; E già Torindo e il franco Savarone La gente tartaresca abatte e taglia; Alla riscossa sta sotto il penone Re Sacripante, e Bordaco è rimaso Con Trufaldino, il traditor malvaso.
La battaglia era tutta inviluppata: Chi qua, chi là per lo campo fuggia. La polvere tanto alto era levata, Che l'un da l'altro non se cognoscia; Ed è la cosa sì disordinata, Che non giova possanza o vigoria Del re Agricane, che è cotanto forte; Ma a lui davanti son sue gente morte.
Quel re di gran dolor la morte brama; Soletto fuor de schiera se tra' avante, Ciascun de' soi baron per nome chiama: Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante, E Pandragone, degno di gran fama, Lurcone, e Radamanto, che è gigante, Polifermo e Brontino e Santaria Ad alta voce chiama tutta via.
Montato era Agrican sopra Baiardo; Davanti a tutti vien con l'asta in mano. Apre ogni schiere quel destrier gagliardo, Con tanta furia vien sopra del piano; Abatte ciascadun senza riguardo: Ed ecco riscontrato ha il re Varano. Avanti lo colpisce entro la testa, Gettalo a terra con molta tempesta.
Brunaldo fu cacciato dello arcione Da Polifermo; ed ecco il forte Argante Che con la lancia atterra Savarone; E Radamanto, quel crudo gigante, Abatte Ungiano sopra del sabbione. Or vede bene il franco Sacripante Tutta sua gente morta e sbigotita, Se sua persona non li porge aita.
Lascia sua schiera il re pien di valore Sopra il destriero, ed abassa la lanza, E Polifermo atterra con furore; Brontino e Pandragon poco li avanza, E questo Argante, che era imperatore, Ché tutti in terra vanno ad una danza; E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta, La gente tartaresca fugge in volta.
In altra parte combatte Agricane, E meraviglia fa di sua persona; Vede sua gente per coste e per piane Fuggire in rotta, e che il campo abandona. Per la grande ira morde ambe le mane, E in quella parte crucïoso sprona; Urta ed occide chi li viene avante, O sia de' suoi, o sia de Sacripante.
Come di verno, nel tempo guazoso, Giù de un gran monte viene un fiume in volta, Che va sopra a la ripa ruinoso, Grosso di pioggia e di neve disciolta: Cotal veniva quel re furïoso, Con ira grande e con tempesta molta. Una gran prova poi, che egli ebbe a fare, Vi vo' ne l'altro canto racontare.
Canto decimoprimo
Di sopra odisti il corso e la roina Del re Agricane, quella anima fiera. Come un gran fiume fende la marina, Sì come una bombarda apre una schiera, Così quel re col brando non afina, Ogni stendardo atterra, ogni bandiera; Taglia e nimici e spezza la sua gente, Né l'un né l'altro non cura nïente.
Né Tartaro o Circasso lui riguarda, Né de amici o nemici fa pensiero; A quel vôl mal, che il camino gli intarda. Ora è pur gionto quel segnor altiero Dove discerne la prova gagliarda Che fa il re Sacripante in sul destriero: Vede fuggire e soi con alte stride, E il re circasso vede, che li occide.
- Fuggitevi de qui, vituperati! - Disse Agricane - popol da nïente; Né miei vasalli più vi nominati, Ch'io non voglio esser re de cotal gente. Via nel mal ponto! e me quivi lasciati; Ché io molto meglio restarò vincente Sol, come io sono, de questa battaglia, Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -
Così dicendo, si fa largo fare, E Sacripante alla battaglia invita. Or non doveti, segnor, dubitare Se ben l'accetta quella anima ardita; E incontinente un messo ebbe a mandare Dentro alla terra, alla dama fiorita; Pregando lei che su la rocca saglia, Per radoppiarli il core alla battaglia.
Venne la damisella sopra al muro, E mandò un brando al re di Circasia, Ad ogni prova tagliente e sicuro. Il re Agricane gran doglia ne avia, Pur diceva ghignando: - Io non mi curo, Ché quella spada al fin serà la mia, E Sacripante insieme, e quel castello, Con quella ria putana de bordello.
Non se vergogna, brutta incantatrice, Ad altro più che a me portare amore, Ché se puotea chiamar tanto felice E aver del mondo la parte maggiore. Certo il ver de le femine si dice, Che sempre mai se apprendeno al peggiore: Il re de' re puotea aver per marito, E un vil circasso tol per appetito. -
Così dicendo, turbato se volta, Ed al nemico assai se è dilungato: La grossa lancia su la coscia ha tolta. E già da l'altra parte è rivoltato Re Sacripante, e vien con furia molta; E l'uno e l'altro insieme è riscontrato Con tal romore e con tanta roina Che par che il cel profondi e il mondo afina.
L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso, Con quelle lancie grosse e smisurate, Né alcun per questo se è de l'arcion mosso; L'aste fino alla resta han fraccassate, Benché tre palmi ciascun tronco è grosso. Già fan rivolta, ed hanno in man le spate, E furïosi tornansi a ferire. Ché ciascun vôle o vincere o morire.
Chi mai vide due tori alla verdura Per una vacca accesi di furore, Che a fronte a fronte fan battaglia dura Con voce orrenda e piena di terrore; Veggia qui duo guerrer senza paura, Che non stiman la vita per amore, Anci hanno e scudi per terra gettati, E la lor guerra fan da disperati.
Or Sacripante al tutto se abandona, A due man mena un colpo dispietato. Gionselo in testa, e taglia la corona: Lo elmo non può tagliar, ché era incantato. Ma Agrican il colpisce alla persona, E sopra a un fianco l'ha forte piagato. Ciascun di vendicarse ben procaccia, E rendonsi pan fresco per fogaccia.
Né sì spesso la pioggia, o la tempesta, Né la neve sì folta da il cel cade, Quanto in quella battaglia aspra e molesta Se odino spesso e colpi delle spade. E' da l'arcion son sangue insin la testa: Mai non se vide tanta crudeltade. Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso, E cresce ognor lo assalto furïoso.
Vero è che Sacripante sta pur peggio, Perché versa più sangue il fianco fore; Ma lui della sua vita fa dispreggio, E riguardando Angelica, il bel fiore, Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio Che quel ch'io faccio per soperchio amore Angelica lo veda, e siagli grato; Poi son contento di morir nel prato.
Io son contento al tutto de morire, Pur ch'io compiaccia a quella creatura. Oh se lei nel presente avesse a dire: 'Certo io son ben spietata e troppo dura, Facendo un cavallier de amor perire, Che per piacermi sua vita non cura!' Se ciò dicesse, ed io fossi acertato, E morto e vivo poi serìa beato."
E sopra a tal pensier tanto se infiama, Che non fu cor giamai così perverso; Ad ogni colpo Angelica pur chiama, E mena il brando a dritto ed a roverso. Altro non ha nel cor che quella dama: Piaga non cura, o sangue che abbia perso; Ma pur il spirto a poco a poco manca, Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.
Li altri re intorno stavano a guardare La gran battaglia piena di spavento. A ciascaduno un gran dalmaggio pare Veder morir quel re pien de ardimento. Ma sopra a tutti nol può comportare Torindo il Turco, ed ha molto tormento Di veder Sacripante in tal travaglia, Né sa come sturbar quella battaglia.
E tra li cavallier comincia a dire Come egli è certamente un gran peccato Veder quel franco re così morire. E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato! Potrai tu forse con gli occhi soffrire Di veder morto quel che t'ha campato? Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita: Esso ce ha reso e l'onore e la vita.
Deh non abbiate di color spavento, Benché sia innumerabil quantitate. Diamo pur dentro a lor con ardimento, Che poco lì faren noi con le spate. Né vi crediati di far tradimento, Perché questa battaglia disturbate, Ché tradimento non si può appellare Quel che si fa per suo segnor campare.
Sia mia la colpa, se colpa ne viene, E vostre sian le lode tutte quante. - Così dicendo più non se ritiene, Ma con ruina sprona il suo aferrante. La grossa lancia alla resta sostiene; Primo e secundo che li viene avante, E il terzo e il quarto abatte con furore: Or se comincia altissimo romore.
Ché ciascun turco e ciascadun circasso, Ciascun di Tribisonda e di Soria, E gli altri tutti che al presente lasso, Perché dietro a Torindo ognun seguia, Ne' Tartari ferirno con fraccasso, Contra a quei de Mongalia e di Rossia. Ecco di sopra si lieva il polvino, Ché da quel canto gionge Trufaldino,
Quel di Baldache, ch'è tanto potente. Or comincia la zuffa smisurata, Ché cento millia è tutta la sua gente, Che in una schiera vien stretta e serrata. Agricane a tal cose pone mente, E vede la sua gente sbarattata; E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire, Le vostre gente han fatto un gran fallire.
A te ben ne darò bon guidardone: Tu prova contra a' mei quel che pôi fare. - L'un va di qua, di là l'altro barone, E comincia le schiere a sbarattare, Menando i brandi con distruzïone. Mai tanta gente se ebbe a consumare, Ché trenta falcie più non fan nel prato, Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.
Agricane inscontrò con Trufaldino. Vede quel falso che non può campare; Fassegli inanzi sopra del camino, Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare, Se tu me abatti sopra de un roncino, E il tuo destriero al mondo non ha pare! Lascia il vantaggio, come il dover chiede, Che alla battaglia te desfido a piede. -
Era Agricane assai di fama caldo: Subito smonta alla verde campagna; A un conte dà il destrier del bon Ranaldo, Ché già non vôl che altrui quel se guadagna. Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo: Volta la briglia, e mena le calcagna; E prima che Agrican sia rimontato, Lui tra sua gente è già remescolato.
Or si riversa tutta la battaglia Verso la terra, e fuggono e Circassi. Quei di Baldache, la brutta canaglia, Fuggono e Sorïan dolenti e lassi, Gettan per terra lancie e scudi e maglia, E gettan le saette con turcassi. Non vi è chi contra a' Tartari risponde: Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.
E già son gionti ove il fosso confina Sotto alla terra, che è cotanto forte. Là gioso ogni om se getta con roina, Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte. Che debbe fare Angelica meschina, Che vede le sue gente tutte morte? Apre la porta e il ponte fa callare, Ché già soletta lei non vôl campare.
Come la porta in quel ponte se apria, Sia maledetto chi a drieto rimane. La gente tartaresca che seguia, È mescolata con loro alle mane. Or la porta gataia giù cadia, E restò dentro il forte re Agricane; Trecento cavallier de sue masnate Fôr con lui chiusi dentro alla citate.
Egli era in su Baiardo copertato: Mai non fu visto un baron tanto fiero. Bordaco il Damaschino era tornato Dentro alla terra, e vede il cavalliero, E con molta arroganza li ha parlato: - Or tua possanza ti farà mestiero: Non te varrà Baiardo a questo ponto. Ve' che una volta pur vi fosti gionto!
In ogni modo te convien morire, Né pôi mostrar valor né far deffesa. - Il re Agrican ridendo prese a dire: - Non facciam di parole più contesa, Ma tu comincia, se hai ponto de ardire: Della mia morte pigliane l'impresa, Ché tu serai il primo a caminare Là giù, dove molti altri aggio a mandare. -
Portava il re Bordaco una catena, Che avea da capo una palla impiombata; Con quella ad Agricane a due man mena, Ma lui riscontra al colpo con la spata, Né parve pur che lo toccasse apena, Ché quella cadde alla terra tagliata. Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi dire Qual sappia de noi duo meglio ferire. -
Così dicendo, quel baron possente A due man mena sopra al bacinetto, E quel fraccassa, e mette il brando al dente E parte il mento e il collo insino al petto. Veggendo quel gran colpo, l'altra gente Tutti fuggian, turbati nello aspetto, E tutti in fuga se pongono in caccia; Il re Agrican li segue e li minaccia.
Egli è di core ardente e tanto fiero, Che sempre voluntate lo trasporta; Però che, se egli aveva nel pensiero Tornare adrieto, ed aprir quella porta, Prender la terra assai gli era leggiero, Ed Angelica avere, o presa o morta. Ma la ira, che ciascun di senno priva, Dietro il pose alla gente che fuggiva.
Battaglia è ancora di fuor tutta fiata, Molto crudele, orribile e diversa; Qui l'una e l'altra gente è radunata: Chi more, e chi del ponte se sumersa. Tanto è quivi de' morti la tagliata, Che il sangue che de' corpi fuor riversa, Sparge per tutto e corre tanto grosso, Che insino a l'orlo ha già cresciuto il fosso.
Ma dentro dalla terra altro terrore E più crudel partito se apresenta. Quel re sopra Baiardo con furore, Terribile a vedere, ogniun spaventa. Non fu battaglia al mondo mai maggiore, Né dove tanta gente fosse spenta; Tanti ne occise quel pagan gagliardo, Che a pena e corpi passa con Baiardo.
Prima che fosse in Albraca serrato, Come intendesti, il re de Tartaria, Già se era prima dentro recovrato Re Sacripante, pien di gagliardia. Medicar se faceva disarmato, E tanto sangue già perduto avia, Che di star dritto non avea potere, Ma sopra al letto stavasi a giacere.
Ora torniamo al potente Agricane, Che assembra una fortuna di marina. Il brando sanguinoso ha con due mane: Mai non fo vista cotanta roina. Oditi e gran lamenti e voce strane, Ché tutta è occisa la gente tapina, Re Sacripante, e in letto, con dolore, Dimanda la cagion di quel romore.
Piangendo un suo scudier li prese a dire: - Intrato è re Agricane, il maledetto, Che la citade pone a gran martìre. - Ciò odendo Sacripante esce del letto. Ciascun de' suoi ben lo volea tenire, Ma lui saltò di fuora al lor dispetto; Né altre arme porta che il sol brando e il scudo, Vestito di camisa, e il resto nudo.
E riscontra le schiere spaventate: Nïun per tema sa quel che se faccia. Lui li cridava: - Ah gente svergognate! Poi che un sol cavallier tutti vi caccia, Come nel fango non vi sotterrate? Come osati ad alcun mostrar la faccia? Gettati l'arme, e andati alla poltrogna, Poi non sapeti quel che sia vergogna.
Vedeti come io vado disarmato E quasi nudo, per avere onore. - Il popol che fuggiva se è firmato, Di meraviglia pieno e di stupore: Ciascuno alle sue spalle è rivoltato, Perché la fama del suo gran valore Era tanto alta, e i fatti a non mentire, Che a questi spaventati dava ardire.
Ecco Agricane in mezo della strata, Che mena in rotta quella gente persa, Ed ha quest'altra schiera riscontrata Con Sacripante, che il passo attraversa. Nova battaglia qui se è cominciata, Più de l'altra feroce, e più diversa, Benché e Tartari sono poca gente; Ma dà a lor core il suo segnor valente.
Da l'altra parte tanto eran spronati Quei della terra da quel re circasso, Che se stimano al tutto svergognati, Se son cacciati adesso di quel passo. Quivi de frezze e de dardi lanciati, Di mazze e spade ve era tal fraccasso, Qual più giamai stimar se puote in guerra; Altri che morti non se vede in terra.
Sopra a tutti l'ardito Sacripante Di sua persona fa prova sicura. Senz'arme indosso agli altri sta davante, Che meraviglia è pur che ancora dura. Ma tanto è destro, e di gambe aiutante, Che alcuna cosa non gli fa paura; Né con il scudo copre sol se stesso, Ma li altri colpi ancor ripara spesso.
Ora un gran sasso mena, or getta un dardo Ora combatte con la lancia in mano, Or coperto del scudo, con riguardo, Col brando sta a' nemici prossimano; E tanto fa, che Agricane il gagliardo Ogni sua forza adoperava in vano: Né vi vale il vigor, né lo ardimento; Già morti sono e soi più de trecento.
Né lui se può da tanti riparare, Dardi e saette adosso li piovia; Re Sacripante sol gli dà che fare, E li altri lo tempestan tutta via. Rotto è il cimer, ché penne non appare, E il scudo fraccassato in braccio avia; L'elmo di sasso al capo li risuona, De arme lanciate ha piena la persona.
Qual, stretto dalla gente e dal romore, Turbato esce il leon della foresta, Che se vergogna di mostrar timore, E va di passo torcendo la testa; Batte la coda, mugia con terrore, Ad ogni crido se volge ed arresta: Tale è Agricane, che convien fuggire, Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.
Ad ogni trenta passi indietro volta, Sempre minaccia con voce orgogliosa; Ma la gente che il segue è troppo molta, Ché già per la cità se sa la cosa, E da ogni parte è qui la gente colta. Ecco una schiera che se era nascosa, Esce improviso, come cosa nova, Ed alle spalle a quel re se ritrova.
Ma ciò non puote quel re spaventare, Che con furia e roina se è addricciato. Pedoni e cavallier fa a terra andare; Prende il brando a due mane il disperato. Or quivi alquanto lo voglio lasciare, Ed a Ranaldo voglio esser tornato, Che da Rocca Crudele è già partito, E sopra al mar camina a piè sul lito.
Ciò me sentisti ben di sopra dire, E come riscontrato ha quella dama, Che par che di dolor voglia morire. Cortesemente quel baron la chiama, E prega lei per ogni suo desire, Per quella cosa che più nel mondo ama, E per lo Iddio del celo, e per Macone, Che del suo dôl li dica la cagione.
Piangendo respondia la sconsolata: - Io farò tutto il tuo voler compiuto. Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata, Dapoi che ogni mio bene ho io perduto! Tutta la terra cerco, ed ho cercata, Né ancor cercando spero alcuno aiuto; Però che ritrovarme è di mestieri Un che combatta a nove cavallieri. -
Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto, Già de duo cavallier, non che di nove; Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto Tanta pietate nel petto mi move, Che, se io non son bastante a un fatto tanto, L'ardir mi basta a voler far le prove; Siché del caso tuo prendi conforto, Ché certo o vinceraggio, o serò morto. -
Disse la dama: - A Dio ti racomando! Della proferta ti ringrazio assai; Ma tu non sei colui ch'io vo cercando, Ch'io credo ben che nol trovarò mai. Sappi che tra quei nove è il conte Orlando. Forse per fama cognosciuto l'hai; E gli altri ancor son gente de valore: Di questa impresa non avresti onore. -