Part 46
Lui pur spesso ritorna a quel girone, E sempre il patre mio molto lo onora; In fin gli aperse la sua intenzïone, Credendo che io non sia promessa ancora; Ma quel malvaggio, perfido, bricone, Che occidesti al palazo in sua malora, Me avea richiesta proprio il giorno istesso, E 'l vecchio patre me gli avea promesso.
Quando ciò seppi, tu debbi pensare S'io biastemavo il celo e la natura; E diceva: "Macon non potria fare Che mai segua sua legge e sua misura, Poi che mi volse femina creare, Ché nasciemo nel mondo a tal sciagura, Che occelli e fiere ed ogni altro animale Vive più franco ed ha di noi men male.
E ben ne vedo lo esempio verace: La cerva e la colomba tuttavia Ama a diletto e segue chi gli piace, Ed io son data a non so chi se sia. Crudel Fortuna, perfida e fallace! Goderà adunque la persona mia Questo barbuto, e terrammi suggetta, Né vedrò mai colui che mi diletta?
Ma non serà così, sazo di certo, Ché ben vi saprò io prender riparo. Se ogni proverbio è veramente esperto, L'un pensa il giotto e l'altro il tavernaro. Se lo amor mio potrò tenir coperto Che non lo intenda alcuno, io lo avrò caro, E non potendo, io lo farò palese; Per un bon giorno io non stimo un mal mese."
Io faceva tra me questo pensiero Che io te ragiono; ma il termine ariva Che andarne sposa mi facea mestiero. Io non rimasi né morta né viva, Ché Teodoro, il mio bel cavalliero, Si resta a casa, ed io di lui son priva. A Bursa andar convengo, in Natollia, Ove mi mena la fortuna ria.
Sobasso era di Bursa il mio marito, E turcomano fo de nazïone; Gagliardo era tenuto e molto ardito, Ma certo che nel letto era un poltrone, Abenché a questo avria preso partito, Pur che io gli avessi avuto occasïone; Ma tanto sospettoso era quel fello, Che me guardava a guisa de un castello.
E giorno e notte mai non me abandona, Ma sol de basi me tenea pasciuta, Né il matino, o la sera, ni di nona Concede che dal sole io sia veduta, Perché non se fidava di persona. Ma sempre a' bisognosi il celo aiuta, Ché al mio marito fo forza di andare Con gli altri Turchi che han passato il mare.
Passarno i Turchi contra Avatarone, Che avea de' Greci il dominio e l'imperio, E mio marito con molte persone Convenne andar, non già per disiderio. Avea egli un schiavo chiamato Gambone, Che a riguardar proprio era un vituperio; L'uno occhio ha guerzo e l'altro lacrimoso, Troncato ha il naso, ed è tutto rognoso.
A questo schiavo me ricomandava, Che de la mia persona avesse cura, E con aspre parole il minacciava De ogni tormento e de ogni pena dura, Se dal mio lato mai se discostava Né tutto il giorno, né la notte oscura. Or pensa, cavallier, come io rimase; De la padella io caddi nelle brase.
Venne de Armenia in Bursa Teodoro, Quale io te dissi che cotanto amava, Per dare a l'amor nostro alcun ristoro; Ed alla via più presto se attaccava, Ché portato avea seco assai tesoro, Onde Gambone in tal modo acquetava, Che ciascaduna notte a suo diletto L'uscio gli aperse e meco il pose in letto.
Ora intervenne fuor di nostra stima Che 'l mio marito gionse avanti al giorno, Ed alla nostra porta picchiò, prima Che in Bursa se sapesse il suo ritorno. Or per te stesso, cavalliero, estima Se ciascadun de noi ebbe gran scorno, Io, dico, e Teodoro, il caro amante, Quale era gionto forse una ora avante.
Incontinente il cognobbe Gambone Alla sua voce, ché l'aveva in uso, E disse: "Noi siam morti! Ecco il patrone!' E Teodoro ancor esso era confuso. Ma io mostrai del scampo la ragione, E pianamente lo condussi giuso, Dicendo a lui: "Come entra il mio marito, Così di botto fuor serai uscito.
Come sei fuora e ch'èn calati i panni, Chi avria giamai di questo fatto prova? Se mio marito ben crida mille anni, A confessar non creder che io me muova. Lui dirà brontolando: ' Tu me inganni '. Trista la musa che scusa non trova! Se giuramento ce può dare aiuto, Alla barba l'avrai, becco cornuto!"
Or mio marito alla porta cridava, Di tanta indugia avendo già sospetto; E Gambone adirato biastemava E diceva: "Macon sia maledetto! Ché de la chiave in mal ponto cercava, Quale ho smarito alla paglia del letto. Ecco, pur l'ho trovata in sua malora; A voi ne vengo senza altra dimora."
Così dicendo alla porta callava, E quella con romore in fretta apriva; E, come Usbego, il mio marito, entrava, Alle sue spalle Teodoro usciva. Or, mentre che la porta si serrava, Il mio marito in camera saliva, Ed io queta mi stava come sposa, Mostrandomi adormita e sonocchiosa.
E mio marito prese un lume in mano, Cercando sotto al letto in ogni canto; Ed io tra me dicea: "Tu cerchi invano, Ché pur le corne a mio piacer ti pianto." Di qua di là cercando quel villano Ebbe veduto ai piè del letto un manto; Da Teodoro il manto era portato: Per fretta poi l'avea dimenticato.
Ma come Usbego il manto ebbe veduto, Grandi oltraggi me disse e diverse onte; Per ciò non ebbi io l'animo perduto, Ma sempre li negai con bona fronte. Ora a Gambone bisognava aiuto, Il qual mercè chiedea con le man gionte, E credo che la cosa volea dire; Ma lui turbato mai nol volse odire.
E già per tutto essendo chiaro il giorno, Agli altri schiavi lo fece legare, E a lor commesse che, suonando il corno, Sì come alla iustizia si suol fare, Poi che lo avean condotto alquanto intorno Sopra alla forche il debbano impiccare; E tutti quei sergenti a mano a mano, Per far ciò che è comesso, se ne vano.
Ma quel zeloso accolta avia tant'ira, Che desïava de vederlo impeso; Tanto l'orgoglio e 'l sdegno lo martira, Che nol vedendo mai non avria creso, E ratto a quei sergenti dietro tira; Ma prima in dosso un tabarone ha preso E un capellaccio de un feltron crinuto, Perché dagli altri non sia cognosciuto.
Ora Teodoro, essendo già scappato E per questo cessata la paura, Del manto se amentò che avia lasciato, E cominciò di questo ad aver cura. Cercando de Gambone in ogni lato, Lo ritrovò con tal disaventura Che pegio non può star, se non è morto; Ma de Usbego ancor fu presto accorto,
Qual dietro gli veniva a passo lento, Nascoso e inviluppato al tabarone. Il giovanetto fu de ciò contento, E con gran furia va verso Gambone; Un pugno dette al naso e un altro al mento, E mena gli altri, e diceva: "Giottone! Ladro! ribaldo! Or va, ché a questo ponto, Come tu mtrti, alla forca sei gionto.
Ove è il mio manto, di', falso strepone, Qual me involasti iersera a l'osteria? Or fusse qua vicino il tuo patrone, Che ben de l'altre cose gli diria, E pur voria saper se di ragione Tu debbi satisfar la roba mia; E quando io non ne possa aver più merto, De pugni vo' pagarmi, io te fo certo."
Né avea compite le parole apena, Che un altro pugno gli pose su il viso, Sempre dicendo: "Ladro da catena! Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso"; E tutta fiata pugni e calci mena, Sì che la cosa non andò da riso Per questa fiata al tristo de Gambone, Benché ciò fusse sua salvazïone.
Perché Usbego, mirando alla apparenza Del giovinetto che mostrava fero, Alle parole sue dette credenza, Come avrian fatto molti de ligiero; Però che non avea sua cognoscenza, Né avria stimato mai che un forestiero Fusse venuto tanto di lontano Per quello amor che lui stimava vano.
Senza altramente palesarse ad esso, Fece Gambone adietro ritornare, E poi secreto il dimandò lui stesso Ciò che con quel garzone avesse a fare. Il schiavo, che era un giotto molto espresso, Seppe la cosa in tal modo narrare, Che per un dito fo creduto un braccio, E campò lui, e me trasse de impaccio.
Non creder già che per questa paura Che era incontrata, io me fossi smarita, Ma più volte me posi alla ventura Dicendo: "Agli animosi il celo aita." E benché sempre uscisse alla sicura, Non fu la zelosia giamai partita Dal mio marito, e crebber sempre sdegni, E pur comprese al fin de' brutti segni.
E di guardarme quasi disperato, Se consumava misero e dolente, Sempre cercando un loco sì serrato Che non se apresse ad anima vivente; E trovò al fine il palazo incantato, Ma non vi era il gigante, né il serpente, Qual ritrovasti alla porta davante: Questo a sua posta fece un negromante. -
Ragionava in tal modo Doristella Ed altre cose assai volea seguire, Ché non era compita sua novella, Quando vide de un bosco gente uscire, Ch'è parte a piedi e parte in su la sella: Tutti erano ladroni, a non mentire. Ciascaduno di lor crida più forte: - Colui s'affermi, che non vôl la morte! -
- Stative adunque fermi in su quel prato, - Rispose a quei ladroni il cavalliero - Ché, se alcun passa qua dal nostro lato, De aver bone arme gli farà mestiero! - Un che tra lor Barbotta è nominato, Senza ragione e dispietato e fiero, Gli vien cridando adosso con orgoglio: - Se Dio te vôl campare, ed io non voglio. -
Quel vien correndo e ponto non se arresta, Ma verso lui se affronta Brandimarte, E tocca de Tranchera in su la testa, E sino al petto tutto quanto il parte. Ma gli altri a lui ferirno con tempesta, E se quelle arme non fosser per arte Tutte affatate, quanto ne avea intorno, Campato non serìa giamai quel giorno;
Ché tutti quei ladroni aveva adosso. Non fo mai gente tanto maledetta; Chi lo ha davante e chi dietro percosso, E più de colpeggiar ciascuno affretta; Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso: Questo era Fugiforca dalla cetta, Qual, da che nacque, è degno di capestro, Ma non se può toccar, tanto era adestro.
Costui girando intorno al cavalliero Con quella cetta spesso lo molesta; E poi se volta e via va sì legiero, Che cosa non fo mai cotanto presta. Salta più volte in groppa del destriero, E prese Brandimarte nella testa; Ma come vede che gli volta il brando, Salta alla terra e via fugge cridando.
Già il cavalliero a lui più non attende, E sopra a gli altri fa la sua vendetta, E chi per lungo e chi per largo fende: Ormai non vi è di lor pezzo né fetta. Poi dietro a Fugiforca se distende; Ma quel ribaldo ponto non aspetta, E de quel corso ben serìa scampato; Ma fortuna lo gionse e il suo peccato.
Perché, saltando sopra ad una macchia, Lo prese ad ambo e piedi una berbena, Come se prende al laccio una cornacchia, E lei battendo l'ale se dimena, E tra' del becco e se dispera e gracchia. Ma Fugiforca non è preso a pena, Che Brandimarte, qual correndo il caccia, Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia.
E non lo volse de brando ferire, Parendo a lui che fosse una viltate, Ma ben diceva: - Io te farò morire, Sì come tu sei degno in veritate. Meco legato converrai venire, Tanto che io trovi o castello o citate; E là per la iustizia del segnore Serai posto alle forche a grande onore. -
E Fugiforca piangendo dicia: - Quel che ti piace ormai pôi di me fare; Ma ben ti prego per tua cortesia, Che non mi mena alla Liza in sul mare. - Ora, segnori e bella compagnia, Finito è nel presente il mio cantare. A l'altro racontar non serò lento; Dio faccia ciascadun lieto e contento.
Canto ventesimosettimo
Un dicitor che avea nome Arïone, Nel mar Cicilïano, o in quei confini, Ebbe voce sì dolce al suo sermone, Che allo ascoltar venian tóni e delfini. Cosa è ben degna de amirazïone Che 'l pesce in mar ad ascoltar se inchini; Ma molto ha più di grazia la mia lira, Che voi, segnori, ad ascoltar retira.
Così dal cel lo stimo in summa graccia, E la mente vi pongo e lo intelletto Nel dire a modo che vi satisfaccia, E che vi doni allo ascoltar diletto. Pur ho speranza che io non vi dispiaccia, Come mi par comprender ne lo aspetto, Se ne la istoria ancora io me ritorni Di cui gran parte ho detto in molti giorni.
Nel canto qui di sopra io vi lasciai Di Fugiforca, il quale, essendo preso Per Brandimarte, menava gran guai, Ed essendosi a lui per morto reso, Con molto pianto e con lacrime assai, Standoli avante alla terra disteso, Per pietate e mercè l'avea a pregare Che non lo voglia alla Liza menare.
- Se tu mi meni alla Liza, barone, Di me fia fatta tanta crudeltate, Che, ancor che ben la merti di ragione, Insino a' sassi ne verrà pietate. Deh prendate di me compassïone! Non che io voglia campare in veritate, Ch'io merto che la vita mi sia tolta, Ma non voria morir più de una volta.
E là di me fia fatto tanto strazio Quanto mai se facesse di persona; Quel re del mio morir non serà sazio, Ché troppo ingiurïai la sua corona; E forse questo me ha condotto al lazio, Sì come ne' proverbi se ragiona E come esperienzia fa la prova: Peccato antiquo e penitenzia nova.
Perché, essendo una volta alla marina, Qual da la Liza poco se alontana, Perodia vi era in festa, la regina, Con Dolistone, intorno a la fontana; Io, là correndo, presi una fantina, Qual poi col conte di Rocca Silvana Cambiai ad aspri, e fôrno da due miglia: Questa di Dolistone era la figlia.
Né puotè il re, né altrui donarli aiuto, Sì che a Rocca Silvana la portai, A benché da ciascun fui cognosciuto, Però che in quella casa me allevai; Né cotal tema poi me ha ritenuto, Ma robbato ho il suo regno sempre mai, Dispogliando ciascun sino alla braga; Ma questo è quello che per tutto paga. -
Pensando Brandimarte a cotal dire, Ne fu contento assai per più cagione; Pur disse al ladro: - Il te convien venire In ogni modo a quel re Dolistone, Qual, come merti, ti farà punire. - Così dicendo il lega in su un ronzone, Con gran minaccie se ponto favella, Poi la sua briglia dette a Doristella.
E non parlava quel ladron nïente, Perché di Brandimarte avia paura. Or, giongendo alla Liza, una gran gente Trovarno armata sopra alla pianura; E Doristella fu molto dolente, - Lassa! - dicendo - in che disaventura Ritrovo il patre a questo mio ritorno, Che è posto in guerra ed ha l'assedio intorno! -
E facendo di ciò molti pensieri, Scoprisse avanti da cento pedoni E circa da altretanti cavallieri, I qual cridarno: - Voi sete pregioni! - - Altro che zanze vi sarà mestieri, - Rispose Brandimarte - o compagnoni, A volerci pigliar così di fatto! - Tra le parole il brando avia già tratto.
E gionse per traverso un contestabile, Quale era grande e portava la ronca, Armato a maglia e piastre innumerabile; Ma tutto a un tratto Tranchera lo tronca. Né mai se vidde un colpo più mirabile, Ché la persona sua rimase monca De un braccio e de la testa a un tratto solo, E l'uno e l'altro in pezzi andò di volo.
Ben ne fece de gli altri simiglianti, E de' maggior, se Turpin dice il vero, Onde gli pose in rotta tutti quanti: Beato se tenìa chi era il primiero, Quel dico che a fuggire era davanti; E non tenean né strata né sentiero, Né in dietro a riguardar se voltan ponto; Fugge ciascuno insin che al ponto è gionto.
Ora nel campo si leva il romore. - A l'arme! a l'arme! - ciascadun cridava. Adosso a Brandimarte a gran furore Chi di qua chi di là ciascun toccava; E lui ben dimostrava un gran valore, Ma contra tanti poco gli giovava: A suo mal grado quella gente fella Pigliarno Fiordelisa e Doristella;
E seco Fugiforca, quel ladrone: Via ne 'l menarno, come era legato; Ma non cessa però la questïone, Ché Brandimarte al tutto è disperato, E fa col brando tal destruzïone, Che sino alla cintura è insanguinato, Né puote il suo destrier levare il passo Per la gran gente morta in quel fraccasso.
Ma per le dame è ciò poco ristoro, Quale ha perdute quel baron gagliardo. Lasciamo lui, e torniamo a coloro Che via ne le menarno senza tardo; E come avanti fôrno a Teodoro, Lui cognobbe Doristella al primo guardo, E lei cognobbe anch'esso al primo tratto, Come lo vidde, e ciò non fu gran fatto;
Però che ciascadun tanto se amava, Che altra sembianza non avea nel core. Or quando l'un quell'altro ritrovava, Non fu allegrezza al mondo mai maggiore; E ciascadun più stretto se abracciava, Dandosi basi sì caldi de amore, Che ciascadun che intorno era in quel loco, Morian de invidia, sì parea bel gioco.
Poi lui conta alla dama la ragione Perché alla Liza era intorno acampato, E facea guerra al patre Dolistone, Dicendo: - Io venni come disperato, A lui dando la colpa e la cagione Che via te conducesse il renegato, Dico Usbego, che Dio gli doni guai! Ove ne andasti, non seppi più mai. -
La dama ad ogni parte gli respose, E dègli alla risposta gran conforto, E la ventura sua tutta gli espose, E come Usbego a quel palagio è morto; Poi lo pregava con voce piatose Che divetasse ad ogni modo il torto Quale era fatto a quel baron valente, Che fo assalito da cotanta gente.
Per il dover fo lui mosso di saldo, E più dai preghi della giovanetta, Onde da lui mandò presto uno araldo, Ove era la battaglia, e un suo trombetta; E là trovarno Brandimarte caldo, Più che ancor fosse, a far la sua vendetta. Ma come il real bando a ponto intese, Lasciò la zuffa, tanto fu cortese.
E venne con gli araldi in compagnia De Teodoro al pavaglion reale (Costui già il regno de gli Armeni avia; Morto era il patre a corso naturale), E lo trovarno a mezo de la via, Con molta gente e pompa trïonfale, Intra quelle due dame, ogniuna bella: Qua Fiordelisa e là sta Doristella.
Ricevutolo in campo a grande onore, Re Teodoro il tutto gli contò, Cominciando al principio del suo amore, Insino al giorno ove gionti son mo; E poi elesse un degno ambasciatore, Che a Dolistone e Perodia mandò, Per voler pace e amendar quel che è fatto, Pur che abbia Doristella ad ogni patto.
La cosa era passata in tal travaso Quale io ve ho detto, e tal confusïone, E Fugiforca e' pur preso è rimaso, Ché un tristo mai non trova bon gallone. Legato ancor si stava quel malvaso Con le mano alle rene in sul ronzone, E Brandimarte, che l'ebbe trovato, Dimandò al re che fusse ben guardato.
Onde per questo con gran diligenza Era guardato e con molta custodia, Co' e ferri a' piedi, e non stava mai senza, E per il suo mal far ciascadun lo odia. Ora lo ambasciador con riverenza A Dolistone e a sua dama Perodia Parlò sì bene, e fu tanto ascoltato, Che quel concluse per che egli era andato.
E tornò fora con lo olivo in testa, Che era un signale a quel tempo di pace, E poi la somma espose de sua inchiesta, Qual sopra a gli altri a Doristella piace. Tutti alla Liza intrarno con gran festa; Ma Fugiforca, quel ladro fallace, Via era condutto lui con mal pensiero Tra' carrïaggi, sopra ad un somiero.
Ne la Liza per tutto è cognosciuto: Chi gli cridava dietro e chi da lato, E lui dicea: - Macon mi doni aiuto, Ché un altro non fu mai peggio trattato! - E Brandimarte, poiché fu venuto Avanti al re, quel ladro ha presentato. Il re mirando lui se meraviglia: Ben sa che è quel qual già tolse la figlia.
Ma che sia preso si meravigliava, Cognoscendol sì presto e tanto astuto. De la filiola poi lo adimandava, Se sapea lui quel che fosse avenuto; Ed esso a pieno il tutto racontava, Insin che il prezio ne avea recevuto: Ma che poi se partitte incontinente, Sì che di lei più non sapea nïente.
- Per prezzo al conte di Rocca Silvana Io la vendetti; - diceva il ladrone - Da mille miglia è forse di lontana Di sopra a Samadrìa la regïone. - E Brandimarte alor con voce umana Adimandava quel re Dolistone Se ebbe segnal la figlia, che abbia a mente; Ma Perodia rispose incontinente.
Come Perodia ha Brandimarte odito, Rispose al dimandar senza dimora; Né aspetta che parlasse il suo marito, Ma disse: - Se mia figlia vive ancora, Sotto alla poppa destra forse un dito Ha per segnale una voglia di mora; De una mora di celso, ora me amento, Essendo di lei pregna ebbi talento.
Là mi toccai; ed ella, come nacque, Sotto la poppa avea quel segno nero; Né mai per medicine o forza de acque Se puotè via levare, a dire il vero. - Or Brandimarte, sì come ella tacque, Cominciò poi la istoria, il cavalliero; A parte a parte il fatto gli divisa, Sì come sua filiola è Fiordelisa.
E fatto gli altri tuor di quel cospetto, Però che Fiordelisa avia vergogna, La fece avanti a loro aprire il petto, Onde più prova ormai non vi bisogna. Perodia e Dolistone han tal diletto Qual have il pregionier, quando si sogna La notte esser impeso e la dimane Poi viene assolto e in libertà rimane.
Ciascuno ha pien di lacrime la faccia. Piangendo gli altri ancor di tenerezza, La matre lei e lei la matre abraccia: Ogniuna di basarse ha maggior frezza. A Fugiforca fu fatta la graccia, Pregando ogniom per lui nella allegrezza; Cridi e lieti romori a gran divizia, Campane e trombe suonan di letizia.
Poi furno queste cose divulgate Fuor nella terra e per tutto il paese, E con trïonfo le noce ordinate Con real festa a ciascadun palese, E le due damigelle fôr sposate, Ché Fiordelisa Brandimarte prese, E Teodor si prese Doristella; Non so se alcun trovò la sua polcella.
Ché tanto poche ne vanno a marito, Che meglio un corvo bianco se dimostra; Ma queste due, sì come aveti odito, Eran pur state avanti a questo in giostra. Usavasi a quel tempo a tal partito, Ora altrimente nella etade nostra, Ché ciascuna perfetta si ritrova; E chi nol crede, lui cerchi la prova.
Ora queste due dame che io ve dico Catolice ènno entrambe e cristïane, E Macone avean tolto per nimico E le sue legge scelerate e vane; Onde ne andarno dal suo patre antico, E sì con prieghi e con parole umane Se adoperarno, per la Dio mercede, Che lo tornarno alla perfetta fede.
Dapoi la matre con minor fatica Ridussero anco a sua credenza santa; E la corte da poscia a tal rubrica Se attenne e la citate tutta quanta; E, senza che di questo più vi dica, La grazia de le dame fu cotanta, Che de i monti d'Armenia alla marina Corse ciascuno alla legge divina.
Ora de ricontar non è mestiero La festa, che ogni dì cresce maggiore; Qua se fa giostra, e là fassi torniero, Altrove è suono e danza con amore; Ma pur sta Brandimarte in gran pensiero, Né se può il conte Orlando trar del core. In fine un giorno la sua opinïone Fie' manifesta in tutto a Dolistone,
Mostrando quasi aver fermato il chiodo Che in ogni forma Orlando vôl seguire. Diceva Dolistone: - Io non te lodo Per questo tempo adesso il dipartire; Ma, se pur de lo andare ad ogni modo Sei destinato, non so più che dire, Né di ciò la cagion più te dimando, Il gire e il star serà nel tuo comando. -
Una galea dapoi fu apparecchiata Di molte che ne avea quel barbasoro; Questa era la reale e meglio armata, Che avea la poppa tutta missa ad oro. Brandimarte e sua dama e più brigata Là se allogarno, con molto tesoro Qual Perodia ha donato alla sua figlia, Rubin, smeraldi e perle a meraviglia;
Tra l'altre cose il più bel pavaglione Che se trovasse in tutta la Soria. Ora spira levante, e il suo patrone Gli acerta che ogni indugia è troppo ria; Onde se accomandarno a Dolistone E a tutti gli altri, e vanno alla sua via, Passando Rodi e la isola di Creti; Col vento in poppa van zoiosi e lieti.
Ma il navicare e nostra vita umana De una fermezza mai non se assicura, Però che la speranza al mondo è vana, Né mai bon vento lungamente dura; Qual ora si levò da tramontana, Chiamando il Greco, che è mala mistura A cui di Creti vôl gire in Cicilia; L'aria se anera e l'acqua si scombilia.
Dicea il parone: - Il cel turbato è meco, E non me inganno già, ma ben me sforza, Perché io vorebbi ne la taza il Greco, E lui me 'l dona ne la vela a l'orza. Io non posso alla zuffa durar seco: Ove gli piace, convien che io mi torza. - Poi dice a Brandimarte: - A dir il vero, Con questo vento in Franza andar non spero.
Africa è quivi dal lato marino, Se drittamente ho ben la carta vista, E noi volteggiaremo nel camino, Ché, quando non se perde, assai s'acquista. Forse mutarà il vento, Dio divino! E cessarà questa fortuna trista; Pregar si puote che un siroco vegna, Qual ci conduca al litto de Sardegna. -
Parlava quel parone in cotal sorte, Chiedendo quel che egli avrebbe voluto, Ma tramontana ognior cresce più forte, E 'l mar già molto grosso è divenuto; Onde ciascun per tema de la morte Facendo voti a Dio dimanda aiuto; Ma lui non li essaudisce e non li ascolta, E sottosopra il mar tutto rivolta.
Pioggia e tempesta giù l'aria riversa, E par che 'l celo in acqua se converta, E spesso alla galea l'onda atraversa, Battendo ciò che trova alla coperta. Vien la fortuna ogniora più diversa, E spaventosa, orribile ed incerta, Pur col vento che io dissi, tuttavia, Sin che condotti gli ebbe in Barbaria.