Orlando innamorato

Part 56

Chapter 562,846 wordsPublic domain

Ed Olivieri, il franco combattente, Mostra ben quel che egli era per espresso; Alla sua gesta il cavallier non mente, Ché il re Grifaldo insino al petto ha fesso. In questo tempo Orlando se risente; Stato gli è sempre Brigliadoro apresso, Tanto era savio, quella bestia bona! Sta col suo conte e mai non lo abandona.

Onde salito è subito a destriero, Esce del fosso la anima sicura. Quando quei dentro videro il quartiero, Levase il crido intorno a quelle mura. Fu reportato insino allo imperiero Come apparito è Orlando alla pianura, E che scampati sono e Cristïani Da' Saracini, e son seco alle mani.

Non domandati se lo imperatore Di tal novella zoia e festa prese; A tutti quanti sfavillava il core, Brama ciascun de uscire alle contese. Aperta fu la porta a gran furore, E salta fuori armato il bon Danese, E Guido de Borgogna è seco in sella, Duodo de Antona e Ivone de Bordella.

Avanti a tutti è il figlio de Pipino, Ché non vôl restar dentro il re gagliardo; Solo in Parigi rimase Turpino, Per aver della terra bon riguardo. Or torniamo al Danese paladino, Che sopra al ponte scontra Mandricardo, Qual, come io dissi su, poco davante, Là combatteva, e seco era Agramante.

Correndo viene Ogier con l'asta grossa, E gionse Mandricardo, che era a piede; Gettar se 'l crede de urto nella fossa, Ma quello è ben altro om che lui non crede. Fermosse il saracin con tanta possa, Che al scontro della lancia già non cede; Via passava Rondello a corso pieno, Ma quel pagan gli dà di man a freno.

Ed Agramante, che era lì da lato, Se sforza scavalcarlo a sua possancia; Ma Carlo Mano, che ivi era arivato, Percosse il re Agramante con la lancia Trabuccandolo a terra riversato, E passolli il destrier sopra la pancia. Or qua la zuffa grossa se rinova, Ché ogniom se affronta e vôl vincer la prova.

Raportato era già di voce in voce Come abattuto se trova Agramante, Onde ciascun se aduna in quella foce: Lo un più che l'altro vôl ficcarse avante. Quivi è Grandonio, il saracin feroce, E seco è Feraguto e Balugante; Ma sopra tutti Mandricardo è quello Che fa diffesa e mena gran flagello.

Sol fu quel lui che Agramante riscosse Per sua prodezza e 'l trasse di travaglia. Oh quanti morti andarno in quelle fosse, Perché era sopra al ponte la battaglia, E l'acque dentro diventorno rosse Per tanto sangue che la vista abaglia; Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme Adosso a quei pagan con furia preme.

E già cacciati for gli avea del ponte: Pur tra le sbarre ancor se contrastava; Ecco alle spalle de' Pagani il conte E Brandimarte, che lo seguitava, Con l'altre gente vigorose e pronte. Or la baruffa terribile e brava Qua se radoppia, e tanto dispietata Che simigliante mai non fu contata.

Però che Rodamonte, quello altiero, Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata; Più non si tien né strata né sentiero, Tutta la zuffa è in sé ramescolata; Né adoperarse ormai facea mestiero: Tanto è la gente stretta ed adunata, Che Rodamonte solo e solo Orlando Fan piazza larga quanto è lungo il brando.

Ma fusse o per quel populo devoto Che in Parigi pregava con lamento, O per altro destino al mondo ignoto, Ne l'aria se levò tempesta e vento, E sopra al campo sorse un terremoto, Dal qual tremava tutto il tenimento; Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura Ripieno aveano il mondo di paura.

E già chinava il giorno ver la sera, Che più facea la cosa paventosa; Di qua, di là se ritrasse ogni schiera, E mancò la battaglia tenebrosa. Ma Turpin lascia qua la istoria vera, Che in questi versi ho tratto di sua prosa, E torna a ragionar di Bradamante, De la qual vi lasciai poco davante,

Quando ella occise al campo Daniforte, Quello avisato e falso saracino Che a tradimento la feritte a morte: Ma lui perse la vita, essa il camino, Ché era la notte ombrosa e scura forte. Lei sempre via passò sera e matino Per quel deserto inospite e selvaggio, Ove atrovò nel mezo un romitaggio.

E gran bisogno avendo di riposo, Per molto sangue che perduto avia, E per il camin lungo e faticoso, Smontava a terra e alla porta battia; E quel romito, che stava nascoso, Signosse il viso e disse: - Ave Maria! Chi condotto ha costui? O che miracolo Fa che omo arivi al povero abitacolo? -

- Io sono un cavallier, - disse la dama - Ch'ier me smaritti in questa selva oscura, Ed ho de riposar bisogno e brama, Ché son ferito e stracco oltra misura. - Rispose quel romito: - In questa lama Mai non discese umana creatura; Da sessanta anni in qua che vi son stato, Non vidi una sol volta uno omo nato.

Ma spesse fiate il demonio me appare, In tante forme ch'io non saprei dirti, E poco avante io presi a dubitare Che fosti quello, e stei per non aprirti. Questa matina qua viddi passare Una barchetta carica de spirti, Che ne andava per l'aria alla seconda Battendo e remi come fusse in onda.

Colui che stava in poppa per nocchiero, Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispetto Partito è già di Francia il bon Rugiero, Qual serìa stato un cristïan perfetto. Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero, Ché vòlto avria le spalle a Macometto; Ma di sua legge ormai non credo che esca, Ed hollo detto acciò che ti rincresca."

Passò la barca, poi che ebbe parlato Quel tristo spirto, e più non fu veduta; Ed io rimasi assai disconsolato, Pensando che era l'anima perduta Di quel baron, che morirà dannato, Se Dio per sua pietate non lo aiuta, O se persona non li mette in core Di batezarse e uscir di tanto errore. -

Quando queste parole udì la dama, Tutta se accese in viso come un foco; Pensando al cavallier che cotanto ama, Nella sua mente non ritrova loco; E sì desia di rivederlo e brama, Che cura di riposo o nulla, o poco, A benché quel romito assai la invita A medicarse, perché era ferita.

E tanto ben la seppe confortare, Che pur al fine ella pigliò lo invito; Ma, volendoli il capo medicare, Vide la trezza e fo tutto smarito. Battese il petto e non sa che si fare, - Tapino me, - dicendo - io son perito! Questo è il demonio, certo (il vedo a l'orma), Che per tentarmi ha preso questa forma. -

Pur cognoscendo poi per il toccare Ch'ella avea corpo e non era ombra vana, Con erbe assai la prese a medicare, Sì che la fece in poco de ora sana; Benché convenne le chiome tagliare Per la ferita, che era grande e strana: Le chiome li tagliò come a garzone, Poi li donò la sua benedizione,

Dicendo: - Vanne altrove a ogni maniera, Ché donna non può star con omo onesta. - Lei se partitte e gionse a una riviera, Qual traversava per quella foresta. Il sole a mezo giorno salito era: E fame e sete e 'l caldo la molesta, Onde alla ripa discese per bere; Bevuto avendo, posese a giacere.

Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia, Ché qua persona non vede vicina; Prese a posar col capo in su le braccia. Così dormendo quella peregrina, Era venuta in questo bosco a caccia Una dama, nomata Fiordespina, Figliola di Marsilio, re di Spagna, Con cani e occelli e con molta compagna.

Questa cacciando gionse in su la riva De la fiumana che io dissi primiero, E vide Bradamante che dormiva: Pensò che fosse un qualche cavalliero. Mirando il viso e sua forma giuliva, De amor se accese forte nel pensiero, "Macon - fra sé dicendo - né natura Potria formar più bella creatura.

Oh che non fosse alcun meco rimaso! Fosse nel bosco tutta la mia gente, O partita da me per qualche caso, O morta ancora, io ne daria nïente, Pur che io potessi dare a questo un baso, Mentre che el dorme sì suavemente Ora aver pazïenza mi bisogna, Ché gran piacer se perde per vergogna."

Parlava Fiordespina in cotal forma, Né se puotea mirando sazïare. Sì dolcemente par che colui dorma, Che non se atenta ponto a disvegliare. Ma già vargata abbiam la usata norma Del canto nostro, e convien riposare; Apresso narrarò la bella istoria: Dio ce conservi con piacere e gloria.

Canto nono

Poi che il mio canto tanto a voi diletta, Ché ben ne vedo nella faccia il signo, Io vo' trar for la citera più eletta E le più argute corde che abbia in scrigno. Or vieni, Amore, e qua meco te assetta, E se io ben son di tal richiesta indigno, Perché e mirti al mio capo non se avoltano, Degni ne son costor che intorno ascoltano.

Come nanti l'aurora, al primo albore, Splendono stelle chiare e matutine, Tal questa corte luce in tant'onore De cavallieri e dame peregrine, Che tu pôi ben dal cel scendere, Amore, Tra queste genti angelice e divine; Se tu vien' tra costoro, io te so dire Che starai nosco e non vorai partire.

Qui trovarai un altro paradiso; Or vieni adunque e spirami, di graccia, Il tuo dolce diletto e 'l dolce riso, Sì che cantando a questi satisfaccia De Fiordespina, che mirando in viso A Bradamante par che se disfaccia E del disio se strugga a poco a poco, Come rugiada al sole o cera al foco.

E non potea da tal vista levarsi: Quanto più mira, de mirar più brama, Sì come e farfallin, sin che sono arsi, Non se sanno spiccar mai dalla fiama. Erano e cacciatori intorno sparsi, E qual suo cane e qual suo falcon chiama, Con corni e cridi menando tempesta; Onde al romor la fia de Amon se desta.

Sì come gli occhi aperse, incontinente Una luce ne uscitte, uno splendore, Che abbagliò Fiordespina primamente, Poi per la vista li passò nel core; E ben ne dimostrò segno evidente, Tingendo la sua faccia in quel colore Che fa la rosa, alorché aprir se vôle Nella bella alba, allo aparir del sole.

Già Bradamante se era rilevata, E perché a gli atti e allo abito comprese Quest'altra esser gran dama e pregïata, La salutò con modo assai cortese; E dove la iumenta avia legata, Quando da prima in su il fiume discese, Ne venne, ché trovarvela vi crede; Ma non la trova ed ove sia non vede,

Perché a se stessa avia tratta la briglia, E nel bosco più folto errando andava. Or tal sconforto la dama se piglia, Che quasi gli occhi a lacrime bagnava; Ma amor, che ogni intelletto resviglia, A Fiordespina subito mostrava Con qual facilitate de legiero Se trovi sola con quel cavalliero.

Essa aveva un destrier de Andologia, Che non trovava parangone al corso; Forte e legiero, un sol diffetto avia, Che, potendo pigliar co' denti il morso, Al suo dispetto l'om portava via, Né si trovava a sua furia soccorso. Sol con parole si puotea tenire: Ciò sa la dama e ad altri nol vôl dire.

Per questo crede lei di fare acquisto Di Bradamante, che stima un barone, E dice: - Cavallier, tanto stai tristo Forse per aver perso il tuo ronzone. Se ben non te abbia cognosciuto o visto, La ciera tua mi mostra per ragione Che non pôi esser di natura fello: Alle più volte bono è quel che è bello.

Onde non credo poter collocare In altrui meglio una mia cosa eletta; Però questo destrier ti vo' donare, Che non ha il mondo bestia più perfetta. Sol colui dà, qual dà le cose care; Ciascun privar se sa de cosa abietta: E, per stimarme di poco valore, Io non ardisco di donarti il core. -

Così dicendo salta della sella E il corsier per la briglia li presenta. Bradamante, che vide la donzella Nel viso di color de amor dipenta, E gli occhi tremolare e la favella, Dicea tra sé: "Qualche una mal contenta Serà de noi e ingannata alla vista, Ché gratugia a gratugia poco acquista."

Così tra sé pensando, Bradamante Disse alla dama: - Questo dono è tale Che a meritarlo io non serìa bastante: Se ben tutto mi dono, poco vale. Ma il dar per merto è cosa di mercante, E voi, che aveti lo animo regale, Degnareti accettarmi quale io sono, Che il corpo insieme e l'anima vi dono. -

- Ciò non rifiuto, - disse Fiordespina - Né di cosa ch'io tengo, più me esalto; Non fece mai, che io creda, un don regina, Che ne pigliasse guidardon tanto alto. - Bradamante tacendo a lei se inclina, E sì come era armata prese un salto, Che avria passato sopra una ziraffa; Salì a destriero, e non toccò la staffa.

La Saracina a quello atto se affisse, Con gli occhi fermi e di mirar non saccia, Poi chiamando e compagni intorno, disse: - Per me, non per voi fatta è questa caccia. Se al mio comando alcun disobidisse, Serà caduto nella mia disgraccia, Che meglio vi serà cader nel foco: Vo' che ciascun stia fermo nel suo loco.

Stativi quieti e come gente mute, E lasciate venir le bestie fuora, Però che io sola le vo' seguir tute; E tu, barone, apresso a me dimora. Piacer non ho maggior, se Dio m'aiute, Che quando un forastier per me se onora, E non è cosa, a mia fè te prometto, Che io non facessi per darti diletto. -

Acquetossi ciascun per obedire: Chi stende lo arco, e chi suo cane agroppa; Già tutto il bosco si sentia stromire De corni e abagli, e 'l gran romor se incoppa. Eccoti un cervo de la selva uscire, Che avea le corne insino in su la groppa, Un cervo per molti anni cognosciuto, Perché il maggior giamai non fu veduto.

Questo uscì al prato de un corso sì subito, Che non par che lo aresti pruno o lapola, E venne presso a Fiordespina un cubito, Sì che aponto alla coda e can li scapola; E fra se stessa diceva: "Io me dubito Che costui resti e non senti la trapola, Se, pregando che segua, non impetro"; E poi se volse e disse: - Vienmi dietro. -

Nel fin de le parole volta il freno, Seguendo il cervo, e pur costui dimanda. Benché avesse uno amblante palafreno (Quale era nato nel regno de Irlanda, E correa come un veltro, o poco meno, Come tutti i roncin di quella banda; Non già che fosse in corso simigliante A l'altro, che avea dato a Bradamante),

Quello andaluzo correva assai più Che non volea il patrone alcuna fiata. Ora apena nel corso posto fu, Che varcò Fiordespina de una arcata. Già se pente la dama esservi su, E vede ben che la bocca ha sfrenata; Ora tira di possa, or tira piano, Ma a retenerlo ogni remedio è vano.

Era davanti un monte rilevato, Pien di cespugli e de arboscelli istrani, Ma non ritenne il cavallo affogato: Questo passò, come ha passato e piani. Il cervo alle sue spalle avia lasciato; Ben lo ha vicino, e presso a questo e cani, E poco longe a' cani è Fior de spina, Che studia il corso e quanto può camina.

Nella scesa del monte a ponto a ponto Fo preso il cervo da un can corridore; E come fu da questo primo agionto, Li altri poi lo aterrarno a gran furore. Ora faceva Fiordespina conto De non lasciar più gire il suo amatore, E scridando al destrier, come far suole, Fermar lo fa ben presto come vôle.

Non dimandar se Bradamante alora, Vedendo il destrier fermo, se conforta, E smontò de lo arcion senza dimora, Che quasi già se avea posta per morta, Tanto che li batteva il core ancora. E Fiordespina, che è di questo accorta, Gli disse: - O cavallier, vo' che tu imagine Che un fal commesso ho sol per smenticagine.

Ben si suol dir: non falla chi non fa. Non so come mi sia di mente uscito Di farti noto che il destrier, che te ha Quasi condutto di morte al partito, Qualunche volta se gli dice: "Sta!" Non passarebbe più nel corso un dito; Ma, come io dissi, me dimenticai Farlo a te noto, e ciò mi dole assai. -

Rimase Bradamante satisfatta Per le parole ed anco per le prove, Ché, correndo il cavallo a briglia tratta, Come odiva dir: "Sta!" più non se move. La esperïenza fo più volte fatta; Al fin smontarno in su l'erbette nove, Sottesso l'ombra del fronzuto monte, Ove era un rivo e sopra a quello un ponte.

Quivi smontarno le due damigelle. Bradamante avia l'arme ancora intorno, L'altra uno abito biavo, fatto a stelle Quale eran d'oro, e l'arco e i strali e 'l corno; Ambe tanto legiadre, ambe sì belle, Che avrian di sue bellezze il mondo adorno. L'una de l'altra accesa è nel disio, Quel che li manca ben sapre' dir io.

Mentre che io canto, o Iddio redentore, Vedo la Italia tutta a fiama e a foco Per questi Galli, che con gran valore Vengon per disertar non so che loco; Però vi lascio in questo vano amore De Fiordespina ardente a poco a poco; Un'altra fiata, se mi fia concesso, Racontarovi il tutto per espresso.

- FINE -

End of Project Gutenberg's Orlando innamorato, by Matteo Maria Boiardo