Part 55
Come condotto fu sopra a la riva, La vaga ninfa per la mano il prese, E de lo animo usato al tutto il priva, Sì che una voglia nel suo cuor se accese De gettarsi nel fiume a l'acqua viva. Né la donzella questo gli contese; Ma seco, così a braccio, come istava, Ne la chiara onda al fiume se gettava.
Là giù nel bel palazo de cristallo Fôrno raccolti con molta letizia. Orlando e Sacripante era in quel stallo E molti altri baroni e gran milizia. Le Naiàde con questi erano in ballo; Ciuffali e tamburelli a gran divizia Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto Se consumava il giorno tutto quanto.
Gradasso era rimaso alla boscaglia, Né trova al suo passar strata o sentiero, E sempre avanti il varco gli travaglia Tra l'altre piante un frassino legiero. Lui questo con la spata intorno taglia, Subito uscitte al tronco un gran destriero; Leardo ed arodato era il mantello: Natura mai ne fece un così bello.
La briglia che egli ha in bocca è tutta d'oro, E così adorno è 'l ricco guarnimento Di pietre e perle, e vale un gran tesoro. Gradasso non vi pone intendimento Che per inganno è fatto quel lavoro; Anci se accosta con molto ardimento E dà di mano a quella briglia bella Senza contrasto, e salta ne la sella.
Subito prese quel destriero un salto, Né poscia in terra più se ebbe a callare; Per l'aria via camina e monta ad alto, Come tal volta un sogna di volare. Battaglia non fu mai né alcuno assalto, Qual potesse Gradasso ispaventare; Ma in questo, vi confesso, ebbe paura, Veggendose levato in tanta altura;
Perché ne l'aria cento passi o piue L'avia portato quella bestia vana. Il baron spesso riguardava in giue, Ma a scender gli parea la scala strana. Quando così bon pezzo andato fue E ritrovosse sopra alla fiumana, Cader si lascia la incantata bestia; Nel fiume se atuffò senza molestia.
Così Gradasso al fondo se atuffoe, E 'l gran caval natando a sommo venne, Poi per la selva via si deleguoe Sì ratto come avesse a' piè le penne. Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe, Subito un altro nel suo cor divenne; Scordando tutte le passate cose, Con le Naiàde a festeggiar se pose.
A suon de trombe quivi se trescava Zoiosa danza, che di qua non se usa: Nel contrapasso l'un l'altro baciava, Né se potea tener la bocca chiusa. A cotale atto se dimenticava Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa, E credo che un bel baso a bocca aperta Per la dolcezza ogni anima converta.
In cotal festa facevan dimora Tutti e baroni in suoni e balli e canti; Sol Brandimarte se affatica ancora, Né per la selva può passare avanti, Benché col brando de intorno lavora Tagliando il bosco; e da diversi incanti Era assalito, ed esso alcun non piglia, Ché Fiordelisa sempre lo consiglia.
Lui tagliò de le piante più che vinte, E de ciascuna uscia novo lavoro, Or grandi occelli con penne depinte, Or bei palagi, or monti de tesoro; Ma queste cose rimasero estinte, Ché Brandimarte ad alcuna di loro Mai non se apiglia e dietro a sé le lassa, E per la selva sino al fiume passa.
Come alla riva fu gionto il barone, Divenne in faccia di color di rosa E tutto se cangiò de opinïone Per trabuccarse ne l'acqua amorosa; E per gran forza de incantazïone Non se amentava Orlando né altra cosa, E gioso se gettava ad ogni guisa, Se a ciò non reparava Fiordelisa.
Perché essa già composti avea per arte Quattro cerchielli in forma di corona Con fiori ed erbe acolte in strane parte, Per liberar de incanti ogni persona; E pose un de essi in capo a Brandimarte, Quindi de ponto in ponto li ragiona Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto Per trare Orlando fuor di quello incanto.
Il franco cavalliero incontinente Fa tutto ciò che la dama comanda; Nel fiume se gettò tra quella gente, Che danza e suona e canta in ogni banda. Ma lui non era uscito di sua mente, Come eron gli altri, per quella ghirlanda Che Fiordelisa nel capo gli pose, Fatta per arte de incantate rose.
Come fo gionto giù tra quella festa Nel bel palagio de cristallo e de oro, Un de' cerchielli al conte pose in testa, E li altri a li altri duo senza dimoro. Così la fatason fu manifesta Subitamente a tutti quattro loro; E le dame lasciarno e ogni diletto, Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.
Sì come zucche in su vennero a galla; Prima de l'acqua sorsero e cimieri, Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla, Ed alla riva gionsero legieri. Quindi, levati a guisa di farfalla Che intorno al foco agira volentieri, Sospesi fuôr da un vento in poco de ora, Qual li soffiò di quella selva fuora.
Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto, Non l'avrebbon saputo racontare, Come om che sogna e se sveglia di tratto, Né può quel che sognava ramentare. Eccoti avanti a lor ariva ratto Un nano, e solo attende a speronare; E, come presso e cavallier si vede, - Segnor, - cridava - odeti per mercede!
Segnor, se amati la cavalleria, Se adiffendeti il dritto e la iustizia, Fati vendetta de una fellonia Maggior del mondo e più strana nequizia. - Disse Gradasso: - Per la fede mia! Se io non temessi di qualche malizia E de esser per incanto ritenuto, Io te darebbi volentieri aiuto. -
Il nano allora sacramenta e giura Che non è a questa impresa incantamento. - Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura? Tanto credetti già, che io me ne pento. Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi paura De ogni fraschetta che se move al vento; Ed io gabbato fui cotanto spesso, Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. -
Disse Rugier: - Non è solo un parere, E ciascun loda la sua opinïone. Direbbe altrui che fosser da temere L'opre de' spirti e queste fatagione; Ma se il bon cavallier fa el suo dovere Non dee ritrarse per condizïone Di cosa alcuna; ogni strana ventura Provar se deve, e non aver paura.
Menami, o nano, e nel mare e nel foco, E se per l'aria me mostri a volare, Verrò teco a ogni impresa, in ogni loco: Che io mi spaventi mai, non dubitare. - Gradasso e 'l conte se arrossirno un poco Odendo in cotal modo ragionare; E Brandimarte al nano prese a dire: - Camina avanti, ogniom ti vôl seguire. -
Il nano aveva un palafreno amblante: Via se ne va per la campagna piana. Dicea Gradasso verso il sir de Anglante: - Se questa impresa fia sublime e strana, E per sorte mi tocca il gire avante, Io voglio adoperar tua Durindana, Anci pur mia, però che il re Carlone Me la promisse, essendo mio pregione. -
- Se lui te la promisse, e lui te attenda! - Rispose il conte, in collera salito - Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda, Che non è cavallier cotanto ardito, Dal qual mia spata ben non mi diffenda; E se a te piace mo questo partito Di guadagnarla in battaglia per forza, Eccola qua: ma guàrdati la scorza. -
Così dicendo avea già tratto il brando, A cui piastra né usbergo non ripara; Gradasso d'altra parte fulminando Trasse del fodro la sua simitara. Araldo non vi è qua che faccia il bando, Né re che doni il campo chiuso a sbara; Ma senza cerimonie e tante ciacare Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare.
E cominciano il gioco con tal fretta, Con tanta furia e con tanta ruina, Che l'una botta l'altra non aspetta; De intorno al capo l'elmo gli tintina, E ciascun colpo fuoco e fiama getta. Come sfavilla un ferro alla fucina, Come chiocca le fronde alla tempesta, Cotal l'un l'altro mena e mai non resta.
Menò a due mano il conte un colpo crudo, Con tal furor che par che il mondo cada; Gradasso il vidde e riparò col scudo, Ma non giova riparo a quella spada: La targa e usbergo in fino al petto nudo Convien che 'n pezzi a la campagna vada, E la gorzera e parte del camaglio Ne portò seco a terra de un sol taglio.
Quando il re franco del colpo se avvide, Mena a due mano e il fren frangendo rode; Sino alla carne ogni arma li divide, E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode. Dice Gradasso, e tutta fiata ride: - Se ben ti rado, fàcciati bon prode! In questa volta più non te ne toglio, Perché a mio senno il pel non è ancor moglio. -
Diceva il conte: - Che bufonchie, che? Prima che quindi te possi dividere, Tante te ne darò che guai a te, E insegnarotti in altro modo a ridere. - Rispose a lui Gradasso: - Per mia fè! Se omo del mondo me avesse a conquidere, Esser potrebbe che fusti colui; Ma in verità né te stimo né altrui.
Quando un tuo pare avessi alla centura, Non restarei di correre a mia posta. Se pur te piace, prova tua ventura: Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. - Orlando se avampò fuor di misura, Dicendo: - Poco lo avantar ti costa; Ma tra fatti e parole è differenzia, Del che vedremo presto esperïenzia. -
Tuttavia parla e mena Durindana, Ad ambe mano un gran colpo gli lassa; Manda il cimiero a pezzi in terra piana, E 'l copo col torchion tutto fraccassa. Risuonò l'elmo come una campana, E il re chinò giù il viso a terra bassa; Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia, Perse una staffa e abandonò la briglia.
Ma non perciò perdette la baldanza Quel re superbo, e divenne più fiero; Parea di foco in faccia alla sembianza. Mena a duo mani e gionse nel cimiero Con tanto orgoglio e con tanta possanza, Che il coppo e il torchio manda nel sentiero. Risuonò l'elmo, ed accerta Turpino Che un miglio o più se odette in quel confino.
E fu per trabuccar de lo arcion fuore Il franco conte a quel colpo diverso; La sembianza proprio ha d'un om che more, E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso. Fuggendo via ne 'l porta il corridore Per la campagna, a dritto ed a traverso, E 'l re Gradasso il segue con la alfana, Per darli morte e tuorli Durindana.
Pur ne la istoria il ver se convien dire: A suo dispetto li dava de piglio; Ma Brandimarte non puote soffrire Vedere Orlando posto in tal periglio, Onde correndo se 'l pose a seguire. Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio, E disse: - Anco tu vai cercando noglia? Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. -
Ma in questo Orlando se fu risentito, E ver Gradasso vien col brando in mano. Rugiero allora, el giovane fiorito, Fra lor se pose con parlare umano, Cercando de accordargli ogni partito; E similmente ancor faceva il nano Pregando per pietate e per mercede Che vadano alla impresa che lui chiede.
E tanto seppon confortare e dire, Che tra lor fu la zuffa raquetata; Ma ben la compagnia voglion partire, E ciascadun ha sua strata pigliata. Gradasso con Rugier presero a gire Ove il nano una torre ha dimostrata; E Brandimarte e il conte paladino Verso Parigi presero il camino.
Quel che Rugier facesse e il re Gradasso, Vi fia poi racontato in altra parte, Perché al presente a dir di lor vi lasso, E seguo come il conte e Brandimarte Vennero in Francia caminando a passo, Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte; E una mattina, al cominciar del giorno, Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.
Perché Agramante, come io vi contai, Sconfitto avendo in campo Carlo Mano E morta e presa di sua gente assai, Se era atendato a cerco per quel piano. Tanta ciurmaglia non se vidde mai Quanta adunata avea quello africano; Ben sette leghe il campo intorno tiene, Che valle e monti e le campagne ha piene.
Quei de la terra stavano in diffese, E notte e giorno attendono alle mura, Ché sol de' paladin vi era il Danese, Che a far beltresche e riparar procura. Ma quando il conte mirando comprese Cotal sconfita e tal disaventura Sì gran cordoglio prese e dolor tanto, Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.
- Chi se confida in questa vita frale - Diceva lui - e in questo mondo vano, Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale, Prendendo esempio dal re Carlo Mano, Che sì vittorïoso e trïonfale Facea tremar ciascun presso e lontano; Or l'ha del tutto la fortuna privo In un momento, e forse non è vivo. -
Ma, mentre che dicea queste parole, Nel campo si levò sì gran romore, Che par che il cel risuoni insino al sole, E sempre il crido cresce e vien maggiore. Or, bella gente, certo assai mi dole Non poter mo chiarir tutto il tenore; Ma apresso il contarò ne l'altra stanza, Ché in questo canto abbiam detto a bastanza.
Canto ottavo
Dio doni zoia ad ogni inamorato, Ad ogni cavallier doni vittoria, A' principi e baroni onore e stato, E chiunque ama virtù, cresca di gloria: Sia pace ed abundanzia in ogni lato! Ma a voi, che intorno odeti questa istoria, Conceda il re del cel senza tardare Ciò che sapriti a bocca dimandare.
Donevi la ventura per il freno, E da voi scacci ogni fortuna ria; Ogni vostro desio conceda a pieno, Senno, beltade, robba e gagliardia, Quanto è vostro voler, né più né meno, Sì come per bontate e cortesia Ciascun di voi ad ascoltare è pronto La bella istoria che cantando io conto.
La qual lasciai, se vi racorda, quando Sorse il gran crido al campo de' Pagani, Talabalachi e timpani suonando, Corni di brongio ed instrumenti istrani, Alor che Brandimarte e il conte Orlando, Gionti ne' poggi e riguardando e piani, Vider cotanta gente e tante schiere Che un bosco par di lancie e di bandiere.
Perché sappiati il fatto tutto quanto, L'ordine è dato a ponto per quel giorno Di combatter Parigi in ogni canto, E lo assalto ordinato intorno intorno. De li Africani ogni om se dà più vanto, L'un più che l'altro se dimostra adorno; Chi promette a Macone, e chi lo giura, Passar de un salto sopra a quella mura.
Scale con rote e torre aveano assai, Che se movean tirate per ingegno. Più nove cose non se vidder mai: Gatti tessuti a vimine e di legno, Baltresche di cor' cotto ed arcolai, Ch'erano a rimirare un strano ordegno, Qual con romor se chiude e se disserra, E pietre e foco tra' dentro alla terra.
Da l'altra parte il nobile Danese, Che fatto è capitan per lo imperiere, Fa gran ripari ed ordina in diffese Saettamenti e mangani e petriere. Con gli occhi suoi veder vôl lui palese, Ché con li altrui non guarda volentiere, E sassi e travi e solfo e piombo e foco Per torre e merli assetta in ciascun loco.
Sopra a ogni cosa egli ordina e procura La gente armata a piede ed a cavallo; Mo qua mo là scorrendo per le mura, Non pone a l'ordinar tempo o intervallo. Già se odeno e Pagani alla pianura Con tamburacci e corni di metallo, Sonando sifonie, gnacare e trombe, Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe.
O re del celo! O Vergine serena! Che era a veder la misera citate! Già non mi credo che il demonio apena Se rallegrasse a tanta crudeltate. De strida e pianti è quella terra piena: Piccoli infanti e dame scapigliate E vecchi e infermi e gente di tal sorte Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte.
Di qua di là correa ciascuno a guaccio, Pallidi e rossi, e timidi è li arditi; Triste le moglie con figlioli in braccio, Sempre piangendo, pregano e mariti Che le diffendan da cotanto impaccio; E disperate a li ultimi partiti, Caccian da sé la feminil paura, Ed acqua e pietre portano alle mura.
Suonano a l'arme tutte le campane; De cridi e trombe è sì grande il rumore, Che nol potrian contar le voce umane. Va per la terra Carlo imperatore: Ogni omo il segue, alcun non vi rimane, Che non voglia morir col suo segnore; E lui qua questo e là quell'altro manda, Provede intorno ed ordina ogni banda.
Lo esercito pagano è già vicino, Che intorno se distende a schiera a schiera: Alla porta San Celso è il re Sobrino Con Bucifar, il re de la Algazera; E Baliverzo, il falso saracino, Là dove entra di Senna la riviera Se sforza entrar con sua gente perversa; E seco è il re de Arzila e quel de Fersa.
A San Dionigi il re di Nasamona Col re de la Zumara era accostato: E il re di Cetta e quel di Tremisona Combatteno alla porta del mercato; L'aria fremisce e la terra risona, Ché la battaglia è intorno ad ogni lato, E foco e ferri e pietre con gran fretta Da l'una parte a l'altra se saetta.
Non sorse più giamai furor cotale Tra Cristïani e gente saracina: Ciascun tanto più fa quanto più vale. Giù vengon travi e solforo e calcina, E se sentiva un fraccassar di scale, Un suon de arme spezzate, una roina, E fumo e polve, e tenebroso velo, Come caduto il sol fosse dal celo.
Ma non per tanto par che satisfaccia La gran diffesa contra a quei felloni. Come la mosca torna a chi la scaccia, O la vespe aticciata, o i calavroni: Cotal parea la maledetta raccia, Da' merli trabuccata e da' torroni, Che dirupando al fondo giù ne viene; Già son de morti quelle fosse piene.
Onde era fatto su per l'acqua un ponte, Orribile a vedere e sanguinoso. Quivi era Mandricardo e Rodamonte, Ciascun più di salir voluntaroso; Ni Feraguto, quella ardita fronte, Né il re Agramante si stava ocïoso: L'un più che l'altro di montar se afreza Tra frizze e dardi, e sua vita non preza.
Orlando, che attendeva il caso rio, Quasi era nella mente sbigotito; Forte piangendo se acomanda a Dio, Né sa pigliare apena alcun partito. - Che deggio fare, o Brandimarte mio, - Diceva lui - che il re Carlo è perito? Perso è Parigi ormai! Che più far deggio, Che ruïnato in foco e fiama il veggio?
Ogni soccorso, al mio parer, si è tardo: Su per le mura già sono e Pagani. - Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo, Là se combatte, e sono anco alle mani. Deh lasciami callar, ché nel core ardo Di fare un tal fraccasso in questi cani, Che, se Parigi aiuto non aspetta, Non fia disfatta almen senza vendetta! -
Orlando alle parole non rispose, Ma con gran fretta chiuse la visiera, E Brandimarte a seguitar se pose, Che vien correndo giù per la costiera. Fiordelisa la dama se nascose In un boschetto a canto alla riviera, E quei duo cavallier menando vampo Passarno il fiume e gionsero nel campo.
Ciascun di lor fu presto cognosciuto: Sua insegna avea scoperta e suo penone. - Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! - Ma già son gionti al mastro pavaglione, Che era di scorta assai ben proveduto. Il re Marsilio vi era e Falsirone, Molta sua gente e re de altri paesi, Per far la guardia a' nostri che son presi.
Come sapeti, il nobile Olivieri Quivi è legato e il bon re di Bertagna, Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri, E 'l re lombardo e molti de Alemagna. Or qua son gionti e franchi cavallieri: Ben dir vi so che alcun non se sparagna. Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta: Tutti li mena al paro una tempesta.
Al pavaglione, ove era la battaglia, Non puote il re Marsilio aver diffese; Gran parte è morta de la sua canaglia, Lui bon partito via fuggendo prese. Orlando il pavaglion tutto sbaraglia, Squarzato in pezi a terra lo distese; Ma quando quei pregion viddero il conte, Per meraviglia se signâr la fronte.
Oh che spezzar de corde e di catene Faceva Brandimarte in questo stallo! De arme e ronzoni ivi eron tende piene, Onde èno armati e montano a cavallo. L'un più che l'altro a gran voglia ne viene Per seguitare Orlando in questo ballo, Qual ver Parigi a corso se distese, E seco è Gano e Oliviero el marchese;
Re Desiderio e lo re Salamone E Brandimarte (che era dimorato Alquanto per disciorre ogni pregione), Ricardo e Belengieri apresïato. Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone, Il duca Namo e il duca Amone a lato, Ed altri, tutti gente da gorzera, Che più di cento sono in una schiera.
E' già son gionti presso a quelle mura, Ove la zuffa è più cruda che mai, Che era cosa a vedere orrenda e scura, Come di sopra poco io ve contai. Grande era quel rumor fuor di misura De cridi estremi e de istrumenti assai, E facevan tremar de intorno il loco, Né altro se odìa che morte e sangue e foco.
Già Mandricardo avea pigliato un ponte, Rotte le sbarre e spezzata la porta, Ed avea gente a seguitar sì pronte, Che ciascun dentro molto se sconforta. Da un'altra parte il crudo Rodamonte Su per le mura ha tanta gente morta Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa, Che vien da' merli il sangue nella fossa.
Guarda le torre e spreza quella altezza, Battendo e denti a schiuma come un verro. Non fu veduta mai tanta fierezza: Il scudo ha in collo e una scala di ferro E pali e graffie e corde fatte in trezza, E il foco acceso al tronco de un gran cerro; Vien biastemando e sotto ben se acosta, La scala apoggia e monta senza sosta.
Come egli andasse per la strata a passo, Cotal saliva quel pagano arguto. Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso: Adosso a lui ciascun cridava aiuto. Se Lucifero uscito o Satanasso Fosse giù da lo abisso e qua venuto Per disertar Parigi e ogni sua altura, Non avria posto a lor tanta paura.
E nondimanco in tanti disconforti Se adiffendiano per disperazione, Ché ad ogni modo se reputan morti, Né stiman più la vita o le persone. Poi che, condotti a dolorosi porti, Veggion palese sua destruzïone, E pali e dardi tranno a più non posso Con sassi e travi a quel gigante adosso.
Lui pur salisce e più de ciò non cura, Come di penne o paglia mosse al vento; Già sopra a' merli è sino alla cintura, Né 'l contrastar val, forza né ardimento. Come egli agionse in cima a quelle mura, E nella terra apparve il gran spavento, Levossi un pianto e un strido sì feroce, Sino al cel, credo io, gionse quella voce.
Ma quel superbo una gran torre afferra, E tanta ne spiccò quanta ne prese; Quei pezzi lancia dentro dalla terra, Dissipa case e campanili e chiese. Orlando non sapea di tanta guerra, Ché in altra parte stava alle contese; Ma la gran voce che di là si spande Venir lo fece a quel periglio grande.
Gionse correndo ove è l'aspra battaglia: Non fo giamai da l'ira sì commosso. La gran scala di ferro a un colpo taglia, E Rodamonte roinò nel fosso, E dietro a lui gran pezzi de muraglia, Ché gli è caduta meza torre adosso; E un merlo gionse Orlando nella testa, Qual lo distese a terra con tempesta.
Fo Rodamonte sviluppato e presto. Tanta fierezza avea il forte pagano, Che non mostrava più curar di questo, Come se stato fosse un sogno vano. Ma il franco conte non era ancor desto, Qual tramortito se trovava al piano; Or Rodamonte già non se ritiene, Esce dal fosso e contro a i nostri viene.
De esser gagliardo ben li fa mestiero, Ché a lui de intorno sta la nostra gente: Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero. Benché sia falso e tristo della mente, Purché esser voglia è prodo e bon guerrero; Ma la sua forza alor giovò nïente, Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva, De un colpo a terra il pose in su la riva.
Questo abandona e ponto non se arresta. Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone; Parente era di Namo e di sua gesta: Tutto il fende il pagan sino allo arcione. Poi mena al re lombardo ne la testa: Come a Dio piacque, colse di piatone, Ma pur cadde di sella Desiderio A gambe aperte e con gran vituperio.
La gente saracina, che è fuggita Per la gionta de Orlando, ora tornava, Più assai che prima mostrandosi ardita; Ché Rodamonte sì se adoperava, Che ciascuno altro volentier lo aita. Di qua di là gran gente se adunava: Balifronte di Mulga e il re Grifaldo E Baliverzo, il perfido ribaldo.
Quivi era Farurante di Maurina E il franco Alzirdo, re di Tremisona, Il re Gualciotto di Bellamarina Ed altri assai che 'l canto non ragiona; Tutti non giongeranno a domatina, Ché Brandimarte, la franca persona, Ne mandarà qualcun pur allo inferno, E qualcuno Olivier, se ben discerno.
Stati ad odire il fatto tutto a pieno, Ché or se incomincia da dover la danza. Salamon vide il figlio de Ulïeno, Qual più de un braccio sopra alli altri avanza: Ove il colpo segnò, né più né meno, A mezo il petto il colse con la lanza; Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse, Ma con la spada il Cristïan percosse.
Il scuto gli spezzò quel maledetto, Le piastre aperse, come fosser carte, E crudelmente lo piagò nel petto; Gionse allo arcione e tutto lo disparte, Il collo al suo ronzon tagliò via netto. Ora a quel colpo gionse Brandimarte, E, destinato di farne vendetta, Sprona il destriero e la sua lancia assetta.
A tutta briglia il cavallier valente Percosse Rodamonte nel costato, Che era guarnito a scaglie di serpente; Quel lo diffese, e pur giù cade al prato. Come il romor d'uno arboro si sente, Quando è dal vento rotto e dibarbato, Sotto a sé frange sterpi e minor piante: Tal nel cader suonò quello africante.
Or Brandimarte volta al re Gualciotto, Poi che caduto è il franco re di Sarza; Ad ambe man lo percosse di botto, Per mezo il scudo lo divide e squarza. Lo usbergo e panciron che egli avea sotto Partitte a guisa de una tela marza; Per il traverso il petto li disserra, E in duo cavezzi il fece andare a terra.